Complotterie, cospiratismi e congiuraggini

Come funziona una “teoria del complotto”?
È un misto di psicologia, ignoranza e tecniche di manipolazione.

Accusare l’avversario di qualcosa ne modifica l’immagine, anche agli occhi di chi non crede all’accusa. Dopo aver immaginato una scena, non si può tornare indietro e disimmaginarla. La scena di Tizio che fa qualcosa di orribile — per esempio, violenta bambini — rimane in mente anche se razionalmente la si ritiene una calunnia: si è attivato un frame, una cornice narrativa in cui Tizio è ridotto a mostro, disumanizzato. E non si può più disattivare. È su questo stesso presupposto che si basano le fake news e in passato il successo di Goebbels. Se hai immaginato qualcosa non puoi più disimmaginarla, ti resta da qualche parte nella capoccia.

Sono diffusi, in molte società contemporanee, sentimenti di rifiuto e diffidenza nei confronti degli “esperti”, a qualunque settore appartengano, la medicina come l’astronomia, l’economia come la storia. La comunicazione semplificata tipica dei social media fa nascere la figura del contro-esperto che rappresenta una presunta opinione del popolo, una sorta di sapienza mistica che attinge a giacimenti di verità che i professori, i maestri e i competenti occulterebbero per proteggere interessi e privilegi. I pericoli sono sotto gli occhi di tutti: si negano fatti ampiamente documentati; si costruiscono fantasiose contro-storie; si resuscitano ideologie funeste in nome della de-ideologizzazione.

«L’anti-intellettualismo si è insinuato come una traccia costante nella nostra vita politica e culturale, alimentato dal falso concetto che democrazia significhi “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza”».
(Isaac Asimov, 1980, su Newsweek)

In un numero significativo di umani si fa largo la convinzione che si possa fare a meno delle mediazioni, degli esperti, dei sacerdoti: molti ne deducono di essere stati gabbati per secoli. Si guardano intorno e, animati da una certa comprensibile venatura di risentimento, cercano la prossima mediazione da distruggere, il prossimo passaggio da saltare, la prossima casta sacerdotale da rendere inutile.

Quando non si capisce, ci si affida agli stregoni. Il complotto è supplente dell’intelligenza: non capisci e ti affidi a una tesi indimostrabile, un complotto appunto. Il complottista vede sempre un oscuro burattinaio che congiura nella cantina della Storia.

Nella cultura anglosassone l’atto del teorizzare non è circondato di aprioristico rispetto, anzi, nell’uso comune “theory” vuol dire congettura, illazione: «Come on, that’s just theory». In italiano questa connotazione è assente. Nella nostra cultura impregnata di idealismo filosofico, una teoria è comunque qualcosa di importante, anche prima di qualunque verifica sulla sua fondatezza. Usando teoria al posto di opinione o parere — «Ho una mia teoria al riguardo» — si risulta subito più autorevoli. Dunque “teoria del complotto” non ha per forza un connotato negativo, non a tutti sembra qualcosa da rigettare a priori. Del resto, di complotti ne sono esistiti e ne esistono. In ogni momento, da qualche parte, c’è qualcuno che complotta. Ed è grazie a teorie divenute inchieste che certe cospirazioni reali — come la Strategia della tensione o i piani della loggia P2 — sono state scoperte.

Le teorie del complotto sono in risonanza con alcuni dei preconcetti incorporati nel nostro cervello e con le scorciatoie che il nostro pensiero tende a prendere, e attingono dal pozzo dei nostri più profondi desideri, delle nostre paure, delle nostre presupposizioni sul mondo e le persone che ci vivono. Tutti crediamo, abbiamo creduto o potremmo credere a qualche fantasia di congiura.

