Chiudere i conti con Bettino Craxi

Hammamet”, il film di Gianni Amelio sugli ultimi mesi di vita del leader del PSI, ha cambiato lo stato emotivo del caso Craxi. Molte ostilità preconcette sono rimaste — basta leggere i social —, ma la figura del leader sembra aver commosso i commentatori nostrani per il suo tragico destino di “capro espiatorio” (in effetti, quanti capi di partito avrebbero dovuto essere come lui condannati per finanziamento illecito della politica, per soldi arrivati illegalmente al partito, dall’Italia o dall’estero, non certo a loro insaputa?) e per l’orgoglio stentoreo con cui ha affrontato la caduta e la fine.

A 20 anni dalla morte, sulla carta stampata e in TV è un tripudio di commemorazioni, quasi tutte revisioniste: il “grande disegno politico”, il “riformismo moderno”, il “coraggio di Sigonella” e via cantante. La distanza dei fatti dall’oggi fa il resto: diversi di quelli che scrivono sui media non hanno vissuto personalmente la Milano degli anni Ottanta, non hanno visto coi propri occhi i vari Pillitteri, Schemmari, Armanini, Larini, Manzi, Radaelli, Dini. Nomi che forse oggi non dicono niente, specialmente ai giovani, i quali se sanno qualcosa di Craxi pensano solo a lui, Benedetto detto Bettino: mentre dietro o subito sotto c’era “una banda” (come la definì Eugenio Scalfari) di cui alla fine “il mariuolo” Mario Chiesa era solo l’ultimo picciotto.

Il ministro Gianni De Michelis in pista

Io in quella Milano lì c’ero: vi sbarcai nel 1986, giovane terrone di belle speranze, attratto dal poter imparare il mestiere del momento (la pubblicità: e Milano ne cominciava a diventare una delle capitali mondiali, grazie alla Fininvest e all’avvento degli spot luccicanti anche in Italia, finalmente libera dagli assurdi legacci di “Carosello”). Vidi coi miei occhi il fasto. Vidi coi miei occhi l’assurdo avvicendamento di un sindaco molto amato dai milanesi e molto efficiente — Carlo Tognoli (il più giovane nella storia della città) — con “il cognato di Craxi”, Pillitteri. Chi non ha vissuto quella Milano lì, la “Milano da bere” (la ricorda bene anche Alex Gilioli nel suo blog), «non può conoscere l’aria opprimente, avvelenata, arrogante che vi si respirava. Non sa sotto quale cappa di potere, intrecci, denaro, relazioni e corruzioni fosse soffocata la vita quotidiana. Si fa presto a parlare del Craxi “statista”, non avendone visti i tentacoli in azione nel lavoro, nelle carriere, negli appalti, nei media, nella cultura, nella cosa pubblica. Tentacoli che taglieggiavano ogni giorno la città e il Paese per poter ostentare ricchezza, carte di credito gold e aperitivi al Gin Rosa, cene al Matarel e notti in discoteca. E tante modelle postadolescenti al braccio di sessantenni grassi in cravatte regimental e profumi Penhaligon’s.
Il tutto dissanguando i beni comuni e arrivando a inventarsi opere pubbliche pur di continuare a spremere: Walter Armanini, per dire, dopo aver finito di lucrare sui camposanti dei cristiani, ideò i cimiteri per cani e gatti, pur di avere nuovi appalti da cui attingere».

È il dato incontestabile da sbattere in faccia alle memorie corte: il PSI a Milano (e non solo) era diventato un’associazione di potere e d’affari illeciti finalizzati all’arricchimento personale e alla sua esibizione.
La colpa principale di Bettino Craxi, che implica grosse responsabilità morali, fu dunque quella di avere troppo tollerato nel suo partito, il PSI, personaggi a dir poco improbabili, in un clima dove abbondavano “nani e ballerine, come ebbe a dire il ministro socialista Rino Formica negli anni ’80, cioè sicofanti e profittatori.
E tutti sapevano. Così come sapevano che il tale era diventato primario o caporedattore o amministratore delegato solo perché era nel giro giusto, quello del Garofano. E chi dal giro era fuori doveva attaccarsi o tentare di entrarci, piegando il capo alla ragnatela degli onnipotenti.
Tutti sapevano e tutti tacevano. Eccetto pochissimi: Basilio Rizzo, Gianni Barbacetto, Nando Dalla Chiesa e un giovane missino, Riccardo De Corato. Gli altri? Complici o inerti: anche nel PCI milanese, quello “migliorista”, quello che editava “il Moderno” coi soldi di Fininvest, Ligresti e Gavio.

Ricorda ancora Alex Gilioli, quella era la Milano dove «se cerchi casa non è un problema, basta conoscere un socialista» (Luca Barbarossa). Ed era la Milano del «peggior partito socialista d’Europa», come più tristemente constatava Giorgio Gaber.
Tutto si può (fino a un certo punto, certo) perdonare a Craxi: le mazzette ENI e MM, il CAF, i favori a Berlusconi contro i pretori che gli spegnevano i ripetitori TV, i fischi a Berlinguer. Ma non gli si può perdonare di avere reso, con la sua corte orgiastica e sfrenata, per sempre impronunciabile quella bellissima parola che doveva invece essere eterna: “socialista”. Facendola traslocare, come diceva Enzo Biagi, «da Turati a Turatello».

Per evitare che la spettacolare performance di Pierfrancesco Favino che si trasforma in Craxi sia solo la metafora del tentativo di trasformare storicamente il vero Craxi in qualcos’altro, occorre dunque ripercorrere approfonditamente il personaggio (Craxi, non Favino).

IL SOCIALISMO CHE FU

Non si capisce appieno Craxi — e per la verità non si capisce nemmeno il Pietro Nenni post-1956 — se si dimentica che il Socialismo italiano ebbe sempre almeno due anime (se non cinque), diviso fra “socialdemocratici” di stampo europeo e “massimalisti”, spesso ancor più rivoluzionari questi ultimi (a parole) dei comunisti, che del massimalismo socialista diventarono l’ala organizzata e disciplinata, e in pochi anni di totale ispirazione sovietica.
Già ben presenti a fine ’800, i socialdemocratici si affermarono rapidamente in Germania subito dopo il ciclone bellico che aveva lacerato nel 1914-18 la grande famiglia socialista europea, e in risposta (anche armata) al bolscevismo russo. Non si sa se la socialdemocrazia si sarebbe allora affermata anche in Italia, perché il fascismo, uscito in pieno inizialmente dalla costola del socialismo italiano, chiuse a partire dal 1923 la partita. Ma è certo che dal 1912 al 1914 furono i massimalisti con Benito Mussolini a guidare il PSI, tornando alla testa (senza Mussolini) nel 1919 quando a Bologna al XVI Congresso aderirono per acclamazione all’Internazionale Comunista moscovita; nel ’22 Turati e i moderati furono espulsi.

LA CELEBRE PROFEZIA DI TURATI

È rimasta famosa la profezia che Turati lanciò parlando il 19 gennaio del 1921 al XVII Congresso socialista di Livorno, quello che vide la scissione comunista in risposta all’appello bolscevico. Il mito della rivoluzione russa non sarebbe durato a lungo, disse Turati; si sarebbe innervato, per durare, sulla forza del nazionalismo russo, diventandone l’ultima incarnazione; se innescata anche in Italia, la rivoluzione bolscevica avrebbe portato una durissima reazione, essendo l’Italia non sviluppata come la Germania ma neppure arretrata come la Russia, bensì una via di mezzo dove la borghesia non avrebbe accettato il bolscevismo. Tutto vero. Sessant’anni dopo (1982), uno che a Livorno c’era e da protagonista comunista, Umberto Terracini, disse alcune cose che non piacquero al suo partito e le disse anche Camilla Ravera, un’altra che da comunista a Livorno c’era: dissero che allora Turati aveva ragione, e i comunisti torto.

