La “vita”, in realtà, non esiste

Un giorno lo sapremo, in un futuro molto lontano.
Così come da un complesso insieme di particelle atomiche si arriva a cose come un tramonto, un oceano, la vita, allo stesso modo dall’intricato garbuglio di neuroni si arriva a cose come l’amore, l’anima, la personalità di un individuo, la mente.
Dalle stringhe e dai quark si arriva a formare un universo; dal cervello umano si giunge al pensiero, alla coscienza, alla memoria, alla creatività.
(Luigi Manglaviti, 11.11.2008)

Passeggi in montagna.
Ti fermi e guardi un albero fra le rocce.
Frondoso, bello nel suo protendersi al cielo. Ma immobile. Come i sassi intorno.
E pensi: ma perché dico che quell’albero è “vivo” e di tutta la pietra che lo circonda dico invece che è “senza vita”?
Anche l’erba che punteggia qua e là le rocce è immobile come le pietre. Eppure è “viva”, mentre la roccia è “inanimata”.
Qual è la differenza tra l’inanimato e il vivente? Perché persone, animali e piante appartengono a una categoria, e automobili, computer, stelle e rocce a un’altra?
Gli esseri umani che hanno studiato la “vita” hanno sempre lottato per definirla: ma ancora oggi non ne esiste una definizione soddisfacente o universalmente accettata.

I tentativi di definire con precisione la vita risalgono almeno ai filosofi greci. Aristotele credeva che, a differenza di quelle inanimate, tutte le cose viventi avessero tre tipi di “anima”: vegetativa, animale e razionale, quest’ultima esclusiva degli esseri umani. Galeno propose un sistema simile basato sugli organi, con “spiriti vitali” nei polmoni, nel sangue e nel sistema nervoso. Nel XVII Sec. il chimico tedesco George Erns Stahl e altri iniziarono a definire una dottrina che divenne poi nota come “vitalismo”. I vitalisti sostenevano che «gli organismi viventi sono fondamentalmente diversi dalle entità non viventi perché contengono elementi non fisici o sono governati da principî diversi», e che la materia organica (molecole che contengono carbonio e idrogeno e sono state prodotte da esseri viventi) non poteva derivare dalla materia inorganica (molecole prive di carbonio derivate soprattutto da processi geologici). Esperimenti successivi hanno rivelato che il vitalismo è completamente fuori strada: l’inorganico può essere convertito in organico sia all’interno che all’esterno di un laboratorio.
Altri scienziati hanno cercato invece di identificare un insieme specifico di proprietà fisiche che differenziano la vita dalla non-vita. Oggi, al posto di una definizione succinta della vita, molti testi di biologia includono un elenco piuttosto ampio di queste proprietà. Per esempio: ordine (molti organismi sono costituiti da una singola cellula con diversi scomparti e organelli o da gruppi altamente strutturati di cellule); crescita e sviluppo (cambiano dimensione e forma in modo prevedibile); omeostasi (mantengono un ambiente interno diverso da quello esterno, regolando per esempio i livelli di pH e concentrazione salina); metabolismo (spendono energia per crescere e per ritardare il decadimento), reazione a stimoli (cambiano comportamento in risposta a luce, temperatura, sostanze chimiche o altri aspetti dell’ambiente); riproduzione (clonazione o accoppiamento per la produzione di nuovi organismi e trasferimento di informazioni genetiche da una generazione alla successiva); evoluzione (la composizione genetica di una popolazione cambia nel tempo).
È fin troppo facile smontare la logica di questi elenchi. Nessuno è mai riuscito a compilare una lista di proprietà fisiche che comprenda tutte le cose viventi ed escluda tutto ciò che etichettiamo “inanimato”: ci sono sempre delle eccezioni. Quasi nessuno considera vivi i cristalli, per esempio, eppure sono altamente organizzati e crescono. Anche il fuoco consuma energia e diventa più grande, ma non è vivo. Al contrario, i batteri, i tardigradi e anche alcuni crostacei possono passare lunghi periodi di inattività durante i quali non crescono, non metabolizzano, non si modificano in alcun modo, ma non sono tecnicamente morti (un tardigrado può sopravvivere senza cibo né acqua in uno stato di disidratazione per più di 10 anni!).

