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Bisognava davvero arrivare fin qui, sulla soglia greca del finis terrae geografico e politico d’Europa, per vedere la crisi del nostro continente e della costruzione che si è dato nei sessant’anni del dopoguerra — istituzioni, diritti, democrazia — per proteggersi dalle tentazioni che sono nate qui e da qui hanno insanguinato il Novecento.
Quel modello di Unione non funziona più. Lo stesso vertice di emergenza tra Merkel e Hollande, deciso subito dopo il plebiscito greco per il “no”, è una prova d’impotenza europea. Quale legittimità sovrana rappresentano i due leader? Un’auto-investitura. Due Paesi che provano a riempire il vuoto d’autorità delle istituzioni della UE senza alcun mandato, fuori da ogni regola, forti soltanto della suggestione antica dell’intesa franco-tedesca come motore dell’Europa, un motore ormai spento.

È difficile per tutti riacchiappare l’Europa dopo questo salto nel vuoto. L’unica cosa chiara è il risultato del referendum, che era anche l’unico prevedibile vista la scarsità dell’offerta politica che i greci avevano davanti. Da un lato, un nuovo ciclo di austerity; dall’altro, la possibilità di negoziare ancora il grado di quell’austerity, in un Paese stremato e tuttavia incapace di riformarsi.
Apparentemente, la scelta era semplice. Così basica che si è facilmente caricata di sovrastrutture simboliche: Davide contro Golia, il povero che si ribella al diktat del ricco, la democrazia diretta e popolare contro la regola europea burocratica e ottusa. Questo sovraccarico di significati impropri ha fatto convergere su Atene una zattera della Medusa di vecchie e nuove destre, vere e false sinistre, portando in piazza fianco a fianco nazionalismi e anticapitalismi, lepenismi e radicalismi, uniti dalla leggenda nera dei “poteri forti” europei distruttori delle sovranità nazionali. In questo, il racconto della crisi che Tsipras fa oggi alla Grecia è identico a quello che Berlusconi fece all’Italia per spiegare la sua caduta: le colpe sono comunque altrui, c’è sempre un nemico in agguato con una gigantesca congiura esterna pronta a spiegare in modo elementare situazioni complesse, restituendo il populismo intatto alla fine della crisi, magari vittima ma comunque innocente.

In questo scenario le colpe di Bruxelles sono evidenti. Prima di tutto nel metodo: si è lasciato marcire il problema greco in vertici inconcludenti, Eurogruppo inutili, democrazie telefoniche improduttive. Nessuna azienda, nessun Paese avrebbe trasformato un caso così ridotto nelle sue dimensioni in un disastro per il continente intero. Poi, il merito, ed è ancora peggio: l’austerity funziona dove c’è un sistema produttivo, uno Stato, una regola economica da ripristinare, la prospettiva di una ripresa dopo il risanamento dei conti. Ma in Grecia tutto questo non c’è. L’austerity ha rimandato ad altra austerity, il Paese è soffocato sotto un calo del PIL del 25 per cento, la disoccupazione è la più alta d’Europa (26,5), i ragazzi senza lavoro sono il 50 per cento, le pensioni si portano via il 14,4 per cento del PIL, l’indice delle nascite è sceso dal 10,6 per mille del 2008 all’8,6…