È partendo da questo che Craxi commise un errore che alla fine gli sarebbe risultato fatale: la sottovalutazione della forza organizzativa e dell’istinto di sopravvivenza del PCI.
Bettino Craxi aveva uno schema mentale piuttosto semplice con cui misurare i rapporti con il comunismo, italiano e sovietico, e ne traeva una conclusione altrettanto semplice: sono partiti con il piede sbagliato e, avendo fallito le grandi promesse, hanno perso la partita. Come dargli torto? Craxi fu, in Italia e non solo, il grande protettore degli apostati ed esuli del comunismo. «È lui che ci ha aiutato, dal PCI solo alcune buone parole di Giorgio Napolitano, perché il PCI parlava con la Cecoslovacchia ufficiale, non con noi», diceva il cecoslovacco Jiří Pelikán. Craxi, il cui ego come spesso accade ai leader politici non era certo di modeste dimensioni, pensava che lui stesso e la Storia avrebbero risolto “l’equivoco comunista”.
Il suo piccolo trionfo su scala italiana doveva essere la caduta del Muro di Berlino nel novembre del 1989 e tutto quanto ne seguì: fu invece l’inizio della sua fine. La causa fu il combinato-disposto fra “nani e ballerine” e tutto il conseguente, e l’istinto di sopravvivenza di un partito (e di una cultura) che Palmiro Togliatti, uomo nobile che però ignobilmente copriva di insulti nell’aprile 1932 la memoria di un Turati da pochi giorni scomparso, aveva modellato come una macchina da guerra, non ancora del tutto spompata.

Per capire Craxi resta perciò fondamentale il suo rapporto conflittuale con il PCI, e con il comunismo in genere e sovietico in particolare. La storia delle relazioni con la DC è invece cosa diversa, una ripresa del centrosinistra con meno ambizioni e più cinismo, dove un partito indebolito da troppe correnti e da 40 anni ininterrotti di governo — grazie a un PCI troppo legato a Mosca per governare in un Paese della NATO e deciso a rimanere nell’Alleanza Atlantica — poteva accomodare un’alternanza socialista, mantenendo però ben salde le leve del potere economico e finanziario nell’ampio mondo di grandi imprese e banche IRI. Entrambi, socialisti e democristiani, utilizzarono abbondantemente in quell’ultimo scorcio di Guerra Fredda la spesa pubblica italiana per governare, con un salto di qualità negativo per il Debito Sovrano che il nostro Paese non ha più saputo recuperare.

COME FUNZIONAVA DAVVERO LA “SOVRANITÀ”

Ai nostalgici della Lira e della spesa pubblica in forte deficit, che oggi si fanno chiamare “sovranisti”, si sono ultimamente aggiunti anche — dal governo e dai sindacati — i nostalgici dell’IRI.
C’è una coerenza nella nostalgia che alcuni provano per la Lira, la spesa, e l’IRI: le tre erano, infatti, il “pacchetto” che caratterizzava la Prima Repubblica. A costoro, e al loro anelare il tempo che fu, sfugge però il passaggio successivo. Se le cose stavano andando così bene, perché mai fu deciso di cambiare?
La decisione di frenare la spesa pubblica (che fino ad allora era finanziata anche con l’emissione di moneta) fu presa agli inizi degli anni Ottanta; la decisione di abbracciare la moneta unica fu presa a metà degli anni Novanta. E, sempre negli anni Novanta, fu smantellata l’IRI. Qual era la logica di tutte queste decisioni?
L’Italia aveva una spesa pubblica fuori controllo, così come aveva delle relazioni industriali “oliate” dalle molte svalutazioni. Non avendo il sistema politico italiano la forza per frenare la spesa e normalizzare le relazioni industriali, si pensò che la soluzione fosse quella di creare un vincolo esterno che agisse nella direzione voluta. Fu così deciso di cedere una parte di “sovranità” quale strumento per uscire dall’angolo in cui si era finiti. La cessione di sovranità verso l’estero era quindi lo strumento per riacquistare sovranità verso l’interno.

In passato, le infrastrutture — telefonia, acciaio, autostrade, voli arei, finanziamenti a lungo termine — erano offerte dallo Stato attraverso l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI). Era il lascito dirigista del Ventennio — o, se si preferisce, della svolta statalista, “keynesiana”, ai tempi della grande crisi degli anni Trenta —. Era lo Stato a offrire i “beni base”, quelli che servivano per produrre i “beni finali”.
I pisani aprivano gli alberghi e le pizzerie per i turisti, che arrivavano con Alitalia o con Autostrade a fotografare la torre. Altri dirigevano le imprese che usavano l’acciaio dall’Italsider. Altri ancora si finanziavano presso l’IMI. Infine, tutti potevano telefonare grazie alla SIP (in origine Società Idroelettrica Piemontese: e qui si apre il capitolo della nazionalizzazione dell’energia elettrica, che ha dato luogo all’ENEL, il gigante energetico parente dell’altro pantagruele, l’ENI, nato nel Dopoguerra). Fuori dal campo delle infrastrutture, perché col tempo l’IRI si era allargata, i ristoratori pisani potevano pure comprare i pomodori dalla SME e offrire i cioccolatini e i panettoni sempre della SME (in origine Società Meridionale Elettrica: di nuovo, come nel caso della SIP, abbiamo una vicenda legata alla nascita dell’ENEL).
Per non dire di Mediobanca, controllata dalle Banche di Interesse Nazionale (BIN), a loro volta controllate dall’IRI da prima della Seconda Guerra Mondiale, ma autonoma. Il mercato primario, quello dove le imprese si approvvigionano di obbligazioni e azioni, passava quasi tutto attraverso Mediobanca che, in questo modo, governava il sistema privato. Mediobanca collocava i titoli presso il pubblico attraverso gli sportelli delle BIN.

Questo era il mondo della “sovranità” all’italiana, cui si vorrebbe tornare. Un mondo massicciamente statalizzato. In questo mondo fu costruito negli anni Sessanta e Settanta lo stato sociale — sanità, scuola e pensionicon le entrate che erano, a differenza degli altri Paesi che costruirono nello stesso periodo il loro stato sociale, inferiori alle uscite.
Da quel vulnus e da quegli allegri sperperi post-bellici trae origine l’enorme Debito Pubblico odierno dell’Italia. Il debito pubblico italiano fino agli anni Ottanta di Craxi e della “Milano da bere” era detenuto dalle banche italiane: era facilmente governabile, perché le banche erano in gran parte pubbliche. Negli anni Novanta il debito passò nelle mani delle famiglie: era di nuovo facilmente governabile, perché, in cambio di rendimenti elevati, queste lo sottoscrivevano volentieri (alzi la mano chi non ha mai sentito i genitori — specialmente quelli impiegati “a posto fisso” — mormorare di investimenti dei risparmi in BoT).
Si aveva così un meccanismo di consenso semplice: la politica governava il deficit e il debito prima attraverso le “sue” banche e poi attraverso gli alti rendimenti. In questo modo non si poteva formare un giudizio “di merito” sul debito italiano. Nel primo caso gli investitori erano catturati, nel secondo sedotti. In breve, il Principe non faticava per ricevere il consenso degli elettori, perché il debito crescente si sarebbe poi scaricato sui “non nati”, ossia sulle generazioni future (ossia NOI!), che notoriamente non votano.
Si può dire la stessa cosa del sistema pensionistico, che allora elargiva redditi superiori ai versamenti. In quegli stessi anni Ottanta, a Milano, io avevo come coinquilina una parmense di 40 anni che era appena andata in pensione. (Sì, in pensione a 40 anni: e per giunta con un reddito pari all’ultimo stipendio percepito! Può sembrare fantascienza, ma negli anni di Craxi e della “sovranità” ci si poteva pensionare dopo i celebri “19 anni, 6 mesi e 1 giorno” di lavoro. Per cui c’era gente, come un mio zio o come il padre di un mio compagno di scuola, che, compiuto il “primo ciclo vitale lavorativo”, nell’arco di una vita aveva il tempo di compierne anche un secondo, e giungere una seconda volta alla pensione…).