Come possiamo classificare una singola foglia caduta da un albero? La maggior parte delle persone concorderebbe che una foglia è viva se è collegata a un albero: le sue cellule lavorano instancabilmente per trasformare la luce solare, l’anidride carbonica e l’acqua in alimento. Ma quando si stacca da un albero, le sue cellule non cessano immediatamente le loro attività. Muore quando cade, quando tocca terra oppure quando alla fine sono morte tutte le sue singole cellule? Se si stacca una foglia da una pianta e se ne alimentano le cellule in laboratorio, si tratta di vita?

Turritopsis NutriculaRispondere all’ambiente non è una capacità limitata agli organismi viventi: abbiamo progettato innumerevoli macchine che lo fanno. Nemmeno la riproduzione definisce un essere vivente. Molti singoli animali non possono da soli: due gatti insieme sono vivi perché possono generare nuovi gatti, ma uno da solo non è vivo perché non può propagare i suoi geni? Per non parlare di Turritopsis Nutricula, la “medusa immortale”, che può alternare a tempo indeterminato la sua forma adulta e la sua fase giovanile. Questa tremolante gelatina non non si riproduce, né si clona o invecchia in modi consueti, ma chiunque sarebbe d’accordo nel considerarla “viva”.
E l’evoluzione? Memorizzare le informazioni in molecole come DNA e RNA, trasmettere queste informazioni alla prole e adattarsi a un ambiente che cambia alterando l’informazione genetica sono certamente capacità uniche degli esseri viventi, per cui molti biologi si sono concentrati sull’evoluzione come caratteristica distintiva fondamentale della vita.

Agli inizi degli anni ’90 del Novecento, Gerald Joyce dello SRI (Scripps Research Institute) era consulente del programma di esobiologia della NASA. Durante le discussioni sul modo migliore per trovare la vita su altri mondi, Joyce e colleghi relatori diedero una definizione operativa della vita ampiamente citata: “un sistema in grado di autosostentarsi, capace di evoluzione darwiniana”.
È una definizione chiara, concisa e completa. Ma funziona?
Applichiamola ai virus, che hanno complicato più di ogni altra entità la ricerca di una definizione di “vita”. I virus sono essenzialmente filamenti di DNA o RNA impacchettati in un involucro proteico: non hanno cellule o un metabolismo, ma hanno i geni e possono evolvere. Joyce spiega che per essere un “sistema in grado di autosostentarsi”, un organismo deve contenere tutte le informazioni necessarie per riprodursi ed essere sottoposto all’evoluzione darwiniana. A causa di questo vincolo, i virus non soddisfano la definizione: per fare copie di se stesso un virus deve invadere e conquistare una cellula.

La definizione di lavoro della NASA non è in grado di affrontare l’ambiguità dei virus meglio delle altre definizioni proposte. Un verme parassita che vive nell’intestino di una persona ha tutte le informazioni genetiche necessarie per riprodursi, ma non sarebbe mai capace di farlo senza le cellule e le molecole dell’intestino da cui ruba l’energia per sopravvivere. Allo stesso modo, un virus ha le informazioni genetiche necessarie per replicarsi, ma non ha tutto il macchinario cellulare necessario.
Affermare che la situazione del verme è categoricamente diversa da quella del virus è un argomento debole. Sia il verme che il virus si riproducono e si evolvono solo “nel contesto” dei loro ospiti. Quindi, se usiamo la definizione della NASA per scacciare i virus dal regno della vita, dobbiamo escludere anche tutti i tipi di parassiti più grandi, che includono vermi, funghi e piante.

