La trattativa — il re è nudo da tempo, e non è “Re Giorgio”

Intanto vanno chiariti tre punti cruciali, che tolgono molta della nebbia alzata dalle dietrologie.
Punto primo, nei cento anni precedenti il 1993, a Palermo gli ergastoli comminati a mafiosi furono in tutto 9; dal 1993 in poi, un totale di 450. Lo Stato ha combattuto — e vinto — contro Cosa Nostra. Quale razza di business avrebbero fatto infatti, i mafiosi, con questa “trattativa”?
Punto secondo, la “trattativa” c’è stata, ma non è detto che sia punibile: nel codice penale per esempio non è previsto questo reato. E in effetti il processo di Palermo è istruito per verificare che ci siano stati reati “nel contesto” della trattativa, non per la trattativa in sé. Quanto alla moralità della cosa, è tutto un altro discorso. Ma nessuna realpolitik è mai andata a braccetto, da che mondo è mondo, con l’etica.
Punto terzo, di stringente attualità: Giorgio Napolitano non c’entra nulla con gli eventi di 20 anni fa. Può aver avuto un ruolo soltanto recentemente, a proposito del tentativo di Mancino di “ammorbidire” la propria posizione: ma con la trattativa vera e propria c’entra come i cavoli a merenda. Le accuse di alcuni ambienti — e in particolare di Beppe Grillo —, che tentano di accreditare il Presidente della Repubblica addirittura come un “boss” con un ruolo preminente, sono del tutto fuorvianti. E dannose per la verità storica.
Personalissima opinione, il Presidente Napolitano “sa” — ed è pure ovvio, visti i ruoli da lui ricoperti negli ultimi decenni —. Cosa sappia, non è dato scoprirlo: si è appellato alle sue prerogative, ha ottenuto la distruzione di intercettazioni che lo riguardavano, si è trincerato a difesa della propria posizione. Ma con un fine semplice e perfino comprensibile, molto “italico”: non essere trascinato nella melma. Suo malgrado. Con un ragionamento del tipo: «Sono in tanti a sapere, perché ve la prendete proprio con me?».
(Ho scritto comprensibile, non condivisibile. Intendiamoci.)

Detto questo, ci sono alcune frasi che non lasciano spazio a dubbio alcuno.
Gli «indicibili accordi» del consigliere di Napolitano, D’Ambrosio.
Il colonnello (poi divenuto generale) Mori che avvicina Ciancimino e gli dice: «Ma vogliamo andare avanti così, muro contro muro?».
Il giudice Borsellino che confida alla moglie Agnese che «c’è un contatto tra mafia e parti deviate dello Stato».
E possiamo metterci pure il famoso — quanto nebuloso — «io non ci sto!» di Oscar Luigi Scalfaro.
Ci sono poi tutta una serie di “segreti poco segreti” e di atti affatto segreti che indirizzano il ragionamento verso conclusioni inequivocabili.
Per esempio, l’accordo operativo tra Servizi (l’ex Sisde) e Direzione delle carceri (Dap), il famigerato “Protocollo Farfalla”, per gestire in tutta segretezza 8 capi delle mafie italiane che dal 2004 avevano accettato di «trattare» con lo Stato e diventare confidenti di rango, «a fronte di un compenso da definire».
Per esempio, il “papello di Riina” con le richieste di benefici e sconti ai mafiosi.
Per esempio, il Ministro della Giustizia dell’epoca, Conso, che allenta il carcere duro a centinaia di mafiosi.

Quindi, è puerile continuare a negarlo: lo Stato “trattò” con Cosa Nostra. Punto!
Lo dicono perfino alcune sentenze di tribunale.

