Prima Repubblica vs Apocalisse

Ci aveva terrorizzati sul serio, noi miti, il Ministro degli Interni strabordante e anomalo dell’ultimo anno.
Senza scomodare Gesù nel Discorso della montagna con la Terza Beatitudine, andiamo a estrarre dall’Elogio della mitezza che Norberto Bobbio, uno dei tanti precedenti uomini nobili di questa nostra tormentata repubblica, tenne in una conferenza nel 1983, le seguenti parole: «La mitezza è il contrario dell’arroganza, intesa come opinione esagerata dei propri meriti, che giustifica la sopraffazione. La mitezza è il contrario della protervia, che è l’arroganza ostentata. La mitezza è il contrario della prepotenza, che è abuso di potenza non solo ostentata, ma concretamente esercitata. Il protervo fa bella mostra della sua potenza, il potere che ha di schiacciarti anche soltanto con un dito, come si schiaccia una mosca o con un piede come si schiaccia un verme. Il mite è invece colui che “lascia essere l’altro quello che è”, anche se l’altro è l’arrogante, il protervo, il prepotente… Il mite non apre mai, lui, il fuoco; e quando lo aprono gli altri, non si lascia bruciare, anche quando non riesce a spegnerlo. Attraversa il fuoco senza bruciarsi, le tempeste dei sentimenti senza alterarsi, mantenendo la propria misura, la propria compostezza, la propria disponibilità».
Tempi duri, durissimi per i miti, i pazienti, gli indulgenti, come sottolineava Marco Damilano in un editoriale de L’Espresso qualche mese fa. Per restare miti bisogna armarsi di pazienza, sfidare l’incomprensione, abitare frontiere scomodissime, attraversare il fuoco sperando di non restare scottati. Bisogna confrontarsi con gli arroganti, i protervi, i prepotenti che da sempre scambiano i miti per gli arrendevoli, i cedevoli, e non riconoscono che il mite è un combattente fragile, debole, disarmato ma non molla mai per far avanzare la sua idea di mondo. Miti sono i centroamericani che a migliaia si sono messi in marcia verso la frontiera degli Stati Uniti. Miti sono, in Italia, Mimmo Lucano e Ilaria Cucchi.

Ci aveva terrorizzati sul serio, Matteo Salvini, in questi 14 mesi al governo. Al di là degli slogan e degli atteggiamenti fascisti, e degli sdoganamenti di forze come Casapound e Forza Nuova, è in certi piccoli particolari che si disvelano le reali mire di un politico del genere. Per esempio nello scrivere una legge (il Decreto Sicurezza Bis) che contiene un simile articolo, del quale in pochi sembrano essersi accorti:

«Chiunque nel corso di manifestazioni utilizza scudi o altri oggetti di PROTEZIONE PASSIVA, ovvero materiali imbrattanti o inquinanti, è punito con la reclusione da 1 a 3 anni».

In sostanza, non chi commette violenza, ma chiunque provi a manifestare utilizzando strumenti non violenti, di sola protezione per il proprio corpo, si becca il carcere. I blocchi stradali degli operai di molte aziende in crisi? Via, operai in carcere! Manifestanti per strada per bloccare un cantiere TAP o un cantiere TAV? Via, tutti in carcere! No Muos, pastori sardi per il latte, lavoratrici de La Perla, lavoratori delle acciaierie di Terni, della Whirlpool, dell’ILVA, di Foodora? Via, tutti in carcere!

Le piazze, le proteste, le lotte che poi portano qualche risultato concreto nel miglioramento della vita delle nostre comunità, sempre senza mai commettere un reato ma solo utilizzando il proprio corpo come unico strumento di opposizione a scelte scellerate che la politica assume: tutto questo non è più possibile, si va in carcere.
Padri e madri di famiglia, persone normali e non delinquenti e mafiosi, gente che lotta per il proprio posto di lavoro, o giovani che si battono per l’ambiente e per il rispetto del proprio territorio. Tutti trattati come pericolosi terroristi.

Con la scusa dei migranti, con tale decreto Salvini realizza un DISEGNO REPRESSIVO REAZIONARIO — sul piano sociale e anche politico — contro tutti coloro che non hanno altra scelta che manifestare per farsi sentire. Perché in tempi di pesante crisi economica, con il numero sempre maggiore di aziende che lasciano per strada migliaia di lavoratori, l’unica alternativa nella piena disponibilità delle persone è la piazza, l’unica alternativa è manifestare, è usare il proprio corpo come strumento di lotta.
Con il Decreto Sicurezza Bis lo si toglie, si strozza l’ultima voce. Il messaggio è che dobbiamo restare a casa, dietro al PC o più probabilmente a un telefonino, a vedere lui che ci manda «Bacioni!». E se dissentiamo, in meno di mezz’ora arrivano diecimila suoi mastini online a farci a pezzi.

Non è affatto divertente — chi lo ha provato lo può testimoniare — diventare il bersaglio di un capo o sottocapo politico che vi getta in pasto ai suoi cani sui social. Il meccanismo è semplice, consolidato, funzionante: il politico in questione non vi attacca quasi mai direttamente, si limita a prendere una vostra frase e a metterla sui suoi account (o a farli mettere da pagine affini) con una piccola derisione, lasciando che poi il lavoro sporco lo facciano i suoi follower. Segue infatti, pavloviana, una coda infinita e deliberata di insulti, minacce, offese, allusioni, fotomontaggi, sberleffi e altro. Se sei donna, di più. Comunque in mezz’ora la torma vi ha già sbranata/o. Ed è naturale chiederti allora chi te lo fa fare di affrontarla, chi te lo fa fare a esporti, a parlare in pubblico, a scrivere articoli, post o libri. Abbiamo tutti una famiglia, una vita, una casa, e tutti vorremmo dormire tranquilli la notte, credendoci in pace con il mondo. Così a un certo punto, senza nemmeno accorgertene, decidi che quel giorno non hai voglia di scrivere nulla sui social, che per un po’ non ti va più di esporti come prima, che non ti importa poi così tanto della barbarie dilagante: non ne puoi più di farti divorare, com’è più piacevole frequentare soltanto i tuoi quattro amici di sempre. E anche così inizia la resa, anche così si spiana la strada al peggio.
Monolitismo, uniformità, disciplina: li si vorrebbero introdurre in Italia come già s’è fatto in Russia. Addomesticamento del dissenso, e conformismo che a differenza del passato convive con le forme della democrazia — il voto, le istituzioni di controllo, il Parlamento, la Presidenza della Repubblica —, svuotate però mediante l’idea che a comandare sia uno solo: zar Putin in Russia, Trump negli USA, Salvini in Italia. Facendo a meno anche dei giornali, dei giornalisti, delle inchieste e delle domande: eccitando piuttosto la propria tifoseria, costruendosi una realtà parallela con i propri social in cui i fatti realmente accaduti diventano “solo opinioni”.

L’anti-intellettualismo si è insinuato come una traccia costante nella nostra vita politica e culturale, alimentato dal falso concetto che democrazia significhi “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza”.
— Isaac Asimov, 1980, su Newsweek

Quando non si capisce, ci si affida agli stregoni. Il complotto è supplente dell’intelligenza: non capisci e ti affidi a una tesi indimostrabile, un complotto appunto. È l’epoca della post-verità.

Ma non è che per caso a “lasciar perdere” si spiana la strada non tanto alla pancia del Paese quanto al suo maleodorante intestino, ingrossato e malato? Eppure abbiamo già visto cosa c’è lì dietro, che cosa tiene nascosto nelle mani quel pezzo d’Italia a cui ci dovremmo arrendere: la pena di morte, le armi libere, il diritto alla vendetta privata, la sopraffazione per etnia o classe o genere, l’omofobia, la nuova subalternizzazione delle donne al potere muscolare machista, l’insofferenza per le diversità e le minoranze, una società ipocrita fatta di “decoro” e “ordine” che servono solo a coprire la crescita di sfruttamento e disuguaglianze, con il sottofondo di un capitalismo della sorveglianza pulito e levigato, senza smagliature e a passo dell’oca.
Quando si mollino al loro destino le Carola Rackete, le Ong, i Mimmo Lucano, i centri Baobab, per “non cadere nel gioco di Salvini”, ci ritroveremmo con il gioco di Salvini già compiuto, con la realtà quotidiana già permeata dei suoi disvalori autoritari e con la tacitazione del dissenso non solo civile, ma anche (soprattutto) sociale.

EPPURE, D’IMPROVVISO, RIECCO LA PRIMA REPUBBLICA

Cazziati, smentiti e criticati. Non importa cosa dicano Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti: quando il gioco si è fatto duro, i tre leader della Terza Repubblica sono stati scavalcati dai padri nobili dei loro partiti. Più o meno abili nel raccontare la loro narrazione usando i social network, sviano con agilità le domande scomode dei giornalisti a colpi di slogan e solleticano le proprie tifoserie con le parole giuste. Ma se la politica diventa tattica vanno in difficoltà e si lasciano scavalcare, smentire, e imporre la linea da chi è abituato a ragionare con mozioni, voti e regolamenti al posto di tweet, like e dirette Facebook. (La Prima Repubblica non si scorda mai.)