L’Europa è stata incapace di dare una speranza alla Grecia, oltre le regole di cui Atene aveva bisogno. Non ha fatto intravvedere un approdo. L’ha stretta nell’egemonia della necessità, che non è una politica ma quasi una superstizione, come tale tecnicamente irresponsabile. Così nel suo piccolo — il 2% del PIL dell’Unione, il 3% del debito — il caso greco ha finito per gonfiarsi spropositatamente, imprigionando in sé tutto l’impasse della fase, per tutti noi: perché dell’Europa avvertiamo il vincolo, ma non siamo più in grado di riconoscere la legittimità di quel vincolo.
Posto in questi termini, il problema non è più soltanto economico, ma di democrazia. E dunque vale per tutti. Tsipras se n’è accorto fin dall’inizio e ha contrapposto la nuova sovranità nazionale del suo governo, conquistata col voto popolare, alla sovranità regolatoria di Bruxelles. Quando ha capito che non poteva modificare la politica della UE, ha pensato di modificare la regola. Avrebbe potuto — avrebbe dovuto — seguire la strada maestra, negoziare fino in fondo con la Troika (qualunque nome avesse), raggiungere un accordo scomodo ma utile, assumersene la responsabilità: e poiché quell’accordo si sarebbe discostato dalle promesse e dal mandato elettorale, avrebbe potuto a quel punto chiedere un referendum di conferma al suo popolo, ma sull’impegno raggiunto e sulle sue conseguenze.
Ha preferito non firmare, rimanere “innocente” dal punto di vista del mandato elettorale, e scaricare la scelta sugli elettori. È stato abile nell’ultima settimana a spostare il voto da dove voleva collocarlo la destra — euro o dracma — perché avrebbe vinto l’euro, cioè il sì. Ha chiesto invece più forza per tornare al tavolo di Bruxelles, con prospettive molto incerte, di cui non ha parlato agli elettori, assicurando che in caso di vittoria i greci avrebbero avuto più forza e la forza avrebbe piegato la politica.
Ci siamo così trovati davanti all’inedito di uno Stato contro l’Unione, il referendum contro i parametri, la democrazia contro la necessità, il popolo contro la Commissione. Un cortocircuito europeo, costruito a perfezione per un trionfo del no in Grecia e per un contorno internazionale di simpatia per il ribelle democratico, Telemaco che resiste ai Proci in attesa del ritorno di Ulisse.

Ma anche se la Grecia produce più simboli di quanti ne possa consumare (come diceva Churchill a proposito dei Balcani e della storia), la vicenda europea è un poco più vasta. C’è voluto un padre dell’Europa come Jacques Delors per ricordare a Tsipras una verità controcorrente ma elementare, e cioè che «la sua legittimazione democratica non è superiore alla legittimazione democratica delle istituzioni della UE». Ci sono volute le immagini del pensionato che piange seduto a terra davanti a un bancomat vuoto per rappresentare la materialità della perdita di potere reale del cittadino, scoprendo che è più di sinistra negoziare un accordo gravoso e magari impopolare che chiudere le banche. E c’è soprattutto una nuova domanda, dopo il plebiscito per il “no”: che Europa ci resta?
Sarebbe sbagliato cercare ad Atene i rimedi che possono venire solo da Bruxelles. Bisogna prendere atto che col voto greco si è chiusa la prima fase dell’Europa come costruzione politica e istituzionale, una fase non ingloriosa se ha garantito pace, inclusione democratica di Paesi che venivano da dittature prolungate oltre la guerra, e addirittura una moneta comune. Oggi si scopre che quella moneta non basta, non garantisce unità, coesione, nemmeno sovranità, perché (fortunatamente!) una moneta non produce politica. Ci vuole un sovrano democratico in grado di batterla, di rappresentarla, di difenderla e di spenderla politicamente nelle grandi crisi del mondo, facendo sentire la voce dell’Europa. Ci vuole il salto in avanti verso gli Stati Uniti d’Europa.

Qui la sinistra può ritrovare una sua voce di tradizione, quella voce oggi assente, come denuncia Marc Lazar. E persino l’Italia può avere qualcosa di legittimo da dire, se ricorda l’eredità di Altiero Spinelli. Questo è l’antidoto ai nazionalismi risorgenti, rosso-neri. E questa è la vera prova delle ambizioni della Germania, l’autentico test di leadership per la generazione Merkel. Che altro? Più Europa e più democrazia: è l’unica risposta alla crisi greca dettata dalla visione e non dalla paura, da un sentimento della politica e non dai risentimenti dell’antipolitica, o dalle fredde vendette burocratiche di Bruxelles.

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