Definire la vita come “un sistema in grado di autosostentarsi capace di evoluzione darwiniana” ci costringe anche ad ammettere che alcuni programmi per computer sono vivi. Gli algoritmi genetici, per esempio, imitano la selezione naturale per arrivare alla soluzione ottimale di un problema: sono matrici di bit che codificano tratti, evolvono, competono tra loro per riprodursi e si scambiano anche informazioni.
Un altro colpo devastante alla definizione della NASA è arrivato proprio dal laboratorio di Joyce, che, come molti altri scienziati, propende per un’origine della storia della vita conosciuta come “ipotesi del mondo a RNA”, secondo la quale i primi organismi del pianeta si sarebbero basati unicamente sull’RNA, senza l’aiuto del DNA o di un gruppo di proteine enzimatiche. Per verificare l’ipotesi, Joyce e altri ricercatori hanno tentato di creare i ribozimi autoreplicanti che avrebbero potuto esistere nella zuppa primordiale da cui emerse la vita sulla Terra. Insieme a un altro scienziato, Tracey Lincoln, nel 2005 Joyce produsse in laboratorio migliaia di miliardi di sequenze casuali di RNA simile ai primi RNA che possono aver gareggiato fra loro miliardi di anni fa, e isolato le sequenze che, per caso, erano capaci di incollare altri due pezzi di RNA. Affiancando queste sequenze, alla fine hanno prodotto due ribozimi che potevano replicarsi a vicenda all’infinito — almeno finché vi fossero nucleotidi a sufficienza.
Non solo queste molecole di RNA nudo si riproducono, ma possono anche mutare ed evolvere. I ribozimi avevano alterato piccoli segmenti del loro codice genetico per adattarsi alle condizioni ambientali mutevoli, per esempio.

E poi pensiamo a una delle grandi domande senza risposta: «Siamo soli nell’Universo?»…

Per le risposte, in genere funziona così:
Risposta A): “No, assolutamente no. L’universo è enorme, noi non ne siamo al centro né siamo di importanza centrale; e sarebbe il massimo della vanità pensare che l’uomo o la Terra siano speciali o significativi”.
Risposta B): “Forse sì. Non è mai stata trovata una prova valida dell’esistenza di vita extraterrestre, e la nostra galassia è abbastanza vecchia perché eventuali civiltà intelligenti abbiano avuto il tempo di diffondersi ovunque”.

Ognuno di noi perde il conto di quante volte ha avuto questa conversazione. La cosa affascinante è che tendiamo tutti a parteggiare per l’una o per l’altra opzione, difendendola con grande calore. Ma ci sono alcuni aspetti su cui bisogna riflettere. Il “noi” della domanda è un termine ambiguo. Può essere usato sia per intendere “vita tecnologicamente intelligente” (come a noi umani moderni piace pensare di essere, per esempio) sia per intendere “melma”, nel senso della forma di vita microbica unicellulare che è, ed è sempre stata, la maggior parte della materia vivente sulla Terra.
A seconda della definizione di “noi”, le risposte possono cambiare. In realtà, le due posizioni tendono a convergere verso un terreno moderatamente comune, per esempio sostenendo che nel cosmo potrebbe esserci un’abbondanza di vita microbica, che se ne sta sotto forma di melma in qualche anfratto roccioso anziché costruire imperi pangalattici, mentre le forme di vita complesse sono o molto rare (come prevede la “Ipotesi della rarità della Terra”) oppure non si spostano di molto nello spazio interstellare (come previsto dalla “Teoria del Grande Filtro”).