Arriva con gli anni Novanta il momento del “mercato”, nella doppia direzione degli Italiani che possono investire all’estero, e dell’estero che può investire in Italia. I giudizi di merito si possono perciò formare: qual è il premio — il maggior rendimento richiesto — per detenere il debito italiano rispetto a quello tedesco? Il Principe, a differenza di prima, deve ora convincere una platea piuttosto vasta che il suo debito è sottoscrivibile. Cambia così la natura del rapporto: nel primo caso il Principe non doveva convincere nessuno intorno alla tenuta del debito, nel secondo, invece, deve farlo.

L’ECONOMIA IN SALSA NOSTRANA

Chi desidera il ritorno della spesa pubblica in deficit è infastidito dal controllo che l’industria finanziaria esercita indirettamente (attraverso il differenziale di rendimento fra i BTp e i Bund: il famigerato Spread) sulle politiche economiche, ed è anche infastidito dall’influenza di Bruxelles sui vincoli di deficit e debito. E quindi accusa i “poteri forti” di essere il nemico dell’Italia.
Fu però decisa dal potere politico italiano, e non dai poteri forti, la cessione di sovranità. Perché mai? È presto detto.

Il ragionamento economico funziona così. L’Italia ha storicamente una discreta base industriale, ma penalizzata dagli alti tassi di interesse. Il livello di questi ultimi dipende dall’inflazione corrente e dall’incertezza intorno al suo corso futuro. L’incertezza richiede un premio (per il rischio) sopra il tasso di inflazione corrente. Il denaro alla fine costa molto più che in altri Paesi e penalizza l’industria italiana (ma anche le famiglie se accendono i mutui, e lo stesso Tesoro in sede di pagamento degli interessi). Vincolando il cambio, l’inflazione non può che scendere, e vincolando il bilancio pubblico al solo finanziamento con obbligazioni (ossia senza emissione di moneta), l’inflazione non può che scendere. Se l’inflazione si comprime, i tassi (reali) d’interesse si comprimono, perché scompare il premio per il rischio, e quindi l’industria italiana non è più penalizzata rispetto ai concorrenti esteri.

Al ragionamento, fin qui lineare, manca un pezzo determinante. La decisione di apertura dei mercati e di adozione dell’Euro aveva un risvolto politico, perché il meccanismo dell’aggiustamento dei conti e del consenso attraverso le svalutazioni era ora reso impossibile. I salari in Italia crescevano più della produttività. In diversi momenti nel corso del tempo — ossia man mano che crescevano i differenziali di inflazione — le merci italiane diventavano meno competitive. E dunque si arrivava a un bivio: o si fermava la crescita salariale, o si investiva in tecnologie superiori che avrebbero protetto la crescita del costo del lavoro. Per decenni si scelse una terza opzione: la svalutazione della Lira. Era la più semplice delle soluzioni, perché le merci italiane tornavano (seppur temporaneamente) appetibili, mentre non si toccava la dinamica salariale, ossia si lasciavano intatte le “relazioni industriali”. Con l’Euro la terza opzione scomparve.

Riunione del PSI

COME CRAXI & C. CREARONO IL MOSTRO DEL DEBITO PUBBLICO

Ma per completezza di analisi del “Craxismo” e della presunta “grandezza da statista” del buon Bettino bisogna comprendere appieno quali scelte sconsiderate si fecero in campo economico, scelte che paghiamo noi oggi e chissà quante altre generazioni a venire.

Dopo il “boom” post-bellico, dal 1968 al 1983 la situazione delle nostre finanze pubbliche inizia a precipitare. La crescita per fortuna resta buona, intorno al 3% medio annuo (anche se siamo lontani dalle performance del “miracolo economico”) ma con la crisi petrolifera del 1973 esplode un’inflazione galoppante (da noi ulteriormente “pompata” dalle svalutazioni della Lira). In Italia il carovita vola dal 5,2% del 1972 al 19% del 1974, mantenendosi attorno al 15% fino alla fine del decennio, quando si impenna di nuovo fino a toccare uno spaventoso 21,7%. In questo periodo va però sottolineato come i tassi reali siano fortemente negativi grazie a una politica monetaria statunitense molto permissiva. Intanto il miglioramento del welfare, processo in atto dal decennio precedente, provoca un aumento della spesa pubblica che si combina con la stagnazione delle entrate dando vita a un mix fatale che dal 1973 in poi ci porta a chiudere bilanci in pesante deficit (fino al 10%, più del triplo rispetto alle soglie del Trattato di Maastricht).

Il debito però non esplode, aumentando sì nei primi anni Settanta per via della recessione ma restando poi sostanzialmente stabile: nel 1981 si trova ancora al 60% del PIL. Per quale motivo? Perché dal 1975 la Banca d’Italia si impegna a garantire il successo delle aste dei titoli di Stato, stampando moneta per comprare le obbligazioni rimaste invendute (dal 1975 al 1981 gli interessi che pagavamo infatti erano in media inferiori del 10% rispetto all’inflazione, quindi collocare “carta” governativa era un’impresa ardua). In questo modo il costo dell’aumento del debito sparisce dai conti pubblici ma si scarica sulla Lira, che non a caso nella seconda metà degli anni Settanta si svaluta di un impressionante 40% rispetto al Dollaro.

Nel 1981 esplode la bomba nucleare che condanna l’Italia a morire di debito, complice la cronica avversione dei governi dell’epoca alla disciplina di bilancio. Viene innescata negli Stati Uniti dal nuovo presidente Ronald Reagan e dal Governatore della Federal Reserve Paul Volcker (scomparso di recente) che decidono di dichiarare guerra all’inflazione (allora al 14% negli USA). La Fed dà vita a una memorabile stretta sui tassi, passati in sei mesi dal 9% a quasi il 19%, abbattendo il carovita (nel 1983 oltreoceano al 3,2%) ma innescando una mini-recessione prima del boom economico. Tutte le altre banche centrali del pianeta sono costrette a inseguire la Fed, compresa Bankitalia.

È in questo contesto che nel luglio 1981 il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e il Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi avviano il “divorzio”: via Nazionale, come altre banche centrali, si libera dall’obbligo di acquistare i titoli di Stato invenduti, tornando a essere indipendente nelle sue scelte di politica monetaria. La decisione, avversata da tutti i principali partiti politici, permette alla Lira di restare all’interno dello SME (il Sistema Monetario Europeo, la banda di fluttuazioni tra le valute del Vecchio Continente introdotta nel 1979 e destinata a diventare il nucleo della futura unione monetaria).