Cominciamo da Salvini.
La sera di giovedì 8 agosto 2019 Salvini ha diffuso un comunicato in cui affermava che la maggioranza non esisteva più e che bisognava andare alle elezioni anticipate, con il probabile obiettivo di correre al più presto al voto in modo da trasformare in seggi l’elevato consenso che gli attribuiscono i sondaggi. Con il passare dei giorni, però, una maggioranza alternativa tra PD e Movimento 5 Stelle è diventata sempre più concreta (anche per l’inaspettato cambio di opinione a 180° dei Renziani, finora i più strenui oppositori di un accordo coi Grillini). Questa svolta ha fatto incartare il Ministro degli Interni e Vicepremier, che è sembrato tornare sui suoi passi cercando una conciliazione con il M5S (offerta respinta fino al momento della redazione di questo articolo). Da quella sera afosa semi-ferragostana, Salvini sembra averle sbagliate tutte. Era considerato il dominus infallibile della politica italiana; avanzava senza timori tra un divieto di sbarco a una nave Ong piena di migranti e un proclama anti-Bruxelles. E come arma di distrazione di massa usava tweet politicamente scorretti o frasi del Ventennio fascista (l’ultima, «Datemi pieni poteri», ha messo davvero i brividi) per far abboccare i professionisti dell’indignazione e amplificare la propria presenza mediatica. Nessuno avrebbe potuto fermarlo.
E invece ora, di punto in bianco, è difficoltoso elencare la ineguagliabile quanto incredibile massa di errori accumulati in un sol colpo dall’uomo più temuto d’Europa, il sovranista de noantri che fino a qualche giorno fa era l’incubo delle cancellerie e dei mercati finanziari di mezzo mondo. (E mio.)

Voleva andare a votare per capitalizzare il consenso al suo massimo. Voleva mangiarsi tutto il centrodestra e avere la maggioranza assoluta del Parlamento. Voleva diventare Presidente del Consiglio di un governo monocolore leghista. Voleva arrivare a eleggere da solo un Presidente della Repubblica morbido e accondiscendente. Voleva cambiare l’Italia in senso autoritario e illiberale, sul modello dell’Ungheria di Viktor Orbán e della Russia di Putin. Voleva blindare il proprio potere per decenni. Voleva tutto questo, Matteo Salvini, con una crisi aperta al buio, in pieno agosto, senza alcuna motivazione se non quella di fare il pieno di voti.

Ma pare che alle urne non si torni. E non ci voleva molto a immaginarlo, guardando appena più in là del proprio naso.
Non vuole nuove elezioni il Movimento Cinquestelle, che in base alle ultime elezioni europee e ai sondaggi vedrebbe più che dimezzati i propri rappresentanti in Parlamento.
Non vogliono nuove elezioni i gruppi parlamentari del PD, composti in larghissima parte da Renziani che non verrebbero ricandidati dal nuovo segretario PD Zingaretti. (Il loro padre-padrone Matteo Renzi era stato in assoluto il dirigente del PD più duro e ostile davanti a ipotetiche alleanze con il M5S. Il calcolo salviniano dunque era: “Se la Lega si tira indietro dal governo e il PD non va con il M5S, non c’è alternativa al voto”. Un politico scafato forse avrebbe fiutato la trappola: “E se invece Renzi, pur di non perdere potere, fa una giravolta di 180° e chiama i suoi a un inciucio M5S-PD?”… Possibile che Salvini sia così ingenuo?)
Non vuole nuove elezioni Forza Italia, che ormai ridotta a percentuali risibili verrebbe cancellata o quasi dal Parlamento.
Non vuole nuove elezioni Sergio Mattarella, che lavora sottotraccia affinché il prossimo Presidente della Repubblica sia eletto da questo Parlamento, possibilmente da una maggioranza PD-Cinquestelle, e che possibilmente risponda al nome di Mario Draghi.

Forse Salvini sperava in una “rivolta di piazza” contro il Palazzo? Gli è andata male anche lì, perché le piazze, improvvisamente, si sono riempite pure di contestatori che hanno rovinato il clima plebiscitario dei suoi comizi in giro per l’Italia. (E sul web non va meglio: per la prima volta i suoi social governati dalla bestia” di Morisi dànno segni di cedimento).

Non solo: da quando c’è la crisi di governo da lui voluta, l’emergenza continua in cui versavamo è svanita con lui. Nessuno parla più di migranti, nessuno parla più di Bibbiano, nessuno parla più dell’«Europa cattiva», del taglio delle tasse, della prossima Manovra. Manco un titolo sul Tg2 o su Libero, magari sui centri sociali pagati da Soros, sugli islamici tutti criminali, sulle «zecche tedesche senza reggiseno» da lapidare online. Sparita l’invasione, anzi la sostituzione etnica. Quelle cose semplici, che capiamo tutti, «I negri ci rubano il lavoro», «Gli immigrati ci portano le malattie», «Gli zingari ci rubano i bambini», «I radical chic con il Rolex e la villa a Capalbio: se li prendano a casa loro, i migranti, se gli piacciono tanto». Puf!, svaniti.
Come un mostro che finisce per divorare tutto, il “Ducetto d’Agosto” dei «pieni poteri» (pieni poderi, piuttosto, visto che le sue son pur sempre braccia rubate all’agricoltura) è riuscito nell’impresa di fagocitare, insieme agli insani piatti dei suoi selfie, pure gli argomenti che l’hanno reso popolare alla “pancia del Paese”.

E come se non bastasse, il Capitan Fracassa è riuscito a risuscitare i suoi avversari e a farli parlare tra loro.
È riuscito a far dialogare quelli del PD, che litigavano da un anno, con Renzi a lanciare l’idea di una maggioranza PD-LeU-Cinquestelle condivisa con D’Alema e Franceschini, fino a ieri suoi nemici giurati. È riuscito a ridare spolvero a Luigi Di Maio, che fino al giorno prima della crisi era un leader virtualmente defunto e che oggi si permette di rifiutare la (presunta) offerta salviniana di andare a Palazzo Chigi, pur di salvare la maggioranza gialloverde, manco fosse Konrad Adenauer. È riuscito perfino a far tornare in vita il simulacro di Silvio Berlusconi, cui Salvini ha offerto un’alleanza fino a ieri negata pure in cartolina — vedendosi per di più rispedire al mittente l’offerta di una lista unica.

Può succedere di tutto, d’ora in poi, ma Salvini non potrà cancellare nessuno di questi errori, nemmeno se il governo gialloverde dovesse miracolosamente restare in vita. Non potrà più forzare la mano per andare al voto, non potrà più ricattare i Cinquestelle, non potrà forse neanche più chiedere teste di ministri come Tria, Trenta e il gaffeur professionista Toninelli.
Allo stesso modo, dovesse finire all’opposizione, non potrà incolpare nessuno — se non se stesso — per esserci andato, e dovrà rendere conto al suo partito di aver mollato il colpo senza aver portato a casa l’agognata autonomia per le regioni del Nord (unico vero obiettivo, da sempre, di quella gente pratica che sono gli imprenditori settentrionali, i quali di quattro africani su un gommone se ne sbattono altamente). Il Nord da sempre chiede autonomia finanziaria, snellimento della burocrazia del lavoro, abbassamento della pressione fiscale, riforme per fare ripartire l’economia: tutte promesse mancate di chi con i voti del Nord è diventato quello che è, prima di mettersi a giocare a fare il piccolo nazionalista in perenne campagna elettorale — peraltro come una sorta di assenteista (dal posto di lavoro: il Viminale) presenzialista (nelle piazze e nelle spiagge): intollerabile, per gente che ha del lavoro un’idea sacra. Si ritroverebbe all’opposizione a vedersi pian piano cancellare tutta la sua impalcatura securitaria, i suoi pessimi rapporti di vicinato coi partner europei, la sua guerriglia politica permanente, la sua centralità nel dettare l’agenda e di imporla alle altre forze politiche utilizzando il megafono del suo ruolo istituzionale, alleato di nuovo a Berlusconi e Meloni, ossia a partner elettorali schifati fino al giorno prima e da lui stesso cercati nel momento di massima difficoltà, quando ha capito che andare al voto non sarebbe stato così semplice.

E ciliegina sulla torta, gli resta per giunta l’incognita di un’incriminazione per corruzione e riciclaggio internazionale, nel caso l’inchiesta della procura di Milano sul Russiagate arrivasse davvero a qualcosa, non avendo più alcuno scudo governativo a proteggerlo.

Un capolavoro, davvero. Ma che razza di cocktail servono, al Papeete Beach? (Siamo passati da Papi a Papeete…)

Il Re — pardon, il Capitano — è nudo. In dieci giorni Salvini ha dimostrato di non essere niente di diverso da Renzi o da Di Maio. Un leader giovane, fragile e arrogante, che si regge su un consenso effimero e che è forte fino a che da quel consenso è sorretto, vittima del suo stesso personaggio, del tutto incapace a fare politica senza farne uno show comunicativo permanente. Soprattutto, talmente pieno di sé da non accorgersi dei pericoli delle sue stesse strategie, e di quanto bastino un paio di democristiani — come Sergio Mattarella o come il duo Franceschini-Guerini, veri tessitori dell’alleanza M5S-PD — a metterlo in crisi, quando è costretto a giocare la partita in Parlamento e non tra le piazze e le spiagge.
Allo stato attuale, l’unica cosa che può assomigliare a una non sconfitta, per Salvini, è tornare come se niente fosse al governo senza uno o due ministri sgraditi, con l’onere di una legge di bilancio da costruire e i rapporti di forza con il Movimento Cinquestelle improvvisamente ribaltati (e in proposito sarà divertente vedere come sarà gestita la partita dell’autonomia, dovesse succedere), con i grillini che adesso hanno la forza contrattuale per imporre condizioni diverse, meno convenienti per il Carroccio.

«Il capo decide da solo, alla fine sono responsabilità personali» ha detto il sottosegretario alla presidenza del consiglio Giancarlo Giorgetti, davanti ai giornalisti, confessando che da mesi aveva chiesto al leader della Lega di staccare la spina. «Subito dopo le Europee sarebbe stato il momento migliore, ora una follia». E se il numero due (e vero dominus) della Lega critica in pubblico il leader di un partito “lepenista” dove il capo comanda e tutti tacciono, vuol dire che Salvini si è dimostrato l’ultimo dei principianti.
Già nel 2009 Giorgetti era considerato un possibile successore di Umberto Bossi alla guida della Lega per la sua capacità politica. E dopo la sua dichiarazione ha cominciato a ricucire le relazioni con i pentastellati, proponendo un rimpasto elettorale e poi il voto. La scelta più saggia per limitare i danni. Salvini si è lasciato dettare la linea e ha aperto a un possibile governo bis col M5S. «Non ho mai detto a Conte che volevo staccare la spina al governo, il mio telefono è sempre acceso, se ci sono ministri che dicono sì possiamo andare avanti». Fingersi tradito nonostante sia il traditore: l’ennesima giravolta politica che mostra l’inabilità tattica di Salvini. E dire che il leader della Lega su Facebook ha creato la perfetta narrazione del papà coerente che usa il buon senso e mantiene la parola data. Ma la politica offline è un’altra cosa.