Si tratta di risposte terribilmente insoddisfacenti, e terribilmente influenzate dalla nostra interpretazione degli eventi sulla Terra. Si potrebbe superare l’impasse se riuscissimo a trovare forme di vita con un’origine indipendente altrove, nel Sistema Solare o più lontano, ma questo obiettivo è ancora fuori portata, anche se forse non per molto: considerando l’esplorazione di Marte o le nostre ambizioni di visitare comete e satelliti ghiacciati, sembra davvero che ci stiamo avvicinando allo studio delle opportunità locali di vita. Tenuto conto della soprendente abbondanza di esopianeti scoperti, e del catalogo di tutti i più probabili candidati nelle vicinanze che sarà effettuato da missioni come TESS (Transiting Exoplanet Survey Satellite), potremmo dedicare la prossima generazione di super-osservatori spaziali e terrestri a misurazioni approssimative della proprietà di alcuni potenziali analoghi della Terra.
Questa però è una visione ottimistica. In tutti questi esempi, anche se non trovassimo forme di vita (che si tratti di fossili o di “firme” chimiche), non avremmo eliminato la possibilità che la vita esista in quei luoghi, ma, semplicemente, che non saremmo stati abbastanza bravi da scoprirla.

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Così, purtroppo, è assai probabile che tra dieci, venti o cinquant’anni il dibattito sugli alieni ruoti ancora tra A e B. In questo senso, la soluzione di compromesso — la vita microbica potrebbe essere comune, ma la vita complessa no — sembra quindi una risposta accettabile. Ma c’è un problema.
Questa argomentazione si regge in ampia misura sull’idea che la vita complessa pluricellulare sulla Terra, dalle Turritopsis Nutricula agli alberi, esista solamente grazie a una sequenza di eventi molto specifici e scarsamente probabili, che includono il luogo e il modo in cui si è formato il pianeta (con l’acqua, con la tettonica delle placche), la presenza di una grande Luna (che ne mantiene l’asse di rotazione variabile ma non troppo) e una fusione fortuita di due organismi unicellulari, dello stesso grado di complessità, che ha dato origine alla vita eucariotica due miliardi di anni fa.
Di conseguenza, le probabilità che un pianeta abbia prodotto creature come noi è altamente improbabile, e quindi questo non può essersi ripetuto in molti altri luoghi, nemmeno in un universo con centinaia di miliardi di galassie e in quasi 14 miliardi di anni.

Questa però un’interpretazione molto particolare degli eventi fatta a posteriori, chiamata analisi post hoc. Per usare un’analogia, immagina di svegliarti una mattina con lo squillo del telefono. È un lontano cugino che ti chiama per comunicarti il suo nuovo numero. Più tardi, incamminandoti verso il lavoro, un autobus suona il clacson nel traffico, e quando alzi lo sguardo vedi alcune delle cifre di quel numero di telefono sulla sua fiancata. All’ora di pranzo, sotto la tua scarpa si attacca un frammento di giornale con la notizia che la lotteria nazionale avrà un montepremi record. Tornato al lavoro, un collega insiste perché partecipi a una riunione in cui ricorre continuamente la parola “premio”. Sulla via di casa, ti fermi a un’edicola e decidi di acquistare un biglietto della lotteria. La mattina dopo, scopri di aver vinto l’enorme montepremi!

Cosa ne pensi? Il tuo istinto naturale è ripensare al giorno precedente e stupirti di come una serie di eventi improbabili ti abbia portato, passo dopo passo, alla fortunata conclusione: è come se il cosmo avesse cospirato per portarti alla vincita!
In realtà le cose non stanno affatto così. Qualcuno, da qualche parte, avrebbe comunque vinto alla lotteria. E chiunque fosse, in qualunque circostanza, avrebbe avuto gli stessi pensieri. Gli eventi del giorno, della settimana o dell’anno precedenti avrebbero assunto un nuovo significato alla luce del risultato. Sarebbero saltati fuori numeri visti, scelte fatte ed eventi casuali che avrebbero apparentemente condotto all’esito finale.
Naturalmente alcuni di questi eventi erano necessari, ma sarebbero apparsi anche completamente diversi se avesse vinto un’altra persona. Il punto è che è estremamente irrazionale sostenere che quella lunga catena di eventi fosse l’unico modo per arrivare alla vincita.