Il nostro Paese arriva al 1982 in condizioni sudamericane: l’inflazione viaggia intorno al 17% divorando il potere d’acquisto di stipendi, risparmi e pensioni, i tassi d’interesse all’inizio dell’anno superano il 25%, lo spread tra i decennali italiani e quelli della Repubblica Federale Tedesca (una Germania, si badi bene, non ancora riunificata) tocca l’inimmaginabile record di 1.175 punti base. Una vetta mai più raggiunta nemmeno durante Tangentopoli e la crisi della Lira (769 punti base), o nella crisi del debito sovrano del 2011 che costò il posto a Berlusconi e spianò la strada a Monti (574 punti base).

Proprio nell’anno in cui gli azzurri alzano al cielo la Coppa del Mondo a Madrid, Banca d’Italia mette in guarda i governi dall’usare l’arma della spesa pubblica con eccessiva disinvoltura, rischiando di creare quel colossale debito che poi si è materializzato e che da trent’anni ci pende, affilatissimo, sul collo, rubandoci il futuro. «Nel biennio 1981-82 il prodotto interno lordo è rimasto stazionario — scrive il Governatore Ciampima il settore pubblico ha aumentato del 14% il suo debito in termini reali, mentre il debito del Paese verso l’estero è aumentato di 9 miliardi di dollari». Il disavanzo delle amministrazioni pubbliche italiane nel quinquennio 1977-82 ha superato il 10% del PIL, notava preoccupata Bankitalia, contro l’1% degli Stati Uniti.

Su spesa pubblica, deficit e debito bisogna correggere la rotta, sottolinea Ciampi: «La correzione deve affrontare il problema della spesa, modificandone l’angolo di rotta. I progressi nel campo della funzione sociale potranno essere salvaguardati e resi duraturi solo se saranno posti in una vera cornice di giustizia distributiva, di stabilità monetaria, di efficienza». Parole al vento… la realtà è un’altra: nell’Italia del 1982 vengono allegramente «introdotti sistemi di intervento pubblico che comportano nel presente, e ancor più nel futuro, spese incompatibili con le più ottimistiche previsioni di crescita — conclude amaramente il futuro presidente della Repubblica — promettendo la distribuzione di un reddito non prodotto e non producibile in tempi brevi».

Le parole di Ciampi cadono nel vuoto. I governi italiani che si succedono negli anni Ottanta, con in testa quelli di Craxi, continuano a mantenere saldi primari negativi al limite dell’indecenza (si sfiora il 15%), sorvolando allegramente sulla disciplina di bilancio.
È in questi anni che il debito decolla, anche perché con un’inflazione che non scende sotto il 10% fino al 1985, per trovare acquirenti di BoT e BTp il tasso medio dei nostri titoli di Stato resta sempre a doppia cifra. Il mostro del debito diventa spaventoso: nel 1980 era appena sotto il 60%, ma dieci anni dopo è già volato al 100% del PIL. (Grazie, signor “statista”…)
Nell’estate del 1992, pochi mesi dopo la firma del Trattato di Maastricht, arriva la spallata sui mercati: il finanziere George Soros mette alla prova la tenuta dello SME con un violento attacco speculativo, spingendo Sterlina britannica e Lira quasi fuori dal sistema e costringendo Bankitalia a una svalutazione brusca del 7%. Nel 1994 il debito pubblico raggiunge il 124% del PIL. Da allora è passato un quarto di secolo ma siamo ancora all’anno zero. Anzi in condizioni peggiori, con un passivo superiore al 130% del PIL. Condannati a morire di debito.

Craxi e l’Italia, un riassunto neutrale per i minori di 50 anni

Per ricordarsi in modo chiaro di Bettino Craxi uomo politico occorre avere almeno 50 anni (quindi soltanto circa metà degli italiani rammenta personalmente il “cinghialone”, come lo soprannominò velenosamente Vittorio Feltri): è scomparso il 19 gennaio del 2000, a 65 anni, in esilio (autoimposto) ad Hammamet in Tunisia. Morì da latitante, con due condanne per finanziamento illecito della politica e con quattro processi ancora in corso. Ma prima aveva corso come un purosangue.

Nel 1976 il Partito Socialista Italiano se la passava piuttosto male. A giugno c’erano state le elezioni politiche, in cui aveva preso poco meno del 10%, un risultato sotto le aspettative, e la guida del vecchio segretario Francesco De Martino era stata messa in discussione dai militanti e dai quadri intermedi. Secondo molti era ora di cambiare, e si decise quindi di convocare il Comitato centrale (l’organo collegiale del PSI) per il 15 luglio all’hotel Midas di Roma, sulla via Aurelia. Bisognava cercare una soluzione di transizione fuori dalla corrente maggioritaria di De Martino, ma era complicato: oltre ai demartiniani c’erano infatti i lombardiani, i manciniani e gli “autonomisti” del leader storico Pietro Nenni, tutte correnti con lo stesso peso all’interno del partito.

Craxi con Nenni nel 1957

Poco prima dell’elezione uno dei capi-corrente, il cosentino Giacomo Mancini, chiamò il demartiniano Giovanni Mosca e gli chiese di sondare le possibilità di Bettino Craxi, un giovane della corrente di Nenni, vicesegretario del partito proprio insieme a Mosca. Craxi non era conosciuto a livello nazionale e Mancini pensava fosse perfetto per traghettare brevemente la segreteria. Anche Mosca la pensava così, e infatti gli rispose: «Craxi conta un cazzo, perciò può mettere d’accordo tutti». Gli altri leader socialisti, convinti di poterlo rimuovere in pochi mesi, lo votarono e Craxi fu eletto segretario. Non andò proprio secondo le previsioni. Craxi avrebbe mantenuto il ruolo per i sedici anni successivi, arrivando nel frattempo a guidare uno dei governi più lunghi della storia repubblicana prima degli scandali giudiziari, della fuga dall’Italia e della morte il 19 gennaio di vent’anni fa.

Craxi e Berlusconi nel 1985

Benedetto Craxi nacque a Milano nel 1934, in pieno fascismo. La sua famiglia era ostile al regime — suo padre Vittorio si sarebbe poi candidato al Parlamento con il PSI — e all’inizio della guerra fu mandato in un collegio religioso in provincia di Como, sia per tenerlo lontano dal pericolo che per contenere il suo carattere turbolento: in almeno due occasioni, infatti, causò disordini insieme ad alcuni amici coetanei, una volta insultando un corteo di “balilla” (i giovani fascisti) e un’altra rompendo a sassate i vetri di una Casa del Fascio, cioè la sede locale del partito fascista.

Negli anni Cinquanta Craxi cominciò a frequentare gli ambienti culturali milanesi e si accorse che i comunisti erano molto più influenti e presenti, soprattutto grazie al contributo di Rossana Rossanda, che sarebbe poi diventata responsabile culturale del PCI e fondatrice del quotidiano Il Manifesto. Nel frattempo Craxi cominciò a collaborare con vari giornali dell’area socialista, tra cui l’Avanti!, e rimase colpito dall’organizzazione del partito messa in moto da Rodolfo Morandi, segretario del PSI a fine anni Quaranta. Grazie a lui il partito si espanse e diventò un vero partito di massa: aprirono diverse sezioni locali, soprattutto al Sud, e gli iscritti diventarono più di 700mila.

