Lo sconcio letale dei “Wet market”

Questo è un atto di accusa contro un sistema catastrofico: l’accoppiata fra un governo illiberale e una crisi sanitaria.

«Siamo onde dello stesso mare», «Non siamo soli»: con graziosi slogan di questo tenore stampati sugli imballaggi delle merci inviate gentilmente in Italia allo scoppio della pandemia di Covid-19 nella penisola, la Cina ha tentato di depistarci (purtroppo con successo) dalle proprie responsabilità in tutto quello che è accaduto.

La Cina adesso ci “aiuta”, mandandoci presidi sanitari, mascherine e qualche medico (a pagamento, ça va sans dire), mentre dovrebbe chiederci scusa e pagarci i “danni di guerra”.
Come dimenticare, infatti, gli errori e le responsabilità di Pechino, specialmente nella gestione iniziale dell’emergenza e nel tentativo di nascondere l’epidemia? Come dimenticare quel medico 33enne, Li Wenliang, che per primo diede l’allarme all’ospedale di Wuhan dove lavorava e fu arrestato e messo a tacere — ed è pure morto per il virus?

Pipistrelli in vendita in un Wet Market cinese

Sulla sorgente della pandemia che viviamo in queste settimane l’opinione è ormai condivisa nella comunità scientifica: il Coronavirus è nato nei “wet market” cinesi di Wuhan, una città più grande di New York. Lì si è realizzato quel fenomeno che la scienza chiama “spillover” (in italiano “zoonosi”), ossia il passaggio di virus dagli animali selvatici all’uomo.

La storia della Sars del 2002/2003 ci ricorda che un altro virus della famiglia dei corona era nato proprio per zoonosi nei “wet market” cinesi. Questo perché la cultura dello “yewei” (l’uso di mangiare selvaggina esotica come pangolini, serpenti e pipistrelli) è molto diffusa nel sud della Cina: è uno status sociale, sinonimo di lusso, ricchezza e prosperità ed è il frutto di mode e ostentazioni relativamente moderne.

La promiscuità delle popolazioni rurali asiatiche con pollame e maiali ha innescato anche le diverse epidemie stagionali di influenza “suina” e “aviaria”, così come l’espansione urbana ha reso possibile in Africa il contatto con specie selvatiche quali il pipistrello frugifero, il serbatoio virale che ha originato le recenti epidemie di Ebola — peraltro i “wet market” non sono un’esclusiva cinese ma sono anche l’unica forma di sostentamento in certe zone africane —. E ci sono altri esempi. Alla fine degli anni ’90 in Malesia lo scoppio del virus Nipah fu il risultato di incendi boschivi, deforestazione e siccità che provocarono il trasferimento dei pipistrelli, vettori naturali del Nipah, dalle foreste alle fattorie: l’infezione così si diffuse tra gli agricoltori, scatenando sull’intero territorio malese la propagazione della malattia.
Povertà, arretratezza e specie selvatiche: il mix è sempre lo stesso, ed è esplosivo.

È stato lo stesso Donald Trump a parlare di «virus cinese»: però il suo stile bestiale ha trasformato l’iniziativa in un’aggressione razzista e xenofoba, provocando l’effetto opposto. E così, mentre l’occidente annaspa, la Cina ha avviato con successo una strategia di riposizionamento globale, nascondendo le tracce delle proprie colpe con la “generosità dei suoi aiuti” e la “bontà dei suoi provvedimenti”. Emettendo soltanto un divieto temporaneo sui mercati della fauna selvatica in cui animali come zibetti, cuccioli di lupo e pangolini sono tenuti in vita in piccole gabbie mentre sono in vendita: il tutto in condizioni letali di sudiciume e promiscuità che favoriscono l’incubazione di malattie.
D’altra parte, il nome “wet market” – letteralmente “mercato umido” – deriva proprio dal sangue, dalle viscere, dalle squame, dagli escrementi e dall’acqua che bagnano i pavimenti delle bancarelle. Come accusano gli attivisti di Animal Equality, «è un vero inferno per gli animali che vivono in condizioni allucinanti le loro ultime ore di vita in attesa di essere squartati e macellati, ammassati uno sull’altro nella sporcizia più totale» (ma è anche una bomba biologica per gli esseri umani).