Questo ci riporta all’idea di “rarità” dello sviluppo della vita sulla Terra. La nostra prospettiva non è diversa da quella del vincitore della lotteria. È facile guardare indietro ai quattro miliardi di anni di evoluzione chimica, geologica e biologica e dire che la comparsa di organismi come noi è altamente improbabile. In realtà, non sappiamo se questo sia vero, e non possiamo saperlo perché non abbiamo informazioni su come siano andate le cose per miliardi di anni, in miliardi di altri mondi nella galassia. In un certo senso, non abbiamo idea di quanti altri biglietti vincenti della lotteria ci sono là fuori nel cosmo, né di come sono stati scelti!

* * *

EX CURSUS

Il nostro universo — quello che i Greci chiamavano “cosmo”, il tutto armoniosamente ordinato — è nato 13,8 miliardi di anni fa con un Big Bang, una grande esplosione che ha generato lo spazio e il tempo, le cui cause ancora ci sfuggono. La nostra Terra, invece, che i Greci ponevano fuori dal cosmo in una dimensione di disordine, cambiamento e corruzione, è nata 4,5 miliardi di anni fa. Homo sapiens – «l’occhio con cui l’universo ha imparato a osservare se stesso», secondo una bella definizione del fisico Victor Weisskopf – è nato, per la succitata evoluzione darwiniana, circa 200.000 anni fa.
Se riducessimo questa lunga storia a una sola giornata vedremmo che l’Universo nasce scoccata la mezzanotte, alle ore 0:00; la Terra appare solo a pomeriggio inoltrato (alle 16:12, per la precisione) e l’Uomo negli ultimissimi istanti, alle ore 23:59:58.
Ora seguiamo la sollecitazione del paleontologo e storico e filosofo della biologia Stephen Jay Gould e immaginiamo che la storia di questa giornata cosmica sia un film, di cui possiamo riavvolgere il nastro e poi proiettarlo di nuovo: ebbene, sosteneva Gould, difficilmente alla fine della giornata riapparirebbe l’occhio con cui l’universo dalla Terra osservare se stesso. Difficilmente riapparirebbe Homo sapiens.
Il motivo, diceva lo studioso americano, è molto semplice. Il nostro numero (inteso come specie) è stato estratto in una grande e irripetibile lotteria. Ce ne fosse stata un’altra, di tombola cosmica, con ogni probabilità sarebbe uscito un altro numero. Non necessariamente abbinato a una specie vivente capace di riconoscere se stessa e di indagare l’ambiente che la circonda.
Il motivo di questo sano scetticismo statistico è piuttosto semplice: siamo — dove il siamo riguarda non solo la nostra specie, ma anche la Terra, il Sole e persino la galassia — di una piccola e marginale componente di un sistema evolutivo complesso, ricchissimo di elementi e di relazioni tra gli elementi. Relazioni alcune volte armoniose, ma altre volte catastrofiche. L’evoluzione cosmica è tanto ordinata quanto caotica. Frutto, per dirla con Jacques Monod, tanto della necessità quanto del caso.
Alcuni anni fa il medico e biologo Stuart Kauffman, che ha lavorato alle ricerche sulla complessità presso il Santa Fe Institute, scrisse un libro dal titolo significativo: At home in the universe. Volendo dire che siamo di casa nell’universo. Vi siamo giunti a 2 secondi dalla fine della giornata perché eravamo attesi. In realtà la biologia evolutiva ci dice invece che siamo come dei turisti fai da te che giungono nella hall di un grande albergo e chiedono se c’è una stanza libera. Quei turisti non sono completamente estranei al luogo, ma neppure erano attesi. Ecco, l’uomo è come un turista fai da te che ha trovato un posto nel Grand Hotel Universo.
Cosa questo significhi in pratica ce lo ricorda la cronaca scientifica degli ultimi mesi. Gli scienziati degli esperimenti Ligo e Virgo sono alla infaticabile ricerca delle onde gravitazionali generate, miliardi di anni fa, dai catastrofici impatti di due buchi neri o di due stelle di neutroni. Se anche uno solo di questi scontri tra mostri cosmici fosse avvenuto nelle vicinanze del Sistema Solare, oggi non ci sarebbero né il Sole né la Terra — né noi a raccontarlo.