È utile ricapitolare un attimino i delitti, le stragi e le paure dei politici di 20 anni fa.
salvo lima cadavereIl 12 marzo del ’92 viene ucciso Salvo Lima, il potentissimo proconsole di Giulio Andreotti in Sicilia. Muore perché «non ha garantito il buon esito del “maxiprocesso”», perché in Cassazione tutti i mafiosi incastrati da Giovanni Falcone vengono condannati all’ergastolo. È la rottura di un “patto” che resiste da almeno quattro decenni. Cosa Nostra si ritrova improvvisamente senza “coperture” politiche. Illuminanti le parole del povero Falcone davanti al cadavere di Lima: «D’ora in poi può accadere di tutto». E di tutto, in effetti, accade.
Il rapporto corleonesi-politica si spezza con quell’omicidio. Salvo Lima è il punto di equilibrio fra lo Stato e la mafia più potente del momento, Cosa Nostra: morto lui, tutti gli altri ras della politica sono terrorizzati. Il più preoccupato — e questa è la tesi dei procuratori di Palermo, suffragata da dichiarazioni di pentiti — è il ministro siciliano per gli Interventi straordinari per il Mezzogiorno, Calogero Mannino. Si sente in pericolo, c’è una lista di uomini che i boss intendono colpire. Il primo è Mannino. Poi c’è Carlo Vizzini, ministro delle Poste. C’è il ministro della Giustizia, Claudio Martelli. C’è anche il ministro della Difesa, Salvo Andò. E c’è — soprattutto — Giulio Andreotti.
Secondo la ricostruzione dei pm, per salvarsi la pelle Mannino incontra il capo dei reparti speciali dei Carabinieri, Antonino Subranni, e il capo della polizia Vincenzo Parisi, per “aprire” un contatto con i boss e arrivare a un patto. Ma la mafia siciliana ha già deciso — in accordo con “qualcun altro” — di non fare patti. Il 23 maggio del 1992 fa saltare in aria Falcone a Capaci. Giulio Andreotti, il candidato più accreditato nella corsa al Quirinale, è travolto dai “si dice” ed è fuori dai giochi per sempre.

A questo punto comincia la “prima trattativa”. Due settimane dopo la morte di Falcone i Carabinieri del ROS, ossia il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, contattano l’ex sindaco Vito Ciancimino per cercare di arrivare a Totò Riina, il capo dei capi di Cosa Nostra. E fermare le stragi. “Trattano” con lui. Per conto di chi? Dicono loro: «Di nostra iniziativa». Nessuno ci crede. Ne sono al corrente almeno tre persone: il ministro della Giustizia Claudio Martelli, il direttore degli Affari Penali di via Arenula Liliana Ferraro (che ha sostituito Falcone) e il presidente della Commissione parlamentare antimafia Luciano Violante.
Martelli, Ferraro e Violante tacciono per 17 anni. Su tutto. Quando il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, racconta nel 2010 ai magistrati di Palermo di quegli incontri fra suo padre e i Carabinieri, Martelli, la Ferraro e Violante ritrovano miracolosamente i ricordi e ammettono tutto. “Smemorati di Stato”. Quali segreti custodivano e custodiscono?

Mentre queste e altre fette dello Stato nel 1992 occultano scomodissime verità, viene ucciso anche Paolo Borsellino: 19 luglio 1992, cinquantasette giorni dopo Capaci, l’autobomba di via Mariano D’Amelio. (Uno dei più grandi “si dice” del Paese dell’ultimo ventennio è: Borsellino fu ucciso perché si oppose alla “trattativa”. Dal luogo del delitto non verrà mai rinvenuta la famosa “agenda rossa”, nella quale il magistrato annotava tutte le sue intuizioni investigative senza separarsene mai.)
Totò Riina scrive il suo “papello”: le richieste di Cosa Nostra per far cessare la strategia stragista in cambio di benefici di legge, nuove norme sul pentitismo, la revisione del “maxi processo”. C’è un nuovo governo, il premier è Giuliano Amato. Il vecchio ministro degli Interni, Vincenzo Scotti, considerato un “duro”, salta. E al suo posto viene improvvisamente nominato Nicola Mancino.
Il 15 gennaio del ’93 i Carabinieri — quegli stessi che stavano trattando con Ciancimino — arrestano Totò Riina dopo 24 anni e 7 mesi di latitanza. È una cattura “strana”: non perquisiscono il suo covo, non inseguono i suoi complici; il ministro Mancino annuncia a sorpresa l’arresto di Riina qualche giorno prima a un convegno. Il sospetto è che Riina sia stato “venduto” da Bernardo Provenzano, l’altro superboss di Corleone già in contatto con il senatore Marcello Dell’Utri, il braccio destro di Berlusconi che con l’aristocrazia mafiosa di Palermo ha rapporti da più di un quarto di secolo.