Nelle analisi che si fanno sull’odierno cospirazionismo social andrebbe sostituita “teoria del complotto” con “fantasticheria di complotto”; per le teorie del complotto fondate e riscontrabili andrebbe invece usata l’espressione “ipotesi di complotto”.
Le ipotesi di complotto servono a indagare complotti specifici e situati, orientati a un fine preciso, che solitamente cessano dopo essere stati scoperti, o al momento della loro scoperta sono già cessati. Le fantasticherie di complotto, invece, riguardano sempre una cospirazione universale, che ha come fine la conquista o la distruzione del mondo intero da parte di società segrete, confraternite occulte, “razze infide”, singoli individui descritti come onnipotenti burattinai, conquistatori alieni… o un’alleanza di tutti questi soggetti. Una cospirazione costantemente denunciata eppure sempre in pieno svolgimento, da decenni, da secoli.
Nella prima categoria troviamo: lo scandalo Watergate e le manovre di Nixon per insabbiarlo; il programma Cointelpro dell’FBI per infiltrare le Pantere Nere e altri gruppi radicali; i tentativi di assassinare Fidel Castro da parte della CIA; i depistaggi sulle stragi italiane da Piazza Fontana in poi; le trame della P2 di Licio Gelli; la produzione di false prove contro il regime di Saddam Hussein per giustificare l’invasione dell’Iraq.
Nella seconda categoria troviamo gli incubi a occhi aperti sugli Illuminati, i Protocolli dei Savi di Sion, il piano Kalergi, la “grande sostituzione etnica” e George Soros che muove i fili del mondo, Bill Gates che ci controlla con i nanochip nei vaccini, i Rettiliani, le scie chimicheQAnon e la Cabàl di satanisti pedofili.
Anche quando una fantasticheria di complotto sembra riguardare un singolo evento, lo integra in una congiura vastissima, innervata a tal punto nei centri del potere mondiale e con un tale numero di complici da implicare per forza il complotto universale.

MECCANISMO BIOLOGICO

Le neuroscienze localizzano quello che chiamiamo raziocinio nella corteccia cerebrale prefrontale. Un’area molto sottile, un «fazzoletto grigio» — così la definisce Massimo Polidoro (giornalista, divulgatore scientifico e segretario del Cicap, Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) — della neocorteccia, la parte del nostro cervello che si è evoluta più di recente. Le emozioni risiedono invece nel sistema limbico, un’area molto più antica che il neuroscienziato Paul D. MacLean — ricordato per la teoria del “cervello trino”, oggi superata — chiamava in modo efficace «paleocervello». Nell’area limbica è molto importante l’amigdala, struttura che ha il compito di reagire ai pericoli e mandare segnali d’allarme a tutto il corpo.
In presenza di uno stimolo, prima entrano in gioco le funzioni del paleocervello, in particolare dell’amigdala, poi quelle della corteccia prefrontale. Quest’ultima interviene per vagliare i segnali d’allarme, regolare le emozioni, farci ragionare. Basandosi su questo, lo psicologo Daniel Kahneman ha introdotto la distinzione tra il “pensiero veloce” del sistema limbico (emotivo, impulsivo, automatico) e il “pensiero lento” della corteccia prefrontale (analitico, prudente, controllato).

Il pensiero veloce ci ha permesso di sopravvivere come specie. «I nostri antenati che vivevano nella savana», scrive Polidoro nel suo Il mondo sottosopra, «erano alle prese con leoni, pantere e altre minacce alla propria sopravvivenza, e non potevano permettersi di riflettere troppo. Era necessario decidere in fretta se la sagoma scura che si vedeva tra le foglie poteva essere un predatore o solo un gioco di luci e ombre: non farlo poteva significare l’estinzione. Dunque, meglio scappare sempre… piuttosto che fermarsi a verificare».
Il problema è che il nostro cervello tende a funzionare così anche in contesti diversissimi. In momenti di stress, paura o collera questo ci porta a compiere errori, a prendere decisioni sbagliate o a trarre conclusioni ingiuste prima che il pensiero lento possa intervenire. Da ciò derivano molti dei bias (pregiudizi) che condizionano la nostra vita, studiati dalla psicologia e dalle scienze cognitive.
Nel corso del decennio scorso il cortocircuito tra il flusso continuo e ansiogeno delle notizie — molto spesso cattive notizie — e gli algoritmi dei social network che incentivano reazioni immediate ha rafforzato i nostri bias e reso gli errori non solo più frequenti ma più rapidi nel propagarsi.