Ma fermiamoci, per semplicità, alla storia della nostra minuscola casa: meno di un granello di polvere, nell’immensità indifferente del cosmo (per dirla, ancora una volta, con Monod). Anche l’evoluzione del pianeta Terra è quella tipica di un sistema complesso modellata dal caso oltre che dalla necessità. Costellata di ordine, ma anche di immani catastrofi. Un sistema dinamico non lineare estremamente sensibile alle condizioni iniziali che, per chi non è esperto di matematica, è più facilmente rappresentabile evocando la metafora del metereologo Edward Lorenz: basta un battito d’ali in Amazzonia per scatenare una tempesta in Texas.
Lo studio congiunto di paleoclimatologi e di paleontologi ci ha fornito di recente un esempio di questo imprevedibile battito d’ali dagli effetti enormi. Pare che la vita animale sia comparsa sulla Terra 800 milioni di anni fa, grazie a un battito d’ali della geochimica planetaria. Tra i grandi organismi pluricellulari, gli animali si distinguono dalle piante perché possono muoversi e cercare il cibo. Ma per farlo hanno bisogno di energia. E, quindi, di una fonte energetica generosa e facilmente confinabile. L’ossigeno risponde all’esigenza. Proprio 800 milioni di anni fa, a causa di eventi geofisici non ancora ben noti, la concentrazione di ossigeno negli oceani aumenta un poco: dallo 0,1 all’1 o 2% rispetto a quella attuale. Quanto basta per far evolvere organismi pluricellulari in grado di muoversi in maniera autonoma. Si trattava di animali molto piccoli, piatti, dal corpo molle e dai movimenti lentissimi, che vivevano sul fondale degli oceani in uno spazio sostanzialmente in 2D, bidimensionale.

Più tardi, circa 580 milioni di anni fa, la concentrazione di ossigeno negli oceani supera la soglia del 3% rispetto a quella attuale e ciò rende possibile lo sviluppo della “fauna di Ediacara”, composta anche da animali più grandi che hanno riserve di energia sufficiente per nuotare. Grazie al minuscolo battito d’ali dell’ossigeno oceanico, gli animali scoprono lo spazio in 3D.
Passa ancora poco (poco nella scala geologica del tempo) e, intorno a 543 milioni di anni fa, con un altro piccolo battito d’ali, la concentrazione di ossigeno negli oceani supera la soglia del 10% rispetto a quella attuale. Il mare è ancora povero della preziosa molecola, ma tanto basta per consentire l’evoluzione di animali capaci di muoversi con rapidità e di cibarsi con altri animali: nascono i predatori.

È una catastrofe. Sotto quelle giovani fauci la “fauna di Ediacara”, incapace di difendersi, inizia velocemente a ridursi. Ma basta poco ai sopravvissuti per escogitare qualche efficace difesa: alcuni sviluppano un esoscheletro, una dura corazza che protegge dagli attacchi. Inizia così una fantastica corsa alle armi tra prede e predatori, nota come “esplosione del Cambriano”, con cui la vita animale sperimenta strutture le più diverse. È un’esplosione — una creatività — senza precedenti e, soprattutto, senza analoghi posteriori. Nulla di simile era avvenuto prima e nulla di simile è avvenuto dopo: tutti i phila, le grandi architetture della vita, oggi esistenti sono nate nel corso dell’esplosione del Cambriano.