Come ha sottolineato lo storico Luigi Musella, autore di una delle più complete biografie su Craxi, l’insegnamento di Morandi rimase impresso nel giovane Craxi: l’idea secondo cui fosse necessario costruire un’identità politica autonoma, che si differenziasse dagli altri partiti e in particolare da quello comunista, sarebbe stata poi in effetti un tratto distintivo dell’azione di Craxi segretario.

Per tutti gli anni Sessanta Craxi ricoprì una serie di ruoli a livello locale, da assessore al comune di Milano a segretario provinciale del partito, poi nel 1968 fu eletto deputato, ma mantenne sempre uno stretto contatto con i compagni di partito milanesi, tra cui il cognato e futuro sindaco Paolo Pillitteri, formandosi una rete di collaboratori fidati prima a livello locale e poi nazionale (quella che, come detto, negli anni Ottanta sarebbe stata definita da Eugenio Scalfari “la banda”). Nel 1970 divenne vicesegretario del partito con il compito di curare i rapporti internazionali, cosa che gli permise di aumentare le sue conoscenze anche all’estero. Nonostante questo, al momento dell’elezione al Midas del 1976, Craxi era poco conosciuto e sottovalutato: su L’Unità Mario Melloni — più noto con lo pseudonimo di Fortebraccio — lo definì “Nihil, il signor nessuno”, e anche sugli altri giornali dell’epoca se ne parlò come di un personaggio di rango minore.

Da segretario di partito, Craxi dovette affrontare almeno due grandi problemi, collegati fra loro: la perdita di rilevanza del PSI e la sua scarsa performance elettorale. La causa di questi due problemi era chiara ed evidente a tutti, e fu sintetizzata molto bene dal filosofo Norberto Bobbio durante un convegno: «Nel nostro Paese un forte partito socialista c’è; ma non è il partito socialista». Il riferimento era evidentemente al Partito Comunista Italiano, il cui consenso era costantemente in crescita, al punto che si temeva che fosse sul punto di sorpassare la Democrazia Cristiana, mandando all’aria il precario equilibrio su cui si era retta la repubblica nei trent’anni precedenti.

Craxi era socialista ma anti-comunista, e per questo era visto con favore anche dagli americani: era espressione di una sinistra di tipo europeo e lontana da Mosca, e provò a mettere in discussione l’egemonia del PCI nella sinistra italiana attraverso una serie di iniziative, tutte volte a ribadire l’autonomia socialista: innanzitutto si oppose con forza al cosiddetto “compromesso storico”, che stava avvicinando democristiani e comunisti e rischiava di estromettere i socialisti, e usò come base d’appoggio intellettuale la “strategia dell’alternativa”, cioè l’idea secondo cui la sinistra doveva alternarsi alla DC in una sorta di bipolarismo ante-litteram, e non farci un’alleanza; poi teorizzò il superamento del marxismo, in particolare attraverso un famoso saggio scritto su L’Espresso nel 1978 in cui, tra gli altri, veniva citato il filosofo francese Pierre Joseph Proudhon, che definiva il comunismo «una “assurdità antidiluviana”». Infine, l’attacco definitivo al PCI avvenne tramite il riavvicinamento con la DC a partire dal 1979.
Craxi si distanziò dal PCI persino durante i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro, nel 1978: fu l’unico a sostenere pubblicamente la necessità di aprire una trattativa con le Brigate Rosse, cosa che effettivamente provò a fare in segreto.

L’attivismo e la capacità di Craxi di sparigliare le carte in una politica ingessata e immobile — la DC governava dalla fine della guerra, il PCI non poteva andare al governo — diede al PSI un ruolo centrale nonostante le sue dimensioni ridotte, e questo permise a Craxi, dopo il successo elettorale del 1983, di ottenere la Presidenza del Consiglio alleandosi con la DC, diventando il primo socialista ad avere questo incarico. La coalizione che sosteneva il governo era formata dai cinque partiti maggiori esclusi i comunisti, e rimase poi famosa con il nome di “Pentapartito”.
Craxi interpretò la presidenza del Consiglio con un piglio nuovo e diverso rispetto al passato: durante il suo governo il numero di decreti aumentò considerevolmente, suscitando peraltro grandi polemiche. Se oggi è frequente che buona parte delle leggi provengano da proposte del governo, e che poi vengano trasformate in legge dal Parlamento, in quegli anni era una novità assoluta e rilevante.
Egli cercò anche di riformare le istituzioni, fallendo, e chiese più volte di modificare le regole sul voto segreto per mettere al riparo la sua maggioranza dai cosiddetti “franchi tiratori” (modifica che arrivò soltanto nel 1988, quando Craxi non era più al governo). Il suo fu, per certi versi, un modello accentratore e “presidenziale” che anticipò molto la tendenza dei decenni successivi, sia da parte del centrodestra che del centrosinistra: i vari ducetti odierni, cominciando da Berlusconi e finendo con Renzi e Salvini, non sono che i pallidi epigoni di Bettino.

In politica estera Craxi confermò l’appartenenza al blocco occidentale e proseguì il tradizionale europeismo che aveva caratterizzato l’Italia fino a quel momento. Questa tendenza si era già palesata nel 1979 con la questione dei missili Cruise, che gli Stati Uniti volevano installare in Europa per rispondere a un ammodernamento dell’arsenale sovietico: la Germania ne aveva già fatti installare alcuni, mentre inglesi e francesi, forti della loro dotazione nucleare, non erano alternative percorribili. Lo stallo fu risolto dall’assenso di Craxi e del suo partito, su richiesta del democristiano Francesco Cossiga, allora presidente del Consiglio (peraltro capo della famigerata struttura “nascosta” Gladio).

L’EPISODIO DI SIGONELLA

L’evento che però influenzò di più il giudizio sulla politica estera di Craxi — e uno dei più citati soprattutto dai suoi apologeti — è la “crisi di Sigonella”. L’episodio avvenne il 10 ottobre 1985, a seguito del dirottamento di una nave da crociera italiana, la “Achille Lauro”, da parte di quattro militanti radicali palestinesi. Nel dirottamento fu ucciso e gettato in mare un turista americano disabile, e per questo motivo il presidente Ronald Reagan decise di intervenire nonostante nel frattempo il governo italiano fosse riuscito a mediare con i dirottatori grazie all’intervento del leader palestinese Arafat. Mentre i quattro venivano trasportati su un Boeing egiziano, due aerei militari americani C-141 si affiancarono al Boeing. Reagan a quel punto chiamò Craxi e gli chiese il permesso di atterrare all’aeroporto militare di Sigonella, in Sicilia. Subito dopo l’atterraggio un gruppo di Carabinieri circondò il Boeing, mentre dai C-141 scese un gruppo di soldati della Delta Force, una forza speciale dell’esercito americano, che circondò a sua volta i Carabinieri: i due schieramenti erano uno di fronte all’altro, in cerchio e armati.

Dopo un breve scambio tra i rispettivi vertici militari nessuno cedette, e allora Reagan telefonò di nuovo a Craxi annunciando di voler chiedere l’estradizione per i responsabili della morte del turista americano. Craxi rifiutò, spiegando che i reati erano stati commessi in acque internazionali e su una nave italiana, e perciò «dovevano essere configurati come atti criminosi perpetrati in territorio italiano». «Non volarono parole grosse, semmai parole ferme», avrebbe commentato tempo dopo Craxi in un’intervista al programma Mixer di Giovanni Minoli. Alla fine furono gli Stati Uniti a cedere: sia i quattro dirottatori che i due mediatori furono trasferiti a Roma, e la crisi rientrò.