Il Corpo amigdaloideo, situato nella parte dorsomediale del lobo temporale del cervello: gestisce le emozioni, e in particolar modo la paura

MECCANISMI PSICOLOGICI

Il primacy effect è la tendenza a ricordare le prime informazioni ricevute e a ritenerle più importanti di quelle lette o sentite dopo. Avviene anche quando sono calmo, ma molto di più quando provo emozioni intense. Se ricevo una notizia mentre sono inquieto, arrabbiato o impaurito, tendo a ricordarla più facilmente. Questo influenzerà le mie elaborazioni e decisioni successive. Anche quando entra in azione la corteccia prefrontale, l’effetto è difficile da correggere per via dell’euristica della disponibilitàse ricordo una cosa, vuol dire che è importante. Tendo a ritenere più valido quel che posso richiamare alla mente con poco sforzo, a scapito di ciò che potrei conoscere con uno sforzo maggiore. Ne deriva il pregiudizio di ancoraggio: pensando, non mi allontano dal punto su cui mi sono fissato fin dal principio, convinto che sia il punto della questione, quando in realtà l’ho scelto in modo arbitrario.
Se le informazioni ricevute all’inizio erano all’insegna del “niente è come sembra” e dell’idea che esista una verità nascosta da trame occulte, tendo a restare in quello schema, mettendo in fila altri bias e distorsioni cognitive. Il pregiudizio di intenzionalità mi fa pensare che se qualcosa è accaduto — un incidente, un’alluvione, un’epidemia — qualcuno deve averlo voluto e pianificato. Il pregiudizio di proporzionalità mi convince che un evento su vasta scala e con molte conseguenze non possa avere una causa “piccola”: deve averne per forza una “grande”, che a sua volta — in base al pregiudizio di intenzionalità — deve dipendere dalla volontà di qualcuno.

Una pandemia non può avere come causa scatenante un episodio impercettibile come lo svolazzo di un virus da un animale a un essere umano, in seguito a processi impersonali, oggettivi, a cui tutti contribuiamo: deforestazione, urbanizzazione, allevamento intensivo… No, dev’essere l’esito di un piano globale, e quel piano deve avere un volto. Mi additano Bill Gates. È ricchissimo, mi è sempre stato sulle palle, fa carità ipocrita, c’entra qualcosa con i vaccini, Windows mi si blocca sempre… Ok.

A questo punto, scatta il pregiudizio di confermasenza nemmeno accorgermene, scelgo le informazioni che rafforzano la mia convinzione e scarto quelle che la metterebbero in crisi. Ogni volta ne traggo la sensazione che ciascun tassello vada al proprio posto, cosa che mi dà soddisfazione, mi fa sentire forte e in grado di dominare ogni tema e materia. L’esaltazione rafforza l’effetto Dunning-Kruger: ciascuno di noi tende a sopravvalutare le proprie conoscenze, a darle per scontate. Perché a volte si vede la luna di giorno? Perché d’estate fa più caldo che d’inverno? Cosa fa il fegato, esattamente? A queste domande, la maggior parte di noi non saprebbe rispondere al volo. Io vado oltre, mi getto nelle dispute e disquisisco di virologia, ingegneria, balistica, chimica degli esplosivi o dei gas, astronautica, storia delle religioni…
Più sopravvaluto la mia capacità di leggere il mondo, più l’apofenia mi fa percepire collegamenti e schemi dove non ce ne sono. Noto che Trump indossa spesso cravatte gialle. Ci vedo un segnale preciso: sta dicendo che la pandemia è finta. La bandiera gialla è usata per segnalare che una nave non ha persone infette a bordo, e nel codice internazionale nautico il giallo sta per la lettera Q. Tutto torna. QAnon.
Entra in gioco anche la pareidolia, che mi fa vedere immagini nascoste, simboli o facce che affiorano da sfondi, come un tempo il volto di Satana nel fumo delle Torri Gemelle o la “faccia su Marte”. Avvisto il virus sars-cov-2 in una scena del film Captain America – Il primo vendicatore. È proprio il coronavirus, inconfondibile… ed è accanto a una pubblicità della birra Corona! Il film è del 2011, dunque tutto era previsto. Mi basterebbe fermarmi un minuto, guardare meglio, e capirei che quello non è il virus. È un mazzetto di bucatini Barilla disposti in modo da ricordare un fuoco d’artificio.

