Complotterie, cospiratismi e congiuraggini

Come funziona una “teoria del complotto”?
È un misto di psicologia, ignoranza e tecniche di manipolazione.

Accusare l’avversario di qualcosa ne modifica l’immagine, anche agli occhi di chi non crede all’accusa. Dopo aver immaginato una scena, non si può tornare indietro e disimmaginarla. La scena di Tizio che fa qualcosa di orribile — per esempio, violenta bambini — rimane in mente anche se razionalmente la si ritiene una calunnia: si è attivato un frame, una cornice narrativa in cui Tizio è ridotto a mostro, disumanizzato. E non si può più disattivare. È su questo stesso presupposto che si basano le fake news e in passato il successo di Goebbels. Se hai immaginato qualcosa non puoi più disimmaginarla, ti resta da qualche parte nella capoccia.

Sono diffusi, in molte società contemporanee, sentimenti di rifiuto e diffidenza nei confronti degli “esperti”, a qualunque settore appartengano, la medicina come l’astronomia, l’economia come la storia. La comunicazione semplificata tipica dei social media fa nascere la figura del contro-esperto che rappresenta una presunta opinione del popolo, una sorta di sapienza mistica che attinge a giacimenti di verità che i professori, i maestri e i competenti occulterebbero per proteggere interessi e privilegi. I pericoli sono sotto gli occhi di tutti: si negano fatti ampiamente documentati; si costruiscono fantasiose contro-storie; si resuscitano ideologie funeste in nome della de-ideologizzazione.

«L’anti-intellettualismo si è insinuato come una traccia costante nella nostra vita politica e culturale, alimentato dal falso concetto che democrazia significhi “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza”».
(Isaac Asimov, 1980, su Newsweek)

In un numero significativo di umani si fa largo la convinzione che si possa fare a meno delle mediazioni, degli esperti, dei sacerdoti: molti ne deducono di essere stati gabbati per secoli. Si guardano intorno e, animati da una certa comprensibile venatura di risentimento, cercano la prossima mediazione da distruggere, il prossimo passaggio da saltare, la prossima casta sacerdotale da rendere inutile.

Quando non si capisce, ci si affida agli stregoni. Il complotto è supplente dell’intelligenza: non capisci e ti affidi a una tesi indimostrabile, un complotto appunto. Il complottista vede sempre un oscuro burattinaio che congiura nella cantina della Storia.

Nella cultura anglosassone l’atto del teorizzare non è circondato di aprioristico rispetto, anzi, nell’uso comune “theory” vuol dire congettura, illazione: «Come on, that’s just theory». In italiano questa connotazione è assente. Nella nostra cultura impregnata di idealismo filosofico, una teoria è comunque qualcosa di importante, anche prima di qualunque verifica sulla sua fondatezza. Usando teoria al posto di opinione o parere — «Ho una mia teoria al riguardo» — si risulta subito più autorevoli. Dunque “teoria del complotto” non ha per forza un connotato negativo, non a tutti sembra qualcosa da rigettare a priori. Del resto, di complotti ne sono esistiti e ne esistono. In ogni momento, da qualche parte, c’è qualcuno che complotta. Ed è grazie a teorie divenute inchieste che certe cospirazioni reali — come la Strategia della tensione o i piani della loggia P2 — sono state scoperte.

Le teorie del complotto sono in risonanza con alcuni dei preconcetti incorporati nel nostro cervello e con le scorciatoie che il nostro pensiero tende a prendere, e attingono dal pozzo dei nostri più profondi desideri, delle nostre paure, delle nostre presupposizioni sul mondo e le persone che ci vivono. Tutti crediamo, abbiamo creduto o potremmo credere a qualche fantasia di congiura.