Si continua a “trattare” fra Stato e mafia. Provenzano è libero e, secondo le indagini dei pm di Palermo, protetto dai Carabinieri che avevano incontrato Vito Ciancimino. Cosa Nostra alza ancora il tiro: chiede tanto. Dopo il ministro dell’Interno salta anche il ministro della Giustizia: al posto di Claudio Martelli, travolto da Tangentopoli, arriva Giovanni Conso. È il febbraio del 1993. Dopo l’attentato al giornalista Maurizio Costanzo in via Fauro (14 maggio), c’è la bomba di via dei Georgofili a Firenze (27 maggio): 5 morti e 48 feriti. È la mafia che diventa terrorismo. Poi gli attentati di via Palestro a Milano (cinque morti e tredici feriti) e San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma (nessun ferito). Tutti quanti gli attentati vengono firmati “Falange armata”.
Secondo il collaboratore di giustizia Maurizio Avola: «Per quanto riguarda gli obiettivi da colpire, si trattava di azioni di tipo terroristico anche tradizionalmente estranee al modo di operare e alle finalità di Cosa Nostra. Queste azioni, secondo una prassi che erano già in atto da tempo, dovevano essere rivendicate con la sigla Falange Armata». E il giornalista Gianluca Di Feo sul Corriere della Sera: «In questa bufera, Falange ha sicuramente avuto un ruolo particolare: ha monopolizzato l’attenzione dei mass media. Facendo chiedere più sicurezza e distraendo da quello che succedeva a Sud. Un’operazione che può aver fatto comodo a molti». Nel febbraio 2014 la sigla Falange Armata tornerà alla ribalta per una lettera inviata a Totò Riina nel carcere di Opera (e mai recapitatagli): «Chiudi quella maledetta bocca. Ricorda che i tuoi familiari sono liberi. Per il resto ci pensiamo noi». Fatta eccezione per questa comunicazione a Riina, la sigla “Falange Armata” risulta inattiva dal 1994.