La politica economica dei governi Craxi non ha aneddoti altrettanto memorabili (al contrario: come s’è visto, fece decollare il Debito Pubblico), ma conseguì comunque qualche successo. Uno di questi fu la lotta all’inflazione, uno dei problemi maggiori dell’economia italiana di quegli anni. Si riuscì a ottenere buoni risultati in parte grazie al decreto che tagliava la cosiddetta “scala mobile”, con cui si disinnescò la spirale dell’inflazione: la scala mobile era un sistema per cui gli stipendi erano indicizzati automaticamente all’aumento dei prezzi, cioè all’inflazione; in sostanza, quando i prezzi aumentavano, aumentavano anche i salari (il che portava però a un nuovo aumento dei prezzi, lasciando invariato il potere d’acquisto).

Questa riforma di Craxi, benché concordata con i sindacati, fu criticata duramente dal PCI e causò un’intensa polemica. Poco dopo l’introduzione del decreto, al congresso socialista di Verona nel 1984, avvenne il famoso episodio dei fischi a Berlinguer: il segretario comunista era ospite con una delegazione del suo partito, e al suo ingresso fu accolto con fischi e grida dai partecipanti. Craxi commentò il comportamento della platea prima dispiacendosi della mancanza di ospitalità (in un modo che oggi suonerebbe alieno alla nostra politica), ma poi attribuendogli un significato politico: «So bene che non ci si indirizzava a una persona, ma a una politica. […] E se i fischi erano un segnale politico, che manifestava contro questa politica, io non mi posso unire a questi fischi solo perché non so fischiare», disse, causando un boato di approvazione.

Lo scontro sul taglio della “scala mobile” si risolse perché il PCI fece campagna per un referendum abrogativo, che però non passò: il decreto del governo rimase in vigore. Su altri fronti, come deficit e debito pubblico, come già detto i governi Craxi — e in generale i governi degli anni Ottanta — non ottennero altrettanti successi: tra il 1980 e il 1990 il rapporto debito/PIL passò dal 55 al 95 per cento, mentre il deficit rimase quasi sempre al di sopra del 10% del PIL (per avere una misura pensiamo alla famosa “regola del 3 per cento”, cioè la quota massima di deficit introdotta dal Trattato di Maastricht nel 1992).

Dopo la caduta del suo secondo governo, nel 1987, Craxi non avrebbe più ricoperto incarichi istituzionali e si concentrò soprattutto a mantenere le posizioni di potere che il PSI si era guadagnato. Del resto, i suoi avversari erano molti: innanzitutto il segretario della DC Ciriaco De Mita, espressione della sinistra democristiana e da sempre ostile verso i socialisti, e poi una parte della stampa, in particolare La Repubblica di Eugenio Scalfari, sempre molto critico nei confronti della gestione del potere di Craxi e dei suoi. Per arginare De Mita, Craxi adottò una tattica piuttosto efficace: si alleò con i suoi avversari interni, in particolare con Andreotti e Forlani, formando intorno al 1989 quello che fu definito dai giornali “il patto del CAF” (dalle loro iniziali).

Diversi storici, tra cui lo storico Musella, hanno sottolineato come in quegli anni la percezione del PSI cominciò a cambiare: da partito riformista e attento ai cambiamenti della società, passò a essere visto come un partito organico al sistema di potere. Craxi, in particolare, non ebbe la lungimiranza di prevedere il rigetto collettivo verso la politica che stava per arrivare insieme alle prime inchieste giudiziarie di “Mani Pulite”, sul disinvolto uso delle tangenti che facevano il suo partito e la Democrazia Cristiana; anzi, mantenne sempre lo stesso atteggiamento e rimase convinto fino all’ultimo di poter riprendere in mano la situazione, talvolta esprimendosi con una certa arroganza. Quando nel 1991 ci fu il referendum abrogativo per ridurre le preferenze di voto da 3 a 1, gran parte dei politici si dichiararono contrari, e Craxi invitò gli elettori ad andare al mare (era una domenica di giugno). Invece quel referendum si caricò di significati politici che andavano ben oltre a ciò che il quesito proponeva, e passò con il 95% di “sì”. (La sottostima del popolo con proterva sicumera, un errore comune: lo ripeterà Matteo Renzi.)

La fase discendente della lunga parabola di Craxi si consumò in pochi anni. Nel febbraio del 1992 venne arrestato Mario Chiesa, socialista e presidente della casa di cura Pio Albergo Trivulzio di Milano. Craxi lo definì incautamente un “mariuolo” qualsiasi, che non rappresentava il PSI milanese. Alle elezioni di aprile persero consensi tutti i partiti maggiori, compreso il Partito Democratico della Sinistra appena nato dallo scioglimento del PCI, mentre la Lega Lombarda prese quasi il 9%. Nella società cresceva l’aspettativa sulle inchieste per corruzione avviate dalla Procura di Milano, che si stavano estendendo sempre di più ed erano amplificate enormemente dalla costante copertura mediatica: i pubblici ministeri si accorsero presto — con metodi di indagine spregiudicati, aggressivi e tuttora oggetto di un grande dibattito — di avere davanti un sistema corruttivo ampio e che non riguardava solo la politica. L’allora magistrato Antonio Di Pietro, nel descrivere i finanziamenti illeciti ai partiti, parlò di “dazione ambientale”: in pratica era un sistema talmente rodato e automatico che gli inquirenti facevano fatica a distinguere se si trattasse di imprenditori corruttori o politici concussori.

In tutto questo Craxi, coerentemente con il suo carattere, fu uno dei pochi a esporsi. Alla Camera, durante la cerimonia di giuramento del governo Amato del 3 luglio 1992, pronunciò uno dei discorsi più visti e citati di quel periodo, denunciando praticamente tutto il Parlamento compreso se stesso:

«E tuttavia, d’altra parte, ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. I partiti, specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative, e con essi molte e varie strutture politiche operative, hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro.»

Di fronte a quel discorso, va detto, nessuno si alzò, tranne i Radicali.
Secondo la visione di Craxi, che da lì in avanti avrebbe ammesso i finanziamenti illeciti ma respinto le accuse di corruzione per arricchimento personale, il problema era politico e in quanto tale necessitava di una soluzione politica, non giudiziaria: la politica e la vita dei partiti — di quei partiti — costavano molto, e quei fondi venivano reperiti in metodi illeciti da tutti (Craxi accusò tra gli altri il Partito Comunista di aver ricevuto per decenni parte dei suoi fondi dall’Unione Sovietica, cosa del resto ormai acclarata). Tra la fine del 1992 e l’inizio del 1993 Craxi ricevette una serie di avvisi di garanzia. Il 29 aprile 1993 la Camera respinse quattro delle sei autorizzazioni a procedere contro di lui, causando una notevole indignazione che portò al famoso episodio del lancio delle monetine, il 30 aprile, quando sotto alla residenza romana di Craxi, l’hotel Raphael a un passo da piazza Navona, si radunò un gruppo di manifestanti piuttosto agitati. Craxi uscì comunque dall’albergo per entrare in macchina, in qualche modo affrontandoli, e loro lanciarono oggetti e monete. Alcuni tenevano alta una banconota da mille lire e cantavano «Bettino, vuoi pure queste?».