Nelle analisi che si fanno sull’odierno cospirazionismo social andrebbe sostituita “teoria del complotto” con “fantasticheria di complotto”; per le teorie del complotto fondate e riscontrabili andrebbe invece usata l’espressione “ipotesi di complotto”.
Le ipotesi di complotto servono a indagare complotti specifici e situati, orientati a un fine preciso, che solitamente cessano dopo essere stati scoperti, o al momento della loro scoperta sono già cessati. Le fantasticherie di complotto, invece, riguardano sempre una cospirazione universale, che ha come fine la conquista o la distruzione del mondo intero da parte di società segrete, confraternite occulte, “razze infide”, singoli individui descritti come onnipotenti burattinai, conquistatori alieni… o un’alleanza di tutti questi soggetti. Una cospirazione costantemente denunciata eppure sempre in pieno svolgimento, da decenni, da secoli.
Nella prima categoria troviamo: lo scandalo Watergate e le manovre di Nixon per insabbiarlo; il programma Cointelpro dell’FBI per infiltrare le Pantere Nere e altri gruppi radicali; i tentativi di assassinare Fidel Castro da parte della CIA; i depistaggi sulle stragi italiane da Piazza Fontana in poi; le trame della P2 di Licio Gelli; la produzione di false prove contro il regime di Saddam Hussein per giustificare l’invasione dell’Iraq.
Nella seconda categoria troviamo gli incubi a occhi aperti sugli Illuminati, i Protocolli dei Savi di Sion, il piano Kalergi, la “grande sostituzione etnica” e George Soros che muove i fili del mondo, Bill Gates che ci controlla con i nanochip nei vaccini, i Rettiliani, le scie chimiche, QAnon e la Cabàl di satanisti pedofili.
Anche quando una fantasticheria di complotto sembra riguardare un singolo evento, lo integra in una congiura vastissima, innervata a tal punto nei centri del potere mondiale e con un tale numero di complici da implicare per forza il complotto universale.

MECCANISMO BIOLOGICO

Le neuroscienze localizzano quello che chiamiamo raziocinio nella corteccia cerebrale prefrontale. Un’area molto sottile, un «fazzoletto grigio» — così la definisce Massimo Polidoro (giornalista, divulgatore scientifico e segretario del Cicap, Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) — della neocorteccia, la parte del nostro cervello che si è evoluta più di recente. Le emozioni risiedono invece nel sistema limbico, un’area molto più antica che il neuroscienziato Paul D. MacLean — ricordato per la teoria del “cervello trino”, oggi superata — chiamava in modo efficace «paleocervello». Nell’area limbica è molto importante l’amigdala, struttura che ha il compito di reagire ai pericoli e mandare segnali d’allarme a tutto il corpo.
In presenza di uno stimolo, prima entrano in gioco le funzioni del paleocervello, in particolare dell’amigdala, poi quelle della corteccia prefrontale. Quest’ultima interviene per vagliare i segnali d’allarme, regolare le emozioni, farci ragionare. Basandosi su questo, lo psicologo Daniel Kahneman ha introdotto la distinzione tra il “pensiero veloce” del sistema limbico (emotivo, impulsivo, automatico) e il “pensiero lento” della corteccia prefrontale (analitico, prudente, controllato).
Il pensiero veloce ci ha permesso di sopravvivere come specie. «I nostri antenati che vivevano nella savana», scrive Polidoro nel suo Il mondo sottosopra, «erano alle prese con leoni, pantere e altre minacce alla propria sopravvivenza, e non potevano permettersi di riflettere troppo. Era necessario decidere in fretta se la sagoma scura che si vedeva tra le foglie poteva essere un predatore o solo un gioco di luci e ombre: non farlo poteva significare l’estinzione. Dunque, meglio scappare sempre… piuttosto che fermarsi a verificare».
Il problema è che il nostro cervello tende a funzionare così anche in contesti diversissimi. In momenti di stress, paura o collera questo ci porta a compiere errori, a prendere decisioni sbagliate o a trarre conclusioni ingiuste prima che il pensiero lento possa intervenire. Da ciò derivano molti dei bias (pregiudizi) che condizionano la nostra vita, studiati dalla psicologia e dalle scienze cognitive.
Nel corso del decennio scorso il cortocircuito tra il flusso continuo e ansiogeno delle notizie — molto spesso cattive notizie — e gli algoritmi dei social network che incentivano reazioni immediate ha rafforzato i nostri bias e reso gli errori non solo più frequenti ma più rapidi nel propagarsi.