(A margine mi chiedo: ma è davvero possibile che Salvini nel fare la sua mossa non abbia previsto lo sbarramento contemporaneo di gente che dal Parlamento non vuole sloggiare perché non reggerebbe a un nuovo voto, come i Cinquestelle per statuto e i Renziani per via del nuovo segretario? Possibile che non abbia calcolato il muro di Mattarella? Possibile che il quasi 40% della Lega nei sondaggi — che è solo virtuale, “in potenza” — lo abbia portato a sottovalutare il fatto di avere attualmente solo il 17% in Parlamento, che la politica funziona con gli elettori, mica con i sondaggi, e si fa con i parlamentari a disposizione? Possibile, in altre parole, che questi suoi non siano tutti errori, bensì un calcolo geniale? «Vado ora all’opposizione, li lascio come polli a intestarsi la Manovra lacrime e sangue che deve rimediare ai disastri che abbiamo combinato io e Di Maio; poi Renzi, che vuole farsi il suo partito, ci metterà pochi mesi, a litigare con quegli idioti dei grillini; e a quel punto sarò pronto a tornare fresco e pimpante, dopo averli martellati via social, e andrò al potere con un plebiscito, perché PD e M5s saranno defunti e l’astensione andrà al 70%, lasciandomi una prateria davanti»… Può un politico furbo come Salvini aver calcolato interamente tutti gli incastri a medio termine, meglio di un campione di scacchi e con un bluff degno di un professionista del poker? Non essendo bravi a scacchi e a poker, attualmente non ci è dato saperlo. Ma il rischio che quest’uomo non sia un pivello presuntuoso come sembra bensì un genio, c’è.)

Se Salvini piange, il segretario dem Zingaretti non ride.
Per mesi ha smentito un possibile governo col M5S e ha chiesto di andare al voto con tweet, post su Facebook e interviste. Quando Salvini ha innescato la crisi, Zingaretti ha mantenuto la sua linea convinto che il partito l’avrebbe seguito. Il suo obiettivo è sempre stato diventare la prima opposizione a un governo di destra con cui ricostruire il partito per antitesi al sovranismo, e sostituire ai dem renziani che sono ora in Parlamento i suoi fedelissimi. E invece come l’ultimo dei militanti si è fatto sorpassare dal machiavellico Matteo Renzi che ha spiazzato tutti chiedendo un governo istituzionale per scongiurare l’aumento dell’IVA e lasciar rosolare Salvini all’opposizione per molto tempo. Mentre su Facebook chiede di essere pronti per andare al voto, tutti i big del Partito Democratico stanno facendo a gara per far cambiare idea al segretario Zingaretti: da Dario Franceschini a Enrico Letta fino a Romano Prodi. Addirittura Goffredo Bettini, considerato il padre politico di Zingaretti, si è fatto intervistare per lanciare l’idea di un esecutivo con il M5S che arrivi fino al 2023. E dire che neanche cinque mesi fa Zingaretti è stato eletto segretario del PD da oltre un milione di elettori.
Quando si trattava di tenere unito il partito e di fare dichiarazioni innocue, il segretario ha avuto mano libera e pochi attacchi: ora che però il gioco si è fatto duro, i vecchi senatori dem hanno fatto sentire il loro peso.

E Luigi Di Maio? Stendiamo il classico velo.
Cominciamo dal principio.
Domanda il giornalista: «Ancora convinto che il 2019 sarà un anno bellissimo?». Giuseppe Conte esibisce un sorriso mogio: «Era solo una battuta». È il 10 aprile, il suo governo è alle prese con il marasma del Def. Matteo Salvini vuole a tutti i costi la Flat Tax e si prepara a cannoneggiare l’Europa. «Dobbiamo abbassare le tasse anche sfondando il 3 per cento», proclama. Con Luigi Di Maio pronto a infilzarlo: «Sparate irresponsabili».
Ah, che “anno bellissimo” il 2019. Questo e gli anni a venire, si era sbilanciato Conte all’inizio di febbraio, lasciando basito anche qualcuno dei suoi pasdaran. Perché di segnali che sarebbe stata tutt’altro che una piacevole passeggiata ce n’erano stati già a bizzeffe. A cominciare dalle premesse: «Noi non facciamo alleanze con Salvini», avverte Di Maio prima delle elezioni. E Salvini: «Escludo l’appoggio della Lega a un governo Di Maio. Basta vedere Spelacchio a Roma, come governano la città. Dico no a un governo Spelacchio», gli risponde per le rime citando la metafora dell’albero di Natale genialmente battezzato “Spelacchio” dal compianto Vittorio Zucconi.
Mai avrebbe immaginato il contrario. Cioè che pur avendo il doppio dei voti sarebbe stato il Movimento 5 Stelle ad appoggiare un governo Salvini. Perché questo, esattamente, è successo. Un bel giorno spunta a Roma un murale che immortala un bacio malandrino fra Di Maio e Salvini, e chi l’ha disegnato fa chiaramente condurre il gioco al leghista.
Ma a dispetto delle affettuosità, spesso ricambiate in favore di telecamera, da quando il “governo del cambiamento” sovranista a trazione leghista si è insediato, con un Presidente del Consiglio estratto dal cilindro, non è passato giorno senza che fra i due volasse qualche straccio.

Si comincia sui censimenti dei rom proposti da Salvini con Di Maio che storce il naso. Poi si continua con le nomine RAI, dove il leghista dilaga imponendo un presidente come Marcello Foa, che nessuno in altre situazioni avrebbe digerito. Di Maio si consola mettendo il veto alla rubrica di Maria Giovanna Maglie sul Tg1.
Su troppe cose il contratto di governo è rimasto sul vago. E improvvisamente divampa lo scontro sulla TAV. «Si va avanti», incalza Salvini. «Nemmeno per sogno», fanno i 5 stelle che schiumano rabbia. «Il governo non cadrà per questo», rassicura Salvini. Ma già si parla di rimpasto e il dito dei leghisti è puntato verso Danilo Toninelli. Il crollo del viadotto Morandi a Genova dà lo spunto a un’altra zuffa. Di Maio urla: «Via la concessione ad Autostrade!». Ma Salvini è di avviso completamente diverso. E la cosa si arena tanto bene che la holding di Autostrade sarà chiamata a salvare l’Alitalia.

Ma è solo l’antipasto della finanziaria. Che parte con Salvini che fa gli occhi dolci: «Io e Di Maio siamo ormai una coppia di fatto», risponde a chi gli rinfaccia i litigi continui. Lui vuole demolire la legge Fornero e Di Maio vuole il reddito di cittadinanza. Finisce con i tre (lui, Conte e Di Maio) sorridenti che mostrano in pubblico i cartelli delle vittorie ottenute. Ma su quello di Salvini non c’è scritto “reddito di cittadinanza”.
E pensare che pochi giorni prima Di Maio parla così del suo partner di governo: «Ci fidiamo ciecamente l’uno dell’altro, lavoriamo fianco a fianco. Poi c’è sempre questo racconto che lui fa le cose per fregare me e io per parare le sue fregature. Ma non è così». Già. Salvini dà la solidarietà a Di Maio messo in croce per la casa abusiva e gli operai in nero di papà. E Di Maio si augura che il tweet inopportuno di Salvini mentre è in corso un blitz contro la mafia nigeriana “non abbia danneggiato l’inchiesta”. Poi Salvini incontra gli imprenditori e Di Maio lo rimbrotta: «Il ministero competente è il mio». Il clima diventa di nuovo gelido.

Avrà presto occasione, il capo grillino, per dimostrare con più forza la propria fedeltà, facendo salvare Salvini dal processo per il caso della nave Diciotti. Siamo proprio in quei giorni dell’«anno bellissimo». Mentre comincia una folle competizione in vista delle elezioni europee. I due sgomitano allegramente a ogni appuntamento elettorale. Senza perdere un’occasione per bacchettarsi a vicenda. Con la TAV sempre lì a fare il convitato di pietra. «Abbiamo chiesto la sospensione dei bandi. E cosa fa Salvini? Minaccia pure di far cadere il governo? Irresponsabile», affonda Di Maio. «Io irresponsabile? Luigi parlava ai suoi», ribatte Matteo.
Poi scoppia il caso Sea Watch. Salvini accusa i ministri grillini di aver fatto aprire i porti? «Rilegga le leggi dello Stato che lui rappresenta. Sui migranti la Lega è nel pallone, non ha più argomenti», si stizzisce Di Maio. L’atmosfera è sempre più fetida. Il sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri viene investito da un’inchiesta giudiziaria con accuse pesantissime, e Di Maio pretende che si dimetta. Salvini gli fa scudo finché può, con Di Maio che lo martella senza sosta: «Fai peggio di Lupi e di Renzi». Poi deve cedere. Ma qualche settimana dopo convoca Siri, deputato sotto inchiesta e con sulle spalle un patteggiamento per bancarotta fraudolenta, al Viminale per una riunione sulla Flat Tax. Tanto perché si capisca che non molla. Litigano perfino sul rosario che Salvini esibisce in piazza. «Matteo non scomodi la Madonna per vincere le Europee», ringhia il capo grillino.

