Un po’ d’ordine sulla “conquista di Roma” da parte dell’Islam

La “conquista di Roma” da parte dell’ISIS, che sarebbe “ordinata dal Corano”, sta dando origine a una serie di fraintendimenti che è bene chiarire.

Nel settembre 2014 Abu Muhammed Al Adnani, portavoce ISIS, diffonde un documento terrorizzante (che “terrorismo” sarebbe, altrimenti?) per gli italiani, mettendo in bocca al “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi: «Conquisteremo la vostra Roma, faremo a pezzi le vostre croci, ridurremo in schiavitù le vostre donne». Ora che ISIS è arrivato ad appena un braccio di mare dall’Italia, in Libia, quella minaccia fa ancora più paura.
Al-Baghdadi e i suoi complici urlano e provocano sperando di trovare in Occidente reazioni scomposte che finiranno prontamente sulle pubblicazioni dell’ISIS, e che permetteranno al Califfo di sostenere che “sì, è in corso una guerra fra il Califfato e i «crociati», ed è dunque dovere di tutti i buoni musulmani accorrere in soccorso del Califfo Ibrahim e arruolarsi sotto la bandiera nera dell’ISIS”.
Ma qual è la strategia dietro queste provocazioni?
Soprattutto, l’Islam che cosa afferma veramente su Roma e sulla sua eventuale “conquista”?

In primo luogo, l’idea che Roma sia “terra islamica” (se una terra diventa islamica, lo rimane per sempre) perché nell’846 una flotta musulmana risalì il Tevere e saccheggiò la città, basilica di San Pietro compresa, portandosi via le famose decorazioni d’oro e d’argento che risalivano al secolo precedente, è una tesi sostenuta solo da fondamentalisti radicali a partire dal Novecento. Gli storici (anche islamici) sanno che di quel saccheggio, per quanto clamoroso, non giunse neppure notizia ai grandi centri medio-orientali dell’islam: non ne rimane infatti alcuna traccia nei testi dell’epoca. Se poi per un saccheggio una terra possa essere definita “per sempre” qualcosa, gli islamici dovrebbero quantomeno mettersi in fila: il “sacco” di Roma da parte dei Galli Senoni guidati da Brenno risale al 390 a.C. (oltre 12 secoli prima), e i Goti di Alarico ripeterono l’impresa nel 410 d.C. (oltre 4 secoli prima)…