Il Corpo amigdaloideo, situato nella parte dorsomediale del lobo temporale del cervello: gestisce le emozioni, e in particolar modo la paura

MECCANISMI PSICOLOGICI

Il primacy effect è la tendenza a ricordare le prime informazioni ricevute e a ritenerle più importanti di quelle lette o sentite dopo. Avviene anche quando sono calmo, ma molto di più quando provo emozioni intense. Se ricevo una notizia mentre sono inquieto, arrabbiato o impaurito, tendo a ricordarla più facilmente. Questo influenzerà le mie elaborazioni e decisioni successive. Anche quando entra in azione la corteccia prefrontale, l’effetto è difficile da correggere per via dell’euristica della disponibilità: se ricordo una cosa, vuol dire che è importante. Tendo a ritenere più valido quel che posso richiamare alla mente con poco sforzo, a scapito di ciò che potrei conoscere con uno sforzo maggiore. Ne deriva il pregiudizio di ancoraggio: pensando, non mi allontano dal punto su cui mi sono fissato fin dal principio, convinto che sia il punto della questione, quando in realtà l’ho scelto in modo arbitrario.
Se le informazioni ricevute all’inizio erano all’insegna del “niente è come sembra” e dell’idea che esista una verità nascosta da trame occulte, tendo a restare in quello schema, mettendo in fila altri bias e distorsioni cognitive. Il pregiudizio di intenzionalità mi fa pensare che se qualcosa è accaduto — un incidente, un’alluvione, un’epidemia — qualcuno deve averlo voluto e pianificato. Il pregiudizio di proporzionalità mi convince che un evento su vasta scala e con molte conseguenze non possa avere una causa “piccola”: deve averne per forza una “grande”, che a sua volta — in base al pregiudizio di intenzionalità — deve dipendere dalla volontà di qualcuno.
Una pandemia non può avere come causa scatenante un episodio impercettibile come lo svolazzo di un virus da un animale a un essere umano, in seguito a processi impersonali, oggettivi, a cui tutti contribuiamo: deforestazione, urbanizzazione, allevamento intensivo… No, dev’essere l’esito di un piano globale, e quel piano deve avere un volto. Mi additano Bill Gates. È ricchissimo, mi è sempre stato sulle palle, fa carità ipocrita, c’entra qualcosa con i vaccini, Windows mi si blocca sempre… Ok.
A questo punto, scatta il pregiudizio di conferma: senza nemmeno accorgermene, scelgo le informazioni che rafforzano la mia convinzione e scarto quelle che la metterebbero in crisi. Ogni volta ne traggo la sensazione che ciascun tassello vada al proprio posto, cosa che mi dà soddisfazione, mi fa sentire forte e in grado di dominare ogni tema e materia. L’esaltazione rafforza l’effetto Dunning-Kruger: ciascuno di noi tende a sopravvalutare le proprie conoscenze, a darle per scontate. Perché a volte si vede la luna di giorno? Perché d’estate fa più caldo che d’inverno? Cosa fa il fegato, esattamente? A queste domande, la maggior parte di noi non saprebbe rispondere al volo. Io vado oltre, mi getto nelle dispute e disquisisco di virologia, ingegneria, balistica, chimica degli esplosivi o dei gas, astronautica, storia delle religioni…
Più sopravvaluto la mia capacità di leggere il mondo, più l’apofenia mi fa percepire collegamenti e schemi dove non ce ne sono. Noto che Trump indossa spesso cravatte gialle. Ci vedo un segnale preciso: sta dicendo che la pandemia è finta. La bandiera gialla è usata per segnalare che una nave non ha persone infette a bordo, e nel codice internazionale nautico il giallo sta per la lettera Q. Tutto torna. QAnon.
Entra in gioco anche la pareidolia, che mi fa vedere immagini nascoste, simboli o facce che affiorano da sfondi, come un tempo il volto di Satana nel fumo delle Torri Gemelle o la “faccia su Marte”. Avvisto il virus sars-cov-2 in una scena del film Captain America – Il primo vendicatore. È proprio il coronavirus, inconfondibile… ed è accanto a una pubblicità della birra Corona! Il film è del 2011, dunque tutto era previsto. Mi basterebbe fermarmi un minuto, guardare meglio, e capirei che quello non è il virus. È un mazzetto di bucatini Barilla disposti in modo da ricordare un fuoco d’artificio.