Con o senza Madonna, Salvini vince le Europee. Annusando l’aria, Conte fa pietosamente presente in conferenza stampa di essere lui, l’autore dell’«anno bellissimo», il Presidente del Consiglio. Ma lo scontro sale ancora di tono. Anche perché il leader leghista pensa bene di convocare i sindacati al Viminale per una riunione sulla crisi e sulla manovra economica. Incredibilmente, i sindacati ci vanno. Tutti tranne il segretario della CGIL Maurizio Landini. Ci manca poco che il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro Di Maio, totalmente scavalcato, dia in escandescenze. «I sindacati sono di tutti», mastica amaro.
Ma ha un macigno nella scarpa e lo tira fuori in coincidenza del caso degli amici di Salvini beccati al Metropol di Mosca a discutere di finanziamenti russi alla Lega tramite petrolio: «Chi vuole incontrare i sindacati lo può fare, quello che mi dà noia è che lo si faccia per sviare da una questione molto più grande, quella di un vice primo ministro che secondo me deve andare a riferire in Parlamento sulla questione Russia». Addio alla “coppia di fatto”. Da allora i due si ignorano. Di Maio parla di Salvini come di “quell’altro”. Al funerale del carabiniere Mario Cerciello Rega si evitano. E dopo il voto sulla TAV nemmeno si salutano. Ah, che anno bellissimo…

Per farla breve, il capo politico del Movimento Cinquestelle dopo aver perso la metà dei voti alle ultime Europee ha subìto una sconfitta dopo l’altra, facendosi dettare l’agenda da Salvini. Si era legato mani e piedi al governo gialloverde perché al secondo mandato da parlamentare non avrebbe potuto ricandidarsi, come tutti i ministri grillini. E così a poco a poco ha portato il M5S a crollare nei sondaggi e a perdere tutti i suoi totem identitari pur di rimanere al potere. Dopo l’annuncio di Salvini sulla sfiducia al governo è andato nel panico, chiedendo a tutti i partiti di votare la riforma del taglio dei parlamentari, per garantire a un governo dimissionario almeno altri sei mesi di vita. «I veri amici sono sempre leali», il suo commento: come se la politica fosse una gita del liceo e non sangue e merda.
A togliere Di Maio dall’impiccio ha pensato il fondatore Beppe Grillo, che dal 2016 aveva deciso di fare “un passo di lato” e commentare da fuori. Lo ha fatto il giorno prima dell’assemblea congiunta dei parlamentari grillini che si prospettava come una resa dei conti. Grillo dal suo blog ha aperto al terzo mandato e a un governo che scongiurasse le elezioni. Come una comparsa di una tragedia greca che vede il deus ex machina risolvere la situazione quando non c’era via d’uscita, Di Maio ha esultato su Facebook: «Beppe è con noi ed è sempre stato con noi». Fa strano vedere un capo politico in teoria plenipotenziario, aspettare il permesso del papà politico. Ma evidentemente anche nei “movimenti” la politica la fanno gli adulti.

CHE COSA CI STIAMO PERDENDO

Se poi al di là dei leader e capipopolo per un attimo guardiamo la realtà, i numeri, i dati concreti, l’esperienza gialloverde che stiamo per archiviare non è che sia stata granché. Tutt’altro.

«Abbiamo abolito la povertà», così dichiarava trionfante Di Maio da un balcone meno di un anno fa, e con essa si dovevano abolire la Fornero e i migranti. E poi rialzare la testa in Europa, recuperare la presunta sovranità dispersa, risollevare l’economia italiana, aiutare i giovani e le famiglie. E invece in appena 14 mesi il “governo del cambiamento” implode lasciando al suolo solo le rovine di un ecomostro che ha vissuto di annunci, scadenze elettorali e competizione continua tra i due alleati.
Il problema, dopo poco più di anno, non è quello che Luigi Di Maio e Matteo Salvini non hanno fatto, ma quello che hanno fatto e come lo hanno fatto. Di corsa, in un continuo gioco a chi arrivava primo. Senza concludere — o, peggio ancora, concludendo male —. A partire dal raffazzonato Reddito di Cittadinanza. Un sussidio a misura di convention alla Rocco Casalino, non certo a misura dei disoccupati in cerca di un lavoro. Tra presentazioni di slide, PostePay da caricare chissà quando e kermesse di debutto dei navigator in versione Grande Fratello, i rubinetti del RdC sono stati aperti di tutta fretta giusto in tempo per le elezioni europee. Ma le cifre erogate non sono certo i 780 euro annunciati, i centri per l’impiego ancora arrancano, e come previsto dai “gufi” di posti di lavoro da proporre ai percettori non se ne sono visti.
Idem per la “Quota 100” targata Carroccio. Che non è l’abolizione della legge Fornero, come Matteo Salvini aveva annunciato. Tant’è che le domande sono state molte meno del previsto, viste le condizioni rigide per chi volesse andare in pensione prima. L’unico effetto che avrà la strombazzata Quota 100 sarà quello di ridimensionare l’organico di qualche ufficio, soprattutto pubblico, senza aprire alle assunzioni dei giovani. Il calcolo è che ogni dieci prepensionamenti, i nuovi assunti saranno al massimo un paio. Mentre i problemi dei pensionati italiani sono ancora tutti lì.
E se è vero che l’occupazione è cresciuta di qualche virgola, lo stesso non vale per le ore di lavoro, checché ne dicano Di Maio e Salvini. Anzi, le ore di cassa integrazione straordinaria sono aumentate, nei primi sei mesi del 2019, del 42% rispetto allo stesso periodo del 2018. Mentre ben 159 tavoli di crisi sono aperti al Ministero dello Sviluppo economico di Di Maio, dove un giorno sì e l’altro pure si organizzano sit-in e proteste per scongiurare licenziamenti collettivi.
Il governo del cambiamento si era pure dotato di un ministro “per la famiglia”, Lorenzo Fontana. Ma l’unica cosa che ricordiamo dei 14 mesi appena passati è il congresso pro-life di Verona con tanto di feti in gomma, mentre chi faticava a trovare un posto all’asilo nido è ancora lì in coda nelle liste d’attesa (e a fare il secondo figlio non ci pensa neppure). Non solo: i gialloverdi si erano pure inventati un ministro “per il Sud”, Barbara Lezzi, che alla sua regione, la Puglia, aveva promesso niente TAP e chiusura dell’Ilva. Promesse disattese. Salvo poi dimenticare qualsiasi opera a Sud di Roma nel famoso decreto “sblocca cantieri”. Grandioso.

Mentre da Nord a Sud migliaia di lavoratori rischiano il posto, al largo di Lampedusa si sono consumati gli show salviniani, con la co-regia sempre attenta di Luigi Di Maio, contro l’organizzazione non governativa di turno. Rea di aver salvato ora 50, ora 100 disperati. Dopo 14 mesi, ci rimangono le rovine del decreto sicurezza uno e di quello bis, approvati a braccetto da Lega e Cinquestelle. Senza farci mancare il caso della Diciotti e la lotta contro la comandante della Sea Watch 3 Carola Rackete. Il tutto mentre gli sbarchi extra-Ong continuavano, senza che Salvini, chino sullo smartphone a fare dirette Facebook, proferisse parola. Risultato: la questione migranti è rimasta lì dov’era. Come prima, se non peggio di prima. Perché il governo del cambiamento, che avrebbe dovuto alzare la voce in Europa (se non fare la rivoluzione a Bruxelles), alla fine è rimasto alla finestra a guardare. Tranne lo zero virgola di deficit strappato all’UE sotto la spada di Damocle di una manovra correttiva, ai gialloverdi non è stata concessa neanche una scrivania nelle stanze europee che contano davvero. E così, tra le macerie dell’ecomostro pentaleghista, ci resterà un’Italia finita in recessione tecnica e poi definitivamente in stagnazione. Un PIL dalle percentuali piatte che, come ha già preannunciato l’Istat, porteranno a chiudere il 2019 con crescita zero. E con una nuova recessione mondiale alle porte.

MA IL TELEFONINO CHE C’ENTRA?

C’entra. Eccome.
A me sembra che ci sia una stretta correlazione fra l’avvento dei social (e soprattutto dei social e del web in generale sul telefonino) e “fenomeni politici” che si gonfiano a dismisura e si sgonfiano altrettanto a dismisura nell’arco di pochi mesi.
Non credo sia un caso che coincidano anche i tempi — dal 2010 in poi.

Renzi. I Cinquestelle. Salvini. In rapida successione.
Come ho già provato a spiegare due mesi fa in questo blogpost, negli ultimi anni, in concomitanza del boom di Facebook e Twitter, a turno Renzi, Di Maio e Salvini hanno incarnato un ideale di capo carismatico, hanno parlato a tutti gli italiani esprimendo una visione capace di attrarre consenso molto al di là del proprio elettorato: così grande da avvicinarli a un livello di rappresentatività tale da portarli a governare il Paese in sostanziale autonomia e a imprimere una svolta culturale – di immagine, di linguaggio – all’Italia intera. Salvini, addirittura, nello spazio di un solo lustro è riuscito a passare prima dal 6,2% (1,6 milioni di voti, elezioni europee 2014) al 17,4% (5,7 milioni di voti, elezioni politiche 4 Marzo 2018) e poi a raddoppiare il consenso fino al 34,3% (9,1 milioni di voti, elezioni europee 26 Maggio 2019), percentuale identica a quella del PCI di Berlinguer nel celeberrimo record raggiunto il 21 Giugno 1976.