Tutto questo, probabilmente, non sarebbe successo se il battito d’ali fosse stato un po’ meno intenso e la concentrazione dell’ossigeno oceanico fosse rimasta al di sotto della soglia del 10%.
Tuttavia non tutto, nell’evoluzione biologica, è dovuto al caso. Esiste, per esempio, una sorta di legge che sembra (si evidenzia il termine) imporre alla biodiversità di crescere nel tempo in maniera pressoché lineare. Che questa legge esista sembra dimostrato dalle cinque grandi estinzioni di massa (morie nel corso delle quali, in tempi relativamente brevi, sono scomparse almeno il 60% delle specie) che si sono succedute dopo l’esplosione del Cambriano. Nel Tardo Ordoviciano, 430 milioni di anni fa, la prima: scompare all’incirca l’85% delle specie; nel tardo Devoniano, 360 milioni di anni fa, scompare tra il 79 e l’83% delle specie; nel Permiano, 250 milioni di anni fa, si estingue addirittura il 95% delle specie, la “vita” è a un passo dalla fine; ancora, nel Triassico, 200 milioni di anni fa, l’estinzione riguarda l’80% delle specie e, infine, l’ultima grande estinzione, quella del tardo Cretaceo in cui a scomparire è il 70/75% delle specie, dinosauri compresi.

Ebbene, di quasi nessuna di queste grandi estinzioni conosciamo con precisione le cause scatenanti: di tutte, però, conosciamo gli effetti. Sempre, dopo la tragedia, la biodiversità è ritornata rigogliosa e ha ripreso la sua ascesa lineare, ovviamente con nuove specie, come se la grande estinzione non fosse mai avvenuta. Evidentemente per oltre mezzo miliardo di anni la crescita di biodiversità non ha avuto fattori ambientali limitanti. E probabilmente la legge che dopo l’esplosione del Cambriano ha consentito la crescita lineare di biodiversità è una sorta di horror vacui: la “vita” tende a occupare tutti gli spazi disponibili. Come se non ci fosse alcuna distinzione fra — o come se fosse indifferente a — “materia”, disastri, sistemi non lineari, caos, chimica, fisica e quant’altro.

* * *

Perché definire la vita è così frustrante e difficile? Perché scienziati e filosofi hanno fallito per secoli nel trovare una proprietà fisica specifica o un insieme di proprietà che separi nettamente i vivi dagli inanimati?
Perché una proprietà simile non esiste. LA “VITA” È UN CONCETTO CHE ABBIAMO INVENTATO.
Al livello più fondamentale, tutta la materia esistente è una disposizione degli atomi e delle particelle che li costituiscono. Queste disposizioni ricadono in un immenso spettro di complessità, da un singolo atomo di idrogeno a una cosa intricata come il cervello umano.
Nel tentativo di definire la vita, abbiamo tracciato una linea a un livello arbitrario di complessità e dichiarato che tutto ciò che è al di sopra di quel confine è vivo, e tutto ciò che è al di sotto non lo è. Ma questa suddivisione non esiste al di fuori della mente. Non esiste una soglia passata la quale un insieme di atomi diventa improvvisamente “vivo”, non c’è alcuna distinzione categorica tra i viventi e inanimati, nessuna scintilla frankensteiniana.

Non siamo riusciti a definire la vita, in primo luogo perché… non c’è mai stato nulla da definire.
Carol Cleland, una filosofa dell’Università del Colorado a Boulder, che ha trascorso anni a studiare i tentativi di delineare la vita, ritiene che l’impulso di definire con precisione la vita sia sbagliato, ma non è ancora pronta a negare la realtà fisica della vita: «Concludere che non vi è alcuna natura intrinseca della vita è altrettanto prematuro che definirla. Penso che l’atteggiamento migliore sia trattare come criteri sperimentali quelli che sono normalmente considerati criteri definitori della vita».
Criteri sperimentali.
Ciò di cui abbiamo veramente bisogno, ha scritto la Cleland, è «una teoria della vita ben dimostrata e adeguatamente generale». E fa un’analogia con i chimici del XVI Sec.: prima di capire che aria, sporcizia, acidi e tutte le sostanze chimiche sono fatte di molecole, non riuscivano a definire l’acqua. Ne elencarono le proprietà — è umida, trasparente, insapore, congelabile e può sciogliere molte altre sostanze —, ma fu impossibile caratterizzarla con precisione finché molto più tardi non si è scoperto che è formata da due atomi di idrogeno legati a un atomo di ossigeno. «Per avere l’equivalente della teoria molecolare per la vita», dice la Cleland, «sarà necessario un campione più ampio. Finora abbiamo solo l’esempio della vita sulla Terra fondata su DNA e RNA. Immaginate di provare a creare una teoria sui mammiferi osservando solo zebre. Questa è la situazione in cui ci troviamo quando cerchiamo di identificare ciò che rende vita la vita».
Purtroppo è facile discordare con quest’ultima affermazione. La scoperta di vita aliena su altri pianeti amplierebbe indubbiamente la nostra comprensione di come funzionano le cose che chiamiamo “organismi viventi” e di come si sono evoluti, ma non potrebbe aiutarci a formulare una nuova, rivoluzionaria teoria della vita. I chimici del XVI Sec. non riuscivano a trovare ciò che distingue l’acqua da altre sostanze perché non ne conoscevano la natura fondamentale: non sapevano che ogni sostanza è fatta di una specifica disposizione molecolare. Al contrario, oggi sappiamo esattamente di che cosa sono fatte le creature del nostro pianeta: cellule, proteine, DNA e RNA.