Ma… fermarmi? Non se ne parla. Dedico alla “ricerca” sempre più ore del giorno e della notte, non faccio che collegare elementi, discutere, diffondere materiali. Sono ormai in preda al bias da intensificazione dell’impegnoil tempo e le energie che ho investito non mi consentono di smettere, men che meno di invertire la rotta senza conseguenze sul mio ego, sulla mia autostima, sulla mia credibilità agli occhi altrui. Ogni giorno che passa, cambiare idea comporterebbe più fatica mentale. Ma perché dovrei cambiare idea, se sono nel giusto? È scattata la razionalizzazione post-acquisto: se ci ho investito tanto, vuol dire che l’affare era buono.
Se ogni tanto avverto una dissonanza cognitiva, per esempio tra la mia autostima e il fatto che la mia condotta abbia allontanato persone care, la risolvo nel modo meno faticoso: salvo l’autostima e dò la colpa agli altri.

Perdo amici, mi isolo da familiari e parenti? Colpa loro, non vogliono “svegliarsi”. Preferiscono restare nell’ignoranza? Che ci restino. E se non fosse solo ignoranza? Se fossero complici della Cabàl, potentissima congrega di adoratori del diavolo e carnefici di bambini? Per fortuna adesso mi stanno alla larga. Tanto ho una nuova comunità. E sempre più persone condividono le nostre idee. E se sempre più persone le condividono, vuol dire che abbiamo ragione. E così, contento del mio argumentum ad populum, vado avanti.
Quando dico che «ho fatto le mie ricerche», significa che ho navigato in Rete in balìa di tutti questi pregiudizi, errori e scorciatoie. Ho letto un paio di commenti su Facebook, guardato in fretta una foto su Instagram, leggiucchiato pagine trovate nella prima schermata di Google… Al massimo ho guardato pseudodocumentari targati QAnon come Fall of the Cabal o Out of the shadows.
E adesso è arrivato quel momento. Sono pronto. Devo portare la “ricerca” un passo oltre. Per nutrire un sempre più affamato pregiudizio di conferma e avere l’approvazione della mia nuova comunità, comincio a fabbricare prove.

È un “game” in perfetta simbiosi con gli algoritmi dei social network, nell’ambito dell’ormai compiuta gamification delle interazioni. L’utente dei social è costantemente spinto a cercare segni d’approvazione, ricompense, punteggi alti, record personali. Un feticismo dei numeri e del dato quantitativo, si tratti di follower, like, commenti, condivisioni, reazioni, retweet, citazioni, visualizzazioni di un video, etcetera. In un ecosistema dove chiunque è sempre in mostra e sempre in cerca di acclamazioni, protagonista del proprio reality show.
E il cospirazionismo si diffonde anche a sinistra. Perché le fantasticherie di complotto propongono rappresentazioni semplicistiche — spesso caricaturali — del capitalismo e surrogati di critica al sistema. In questo modo occupano un vuoto di analisi e iniziativa, fanno imboccare scorciatoie mentali, deviano il malcontento dove potrà esprimersi solo in impotenti mugugni, deresponsabilizzano.
Roba che affligge solo gli ignoranti e gli stupidi? No: non è questione di imbecillità ma di proiezione, un meccanismo di difesa psicologica a cui tutti possiamo soccombere.
Il mio malessere di sfruttato, di “malpagato derubato deriso disgregato” (Rino Gaetano, Mio fratello è figlio unico), è legato al mio posto nei rapporti sociali, a disuguaglianze strutturali, alla concentrazione della ricchezza, a come funziona il mercato del lavoro. Per comprendere questo stato di cose dovrei riconoscere l’ideologia che lo giustifica e lo presenta come naturale. Dunque dovrei mettere in discussione come vivo, come lavoro, i miei consumi, i miei miti, il tempo che passo sui social network, le mie contraddizioni. È una presa di coscienza faticosa, spesso evitata — o lasciata affievolire nel corso degli anni — anche da chi si ritiene politicizzato e attivo. Se invece proietto il mio malessere su un presunto nemico occulto posso evitare scomode autoanalisi e continuare nel mio tran tran.