Cosa sta accadendo in Italia nella primavera-estate del 1993? Chi mette bombe e semina terrore? Il Presidente della Repubblica è ora Oscar Luigi Scalfaro, che è stato ministro dell’Interno e che ha come capo della polizia Vincenzo Parisi. In questo momento comincia probabilmente la “terza trattativa”.
Il nuovo Presidente della Repubblica riceve una lettera di minacce dai familiari dei boss in carcere: sotto la regia di Scalfaro vengono improvvisamente sostituiti i vertici del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (il direttore Nicolò Amato e il vicedirettore Edoardo Fazzioli, al loro posto Adalberto Capriotti e Francesco Di Maggio). Il 14 giugno una telefonata anonima a nome della sigla “Falange Armata” manifesta «soddisfazione per la nomina di Capriotti in luogo di Amato» e parla di una «vittoria della Falange»; il 19 giugno un’altra telefonata a nome della “Falange Armata” torna a minacciare il ministro Mancino e il capo della polizia Parisi. Il 26 giugno Capriotti invia una nota al ministro Conso in cui spiega una nuova linea di “silente non proroga” di 373 provvedimenti di sottoposizione al 41 bis in scadenza a novembre: sarebbe «un segnale positivo di distensione».
Lo Stato in pubblico mostra i muscoli, in realtà cala le braghe. Dopo le bombe, 334 mafiosi rinchiusi al 41 bis vengono trasferiti in regime di “normalità” carceraria. Il ministro della Giustizia Giovanni Conso dice che ha deciso tutto «in solitudine» (del resto è nelle sue prerogative): il sospetto è che invece abbia ubbidito a una superiore “ragion di Stato”.
È in quei mesi del 1993 che gli apparati di sicurezza non riescono a trattare con la mafia in una posizione di forza: dopo le stragi siciliane e quelle “in Continente”, i Corleonesi progettano di abbattere la Torre di Pisa e disseminare le spiagge di Rimini con siringhe infettate dal virus dell’HIV. Poi preparano l’attentato allo stadio Olimpico di Roma nel gennaio del 1994 «per uccidere almeno 100 carabinieri». Il massacro è evitato perché — altro mistero mai chiarito, raccontato dal pentito Spatuzza — il telecomando non funziona. In quell’occasione il boss Graviano confiderebbe a Spatuzza che «in Sicilia stiamo ottenendo tutto quello che vogliamo grazie ai contatti con Marcello Dell’Utri e, tramite lui, con Silvio Berlusconi».
Ancora, verso la fine dell’anno, l’inquietante messaggio televisivo del Presidente della Repubblica, non programmato e a reti unificate, interrompendo la diretta della partita di Coppa Uefa tra Napoli e Trabzonspor. Quel «Non ci sto!» divenuto proverbiale, del 3 novembre 1993. Un discorso che arriva come “risposta” a cinque giorni dall’arresto di Riccardo Malpica, ex potente direttore dei servizi segreti del Sisde, arresto avvenuto nell’ambito di una storia di fondi neri e clientelismi. Malpica dice che Scalfaro, negli anni in cui era stato ministro dell’Interno (dal 1983 al 1987), aveva percepito cento milioni di lire al mese dai fondi riservati del servizio segreto civile. Scalfaro in quel discorso tv parla di “gioco al massacro” e denuncia quelle accuse come “rappresaglia” della classe politica travolta da Tangentopoli. I funzionari dei Servizi Segreti verranno poi indagati per “attentato agli organi costituzionali”, condannati nel 1994 e prosciolti nel 1996 per decorrenza dei termini, ma senza formula piena.
Nel frattempo arriva la svolta. Il 27 gennaio 1994 a Milano vengono arrestati i fratelli Graviano, che si sono occupati dell’organizzazione di tutti gli attentati: da questo momento, la strategia stragista si ferma. La pax fra Stato e Corleonesi è raggiunta. La mafia si placa: ha trovato, si dice, nuovi “referenti”. Sarà una coincidenza — sicuramente una coincidenza! —, ma per vent’anni Cosa Nostra non spara più un colpo contro lo Stato, contro l’Italia di Berlusconi.

Nel 1998 la motivazione della sentenza di primo grado del processo per le stragi del 1993 ritiene sufficientemente provati i contatti tra Vito Ciancimino e il ROS, basandosi sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca e su quelle del generale Mario Mori e del capitano Giuseppe De Donno, i quali sostengono di avere preso quell’iniziativa «per riuscire a catturare qualche latitante e per cercare di impedire altre stragi». La sentenza afferma esplicitamente che si trattò di una “trattativa” e che le stragi erano state compiute per costringere lo Stato a scendere a patti con l’organizzazione mafiosa.
Nel maggio 2011 il Tribunale di Firenze condanna in primo grado all’ergastolo il boss Francesco Tagliavia, accusato di aver partecipato all’esecuzione delle stragi del 1993, in seguito alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. Nella sentenza si legge: «Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un “do ut des”. L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia».
Il collegio giudicante di Firenze, che nel marzo 2012 condanna una quindicina di boss per la strage di via dei Georgofili, dedica 100 delle 147 pagine della motivazione della sentenza esclusivamente al movente degli “attentati in Continente” e alla trattativa tra uomini di Stato e mafiosi.

E dunque?

Dunque “punto”, per la miseria!
La situazione è sufficientemente chiara. Non prendiamoci in giro!
È solo che — come al solito dalla fine della Seconda Guerra Mondiale a oggi — è assolutamente indicibile.
Almeno da parte delle istituzioni.
Per cui chi vuole ricostruire la verità inenarrabile, dagli storici ai semplici cittadini, non può che ricorrere alle dichiarazioni rilasciate negli interrogatori.
Che già solo nell’ultimo anno tolgono ogni ombra residua su ciò che avvenne.
Nell’attesa — e nella speranza — che intanto la Giustizia riesca a concludere il suo percorso.