Nel 1993 il leader socialista fu costretto a dimettersi dalla segreteria del partito. Quello fu anche l’anno di inizio del processo più importante nell’ambito delle inchieste di “Mani Pulite”, cioè il processo Enimont, in cui l’unico imputato era Sergio Cusani, fondatore di una società finanziaria e accusato di aver fatto da intermediario nel versamento di una tangente da 150 miliardi di lire. In questo processo furono ascoltati quasi tutti i maggiori dirigenti politici dell’epoca come testimoni e imputati in reati connessi, tra cui Forlani, Craxi, Gianni De Michelis e il repubblicano Giorgio La Malfa. Anche in questa occasione, Craxi diede la sua testimonianza sicuro di sé, denunciando il ruolo dei partiti di opposizione e il fatto che tutto il sistema politico era a conoscenza dei meccanismi corruttivi. Alcune udienze del processo furono trasmesse in diretta televisiva, e venne definito dai giornali “il padre di tutti i processi”, o anche “il processo alla Prima Repubblica”.

Nel 1994 Craxi non fu ricandidato e con l’inizio della nuova legislatura, il 15 aprile, cadde la sua immunità parlamentare. Già il 5 maggio uscì dall’Italia e cercò rifugio in Francia, dal presidente e amico François Mitterrand, che però non poté garantirgli protezione. Andò allora in Tunisia, dove possedeva una casa e dove aveva un altro amico, il presidente Ben Ali, che gli garantì di non concedere mai l’estradizione all’Italia. Da lì Craxi continuò a seguire e commentare il processo che andava avanti e in generale le vicende politiche italiane, scrivendo lettere aperte, dando interviste e convincendosi del fatto che i magistrati di “Mani Pulite” fossero mossi da qualcuno più grande di loro, tra cui gli Stati Uniti, ancora offesi da come aveva gestito la crisi di Sigonella. Mentre si trovava lì ricevette due condanne, confermate dalla Cassazione, per finanziamento illecito e corruzione.

Negli anni passati in Tunisia (raccontati peraltro dal citato film “Hammamet” uscito il 9 gennaio 2020), l’unico politico italiano che lo andò a trovare fu Cossiga, il 19 dicembre 1999, muovendosi su un aereo di linea e lasciando a Roma la sua scorta di ex presidente della Repubblica. Esattamente un mese dopo Craxi morì, a causa delle complicazioni del diabete di cui soffriva da anni e di un tumore. L’allora governo guidato da Massimo D’Alema offrì alla famiglia la possibilità di fare un funerale di Stato, ma la proposta venne rifiutata e ancora oggi Craxi è seppellito nel cimitero cattolico di Hammamet.

L’EREDITÀ A SINISTRA

Craxi era un socialista autonomista, sulla scia di Pietro Nenni e di altri grandi leader del PSI, ma portò alla ribalta politica un “anticomunismo democratico” che non si vergognava di sé, privo di sensi di inferiorità, armato culturalmente alla battaglia.
Dov’era il tratto anticomunista originale di Craxi? Certo era nell’ideologia, nella critica dell’ideologia comunista e nel tentativo di svincolarsi dalla potente e invadente macchina politica messa su in modo straordinario da Palmiro Togliatti. Ma era anche e fondamentalmente nell’idea che l’Italia fosse un grande Paese a cui servivano riforme che abbracciassero la vita istituzionale, la vita economica, il senso comune. In questo senso, dire che Craxi fu “uno statista” o “un grande statista” è pure insufficiente a spiegare la sua figura.

Egli tentò una rivoluzione democratica, molto “scostumata”, che cercava di modificare un modello repubblicano uscito dai primi anni del Dopoguerra e che sembrava inossidabile. Lo fece con paziente lavorìo, con la passione del totus politicus, con uno sguardo alle cose del mondo che lo portarono a scelte gigantesche, dai missili a Sigonella, alla solidarietà attiva e finanziaria verso i movimenti che si opponevano in Europa e nelle Americhe contro le dittature.

La disinvoltura con cui gestì quella che fu chiamata la “questione morale” nacque anch’essa da una intuizione politica (discutibile): la politica deve autofinanziarsi, tutti lo facciamo allo stesso modo, troviamo una strada comune per uscire.
E infatti Antonio Di Pietro su quell’episodio ci va giù duro ancora oggi: «Il suo famoso discorso alla Camera fu solo una furbata politica dell’ultimo momento, quando in Aula ha detto: assumiamoci la responsabilità di come funzionano i finanziamenti ai partiti. Se l’avesse detto quando era al governo, avrebbe detto una cosa giusta. Se lo dici il giorno dopo che ti hanno beccato, non sei più credibile, soprattutto sembra solo un tentativo di difesa personale. Bettino Craxi ha fatto un grosso discorso politico, però l’ha fatto il giorno dopo che l’abbiamo scoperto. Quindi quando si parla di questo suo grande gesto di responsabilità: ne prendo atto, tenendo presente che lo ha fatto quando è stato preso con le mani nella marmellata».

Soprattutto, Bettino Craxi affondò come il Titanic perché andò a sbattere contro non uno bensì tre iceberg.
Il primo autoprodotto: il leader socialista non capì, se non alla fine, quante energie contrarie stava creando, e nel suo rifiuto del populismo non colse il sentimento anti-craxiano che dilagava, sollecitato dai partiti avversi — dal PCI, al MSI, alla Lega.
Craxi ebbe in secondo luogo di fronte a sé l’iceberg rappresentato da un gruppo potente su cui esistono poche ricostruzioni, cioè la Procura di Milano, protagonista nella strategia di scardinare l’assetto istituzionale nella pur giusta lotta contro la corruzione. Stiamo parlando della procura più politicizzata del mondo.
Infine Craxi si scontrò con l’iceberg comunista. Che era, paradossalmente, “fiammante” proprio nella fase in cui si stava sciogliendo: lo scontro con Enrico Berlinguer creò una rottura emotiva con la sinistra che è tuttora insanabile.

Ma, anche al di là di tangenti e corruzione, il dato ancor più paradossale di questa guerra revisionistica che non finirà mai è che essa appartiene interamente alle ragioni del passato: il “craxismo” oggi è superato dal cambiamento radicale della politica. Il comunismo italiano, con la caduta del comunismo sovietico, ha visto venir meno persino le ragioni della scissione del ’21. Eppure lo scontro a sinistra resta aperto.
Craxi, agli occhi della cultura comunista, soprattutto negli anni berlingueriani, era l’esatto contrario dell’«uomo nuovo», il vero bambolotto di pezza dei militanti del partito che non credevano nel regime sovietico ma credevano in una trasformazione sociale che avrebbe portato all’«uomo nuovo». Bettino, invece, era figlio dei tempi, persino troppo figlio di quei tempi, al punto da non capire che stavano finendo. Nell’89, con la caduta del Muro, ci fu la grande occasione per riprendere una strada comune: lui non lo capì, gli ex comunisti cercarono scorciatoie. Oggi siamo al funerale dell’intera Sinistra.