In passato ho trattato il problema con alcuni dei miei libri.
In modi diversissimi.
Qui, nel 2005, prendendo in giro le maggiori leggende metropolitane (le chiamavamo così) dell’epoca.
Qui, nel 2008, affrontando con rigore due delle bufale più amate di sempre: Templari e Graal.

Leggi anche in questo blog l’articolo precedente: “Su post-verità, fake-news e disinformatija”


Informazione e auto-radicalizzazione: dentro la Tana del Bianconiglio

Definiamo radicalizzazione quel processo durante il quale le persone assumono delle posizioni estreme, in politica o nella religione per esempio. Fin qui, niente di nuovo. Di radicalizzazione, in Rete e in società, in fondo si parla già da tempo. Ma se la via alla radicalizzazione fosse più autonoma di quanto pensiamo?

Una ricerca pubblicata da Manoel Horta Ribeiro, Raphael Ottoni, Robert West, Virgílio A. F. Almeida, Wagner Meira Jr. dal titolo Auditing Radicalization Pathways on YouTube, ha preso in rassegna 72 milioni di commenti su YouTube presi da 330.000 video di 350 canali che andavano dai media generalisti fino all’estrema destra americana, passando dal sovranismo moderato e dai canali dei “cattivi maestri”, fino ai suprematisti bianchi. Lo scopo era capire se usare YouTube polarizzi e radicalizzi gli utenti. E i risultati — inquietanti — sono arrivati: secondo i ricercatori sì, le piattaforme consigliano attivamente i contenuti più “estremisti”, spostando progressivamente i commentatori dai canali più moderati verso quelli più estremisti.

Una scelta consapevole? Un tentativo concertato di spingere l’utenza verso il sovranismo? No, solo una parte di un fenomeno chiamato “auto-polarizzazione” o “auto-radicalizzazione”.
L’auto-radicalizzazione funziona in modo strano e principalmente su due livelli. Il primo è il livello top-down e avviene quando una persona preseleziona un esiguo numero di media per approvvigionarsi di notizie. Le persone sono “algoritmi biologici” che processano le informazioni per costruirsi un proprio modello di realtà: potendo intervenire sulla fonte di approvvigionamento delle informazioni di una persona si riesce a cambiarne la percezione.

Con l’auto-radicalizzazione accade che se io mi approvvigiono principalmente su un certo tipo di stampa (faziosa da un lato o dall’altro) tenderò a escludere le notizie che riguardano un altro punto di vista, un altro tipo di stampa. Mi chiudo in una bolla, insomma, non diversamente dalla filter bubble dei social.
La conseguenza logica è che le mie posizioni si andranno a radicalizzare sempre di più. È ciò che accade certamente con tutta la stampa politica, ma anche all’interno di altri sistemi di approvvigionamento di informazioni, come Google e Facebook o siti internet. La tendenza collettiva è di cercare sempre gli stessi siti internet, le stesse pagine, le stesse persone, quelle che la pensano come noi. Non c’è alcun agente esterno che interviene per fornire altre informazioni. Così le informazioni, semplicemente, vengono filtrate e quelle divergenti dai miei preconcetti non arrivano.