Nei primi secoli di Islam i musulmani s’interessavano molto di Roma come città-simbolo del Cristianesimo. Ma praticamente nessuno c’era stato. Nei testi islamici arcaici ci sono infatti descrizioni sbagliate o iperboliche della città — è “circondata dal mare da tre lati” (confusa con Costantinopoli), le si attribuiscono “migliaia di chiese”, “120 mila campane”, “23 mila conventi” (cifre lontanissime dalla realtà, tanto più per la Roma del tempo) —. I primi musulmani credevano anche a leggende come quelle della “salvatio Romae”: a Roma c’erano statue prodigiose che avrebbero suonato i campanelli che avevano al collo o preso vita in caso di minacce per la città, e uccelli che recavano miracolosamente in città olive o direttamente l’olio per fare ardere le lampade nelle chiese, e altre amenità del genere.
Quanto alla “conquista di Roma” vera e propria, la trentesima Sura del Corano, detta “ar-Rum” (dei Romani), contiene una predizione che sembra piuttosto favorevole ai Cristiani. I “Romani” (cioè i bizantini dell’Impero Romano d’Oriente) erano stati sconfitti nella battaglia di Antiochia del 613 dai Persiani, che erano di religione zoroastriana. Questa sconfitta poneva un problema non solo politico ma anche teologico ai musulmani, perché i Cristiani, come gli Ebrei, erano comunque un “popolo del Libro” (e quindi da salvaguardare e rispettare), considerati superiori ai Persiani zoroastriani, reputati semplici pagani e idolatri. Per giunta i nemici di Maometto alla Mecca affermavano che la vittoria persiana ad Antiochia era la prova che il politeismo avrebbe prevalso sul monoteismo – cristiano, ebraico o musulmano – e che le profezie islamiche su una vittoria dei monoteisti erano false.
La Sura “ar-Rum” afferma che sì, i “romani” sono stati sconfitti, ma nel giro di pochi anni si riprenderanno e vinceranno. In effetti nove anni dopo, nel 622, la campagna militare dell’imperatore Eraclio I (575–641) sconfisse i Persiani. Questo singolo episodio permette oggi ai musulmani di affermare che “la profezia della Sura ar-Rum si è puntualmente verificata”, ancorché gli interpreti non musulmani discutano su quando esattamente la Sura sia stata scritta in relazione alla campagna di Eraclio (il profeta Maometto fu contemporaneo di Eraclio, e il Corano apparve nella sua primitiva forma scritta intorno al 652: con tutto il rispetto, la Sura in questione “profetizzava” qualcosa che era già accaduto da decenni). S’inserisce peraltro qui il mito islamico di Eraclio, basato su una lettera che l’imperatore avrebbe scritto a Maometto riconoscendolo come «il messaggero di Dio citato nel nostro Nuovo Testamento: Gesù figlio di Maria ti aveva annunciato». L’imperatore avrebbe cercato di convertirsi all’Islam con tutto il suo popolo: ma quando, sobillati dai nobili, i bizantini si erano ribellati, Eraclio avrebbe fatto marcia indietro affermando che voleva solo mettere alla prova la fede dei suoi sudditi; per questa doppiezza e codardia, Dio lo avrebbe punito e lo avrebbe fatto sconfiggere dai musulmani in battaglia. Di tutta questa storia — inutile dirlo, del tutto leggendaria —, l’unico dato vero è che l’armata di Eraclio fu poi effettivamente sconfitta a Yarmouk nel 636 dai musulmani. Ma la leggenda di Eraclio ha permesso a molti musulmani, fino a oggi, di sostenere che nel piano divino “Roma” – cioè la capitale dell’impero romano, più o meno confusa con Costantinopoli – sarebbe dovuta divenire la “quarta città santa” dell’Islam (dopo la Mecca, Medina e Gerusalemme) e il luogo da cui l’Islam avrebbe conquistato tutto il mondo occidentale. Questo “piano divino” non si sarebbe realizzato nel VII Sec. a causa della debolezza di Eraclio e per la malizia dei nobili che lo circondavano: ma resta “un irrevocabile disegno di Dio” (sic!).

Ahmad ibn Hanbal (780–855), fondatore della scuola giuridica detta “hanbalita” — una delle quattro principali scuole musulmane, la più rigorista e quella tuttora dominante in Arabia Saudita —, riporta nella sua collezione di “hadith” (detti di Maometto), chiamata “Musnad” (ci sono anche “Aditya” nei Veda indoiranici e “Mishnà” nell’Ebraismo), che il fondatore dell’Islam avrebbe predetto che «la città di Eraclio (Costantinopoli, ndr) sarebbe caduta per prima, poi sarebbe seguita Roma». Sull’autenticità di ciascun hadith si può discutere all’infinito (come del resto parallelamente avviene presso gli Ebrei con la Mishnà), ma certamente la collezione di Hanbal è autorevole per i musulmani. Tuttavia, nel corso della storia molte interpretazioni della profezia la collocano nel tipo di contesto che gli studiosi chiamano “apocalittico” (non solo il Nuovo Testamento cristiano ma tutte le religioni antiche lo hanno, perfino quella vichinga): alla “fine dei tempi” cristiani e musulmani sconfiggeranno insieme le armate dell’Anticristo, dopo di che si scontreranno fra loro in una località della Siria chiamata “Dabiq” (villaggio di tremila abitanti tuttora esistente a Nord-Est di Aleppo: la cittadina siriana dà il nome alla rivista ufficiale pubblicata dall’ISIS) e lì «le croci saranno spezzate» e i musulmani si apriranno la via di Roma e del trionfo definitivo.

