Il peccato originale

È colpa della Reaganomics, ve la ricordate?
Quell’egemonia culturale ed economica iniziata con Reagan e Thatcher hanno determinato aumento delle disuguaglianze, lotta di tutti contro tutti tra categorie e ceti in cui ciascuno odia quello appena più sotto o appena più sopra, dominio di una piccola élite economica e finanziaria su tutti gli altri, iper competitivismo e “vincismo” (winners vs losers) sfrenato che non fa prigionieri, atomizzazione della società e iper-fetazione dell’individualismo, azzeramento della coesione comunitaria e privazione di qualsiasi chance di progettualità per i più giovani.

Col senno di poi, di “25 anni poi”, ora sappiamo che l’Unione Sovietica era l’unico baluardo contro il dispiegarsi dell’unipolarismo capitalistico americano. Caduto il Muro di Berlino c’è stata la vittoria globale del Neoliberismo. In un’Europa occidentale privata dello spauracchio comunista, i padroni dell’economia non avevano più bisogno di concedere niente alle classi subalterne, quindi potevano tranquillamente ridurre welfare e diritti.

Il crollo dell’URSS e dei suoi satelliti trovava le forze della sinistra europea del tutto impreparate, prive di qualsiasi attrezzatura culturale, politica, economica e filosofica in grado di produrre un orizzonte diverso da quello dell’ipercapitalismo rampante e selvaggio, finalmente libero di togliersi la museruola, di scatenare tutti i suoi spiriti animali, il suo estremismo competitivista e vincista.
Semplicemente non c’era un’altra carta da giocare per i più poveri, per i più deboli: né quella delle socialdemocrazie nordeuropee (che pure avevano prodotto i sistemi migliori del secolo, ma stavano per essere ingoiate anche loro dal ciclone neoliberista), né tanto meno la dottrina sociale della Chiesa, che più o meno aveva ispirato lo zoppicante welfare italiano.

Passato un quarto di secolo dalla caduta del Muro, siamo ancora balbettanti nell’elaborazione di fondamenta abbastanza solide da opporsi allo strapotere del capitalismo e delle disuguaglianze. Siamo ancora privi di un modello alternativo all’ipercompetitivismo che questo eccesso di disuguaglianze produce. Pur avendo acquisito ormai piena coscienza degli insopportabili danni esistenziali e umani che il modello vincente produce.

Questo è stato, questo è: disintegrazione dei sindacati e di ogni corpo sociale intermedio, riduzione dei partiti di massa a comitati elettorali per l’elezione di un leader carismatico, e poi giovani contro anziani, partite Iva contro salariati, disoccupati contro insegnanti, tranvieri contro somministrati, e via così all’infinito.

Ho visto gente senza neanche la licenza media mettere in piedi dal nulla aziende e dare lavoro a decine, centinaia di persone.
Come il commendator Mauro di Caffè Mauro, per il quale ho avuto l’onore e la fortuna di fare il pubblicitario per qualche anno.
E poi ho visto gente con lauree e master distruggere migliaia di aziende e far perdere il lavoro a milioni di persone.
Come i Monti, le Fornero, le Christine Lagarde, i Jean-Claude Juncker e gli Olli Rehn, i quali con l’utilizzo truffaldino del termine “pupulismo” hanno indotto nell’immaginario la convinzione che non esista alcuna alternativa possibile al Liberismo, per sancire il dogma secondo cui ogni possibile deviazione dalla strada neocapitalista sia pericoloso e “antidemocratico”, quando invece ad aver annegato la democrazia sottomettendola all’élite economica sono stati loro, con i loro giganteschi e roboanti titoli. Gente che ha messo interi popoli in quarantena e la rappresentanza in stato di ibernazione, e che intanto, padrona del linguaggio e dei media, chiama “riforme” quelle che sono a tutti gli effetti “controriforme” decadentiste che servono solo a concentrare le ricchezze e il potere nelle mani di pochissimi. Con uno storytelling, una narrazione basata su “competitività, flessibilità, liberalizzazioni, costo del lavoro”: senza spendere (ovviamente) una sola parola su quanto costi, questo… estremismo del capitale.

Imbecilli.
A che sono servite quelle lauree, quei master?
La flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro porta con sé anche la riduzione delle sicurezze economiche di ogni persona — e famiglia —. Quindi porta alla crisi dei consumi. Non avendo più la certezza di un mestiere infatti si diventa tutti molto più attenti nelle spese. Anzi, non si spende proprio!, se non il minimo indispensabile: se e quando si guadagna qualcosa, la si mette via temendo tempi ancora peggiori (licenziamento, disoccupazione, precari, flessibili, somministrati, interinali, parasubordinati, stagisti, ditte individuali, consulenti, partite Iva…). Basta vedere cos’è successo con gli “80 euro” di Renzi: benvenuti da chi li ha avuti, ma spesi da nessuno, come provano i numeri sui consumi. Oggi nella sola Italia ci sono dieci famiglie super ricche che hanno un reddito pari a tre milioni di famiglie povere. Uno scandalo morale? No, soprattutto un problema pratico per tutti, perché quelle dieci famiglie non compreranno mai tre milioni di paia di scarpe, o tre milioni di chili di pane, o tre milioni di quel che volete.
Epperò non ci voleva un mago (né tantomeno lauree e master) per capire che così la macchina del capitalismo si inceppa e sbraca. Senza i consumi, semplicemente, non funziona. È tremendamente difficile essere allo stesso tempo “lavoratori insicuri” e “consumatori ottimisti”: o l’uno, o l’altro.
È questo l’errore madornale del Neoliberismo: cercare di rendere i lavoratori “flessibili” mantenendo i consumatori voraci. Non può funzionare, o al massimo funziona per un breve periodo, con il credito al consumo e le rate — quindi l’indebitamento delle famiglie —. Ma presto la bolla scoppia, com’è avvenuto negli USA quando il ceto medio ha visto ridurre il suo reddito ma non ha voluto rinunciare al suo benessere: quindi non è stato più in grado di pagare i mutui casa ed è arrivata la bolla immobiliare, che ha portato giù tutto il resto, visto che i crediti inesigibili erano stati impacchettati in infiniti titoli e fondi, e che il sistema pensionistico e sanitario era (e ancora in parte è) in mano alla finanza selvaggia…

Imbecilli.

Ora l’unica cosa che spero è di vedere gente che abbia un qualsiasi titolo di studio ma che sappia costruire un’Europa politicamente unita e solidale, con istituzioni elette dai cittadini, purgata dei suoi tecnocrati e basata su trattati che non impongano scelte basate sull’austerità e sui tagli al welfare. Siamo esseri umani, non celle di Excel.

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