Cani venduti in un mercato un giorno prima della festa annuale della carne di cane, 21 giugno 2015, Yulin, Cina

George Knowles, corrispondente per il Mail, racconta lo spettacolo horror dei mercati della carne riaperti da Pechino dopo la strombazzata vittoria sul coronavirus: «Cani e gatti terrorizzati, stipati in gabbie arrugginite. Pipistrelli e scorpioni offerti in vendita come medicina tradizionale. Conigli e anatre macellati e scuoiati fianco a fianco su un pavimento di pietra coperto di sangue, sudiciume e resti di animali».
Knowles ha raccolto testimonianze dai mercati di Guilin, nel sud-ovest del Paese, e Dongguan, nella Cina meridionale. «Tutti qui credono che l’epidemia sia finita e non ci sia più nulla di cui preoccuparsi. Ora il problema è degli “altri”, e i mercati sono tornati a funzionare esattamente come prima del coronavirus». Anzi no, una differenza c’è: «Le forze dell’ordine cercano di impedire a chiunque di scattare foto».
La Wildlife Conservation Society ha chiesto più volte di contrastare il traffico illegale e il bracconaggio di animali selvatici non solo per ridurre il rischio di diffusione di malattie, ma anche per affrontare uno dei principali fattori di estinzione delle specie. Inutilmente.

E di fronte a tutto questo il governo cinese che fa? Promuove teorie cospirative secondo le quali l’epidemia non è affatto iniziata in Cina. Per esempio, una storia ampiamente condivisa sulla piattaforma Weibo (social network equivalente a Facebook) afferma che il coronavirus «è stato rilevato per la prima volta in Italia a novembre» (!). Nel frattempo, i funzionari cinesi promuovono ipotesi complottistiche secondo le quali sarebbe stato l’esercito americano a portare il virus sulle coste asiatiche.

Il tentativo — quasi riuscito, ormai, a giudicare dagli italiani contenti sui social e di trend come l’hashtag #AbbracciaUnCinese — di rovesciare la verità portato avanti dal Partito Comunista Cinese ha dell’incredibile, nella sua sfrontatezza. Ammettere di essere responsabile del disastro sanitario ed economico che ci affligge non è nemmeno pensabile: tutto ciò che collega il colosso orientale al virus deve essere messo in discussione e possibilmente scomparire dai libri di Storia.
Per prima cosa, la Cina ha lanciato un’aggressiva campagna diplomatica e mediatica allo scopo di cercare di occultare definitivamente al mondo la data esatta dell’inizio dell’epidemia. Facendo dimenticare che tacendo per mesi (ormai si sa che i primi casi erano già noti a novembre 2019, mentre l’epidemia è stata resa pubblica solo il 20 gennaio 2020) ha permesso che il virus si diffondesse sia all’interno dei propri confini che nel resto del mondo, durante l’intero periodo festivo del capodanno lunare.
In seconda istanza, tutti gli ambasciatori cinesi all’estero hanno ricevuto l’ordine di diffondere il seguente messaggio attraverso il loro account Twitter (social vietato in Cina) o di cercare di far sì che venisse ripetuto dai media stranieri: «Se è vero che il coronavirus è stato debellato con successo da Wuhan, la sua vera origine rimane sconosciuta. Stiamo cercando di scoprire esattamente da dove proviene».