Il Califfo al-Baghdadi, dunque, quando parla della “conquista di Roma” e della “battaglia di Dabiq”, si appoggia su basi teologiche che esistono davvero nella tradizione islamica. Ma ne dà un’interpretazione letterale e immediata (il millenarismo è del resto una caratteristica essenziale dell’ISIS), mentre per la stragrande maggioranza degli interpreti musulmani degli ultimi secoli si tratta di vicende che vanno collocate nella leggendaria “fine dei tempi”. Il piano di al-Baghdadi è facilmente intuibile: visto che per la “fine dei tempi” bisogna aspettare un po’ troppo, si può sempre affrettarla provocando gli occidentali — che per l’ISIS sono tutti “cristiani” e “crociati” —, trascinando americani ed europei verso “Dabiq” e la sconfitta prevista dalle profezie.
(Non siamo poi così lontani dalle farneticazioni della Moral Majority, la Destra politico-religiosa USA spalleggiata dai “Cristiani Rinati” che con gli occhi vitrei distilla le citazioni dei più famosi passi paranoici dei libri di Ezechiele e dell’Apocalisse, «appena saranno finiti i mille anni, Satana sarà lasciato libero, uscirà dalla prigione per sedurre le nazioni che sono ai quattro angoli della terra, Gog e Magog, per radunarli alla guerra dell’Armageddon…», dove Dabiq è ovviamente il parallelo di Har Megiddo.)

L’unica risposta — politicamente e culturalmente — adeguata alle continue provocazioni dell’ISIS sarebbe quella di insistere sul fatto che il Califfo non massacra solo Cristiani ma anche fedeli di altre religioni (basta vedere ciò che è accaduto ai Curdi di Kobane o agli Yazidi dell’Iraq, seguaci di un antico culto gnostico) e perfino i musulmani stessi (gli sciiti: l’ISIS è di ispirazione sunnita).
Il premier italiano ha ragione quando afferma: «La Libia è fuori controllo da tre anni, lo abbiamo detto in tutte le sedi e continueremo a farlo. Non si passi dall’indifferenza totale all’isteria irragionevole». Deve scendere in campo l’ONU. Non i droni del Pentagono.

Inoltre, è ormai tempo per una netta presa di posizione dell’Islam cosiddetto “moderato”. Bisogna aver chiaro che i terroristi islamici non operano in modo estemporaneo ma fanno riferimento a versetti del Corano che legittimano il combattimento, la “Jihad” (Guerra Santa). Il versetto 4 della Sura 61 dice: «in verità Allah ama coloro che combattono per la sua causa»; il versetto 190 della Sura 2 dice: «combattete per la causa di Allah contro coloro che vi combattono»; ancora dalla Sura 2 un versetto recita: «vi è stato ordinato di combattere anche se non lo gradite». E ci sono versetti che parlano (con violenza) dei Cristiani: il numero 5 della Sura 9 dice: «uccidete questi associatori (i Cristiani, ndr) ovunque li incontrate, catturateli, assediateli, tendete loro agguati».
Dobbiamo quindi cominciare ad affrontare la dimensione ideologica dell’Islam, chiarendo che non possiamo in alcun modo intrattenere rapporti tuttora improntati sugli equivoci con tutti coloro che facendo riferimento al Corano e a Maometto legittimano l’uccisione dei “nemici” dell’Islam. Altrimenti, se ci illudiamo che quelli dell’ISIS siano semplicemente dei “pazzi”, e che “bastano missili e bombe per estirpare il morbo”, non riusciremo mai ad eliminare la radice dell’odio. E verranno sempre altri ISIS, altre al’Qāeda, altri Boko Haram.

Be First to Comment

    Rispondi