Sono dichiarazioni di dominio pubblico, riassunte perfino su Wikipedia.
Prima di esporle, giova chiudere il ragionamento su Cosa Nostra e sulla sua evoluzione autodistruttiva.
Il pentito Angelo Siino sostiene in un’intervista: «I veri confidenti della polizia sono i mafiosi». È vero: i boss, per 150 anni (dall’Unità d’Italia ai giorni nostri), sono stati una struttura vicaria per il controllo dell’ordine pubblico, dipingendosi candidamente come “uomini d’ordine” oltre che come “uomini d’onore”. Però il mondo cambia: negli Anni ’70, ’80 e ’90 Cosa Nostra assume un ruolo da protagonista nell’agone politico, “i padrini si ribellano ai padroni”. E sotto la guida di una cupola affamata di potere e sanguinaria (i Riina e i Provenzano, i Brusca e i Bagarella), peraltro messa alle strette dalle innovative strategie di uomini come Falcone e Borsellino, che finalmente intaccano il patrimonio dell’organizzazione, sceglie la strada del terrore, mutuata dall’esperienza del terrorismo politico (e massonico) degli “anni di piombo”.
Così facendo, però, entra in contrasto con il Potere vero. E ne esce a pezzi.
La debolezza e la perdita progressiva di peso e potere da parte dei mafiosi traspaiono anch’esse dalle dichiarazioni che seguono (oltre alle solite, famigerate connessioni coi Servizi Segreti).

Le dichiarazioni rese agli inquirenti

Il 7 novembre 2013 depone il pentito Francesco Onorato, che dice: «Perché Riina accusa sempre lo Stato? Perché è l’unico che sta pagando il conto, mentre lo Stato non sta pagando niente, per questo motivo Riina tira in ballo sempre lo Stato. Ha ragione ad accusare lo Stato, da Violante ad altri. È lo Stato che manovra, prima ci hanno fatto ammazzare Dalla Chiesa i signori Craxi e Andreotti che si sentivano il fiato addosso. Perché Dalla Chiesa non dava fastidio a Cosa Nostra. Poi nel momento in cui l’opinione pubblica è scesa in piazza i politici si sono andati a nascondere. Per questo Riina ha ragione ad accusare lo Stato».

Il 21 novembre 2013 il pentito Nino Giuffrè dice: «Non è che la mafia sale su un carro qualunque. Scegliemmo di appoggiare Forza Italia perché avevamo avuto delle garanzie» (…) «Nella seconda metà del ’93 è venuto fuori Marcello Dell’Utri che ha dato garanzie per la risoluzione dei problemi di Cosa Nostra. A prescindere dal garantismo di Forza Italia, noi li scegliemmo perché ci diedero garanzie» (…) «Tra la fine del ’93 e l’inizio del ’94 il posto che era stato tenuto da Vito Ciancimino nel rapporto con Cosa Nostra fu preso da Marcello Dell’Utri» (…) «Nel ’93 c’è l’inizio di un nuovo capitolo: si apre un nuovo corso tra Cosa Nostra e la Politica. Provenzano all’inizio era un po’ freddo poi, parlando di Dell’Utri e di Forza Italia, mi disse “Siamo in buone mani”».

Il 12 dicembre 2013 il pentito Giovanni Brusca afferma: «Nel 1991, c’era interesse a contattare Dell’Utri e Berlusconi perché attraverso loro si doveva arrivare a Bettino Craxi, che ancora non era stato colpito da Mani Pulite, perché influisse sull’esito del maxiprocesso» (…) «La sinistra, a cominciare da Mancino, ma tutto il governo, in quel momento storico, sapeva quello che era avvenuto in Sicilia: gli attentati del ’93, il contatto con Riina. Sapevano tutto. Che la sinistra sapeva lo dissi a Vittorio Mangano. Gli dissi anche: “I Servizi Segreti sanno tutto ma non c’entrano niente”. Mangano comprese e con questo bagaglio di conoscenze andò da Dell’Utri».