Del “salvinismo” ha colpito il carattere spietato della politica, l’ansia frenetica di scatenare odio, la disinvoltura di un anti-italiano diventato sovranista e di un separatista nordista passato a dirsi paladino del Sud, la capacità di parlare alla folla con linguaggio plebeo. Un unicum nella storia della destra.
I media mainstream, che avrebbero dovuto guidare, orientare, illuminare il discernimento del popolo, sono finiti nello stesso tritacarne social, venendone di fatto assorbiti. Il dato rilevante di un Paese che deve ricostruire la sua classe dirigente attorno a idee forti e valori è che è invece circondata da una pletora di intellettuali tuttofare, irosi, autocentrati, che credono di poter battezzare o scomunicare quelli che a loro non piacciono. Per decenni si è pensato che questi intellettuali fossero “naturaliter” di sinistra. Oggi sono editorialisti di Repubblica o del Corriere della Sera, e giornalisti di destra che fanno i buffoni in tivù. Il declino dell’Italia è ben rappresentato da costoro.
In Italia il vincitore annunciato è simpatico a molti. (È l’attrazione fatale per il profumo di incenso, che abbiamo ereditato fin dalla Controriforma.) Tutti lo ammirano, trovano geniali le sue intuizioni e veniali i suoi peccati. Con la stessa velocità questi personaggi, che non sono solo persone singole ma una vera mandria, in nome dell’anticonformismo possono tornare sui propri passi e cercare nuovi idoli.
E tutto questo accade mentre nelle retrovie, per esempio nelle università, centinaia di giovani intellettuali vivono con poco pur essendo una grande ricchezza per il Paese. L’eventuale morte del “salvinismo” preparerà altri fenomeni analogamente di basso livello fino a che la politica non capirà che per dare a se stessa una prospettiva deve fare cose, deve conquistare la fiducia dei cittadini, deve battersi per diritti anche quando appaiono impopolari.

È lo smartphone la causa tecnologica del nostro generale regredire come società avanzate. Con la estrema superficialità — e quindi stupidità — indotta dalla scarsità di schermo e troppa velocità di fruizione. Una rapidità di fruizione ormai prossima all’impossibilità di fruizione.
È un fenomeno che riguarda l’intero Occidente: Trump, la Brexit, Bolsonaro & C. sono frutto dei medesimi meccanismi.
Sia ben chiaro, il mio non è un lamento sulla modernità, non auspico un “ritorno al Medioevo”: sto solo provando a osservare col grandangolo e isolare con lo zoom un filo rosso che colleghi, inquadri, spieghi gli eventi.

Chiunque si occupi di politica non può trascurare quello che fanno 33 milioni di italiani su internet. Soprattutto non può trascurare i 28 milioni che ogni giorno dedicano la media di un’ora e 51 minuti per scrivere, leggere, postare e guardare foto, video e quant’altro viene in mente: una quantità di tempo pazzesca.
La chiave di tutto è Facebook: sono 25 milioni gli utenti attivi in Italia, cioè che leggono, scrivono e distribuiscono like quotidianamente (Twitter è fermo a 2,5 milioni); la loro visita media dura 11 minuti, che è ben il 10% di tutto il tempo dedicato alla Rete. L’equivalente dello starsene per un decimo del tempo libero relegati su una luna di Saturno pur avendo a disposizione, per gironzolare e curiosare, l’intero universo coi suoi cento miliardi di galassie.
Anche se non sono ancora chiari i nessi causali tra uomo e intelligenza artificiale, l’intreccio è inestricabile; per esempio: cerchiamo sul cellulare l’indirizzo del ristorante già scelto o lo scegliamo (solo) tra quelli proposti dall’app? Leggiamo una cosa perché siamo andati a cercarla o (solo) perché ci viene proposta più facilmente? Siamo dentro un flusso d’informazioni perché abbiamo scelto di esserlo, o siamo (solo) il target ideale dell’algoritmo perfetto? La psiche di chi frequenta questo mondo ha due polarità: una è la scoperta (vado su internet e comincio a cercare quello che non conosco e quello che mi induce curiosità), l’altra è il coinvolgimento (bisogno di trovare/ritrovare persone che siano capaci di coinvolgermi, di dare un senso alla mia quotidianità o qualche volta anche oltre la quotidianità). Il secondo gruppo è nettamente più grande del primo.
Della “camera dell’eco” e del problema della “bolla” ho già parlato qui nel 2014, qui nel 2016, qui nel 2017, quando si stava cominciando a capire il fenomeno. Oggi è deflagrato ed è ben noto anche ai sociologi. Non ci sarebbe in verità neppure bisogno dell’algoritmo, perché su Facebook il pubblico si autoseleziona da sé, e dà vita ai gruppi chiusi. A quel punto la tribù è fatta. In tali gruppi si parla un linguaggio confidenziale, come chiunque farebbe a casa sua con gli amici più stretti, dicendo anche l’indicibile. C’è una zona grigia densissima, in cui il falso non è letterale e palese, ma semplicemente ammiccante, o più spesso prende una parte per il tutto, cioè il significato di un aspetto per il significato del tutto. Il punto chiave è la verosimiglianza, la credibilità, o meglio la coerenza del messaggio con i propri pregiudizi. Il tutto avviene a velocità insostenibili: quelle del pollice o dell’indice sul display dello smartphone, due dita che si muovono molto più veloci della capacità di attenzione (di riflessione, analisi e profondità di pensiero, be’, non parliamone nemmeno).

Oggi in Italia una formazione, si chiami essa PD o MoVimento o Lega (tre cose diversissime), che a un’elezione raggiunga picchi di un terzo dei voti totali, è meno solida di una palafitta piantata in una palude fangosa.
C’è una enorme massa di elettorato che evidentemente ondeggia da una parte all’altra: È PRIVA DI QUALSIASI CULTURA POLITICA E SOCIALE, È SOSTANZIALMENTE SENZA MEMORIA, È FACILMENTE INFLUENZABILEI consecutivi governi PD di Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni sono stati in qualche modo il brodo di coltura dell’arrembaggio del populismo, che in cinque anni è passato da una folkloristica irrilevanza alla maggioranza relativa del Paese. Però il germoglio è letteralmente esploso lì, l’influenza arriva dalle fake del web e dalle urla dei social, tutte sbattute in faccia, alla velocità della luce, dai quei pochi centimetri quadrati di display.
Siamo stati sì preparati dal lavaggio di cervello delle TV berlusconiane, dagli strepiti caotici dei talk-show, dall’impoverimento quasi scientifico della Scuola che ci ha trasformati da cittadini con diritti e doveri in squallidi consumatori. Ma ora si è andati molto oltre.
Il nostro cervello non era pronto: abbiamo fatto il passo più lungo della gamba.


Succederebbe ancora: anche Salvini passerebbe via, se lo si mandasse a sbattere contro la realtà — la Manovra, il Debito Pubblico, il potere d’acquisto, le disuguaglianze, cose così, cose vere, reali, non scie chimiche o un manipolo di disperati su un barcone —. Una volta raggiunto il potere non si può insistere nel randellare nemici più o meno immaginari come unico atto di governo: tocca amministrare, fare le riforme che rilancino i diversi settori, dimostrare un serietà e una compostezza istituzionale che permette di avere credibilità nazionale e internazionale, tocca fare funzionare le istituzioni poiché non basta indossarne i loghi sulle magliette.
Succederebbe ancora proprio perché non esiste più ideologia, non esiste un vero programma sociale, non esistono politiche economiche, esiste solo consenso fine a se stesso e sollecitato 24/7 sui social: e ogni pifferaio magico alla lunga stanca, la sua melodia passa di moda come i pantaloni a zampa di elefante. I Renzi e i Berlusconi sono crollati sempre quando hanno sbattuto il muso contro la realtà.
Succederebbe più presto di quel che si pensa perché già a settembre il governo deve trovare 5/6 miliardi per rifinanziare Quota 100, altri 8 miliardi per rifinanziare il Reddito di Cittadinanza, 30/40 miliardi per finanziare la promessa Flat Tax, 23 miliardi per evitare l’aumento dell’IVA al 25,6%, altri 10 miliardi per coprire il buco dovuto alla mancata crescita (-0,2% se ci va bene, anziché il +1% messo a bilancio). E queste sono soltanto le spese principali, quelle certe. Si tratta di circa 100 miliardi. Un’enormità. E non c’è un’Europa da incolpare, sono il costo puro delle politiche di Salvini e Di Maio (già, pare che andare in pensione prima e far alzare lo spread abbia un prezzo che qualcuno deve pagare, e chi se lo sarebbe mai aspettato?), soldi che non ci sono, soldi che noi italiani dovremo tirar fuori: o con l’aumento delle tasse o con drammatici tagli allo Stato Sociale. Oppure con la rinuncia alle incomplete, inutili e dannose bandiere elettorali.

Peraltro il voto immediato aprirebbe solo scenari positivi. Con una vittoria schiacciante (quella che i sondaggi gli assegnano e per la quale ha aperto la crisi), Salvini dovrebbe costruire da solo la Legge di Bilancio, sterilizzare le Clausole IVA e realizzare il suo programma da bancarotta: in meno di un anno UE, FMI e mercati lo farebbero fuori; intanto, il Parlamento si “ripulirebbe” da Renziani (non ricandidati da Zingaretti) e “vecchi” grillini (non ricandidabili per statuto). Se Salvini non vincesse (come personalmente credo), si potrebbe costruire una legislatura con il “nuovo” PD (zingarettiano e de-renzizzato) e la “nuova” generazione M5S, magari più preparata e meno ingenua di quella attuale.
Ed è quanto vorrebbe Zingaretti: perché dal 17% preso dal PD alle ultime elezioni politiche si può soltanto crescere e perché altrimenti il neosegretario rischia di veder rosolare il suo effetto-novità a sostegno di un governo pasticciato come quello che potrebbe nascere adesso. A sinistra, piaccia o no, esiste solo il Partito Democratico e la “vocazione maggioritaria” è stata accantonata con sdegno: ma dopo il voto, da vincenti o quantomeno in rimonta e con un M5S in calo, ci si potrebbe alleare sulla base di nuovi equilibri politici.
Come riconosce acutamente (e disperatamente) un vecchio e navigato comunista come Emanuele Macaluso: «La manovra politica e parlamentare non può prevalere o essere un surrogato del consenso […] Io penso che questa destra la fermi con una operazione più ambiziosa e democratica di una manovra di palazzo: provando a ricomporre la frattura tra sinistra e popolo. È in quella frattura che è nata la rivolta di questi anni». In breve: andiamo a votare, che è più saggio e corretto, e intanto la sinistra torni a essere sinistra.
Salvini è stato Salvini in questi 14 mesi per manifesta inferiorità dei suoi avversari e dei suoi alleati: ci vuole poco a sembrare un gigante in mezzo ai nani, e il fatto che i Cinquestelle e il PD guadagnino consenso e si riprendano la scena semplicemente come conseguenza degli errori del leader leghista dimostra quanto poco basterebbe per sconfiggerlo.