Allo stesso modo, i media cinesi – controllati dal PCC – insistono da settimane sul fatto che il mercato degli animali di Wuhan (oggi completamente ripulito e in procinto di venire raso al suolo: per non lasciare alcuna traccia), che sappiamo essere all’origine dell’epidemia, non sarebbe più l’epicentro del contagio. La parola d’ordine è: “instillare con ogni mezzo il dubbio nelle menti delle persone e dei media occidentali”. Per poi alimentare tutte le fake news attualmente in circolazione. All’uopo il virus cinese diventa di volta in volta “americano”, oppure “giapponese”, perfino “italiano”!
In Giappone, dove non hanno esattamente l’anello al naso, si sono giustamente incazzati. Nella prima decade di marzo l’ambasciata cinese a Tokyo avrebbe inviato un messaggio a tutti i cittadini cinesi in Giappone circa le linee guida da seguire in caso si fossero trovati di fronte al “coronavirus giapponese”: come se il virus una volta arrivato in Giappone avesse preso il passaporto nipponico. Una mossa sconcertante che non è passata inosservata al governo di Tokyo, il quale ha reagito duramente rinviando subito la visita ufficiale di Xi Jinping in Giappone, prevista per aprile. Per sovrammercato, ha pure vietato l’ingresso ai cittadini cinesi sul proprio territorio.

Infine, beffa nella beffa, una martellante campagna di propaganda diffusa da fine febbraio a tappeto su tutti i mezzi di comunicazione stranieri, compresi Facebook e Twitter, invita il mondo a “ringraziare la Cina” per i sacrifici che ha fatto nella lotta contro il virus, esaltandone la disponibilità a condividere l’esperienza con i Paesi che ne hanno bisogno: «Continuando il nostro lavoro di prevenzione in Cina (…) forniremo supporto ai Paesi stranieri nei limiti delle nostre capacità», come recita il messaggio del 10 marzo del viceministro cinese per gli Affari Esteri. Un tentativo molto furbo di far passare il messaggio che l’epidemia è sotto controllo grazie al Partito Comunista Cinese, e che per i Paesi stranieri che si sono trovati ad affrontarla dopo (compreso il nostro) «sarebbe impossibile adottare le misure radicali che la Cina ha adottato», come ha scritto a metà marzo il quotidiano governativo Global Times, cercando di far passare a livello internazionale il messaggio che il controllo assoluto garantito dal sistema illiberale di governance cinese sia migliore di quello delle democrazie occidentali, e l’unico in grado di garantire la gestione di questa come di qualsiasi altra emergenza.

Andrebbero presi seri provvedimenti con Pechino a livello globale.
Dovrebbero intanto essere vietati SUBITO tutti gli aspetti del business degli animali selvatici: allevamento, trasporto e commercializzazione. Dovrebbe esserci poi una chiusura permanente dei “wet market”, vista l’evidente incapacità o riluttanza del governo a regolamentarli.
Ma in questo momento non è possibile fare alcunché con la Cina: è “la fabbrica del pianeta”. Vi si producono gran parte delle merci mondiali; le stesse mascherine per l’epidemia provengono tutte da lì.
Molti Paesi vivono una subalternità evidente nei confronti di un Paese che racconta di aver affrontato e vinto la sfida “con i metodi migliori possibili”. (Ma è poi davvero così? Le informazioni sulla gestione dell’epidemia in Cina sono del tutto insufficienti e, paragonata ai metodi adottati a Taiwan e in Corea del Sud, la reazione cinese sembra assai più rozza. Sui numeri reali di vittime ci sono poi vicende mai chiarite come la sparizione di 21 milioni di utenze telefoniche in appena tre mesi, o le decine di migliaia di urne funerarie fotografate in ogni città da reporter stranieri.)

In Italia la situazione di subalternità è aggravata dalla presenza al governo di un partito populista filocinese, il Movimento Cinquestelle: non manca giorno in cui il ministro degli Esteri, il grillino Di Maio, manifesti ossequio nei confronti del colosso asiatico. E vittima della medesima fascinazione sembra anche la stampa: i nostri media decantano quotidianamente in coro le lodi di un nostro presunto modello di lotta al virus ispirato al modello cinese, il cui successo effettivo, in presenza di un regime totalitario che non lascia trapelare le notizie più imbarazzanti, è tutto da dimostrare.
Gli unici a sospettare apertamente del sistema autoritario cinese restano gli americani: purtroppo, con Trump alla guida, anche gli USA soffrono d’un enorme difetto di credibilità e affidabilità a livello internazionale.