Il 23 gennaio 2014 il pentito Gioacchino La Barbera afferma che la mafia progettò l’omicidio di Pietro Grasso, che non venne realizzato «per problemi tecnici». Rivela inoltre che «era stato pensato di distruggere la Torre di Pisa con una bomba».

Il 24 gennaio 2014 Giovanni Brusca dice: «Venti giorni dopo la strage di Capaci, vidi Riina a casa di Girolamo Guddo. Mi disse che aveva fatto un papello di richieste, per fare finire le stragi» (…) «Mi spiegò che avevano risposto, fecero sapere che le richieste erano assai. Ma non c’era una chiusura. E a questo punto Riina mi fece il nome di Mancino, la richiesta era finita a lui, così mi fu spiegato».

Il 30 gennaio 2014 Francesco Di Carlo dice: «Il primo rivale di Cosa Nostra era Rocco Chinnici. In particolare Nino Salvo faceva come un pazzo (…) ha chiesto a Michele Greco di farci il favore su Chinnici» (ossia di fare assassinare il giudice, ndr). «Greco non faceva nulla senza parlare con Riina: io ero presente alla Favarella quando Nino Salvo incontrò Michele Greco per chiedere l’intervento di Cosa Nostra» (…) «Ho saputo anche che i cugini Salvo si sono rivolti ad Antonio Subranni per fare chiudere l’indagine sulla morte di Peppino Impastato» (…) «Badalamenti aveva interessato Nino e Ignazio Salvo per parlare col colonnello. Dopo poco tempo Nino Badalamenti mi ha detto: “No, la cosa si è chiusa”» (…) «Per Cosa Nostra i militari dell’Esercito non sono considerati sbirri. Uno zio di Totò Riina era maresciallo dell’Esercito. E io fin dalla fine degli anni Sessanta avevo rapporti e frequentavo un colonnello dell’Esercito applicato alla Presidenza del Consiglio. Lo avevo conosciuto frequentando il generale Vito Miceli» (ex capo del SID dell’epoca, ndr) «e anche il colonnello Santovito. Con quest’ultimo avevo un rapporto più di amicizia: quando andavo a Roma, ci vedevamo e andavamo spesso a pranzo assieme». Di Carlo sostiene che Santovito, direttore del Sismi, era consapevole, quando si incontravano, che lui fosse latitante. «Quand’ero detenuto in Inghilterra vennero a trovarmi un tale Giovanni, forse uno dell’Esercito, una persona inglese e un altro, che poi scoprii essere La Barbera, vedendo la sua foto sui giornali. Giovanni mi disse che si doveva procedere a fare andare via Falcone da Palermo, mi disse tante cose brutte su Falcone, che stava facendo grossi danni. Bisognava mandarlo fuori al più presto» (…) «Non mi hanno mai parlato di volere uccidere Falcone ma solo di farlo andare via da Palermo: io a quel punto mandai un biglietto a Salvo Lima, e scrissi che questi amici potevano essere utili a tutti, perché avevano anche promesso di aiutarmi».

Il 13 febbraio 2014 viene ascoltato Riccardo Guazzelli: «Dopo l’omicidio di Salvo Lima, l’onorevole Mannino temeva per la sua vita. Lo confessò lui stesso a mio padre: “Hanno ammazzato Lima, il prossimo potrei essere io”».

Il 13 marzo 2014 depone il pentito Spatuzza, che afferma: «Per le stragi di Capaci e via d’Amelio diciamo che erano anche miei nemici, in quell’ottica mi andava anche bene l’atto terroristico con cui vennero eseguite. Ma collocare più di cento chili di esplosivo in una stradina abitata non è cosa che appartiene a Cosa Nostra» (riferendosi alla strage di via dei Georgofili a Firenze, ndr). «Nel 1997, anni prima di cominciare a collaborare, durante un colloquio investigativo con l’allora procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna e con Piero Grasso, dissi: “Fate attenzione a Milano 2”. Stavamo per salutarci e io mi sentivo di dire qualcosa anche se ancora non ero pentito. Ho cercato di dare indicazioni nello specifico».