Ma… fermarmi? Non se ne parla. Dedico alla “ricerca” sempre più ore del giorno e della notte, non faccio che collegare elementi, discutere, diffondere materiali. Sono ormai in preda al bias da intensificazione dell’impegno: il tempo e le energie che ho investito non mi consentono di smettere, men che meno di invertire la rotta senza conseguenze sul mio ego, sulla mia autostima, sulla mia credibilità agli occhi altrui. Ogni giorno che passa, cambiare idea comporterebbe più fatica mentale. Ma perché dovrei cambiare idea, se sono nel giusto? È scattata la razionalizzazione post-acquisto: se ci ho investito tanto, vuol dire che l’affare era buono.
Se ogni tanto avverto una dissonanza cognitiva, per esempio tra la mia autostima e il fatto che la mia condotta abbia allontanato persone care, la risolvo nel modo meno faticoso: salvo l’autostima e dò la colpa agli altri.

Perdo amici, mi isolo da familiari e parenti? Colpa loro, non vogliono “svegliarsi”. Preferiscono restare nell’ignoranza? Che ci restino. E se non fosse solo ignoranza? Se fossero complici della Cabàl, potentissima congrega di adoratori del diavolo e carnefici di bambini? Per fortuna adesso mi stanno alla larga. Tanto ho una nuova comunità. E sempre più persone condividono le nostre idee. E se sempre più persone le condividono, vuol dire che abbiamo ragione. E così, contento del mio argumentum ad populum, vado avanti.
Quando dico che «ho fatto le mie ricerche», significa che ho navigato in Rete in balìa di tutti questi pregiudizi, errori e scorciatoie. Ho letto un paio di commenti su Facebook, guardato in fretta una foto su Instagram, leggiucchiato pagine trovate nella prima schermata di Google… Al massimo ho guardato pseudodocumentari targati QAnon come Fall of the Cabal o Out of the shadows.
E adesso è arrivato quel momento. Sono pronto. Devo portare la “ricerca” un passo oltre. Per nutrire un sempre più affamato pregiudizio di conferma e avere l’approvazione della mia nuova comunità, comincio a fabbricare prove.

È un “game” in perfetta simbiosi con gli algoritmi dei social network, nell’ambito dell’ormai compiuta gamification delle interazioni. L’utente dei social è costantemente spinto a cercare segni d’approvazione, ricompense, punteggi alti, record personali. Un feticismo dei numeri e del dato quantitativo, si tratti di follower, like, commenti, condivisioni, reazioni, retweet, citazioni, visualizzazioni di un video, etcetera. In un ecosistema dove chiunque è sempre in mostra e sempre in cerca di acclamazioni, protagonista del proprio reality show.
E il cospirazionismo si diffonde anche a sinistra. Perché le fantasticherie di complotto propongono rappresentazioni semplicistiche — spesso caricaturali — del capitalismo e surrogati di critica al sistema. In questo modo occupano un vuoto di analisi e iniziativa, fanno imboccare scorciatoie mentali, deviano il malcontento dove potrà esprimersi solo in impotenti mugugni, deresponsabilizzano.
Roba che affligge solo gli ignoranti e gli stupidi? No: non è questione di imbecillità ma di proiezione, un meccanismo di difesa psicologica a cui tutti possiamo soccombere.
Il mio malessere di sfruttato, di “malpagato derubato deriso disgregato” (Rino Gaetano, Mio fratello è figlio unico), è legato al mio posto nei rapporti sociali, a disuguaglianze strutturali, alla concentrazione della ricchezza, a come funziona il mercato del lavoro. Per comprendere questo stato di cose dovrei riconoscere l’ideologia che lo giustifica e lo presenta come naturale. Dunque dovrei mettere in discussione come vivo, come lavoro, i miei consumi, i miei miti, il tempo che passo sui social network, le mie contraddizioni. È una presa di coscienza faticosa, spesso evitata — o lasciata affievolire nel corso degli anni — anche da chi si ritiene politicizzato e attivo. Se invece proietto il mio malessere su un presunto nemico occulto posso evitare scomode autoanalisi e continuare nel mio tran tran.

In passato ho trattato il problema con alcuni dei miei libri.
In modi diversissimi.

Qui, nel 2005, prendendo in giro le maggiori leggende metropolitane (le chiamavamo così) dell’epoca.
Qui, nel 2008, affrontando con rigore due delle bufale più amate di sempre: Templari e Graal.

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