Sta di fatto che la spaventosa accoppiata fra censura governativa e “wet market” è sempre lì, come una spada di Damocle sanitaria pendente sulla testa dell’intero pianeta.
Non è razzismo: è matematica, è statistica. Si tratta di dati acclarati. Da oltre vent’anni le peggiori epidemie scoppiano non in Indonesia, non in Brasile, non in India, Paesi ugualmente sterminati e con profonde disuguaglianze, ma solo ove ci siano “wet market”. Fino alla penultima (la Sars), a furia di esercito-prigione-chiusure il totalitarismo cinese era riuscito a frenarne la fuoriuscita. Stavolta i sistemi del Partito Comunista Cinese non hanno funzionato: l’epidemia è scappata di mano e ha contagiato il pianeta.
Quante altre crisi come il Covid-19 dovremo affrontare ancora, per colpa loro?

Nota a margine

Di certo nell’assalto al potere dei Casaleggio c’è una costante: la politica estera quale territorio dominato dal business. Un territorio esclusivo, una diplomazia parallela da gestire con il massimo riserbo.
Non solo nel programma elettorale M5S del 2013 non c’era una riga sui rapporti internazionali, ma fu il vertice della Srl milanese a imporre, contro la volontà del gruppo parlamentare, l’alleanza con Nigel Farage al Parlamento Europeo. L’abbraccio con Vladimir Putin avvenuto poco tempo prima – primavera 2014 – fu invece sancito da un’intervista di Grillo organizzata dagli uffici di Milano della Casaleggio (una virata inaspettata, viste le contumelie che dal blog erano partite in passato nei confronti del regime moscovita).
Siccome i grillini non si lasciano sfuggire nulla dell’illiberalità populista-sovranista mondiale, specialmente quando si tratta di complottisti, nel giro c’è anche l’Alt-Right statunitense: Davide Casaleggio chiese a Steve Bannon di non rivelare il loro incontro avvenuto a Roma a ridosso del giuramento del primo governo Conte, segreto che è rimasto tale fino al novembre 2018. Così come nulla è mai trapelato dalla Casaleggio sulla riunione con due esponenti di spicco dei brexiters nel gennaio 2015, Raheem Kassam (ex stratega Ukip, in seguito Breitbart London editor e uomo di fiducia di Bannon) e Liz Bilney, il futuro ceo di Leave.eu, una delle organizzazioni più importanti per la campagna referendaria della Brexit. A fare da anfitrione c’era ovviamente Nigel Farage.

E la Cina? Quando nasce l’asse tra il Movimento 5 Stelle e la Cina?
La risposta è nella foto scattata il 24 giugno 2013 nella quale compaiono i due fondatori, Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, accanto all’ambasciatore cinese Ding Wei: più che una stretta di mano sembra una rimpatriata tra vecchi amici, la stipula di un patto, una mano sopra l’altra.
È una foto poco conosciuta per una precisa volontà: di quella visita infatti non fu data alcuna notizia, né sul blog di Grillo né agli organi di stampa. L’unica traccia rimase in un laconico comunicato pubblicato dall’ambasciata cinese, anche questo rimosso poco tempo dopo la pubblicazione (link originale, oggi vuoto: http://it.chineseembassy.org/ita/xwdt/t1053951.htm).
L’ambasciatore cinese Wei affermava di aver incontrato i fondatori del M5s «con i quali ha scambiato vedute sui temi di comune interesse». L’incontro era informale e avvenne non all’ambasciata cinese ma nella sede della Srl in via Morone a Milano. Particolari che fanno supporre che il rapporto fosse solido e preesistente. Quali fossero però i “temi di comune interesse” non è mai stato esplicitato. È di certo l’attivismo imprenditoriale di Davide Casaleggio, figlio di Gianroberto, a far immaginare che i “temi di comune interesse” siano le nuove tecnologie e il loro utilizzo. Per esempio, quello di monitorare (e magari manipolare) un’intera popolazione.

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