Il 27 giugno 2014 il pentito Filippo Malvagna dice che il “viceboss” Marcello D’Agata gli aveva detto: «Dobbiamo dire che si deve votare per Berlusconi, per un nuovo partito che sta per nascere. Perché questo qua sarà la nostra salvezza» (…) «D’Agata mi disse inoltre che nel giro di pochi anni avrebbero attenuato il 41 bis e smantellato la legge sui collaboratori di giustizia e che il partito di Berlusconi sarebbe stata la nostra salvezza».

Il 3 luglio 2014 il pentito Maurizio Avola afferma: «Dovevamo uccidere il magistrato Antonio Di Pietro. C’era stato chiesto durante un incontro, organizzato all’hotel Excelsior di Roma al quale parteciparono Cesare Previti, il finanziere Pacini Battaglia, il boss catanese Eugenio Galea, il luogotenente di Nitto Santapaola Marcello D’Agata, Michelangelo Alfano e un certo Sariddu che poi scoprì essere Saro Cattafi, soggetto vicino ai Servizi. L’omicidio era voluto e sollecitato dal gruppo politico-imprenditoriale presente a quella riunione». Avola afferma inoltre che il boss Eugenio Galea gli aveva detto: «Stiamo aspettando un segnale forte da Dell’Utri e da Michelangelo Alfano, un grosso massone, che non conosco».

Il 10 luglio 2014 Antonino Galliano riporta: «Mimmo Ganci non lo vedevo da qualche giorno. Quando lo rividi mi disse che era stato fuori perché aveva accompagnato Totò Riina in un luogo imprecisato della Calabria per partecipare a una riunione a cui partecipavano anche generali, ministri, politici e esponenti delle istituzioni».

L’11 luglio 2014 depone il presidente del Senato, Pietro Grasso, che afferma: «Avevo incontrato il senatore Mancino durante la cerimonia di auguri natalizi al presidente della Repubblica, nel dicembre del 2011. In quella occasione mentre eravamo al guardaroba in attesa dei nostri soprabiti, Mancino mi apostrofò dicendo che si sentiva perseguitato dalle indagini: “Qualcosa lei deve fare”, mi disse. Risposi che l’unico modo era il potere di avocazione, ma non c’erano i presupposti».

* * *

PROTOCOLLO FARFALLA – È un accordo tra i Servizi Segreti e il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria per permettere ad agenti dei servizi di entrare e uscire dalle carceri e incontrare detenuti del 41 bis senza lasciare traccia, all’insaputa dell’autorità giudiziaria.

“PAPELLO” E “CONTROPAPELLO” – Il pentito Giovanni Brusca è stato tra i primi a parlare del “papello” di Riina. Nel 1999 anche il pentito Salvatore Cancemi ne confermò l’esistenza. Prima della consegna alle autorità del “papello” originale da parte di Massimo Ciancimino, il documento era stato ritrovato già nel 2005 a villa Ciancimino all’Addaura, durante una perquisizione dei Carabinieri; il capitano Antonello Angeli lo fece fotocopiare ma lo lasciò nella casa di Ciancimino perché, secondo quanto affermato dal maresciallo Saverio Masi, «dai superiori arrivò l’ordine di non procedere al sequestro», in quanto si sarebbe trattato di «documentazione già acquisita». La Polizia Scientifica ha confermato l’autenticità del papello e di molti altri documenti presentati da Massimo Ciancimino, scritti esattamente nei periodi da lui indicati e firmati dal padre Vito Ciancimino, tra cui un “contropapello”, cioé una revisione del papello. Il contropapello sarebbe stato scritto da Vito Ciancimino in quanto le richieste del papello originale di Riina sarebbero state troppo grandi per lo Stato, impossibili da applicare. Nel documento erano indicati due nomi: Mancino e Rognoni. Nel film “La trattativa”, Sabina Guzzanti ha ipotizzato che Totò Riina sia stato arrestato perché le richieste del papello erano inaccettabili e che la trattativa tra Stato e mafia sia proseguita con Bernardo Provenzano tramite Vito Ciancimino, che aveva scritto il contropapello.

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