MA CHI GLIELA FA FARE, AL PD?

Con realismo accessibile a chiunque, un’alleanza tra un M5S rigido-eppure-ondivago, immaturo e onestamente ancora politicamente mediocre (e dotato esattamente della stessa classe dirigente che una settimana prima governava con la Lega nel governo più estremista della storia repubblicana) e un PD fragile e percorso da guerre per bande e ognun-per-sé, avrebbe il fiato cortissimo: le stesse ragioni che l’hanno resa sempre improbabile non spariranno in un giorno, sarebbero la quotidianità, molto di più che con la Lega (che non aveva niente da perdere a tirare la corda), e a quelle si sommerebbero l’entrata in servizio del quotidiano logorìo da parte dei media, col governo perennemente “a un passo dalla crisi”, e il fuoco a pallettoni della Lega e dei suoi manipoli di sicari pubblici, giornalistici, televisivi, internettari. Ogni giorno sarebbe inciucio e compagnia, e italiani plagiati a ringhiare contro qualunque cosa faccia il governo, un governo perfetto per tempi in cui disprezzare i governi. Più la Bibbiano da inventare alla bisogna.
Dal punto di vista PD, se quest’alleanza fosse davvero l’unica possibile in contesto politico tripolare, sarebbe il caso di sottoscriverla oggi invece che dopo nuove elezioni politiche, quando il quadro sarebbe più chiaro e trasparente per gli elettori di tutti i partiti? E quando peraltro, salvo le solite manovre suicide a sinistra, il PD dovrebbe godere di una delegazione parlamentare più grande dell’attuale e anche di quella del M5S?

E poi comunque perché continuare a foraggiare il patologico “richiamo della responsabilità”, uno schema secondo il quale il PD trova un autentico ruolo politico soltanto quando può ingoiare qualsiasi veleno “per il bene del Paese”? È ormai un classico italiano: partiti e/o governi tecnici possono fare al Paese qualsiasi scempiaggine, tanto al momento di pagare il conto arriva il PD a rinunciare al voto, a fare il governo Monti, a introdurre l’IMU, a “non consegnare il Paese alla destra”, “non consegnare il Paese a Berlusconi”, “non consegnare il Paese a Salvini”, per poi ricominciare il giro dell’immancabile “sacrificio per la patria”.
Essendo perdipiù un partito, il PD, che non ha mai vinto un’elezione politica da quando è stato fondato, che fa parte di un’area politica che ha vinto l’ultima elezione politica nel 2006 – peraltro per appena 25.000 voti e un paio di bizzarri senatori eletti all’estero – e che nonostante questo è stato ininterrottamente al governo dal 2011 al 2018. Tornerebbe al governo già nel 2019, di nuovo senza passare dal voto: dove starebbe, in cosa consisterebbe la “democrazia parlamentare” che bisogna salvare a tutti i costi? Non si vuole votare perché si crede già nella propria sconfitta: ma allora perché si rimane lì, se non si spera mai di vincere? Non credere alla propria vittoria in campo aperto è la malattia degli eserciti nella fase declinante degli imperi.

E infine perché l’eventuale aumento dell’IVA è un problema la cui risoluzione spetti al PD, più che alla Lega o al Movimento 5 Stelle che il problema lo hanno creato (peraltro esercitando un mandato popolare chiaro e ottenuto dagli italiani a fronte della nota insostenibilità economica dei loro progetti)? Dato che l’aumento dell’IVA è reversibile e non sarebbe certamente il peggior problema del Paese — anzi, potrebbe forse essere l’unico modo per fare una vera riforma fiscale —, è il caso di considerarlo grave al punto da sottoscrivere un’alleanza sconclusionata e dalle conseguenze di lungo periodo potenzialmente ben più devastanti?
Ogni volta che cambia il governo c’è la tendenza in Italia alla distruzione di quello che ha fatto il governo precedente. E il trend di lungo termine è negativo. Appena c’è un’impennata della crescita, l’anno dopo c’è un nuovo crollo. La ratio degli altri Paesi in genere è: “facciamo riforme e sacrifici, rimettiamo a posto le finanze creando le condizioni per la fiducia interna e internazionale, e poi godiamoci i frutti di queste scelte, anche quelle dolorose”. La Germania ha fatto i suoi sacrifici nei primi anni Duemila e da malato d’Europa ne è diventata l’economia-guida, ma anche nel piccolo Portogallo è stato lo stesso: si abbatte il debito pubblico, si sopportano tasse pesanti ma temporanee, si imposta una politica del lavoro credibile. Si creano insomma le condizioni per gli investimenti e lo sviluppo. Poi lo sviluppo arriva e si autoalimenta. Non c’è più bisogno di fare una manovra finanziaria più o meno lacrime e sangue ogni anno come in Italia, dove non si è mai arrivati a un completo risanamento economico.
Questa peculiarità del nostro Paese è certo dovuta a mali storici: fattore demografico, incertezze del sistema bancario, caduta della produttività. Ma il nodo centrale resta la finanza pubblica, soggetta a vincoli comunitari che ci vengono sempre rinfacciati. A Bruxelles è diffuso un senso di scoramento sulla politica italiana; l’ultimo governo non ha fatto un passo in direzione di un controllo delle spese ma anzi ha aumentato incoscientemente il debito. Misure urgentissime come lo sblocco della burocrazia o la sospirata spending review non sono state neanche proposte per far luogo a provvedimenti irrazionali, costosi e scoordinati. Il risultato è che si arriva alle verifiche autunnali delle agenzie di rating e alla legge di bilancio in condizioni che più emergenziali non si può.
A settembre partirà la corsa contro il tempo per evitare l’aumento dell’IVA. Quando invece forse sarebbe addirittura meglio lasciarla aumentare, la dannata IVA: sarebbe uno di quei sacrifici che, proiettati sul lungo periodo, darebbero buoni frutti.
L’Italia, oltre a risanare i conti, deve concentrarsi sui suoi punti di forza. E il principale è sicuramente la capacità di esportare delle aziende manifatturiere, che anzi può dispiegare un potenziale ancora grandissimo in settori prestigiosi e cruciali come la meccanica strumentale, le costruzioni, il lusso, l’agroalimentare. Bene: sulle esportazioni l’IVA non c’è, e quindi le aziende sarebbero ulteriormente motivate a spingere sull’export. Se si riuscisse a combinare questa valorizzazione con un taglio del cuneo fiscale — che a quel punto diventerebbe possibile perché si sarebbero “risparmiati” 50 miliardi in due anni — e infine a inserire il tutto in una dinamica salariale ragionevole, una politica dei prezzi intelligente e un recupero di produttività, si sarebbe realizzata la perfetta svalutazione fiscale. È un meccanismo che rende ulteriormente competitivo quell’export italiano che parte da un grande, invidiatissimo valore di marchio. E poi è l’unica svalutazione che ci è consentita: la Germania l’ha fatto, e ha avuto risultati eclatanti. Anziché addossare sempre le colpe dei mali all’Europa o a questo o quel Paese, o dire che non vale la pena di fare sacrifici, dovremmo una buona volta guardare agli esempi positivi.

Ci sarebbe da discutere, per sovrammercato, anche del problema dei contenuti. Un problema che riguarda le tre forze in campo e non solo il PD.
Da un lato si manderebbero al governo insieme due forze politiche ideologicamente vuote. Il Movimento 5 Stelle lo è per scelta, fin dalla nascita. Nessun sistema di pensiero, se non l’utopia-distopia della democrazia diretta, e per il resto tanta contestazione e qualche battaglia verticale, come quella per diminuire i costi della politica, o contro gli inceneritori. Nessuna visione complessiva del Paese, per scelta appunto, per rifiuto delle ideologie, tanto da definirsi un “movimento biodegradabile”. Da questa sua natura di contenitore confuso con dentro di tutto, da Dario Fo a Gianluigi Paragone, è seguito inevitabilmente il declino elettorale. Il PD è vuoto per cause diverse. Intanto perché, nella sua parte ex comunista, è nato dalle ceneri del Muro di Berlino, quindi dal ripudio di se stesso. I comunisti a cui era morto il PCI hanno imbarcato un po’ di democristiani a cui era morta la DC e un po’ di socialisti a cui era morto il PSI. Insieme hanno fatto quel partito che fin dal celeberrimo «ma anche» veltroniano celebrava il suo essere tutto e il contrario di tutto: socialisti ma anche liberisti, laici ma anche cattolici, patrioti ma anche internazionalisti, in una notte in cui tutte le vacche sono nere che poi, nei fatti, si è declinata in un’emulazione stinta dell’avversario, cioè le destre storiche liberali. In quest’altro blogpost ho scritto la storia completa dei motivi del vuoto a sinistra.
All’opposizione ci sarebbe la Lega. Cioè una forza politica che un sistema di pensiero invece ce l’ha già, schifoso quanto si vuole ma chiaro e robusto: nazionalismo; autoritarismo; sciovinismo, xenofobia e aggressione alle minoranze etniche; famiglia tradizionale e cattolicesimo ratzingeriano/lefebvriano; machismo; paternalismo; attacco ai diritti civili; favori ai ricchi (Flat Tax), occhio strizzato agli evasori (“pace fiscale”) e qualche concessione sociale in cambio di una silente obbedienza dal basso (Quota 100), più le istituzioni piegate al capo secondo una visione putiniana.
In sintesi: due vuoti si mettono insieme per governare e mandare all’opposizione un pieno. Ma se i primi non si riempiono (in fretta e bene) quante speranze hanno di non venir travasate dal secondo? “Quando un partito senza ideologia incontra un partito con ideologia, il partito senza ideologia è un partito morto”. (È appena successo nel binomio Cinquestelle-Lega.)