Poi c’è il secondo livello di auto-radicalizzazione: il bottom-up che funziona direttamente con la persona che si informa autonomamente sulla Rete. È quella che, affermano i ricercatori, ha pesantemente influenzato il “fenomeno Brevik”, ovvero il suprematismo bianco online che porta a episodi di violenza terroristica. Ed è un livello incredibile di auto-radicalizzazione perché ne siamo tutti un po’ responsabili, soprattutto gli informatici — pensiamo per esempio a tutte le volte in cui si dice «cercalo su Google».
La verità è che informarsi su Google significa andare a infilarsi sempre di più nella tana del bianconiglio perché i contenuti che gli utenti cercano sono sempre di un certo tipo (esempio: non “vaccini”, ma “i vaccini fanno male” oppure “i vaccini causano l’autismo”). Questa azione genera due risultati: da un lato la radicalizzazione di quell’idea preconcetta, dall’altro che nel tempo ciascuno di noi troverà sempre più spesso informazioni che confermano le nostre tesi iniziali. La stessa cosa accade nell’esempio dello studio su YouTube: per ogni contenuto che andiamo a cercare, l’algoritmo ci proporrà nuovi contenuti ma sempre simili che confermeranno la nostra opinione, solo un po’ migliori, più “interessanti” e più radicali.

L’auto-radicalizzazione è un problema per tutti. È un problema per i jihadisti, per gli antifascisti e per i razzisti. Per i vegani, le femministe e le antifemministe. È un problema sia per i sovranisti che per chi chiede maggiore integrazione. E la causa del problema siamo principalmente noi: è il meccanismo che usiamo per avere informazioni che ci sta sempre più radicalizzando, che ci sta spingendo sempre di più nella “Tana del Bianconiglio”. Sempre più in profondità.
Non ci sono soluzioni facili. Si parla di anti-radicalization patterns, ovvero di percorsi di de-radicalizzazione, che rappresentano forse la sfida più grande all’orizzonte. Perché in una società che si è polarizzata alle estreme conseguenze ciò che abbiamo ottenuto e che è sempre più facile polarizzarsi ed è sempre più difficile ottenere una visione corretta della realtà. Così facendo ciò che otterremo sarà solo l’incessante ripetersi dei nostri schemi mentali.

Dinamiche sorprendenti

Ben Smith, ex direttore del sito di notizie virali BuzzFeed e oggi opinionista specializzato nel settore dei media per il New York Times, ha ripercorso la vicenda di Anthime Joseph Gionet, un suo ex dipendente a BuzzFeed che negli ultimi anni era diventato un cospirazionista e un piccolo influencer di estrema destra.
Smith scrive che Gionet aveva cominciato a BuzzFeed nel 2015 come responsabile di Vine, un social di brevi video virali che per certi versi era un precursore di TikTok. Dopo qualche mese, prese in carico anche un canale Twitter, sempre con l’obiettivo di creare contenuti leggeri e il più virali possibile. BuzzFeed, allora come oggi, è un sito che tiene assieme contenuti virali di intrattenimento e giornalismo professionale, e al tempo il suo approccio al primo tipo di contenuti era pionieristico: «Eravamo i migliori in quel periodo nel fare cose per i social media», scrive Smith. Il valore di Gionet, in questo contesto, era che «avrebbe fatto qualunque cosa per Vine», cioè per creare video che potessero diventare virali, e nel farlo era un «talento naturale», con una grande intuizione per quale tipo di video sarebbe stato più condiviso.

Smith non ha mai lavorato a diretto contatto con Gionet, ma ha parlato con tre suoi ex colleghi che l’hanno descritto come «sensibile», «desideroso di essere apprezzato fino alla disperazione» e «vuoto dentro», privo di ideologie e di valori politici. Nel 2016 aveva cominciato a costruirsi un personaggio politico: dapprima aveva messo sulla sua scrivania un ritratto di Bernie Sanders, il senatore di sinistra che fu il principale avversario di Hillary Clinton alle primarie del Partito Democratico, poi aveva cominciato a sostenere Donald Trump e ad andare in redazione con un berretto con scritto MAGA, Make America Great Again. In seguito, sempre nel 2016, Gionet fu assunto come tour manager da Milo Yiannopoulos, uno dei primi influencer trumpiani e di estrema destra, spesso accusato di razzismo e antisemitismo.