Ciò che differenzia le molecole di acqua e le rocce dagli alberi e dalle persone non è la “vita”, ma la terrificante COMPLESSITÀ. Abbiamo già conoscenze sufficienti a spiegare perché quelli che abbiamo chiamato “organismi viventi” possono fare, in generale, cose che la maggior parte di ciò che chiamiamo “inanimato” non può, senza proclamare che la vita è questo e la non-vita quello e che le due cose non si incrociano mai.
Riconoscere che la vita è un “concetto” non deruba del suo splendore ciò che noi chiamiamo vita. Non è che non ci siano differenze sostanziali tra esseri viventi e oggetti inanimati; piuttosto, non troveremo mai una linea di demarcazione netta tra i due perché i concetti di vita e non-vita come categorie distinte sono proprio questo: concetti, non realtà. Ciò che accomuna veramente le cose che definiamo vive non è una loro proprietà intrinseca bensì la nostra percezione di esse, il nostro amore per loro e, francamente, la nostra arroganza e il nostro narcisismo.
Prima abbiamo proclamato che tutto sulla Terra può essere suddiviso in due gruppi — gli animati e gli inanimati —, e non è un segreto quale sia quello che riteniamo essere superiore. Poi abbiamo insistito a misurare tutte le altre forme di vita rispetto a noi stessi. Quanto più qualcosa è simile a noi — quanto più sembra muoversi, parlare, sentire, pensare — tanto più per noi è “vivo”. Anche se il particolare insieme di attributi che rende umano un essere umano non è chiaramente l’unico modo (e, in termini evolutivi, neppure il più efficace) per essere una “cosa vivente”.
In verità, ciò che noi chiamiamo vita è impossibile senza — e inseparabile da — ciò che noi consideriamo inanimato. Se in qualche modo potessimo vedere la realtà che soggiace al nostro pianeta — per comprendere la sua struttura su ogni scala simultaneamente, dalla microscopica alla macroscopica —, vedremmo il mondo come un insieme costituito da un numero inenarrabile di granelli di sabbia, una tremolante sfera gigante di atomi. Proprio come è possibile modellare migliaia di granelli di sabbia praticamente identici su una spiaggia in castelli, sirene o qualsiasi altra cosa si possa immaginare, gli innumerevoli atomi che compongono tutto il pianeta continuamente si riuniscono e si separano, creando un mutevole, incessante caleidoscopio della materia. Alcuni di quei “branchi” di particelle sarebbe quello che abbiamo chiamato montagne, oceani e nuvole; altri sarebbero alberi, pesci e uccelli. Alcuni sarebbero relativamente inerti; altri starebbero cambiando sotto i nostri occhi a velocità inconcepibile e in modi sorprendentemente complessi. Alcuni sarebbero rocce; altri alberi ed erba — e tu che ci passeggi intorno non riesci più a vedere la fatidica linea di demarcazione.

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