E INVECE

Perciò il pericolo a mio avviso è che se, al contrario di quanto logica vorrebbe, ora si toglie Salvini dal piano della realtà e lo si manda all’opposizione, il suo fenomeno non passerà: perché mentre sarà qualcun altro a raccogliere impopolarmente i cocci dei danni che la Lega ha fatto al governo, lui trascorrerà il tempo da quegli stessi social a fare la vittima per mesi, contro i “poteri forti” e la “cattiva Europa” e i “cattivi mercati” e il “cattivo Soros”, e tutte le altre minchiate, non dirà certo «sono scappato prima che gli italiani scoprissero che ho lasciato un conto in sospeso di 100 miliardi». (Come ho detto prima, è possibile che lui lo abbia ben calcolato.)

Salvini è “fascista” almeno quanto Renzi è “di sinistra”. Come sottolineato da Peppino Caldarola (peraltro uno dei pochissimi ad aver previsto con largo anticipo la caduta del “Capitano”), la pericolosità di Salvini non ha niente a che fare con l’ascesa del fascismo vero, cioè di un movimento insurrezionale di destra capeggiato da un uomo intelligente e spregiudicato che con la violenza distrusse i suoi avversari e si avvalse della viltà del Re. Qui siamo di fronte a un volgare facinoroso che è riuscito a presentarsi agli occhi di un mondo plebeo e degli ex di Capalbio come il protagonista di una nuova stagione con la più squallida imitazione del cattivismo della destra americana. È un imitatore, non un uomo nuovo.
Mandandolo all’opposizione e sostituendolo con personaggi screditati (il PD renziano, magari D’Alema, ciò che resta dei Cinquestelle) che non andrebbero d’accordo nemmeno in una riunione condominiale, illudendosi che dureranno almeno fino all’elezione di Draghi al posto di Mattarella (Marzo 2022 — Inciso: manca ancora una vita, politicamente parlando. Bisognerebbe resistere fino al 3 Agosto 2021: lì comincerebbe il Semestre Bianco e il Presidente della Repubblica non potrebbe più sciogliere le Camere. Sono un totale di due anni. Purtroppo la storia della Repubblica ci dice che solo sei governi dal 1948 a oggi sono durati almeno due anni. E scorrendone l’elenco si capisce che quei Presidenti del Consiglio, di consolidata esperienza politica, erano comunque sostenuti da coalizioni ben più salde dell’accozzaglia M5S-PD), se ne farà invece un MARTIRE.
Lui si limiterà a sedersi dov’è stato seduto finora (ossia all’aperto, in piazza, ovunque fuorché sul posto di lavoro, com’era avvezzo già da parlamentare europeo), carezzando l’onda con amichevoli pacchette e dicendo le cose che all’onda piace sentire («siete speciali, meritate molto, ma il vostro molto ve lo stanno rubando, non avete colpe, è colpa di qualcun altro, cattivi, e vogliono fregarci, e fregare me»), e l’onda lo ricambierà ancora, Salvini, esasperata e fomentata da un sistema di informazione distorta che va ben oltre la propaganda salviniana sempre con la bava alla bocca, evocando complotti ai danni “degli italiani” (che nella sua retorica sono solo quelli che lo votano, finora un decimo del totale).
E a quel punto Salvini incasserà più di quello che incasserebbe oggi — a meno che non succeda intanto qualcosa di imprevisto, eventualità comunque per niente da escludere, se consideriamo che in soli otto anni l’Italia ha già visto la caduta definitiva di Berlusconi, l’anomalo governo Monti, l’acrobatico e sovversivo governo Renzi, il suo formidabile successo e il suo formidabile fallimento, il trionfo di un partito fondato da un comico appannato, l’implausibile alleanza fasciostellata, l’ascesa eccezionale del Capitan Tamarro, il governo di uno sconosciuto prof sognatore di anni bellissimi e il suo sbriciolamento.

Fra i big, uno solo sembra della stessa opinione:

Neanche il Mussolini delle origini — e sono passati 100 anni tondi — avrebbe osato sperare in un favore del genere. Di tutto abbiamo bisogno, tranne che di un martire che si fa santo urlando ogni giorno su quei pochi centimetri di display. Sarebbe il primo carnefice-santo della storia d’Italia.

Il “Rengrillo”, come già qualcuno lo chiama, ossia il governo del presidente affidato a Renzi-D’Alema-Grillo con una conferma di Conte o con un altro fantoccio di facciata (Cantone? Cottarelli? O magari quella Marta Cartabia, vicepresidente della Corte Costituzionale, già potenziale ministro nel governo Cottarelli suggerito e abortito in 24 ore appena dopo le elezioni 2018, che così sarebbe “la prima donna premier” — quale miglior fumo negli occhi?), potrebbe essere uno dei più tragici equivoci di tutti i tempi.
Massimo in primavera cadrebbe, e a quel punto il carnefice-santo si ritroverebbe la strada sgombra e spianata: avrebbe i numeri per eleggere il Presidente della Repubblica, plasmare a sudditanza Corte Costituzionale e CSM, cambiare la Costituzione in stile Orbán. Per farci uscire dalla UE, dall’Euro, dall’Occidente, facendo infine dell’Italia un impoverito satellite di Putin. (Ma “sovrana”, eh, capirai!)

Come sottolinea causticamente quanto lucidamente Paolo Flores d’Arcais, l’unica alternativa accettabile al pre-fascismo in vocazione di “pieni poteri” dovrebbe essere un governo di legislatura in rottura radicale col quarto di secolo della diseguaglianza trionfante e spudorata. Che faccia della redistribuzione egualitaria la sua stella polare. Ed entri in guerra contro corruzione, mafia, grande evasione. Governo affidato alla società civile “giustizia-e-libertà”.
Un governo Rodotà, sarebbe stato ovvio dire qualche anno fa. Oggi un governo Zagrebelsky, per esempio, con Lorenza Carlassare o Piercamillo Davigo alla giustizia, Scarpinato agli interni, Mazzucato all’economia, Caracciolo agli esteri, Saraceno a welfare e pari opportunità, Montanari ai beni culturali, Canfora alla pubblica istruzione, sempre per fare esempi della caratura morale, professionale e sommamente politica di cui ci sarebbe urgenza improcrastinabile.
Se M5S e PD fossero ciò che in questi giorni stanno sviolinando di essere, personalmente disinteressati perché interessati solo al bene dell’Italia, è un governo del genere che proporrebbero a Mattarella, e che sosterrebbero lealmente per quasi quattro anni. Ogni altro governo non farà infatti che avvicinare e affrettare in Italia il putinismo, forma attualizzata del vecchio fascismo novecentesco.
Le proposte d’establishment, Renzi, Franceschini o Grillo che siano (per non parlare dell’annaspante Zingaretti), ripropongono i vizi del passato, lo status quo imbellettato con i Cantone o le Cartabia, terapie che farebbero lievitare stratosfericamente consensi a ghigno e teppismi salviniani. Per egoismo e calcoli opportunistici grillini&piddini resterebbero nella cecità, con un governicchio di qualche mese, e regalerebbero il Paese a un premier energumeno. Speriamo che Mattarella in questo delicato frangente non perda un solo grammo della saggezza di cui ha già dato prova.

ZITTO!, IL TUO SMARPHONE TI SPIA!

E c’è sempre lo smartphone come prova del nostro generale regredire come società avanzate anche in quest’altra nuova bufala che personalmente sento ormai montare dappertutto, nei discorsi di troppa gente. Si sta gonfiando peggio che con le scie chimiche e i migranti fonte di tutti i mali. E può fare danni serissimi agli sviluppi tecnologici.

Il discorso è di questo tipo:

«Guarda, è uno scandalo. Ieri stavo parlando con il mio amico di “pulizia”, e dopo due minuti, aprendo il telefono e navigando, mi è comparsa la pubblicità di una ditta di pulizie! Secondo te è un caso? No! Il telefono ha sentito di nascosto quello che dicevo e lo ha rivelato al sito, il quale non appena mi sono collegato mi ha fatto vedere lo spot!»

Il meccanismo è sempre identico: tu stai parlando di qualcosa di specifico con qualcuno, sei all’aperto o in una stanza o in altro posto, nella vita reale: e pochi secondi dopo sul tuo telefono collegato a internet ti appare un banner pubblicitario che fa riferimento a quello che stavi dicendo.
Morale: «Ci spiano!, ascoltano attraverso il telefono, anche se non lo stiamo usando, quello che diciamo, e costruiscono le pubblicità in base alle nostre conversazioni».

Com’è potuto accadere? Che si stia diffondendo questa nuova psicosi, dico?
Una roba che manco Echelon dei bei tempi: una fake fantascientifica degna delle migliori bufale del secolo scorso…

Be’, credo di saperlo. È che sono cominciate a uscire notizie di questo tipo: «Google, Amazon e Apple sorprese ad ascoltare le registrazioni di quello che diciamo col telefono a Siri, ad Alexa, a “Hey Google!”» (esempio 1, esempio 2, esempio 3). Gli impiegati delle grandi multinazionali della tecnologia sono stati beccati a sfruculiare nelle registrazioni degli utenti, violandone la privacy. E la spiegazione («serve solo a migliorare il servizio») è “solo una scusa che non regge”.
E via con articoli allarmistici, con tanto di istruzioni su come “disattivare il servizio”, “cancellare le registrazioni” dall’iPhone, da Amazon Echo, da Google Assistant e via dicendo.