Da lì per Gionet è cominciata una carriera nell’ambiente di estrema destra, sempre legata ai social media. Partecipò alle manifestazioni razziste a Charlottesville e si costruì una certa fama sui social media della destra con le sue affermazioni apertamente neonaziste e complottiste. Tra le altre cose, con lo pseudonimo di Baked Alaska è diventato famoso per alcuni video in diretta su YouTube in cui spruzzava spray urticante sulla faccia di persone incontrate per caso.
Nonostante questo, Smith scrive che ancora «non è chiaro a cosa creda Gionet, sempre che creda in qualcosa». Il principale movente delle sue azioni sembra il desiderio di diventare o di rimanere popolare online, cercando approvazione da un pubblico di destra radicale. Secondo Smith, le tecniche di viralità studiate e raffinate da BuzzFeed potrebbero aver contribuito a trasformare Gionet in un estremista.

Se non avete mai fatto l’esperienza di postare sui social media qualcosa che diventa davvero virale, potreste non comprenderne la profonda attrattiva emotiva. Ti trovi improvvisamente al centro di un universo digitale, e ricevi attenzione da moltissime persone, come mai prima. La scarica di incoraggiamento che si riceve può dare le vertigini, creare dipendenza. E se non hai molto altro a cui appigliarti, corri il rischio di perderti.
A BuzzFeed avevamo delle limitazioni — dettate dalla verità nel caso della nostra sezione news e dalla necessità di conformarsi a valori generalmente positivi nella nostra sezione entertainment. Ma Gionet si è liberato di queste limitazioni, e apparentemente ha seguito i segnali che trovava sui social media senza nessuno scrupolo. La sua urgenza era di costruire un pubblico. Esaltava Bernie Sanders prima di cantare slogan antisemiti a Charlottesville, in Virginia, poi ritrattava temporaneamente queste affermazioni estreme ma in seguito commetteva crimini violenti su YouTube. Ha costruito un pubblico tra i negazionisti del coronavirus e poi, quando pare che abbia contratto la malattia, ha postato uno screenshot del risultato positivo del test su Instagram e un’emoji con le lacrime.

«La sua politica è stata guidata dalle statistiche della piattaforma», sostiene Andrew Gauthier, che è stato uno dei principali creatori di video di BuzzFeed e che in seguito ha lavorato per la campagna presidenziale di Joseph Biden. «Uno pensa che il male venga da personaggi come i cattivi dei film, e poi capisci che — oh no, il male può cominciare semplicemente da scherzi di cattivo gusto e da un comportamento nichilista alimentato da continuo incoraggiamento sulle varie piattaforme».

Si tende a pensare che molte persone radicalizzate siano sole, isolate e facili prede di estremisti online, ma questo non sarebbe il caso di Gionet:

La storia di Gionet non è quella ben nota di un giovane uomo solo che nella sua camera da letto cade sotto l’influenza di video che avvelenano la sua visione del mondo. È la storia di un uomo che viene ricompensato per essere un nazionalista bianco violento, e che per questo riceve l’attenzione e l’incoraggiamento che cerca disperatamente.
Abbiamo trascorso molto tempo a BuzzFeed a pensare a come ottimizzare il nostro contenuto per il pubblico online; Gionet ha ottimizzato se stesso. […] La sua storia mi fa chiedere se chi di noi è stato pioniere nell’uso dei social media per diffondere informazioni abbia una porzione di colpa. Forse abbiamo contribuito, assieme ai creatori delle piattaforme social, ad aprire il vaso di Pandora?

Smith cita anche un altro suo ex dipendente, il cui caso è più celebre: Benny Johnson. Assunto nel 2012 come voce conservatrice all’interno di una redazione tendenzialmente progressista come quella di BuzzFeed, Johnson si trasformò in un estremista di destra. Fu licenziato nel 2014 per plagio ma proseguì una carriera molto visibile sui social, e oggi presenta un programma su Newsmax, una delle reti televisive più trumpiane che ci siano. Anche in questo caso, i social media hanno un ruolo, perché secondo Smith l’interesse di Johnson nella destra estrema prima ancora che giornalistico o ideologico è “estetico”, e perché anche per lui le tecniche pionieristiche di viralità apprese a BuzzFeed sono diventate un elemento centrale.

Mentre a BuzzFeed affinavamo le nuove pratiche per i social media, abbiamo capito tardi che l’estrema destra ci stava guardando attentamente, e infine ci ha imitato.

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