Craxi visto da Forattini

CHIUDERE I CONTI

E dunque, volendo tracciare un bilancio:
1) Dal punto di vista politico, l’aver rilanciato il Socialismo per poi distruggerlo per sempre (o quantomeno a lungo termine) non può costituire titolo di merito. Inoltre Craxi, più che “innovare la politica italiana”, alla lunga non fece altro che innestarsi sul sistema di potere democristiano divenendo parte integrante del moloch che ingessava il Paese, perpetuandone i difetti e aggiungendone di nuovi.
2) Dal punto di vista di uomo di governo, l’aver affrontato sia gli Americani che i Comunisti — e dunque i due blocchi della Guerra Fredda — a testa alta è l’unica cosa rimarchevole: ma quale valore gli si può assegnare, al di là della contingenza di quei momenti? Sigonella o no, l’Italia era, è e rimarrà marginale (quando non platealmente irrisa) in seno a tutti i processi geopolitici mediterranei, europei, mondiali.
3) Dal punto di vista dell’eredità complessiva, Craxi figliò un altro “ventennio” (quello di Berlusconi), e non a caso il sublime Forattini lo disegnava sempre in camicia nera e in pose da Duce; ma soprattutto produsse l’esplosione del Debito Pubblico, la zavorra che condanna e condannerà all’impotenza qualsiasi “progetto di Italia”, anche qui se non per sempre quantomeno a lunghissimo termine.
4) Dal punto di vista morale ed etico, non c’è nemmeno bisogno di commentare oltre.

Come di recente sottolineato su MicroMega, la guerra dell’establishment contro la rivoluzione della legalità tentata da “Mani Pulite” iniziò quasi subito, quando le TV di Berlusconi, che per un momento avevano svolto un ruolo giornalistico con imparziali cronache di onesta informazione sulle vicende giudiziarie che andavano coinvolgendo l’intero gotha politico e imprenditoriale, diventarono le cannoniere mediatiche della neonata “Forza Italia”, con cui il medesimo Berlusconi si impadroniva di parlamento e governo. Non già l’imprenditore al posto dei politici ma il “fuorilegge dell’etere” arricchito a imprenditore monopolistico da quello stesso Craxi, via Legge Mammì.

Bettino Craxi è stato condannato con sentenze definitive. Sulla base di leggi da lui stesso volute o mantenute, visto che era membro eminentissimo del potere legislativo (oltre che esecutivo). Ma pretendeva che lui e i suoi pari o colleghi, i politici insomma, fossero legibus soluti, potessero violare le leggi che essi stessi facevano e alla cui obbedienza erano invece tenuti i cittadini comuni. E infatti nel celebre discorso in parlamento del 3 luglio 1992 Craxi non negò affatto — anzi, affermò tonitruante! — che nel finanziamento dei partiti esistesse «uno stato di cose che suscita la più viva indignazione, legittimando un vero e proprio allarme sociale e ponendo l’urgenza di una rete di contrasto che riesca ad operare con rapidità e con efficacia. I casi sono della più diversa natura, spesso confinano con il racket malavitoso, e talvolta si presentano con caratteri particolarmente odiosi di immoralità e asocialità».

La sua difesa fu solo che “tutti sanno”, insomma.
Tutti sanno “che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale”. Questi “tutti” non sono naturalmente i cittadini, ma i politici, per cui il discorso di Craxi non approda alla sua logica conseguenza, secondo legge e democrazia: se nessuna “possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo” allora “gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale”, e perciò tutti a casa e una nuova classe dirigente. Bensì, contro logica e democrazia: se tutti criminali nessun criminale, e insomma tutti impuniti, legibus soluti, appunto: tarallucci e vino.

Craxi, condannato, poteva malato venire a farsi curare in Italia: anche da detenuto non gli sarebbero certo state negate le cure migliori. Ma Craxi pretendeva di essere al di sopra di quella condanna, di essere al di sopra di ciò che come Potere aveva statuito, perché risibile era stato il tentativo di negare nel processo che gli addebiti fattuali contestatigli non fossero provati. Craxi fu condannato per una mole di prove, testimonianze, riscontri. Per aver commesso quelli che egli stesso, come potere legislativo, aveva qualificato come crimini.
Definire Craxi “un criminale acclarato, morto latitante”, è semplice descrizione fattuale, se si prende sul serio l’edificio costituzionale che ci rende cittadini. Se questa definizione è considerata calunniosa, ingiuriosa, o nel migliore dei casi “obsoleta” e da superare perché “divisiva” e ingenerosa, è solo perché “Mani Pulite” (e i pool antimafia) e le macchie di leopardo di magistratura che ancora ne onorano l’esempio, è stato e resta il vero nemico assoluto e l’unica bestia nera dell’establishment (di cui Salvini, che detesta i magistrati-magistrati, è infatti lo scherano).
O dovrebbe costituire un’attenuante il fatto che ancora oggi i suoi lascino intendere che con i fondi illeciti aveva finanziato l’OLP di Yasser Arafat, quella Organizzazione per la Liberazione della Palestina che voleva sbarazzarsi militarmente di Israele, e pazienza per tutti i morti innocenti lasciati sul campo — anche in Italia?

Chi oggi vuole santificare Craxi — o semplicemente si rassegna a una riabilitazione — nega la validità dell’ordinamento costituzionale che ha portato alla sua condanna, vuole più che mai due giustizie, una per i cittadini comuni e una per i potenti o “eccellenti”. Vuole che la Costituzione materiale, che ha imperversato sempre più a iniziare dal giorno dopo la promulgazione della Costituzione, faccia aggio fino a cancellarla sulla Costituzione repubblicana approvata il 22 dicembre 1947 da una delle migliori assemblee rappresentative che le democrazie dell’intero pianeta abbiano mai conosciuto nella loro intera storia.

Ma, a dirla tutta, è anche peggio di così.
Perché fin qui si tratterebbe di una “semplice” questione etica e morale.

Come osserva Christian Rocca su Linkiesta, il populismo italiano di oggi è la diretta conseguenza di quella campagna mediatica, culturale e giudiziaria partita con “Mani Pulite”, e non è un caso che gli eredi di quella tradizione politico-giornalistica adesso in buona parte spingano per un’alleanza strategica, “strutturale” con i Cinquestelle. Da Beppe Grillo che tuonava contro i socialisti fino alle Feste dell’Unità che servivano “trippa alla Bettino” e da Repubblica che tramite Forattini lo raffigurava con gli stivaloni del Duce fino ai magistrati a caccia del «cinghialone», l’antipolitica odierna è nata con i «vai avanti Di Pietro», con i talk che davano “voce alla gente”, con il popolo dei fax, con Telekabul. E contro Craxi. In quel maledetto 1993, “l’anno del terrore” secondo un fondamentale libro di Mattia Feltri, mentre il “mondo civile” negli altri Paesi costruiva le basi della globalizzazione e della rivoluzione digitale, da noi è stato avviato un demagogico indottrinamento generazionale che ci portiamo dietro ancora oggi: il prodotto di uno scontro di inciviltà tra la corruzione politica e la via giudiziaria al potere, con corollario di tangenti, suicidi, carcerazione usata come strumento di confessione, partiti diventati bande da sgominare, processi sommari in piazza e sui giornali anziché nelle aule dei tribunali. In quegli anni si è imposto l’archetipo dell’«uno vale uno», il primo richiamo alla democrazia diretta sia pure in forma analogica, il modello originale della disintermediazione, dei troll e dei selfie pseudopolitici che vanno di moda adesso.

Fare i conti con Craxi non è un’operazione storica che si possa fare senza ira e senza pregiudizi, perché l’anticraxismo militante — poi diventato antiberlusconismo e infine antirenzismo — oggi è al governo e in testa ai sondaggi nella variante di destra. Fare i conti con Craxi è cronaca e analisi politica contemporanea. Ad Hammamet non è andato solo un leader socialista colpito e colpevole, c’è finita l’idea stessa di poter modernizzare l’Italia. Qui nel Belpaese sono rimasti solo quelli che lanciavano le monetine.

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