Ecco, il fatto è che invece la “scusa” degli impiegati regge eccome, il punto cruciale è proprio in quella parola: “registrazioni”.
Non si tratta di ascolto in tempo reale di ciò che diciamo: si tratta di file audio con il nostro uso passato dei device. E sono file audio presi a caso in mezzo a decine e decine di miliardi di altri file audio. L’«impiegato» di Amazon o di Apple non sa che si tratta di te che tre mesi fa hai impartito un certo comando all’iPhone o all’Echo Spot che hai in camera da letto.

Alexa, Siri, Cortana e tutti gli altri assistenti vocali ancora soffrono di un grosso handicap: interpretare correttamente tutte le parole che diciamo. È il motivo per cui perculiamo Alexa e Siri, che tutt’ora in molti casi prendono fischi per fiaschi davanti ai nostri ordini più semplici: «Hei, Siri!, aggiungi il latte alla lista della spesa», e Siri: «Mi spiace, non riesco a trovare una corrispondenza per il brano musicale che hai richiesto»; «Alexa, quando è nato Napoleone?», e Alexa: «Il leone è un grande felino che vive principalmente nella savana africana…».

Gli addetti di Google, Amazon, Apple “ascoltano” le nostre (vecchie) registrazioni non per violare la nostra privacy ma proprio per tentare di risolvere questi problemi, ricorrendo anche all’intelligenza artificiale: Alexa, Siri e gli altri robot, grazie agli input degli esseri umani che li indirizzano («Qui c’è registrato “Napoleone”, non “Leone”»), riescono ad auto-migliorarsi nell’apprendimento, e la prossima volta ci saranno meno probabilità che commettano quello specifico errore. Peraltro, tutti questi assistenti vocali devono far fronte non solo a milioni di timbri di voce delle persone, ma devono farlo in 200 lingue diverse: abbiamo solo la più vaga idea di quanto sia difficile una sfida tecnologica del genere? Senza l’intervento umano che indirizzi tutte queste “ai” (intelligenze artificiali) grazie all’ascolto a caso, da parte di ‘umani veri’, delle vecchie registrazioni (anche queste prese a caso), Alexa e Siri non andrebbero da nessuna parte, e sarebbero del tutto inutili.

Ritornando al discorso della “pubblicità costruita rubando via telefono i nostri discorsi dal vivo”, la nuova grande bufala che sta diventando di massa in questo periodo: semplicemente NON ESISTE ancora la possibilità tecnologica per una cosa del genere. Siamo noi — e solo noi — a notare una coincidenza e a conferirle un significato che non ha. Ogni giorno parliamo di innumerevoli cose e vediamo innumerevoli spot, articoli, tweet, post: noi — e solo noi — notiamo quando un tema coincide, e noi — e solo noi — dimentichiamo un tema all’istante quando non coincide. È banale solipsismo, non complotto tecnologico.

Né Google, né Amazon, né Apple — né nessun altro, neanche i potentissimi 007 americani — potrebbero intercettare, grazie a qualche “microfono acceso di nascosto” sul telefono, i nostri discorsi IN TEMPO REALE e NEL MONDO REALE e costruirci IMMEDIATAMENTE, grazie a chissà quali “geniali algoritmi”, lo spot pubblicitario.
Una possibilità simile presupporrebbe l’esistenza di miliardi di server accesi 24/7 che acchiappano i discorsi di miliardi di persone — in 200 lingue diverse, più i dialetti —, li interpretano correttamente (!), e in capo a qualche istante, non appena ci si mette a navigare sul web col telefono, costruiscono la giusta pubblicità. Stavi parlando di “chiaroveggenza” in una spiaggia sperduta della Calabria? Pochi secondi dopo sul browser del telefono ti appare il banner del Mago Giovanni che legge il futuro e riceve il martedì e il giovedì nella città guardacaso a pochi km da te…

Ecco, togliamocelo dalla testa. Questa cosa attualmente non si può fare, punto.
E difficilmente lo si potrà nei prossimi dieci, quindici anni: perché a quanto pare la strada con le intelligenze artificiali è ancora irta di troppe difficoltà. Robot e algoritmi sono meno in gamba di quel che credevamo dopo averli visti all’opera con il condizionamento che sono in grado di operare sulla politica.

E MENTRE REGREDIAMO, ECCO LÀ DIETRO LA VERA APOCALISSE

Mentre pratichiamo la mass-distraction, arriva la mass-destruction. A una nostra azione non corrisponde una reazione diretta e immediata, e questo ci ha permesso di fare finta, a lungo, che il problema non esistesse davvero: il nostro cervello, già rintronato di suo dagli smartphone, non è costruito per tramutare in segnale di pericolo questo particolare campanello d’allarme. Possiamo essere razionalmente preoccupati ma non visceralmente inghiottiti da una paura permanente. Ci porterebbe fuori di testa. L’istinto di sopravvivenza quotidiano, che ci permette di convivere anche con una minaccia costante, sta remando contro la nostra sopravvivenza sul lungo periodo, spingendoci a sottovalutare in maniera sistematica i PROBLEMI CLIMATICI. Secondo gli psicologi, si sarebbero ormai instaurate, nell’architettura del nostro cervello, una serie di dinamiche tipiche dei matrimoni che vanno a rotoli. Il diniego, per esempio: cerchiamo di tirare avanti ignorando o evitando di riconoscere alcuni fatti inquietanti che sappiamo essere veri, riguardo al cambiamento climatico, perché cerchiamo rifugio dalla paura e dal senso di colpa che generano.

Ma al di là di questo, come ben riassume Pippo Civati è il gioco democratico al contrario per il quale si usano i governi per acquisire consenso e si fanno cadere per capitalizzarlo, a esser diventato molto pericoloso. In primo luogo per la tenuta delle nostre istituzioni e poi perché mai come ora avremmo bisogno di un governo in grado di rispondere all’unica vera emergenza che sta minacciando tutti noi.

Avremmo bisogno di un Governo del Tempo. Perché il problema non è quanto dura un esecutivo, ma quanto tempo abbiamo per governare il cambiamento climatico.
Poco, pochissimo, è la risposta. E non abbiamo tempo da perdere a fare gli spettatori delle irresistibili ascese e delle altrettanto repentine cadute del leader di turno, che minaccia di dominare per un ventennio e poi dura lo spazio tra due finanziarie sbagliate.
La crisi ambientale è più grave della crisi politica, e una politica in perenne crisi davvero non ce la possiamo permettere. Abbiamo bisogno di un governo di transizione alle energie rinnovabili, dobbiamo scongiurare l’aumento della temperatura, è necessario il taglio delle emissioni di CO2. Serve un governo della riconversione economica. Un governo tecnico, anzi tecnologico, che sviluppi e incentivi le tecnologie che già ci sono e che servono a salvare la nostra specie. Un governo di solidarietà internazionale che metta l’Italia in prima linea per promuovere un nuovo modello di sviluppo e un modello sociale che garantisca i diritti di tutti e non gli interessi di pochissimi.

Nella certezza che il Presidente Mattarella ci aiuterà a uscire da questa fase e che restituirà al Parlamento la sua dignità e il suo ruolo, è ora di mettere sul piatto le questioni delle quali non si parla, ma che non sono più rinviabili. Sono temi che non eccitano perché prevedono soluzioni che siano contro nessuno, ma per tutti. Sono progetti di governo per evitare la deriva.
Come mirabilmente sintetizza Massimo Mantellini in un tweet: «La mia formula per salvarci? Tutti un passo indietro, il PD per favore DUE passi indietro, Elly Schlein candidata Premier in una coalizione di centro sinistra di giovani amministratori. Vecchia dirigenza out, umarell a guardare il cantiere. Cultura, solidarietà, ambiente, lavoro».

SERVE UN’UTOPIA CONCRETA

Serve un’utopia concreta. Un governo che la pratichi, consapevole della prospettiva, che esiga il desiderio e amministri l’oggettività. La prima oggettività da risolvere è lo spaventoso abisso che si è creato tra popolazione e istituzioni. Un processo che dura da decenni, ma che si è appesantito e approfondito negli ultimi due anni (e non soltanto in Italia, sebbene altrove non si diano le premesse storiche che vantiamo qui). Se a crollare è il rapporto tra popolo e politica, a farne le spese è il mediatore: lo Stato. Serve perciò riconfigurare lo Stato come mediatore, come fattore di protezione e sviluppo delle persone. Sciogliere l’avversione allo Stato, questo letto di Damaste, questo tentativo di ridurre le persone a un solo modello, in cui da decenni si accomodano gli italiani, per soffrire meglio o dormire peggio, è la prima esigenza. Non si tratta solo di semplificazione normativa della macchina burocratica, che di per sé è cieca e celibe. Bisogna sanare l’inimicizia di base che l’apparato statale è stato in grado di suscitare e che è responsabile della dissociazione di massa a cui gli italiani sono sottoposti fin dai primi Anni Novanta.

Stiamo parlando di ripristino. Dei valori civili e dei fondamentali, si direbbe nel Calcio, su cui qualunque società si costituisce. Lo Stato è dato. La comunità è implicita. Ma si possono perdere con indifferenza ed estenuazione diritti di cui si è scordata l’acquisizione. L’utopia concreta significa anzitutto questo: ricreare la responsabilità e i valori.

Orientamenti politici e finanziari mondiali sono già consapevoli che è un passaggio storico, da affrontare ora. La Global Commission on the Economy and Climate quantifica in 65 milioni di nuovi posti di lavoro il vantaggio economico e sociale di una svolta simile. Che poi altro non sarebbe che la Quarta Rivoluzione Industriale, già abbondantemente teorizzata in tutte le sue potenzialità e che in Italia per esempio potrebbe cominciare con una Rivoluzione Edilizia (smettere di costruire ex novo e piuttosto ristrutturare per riconvertire/riqualificare energeticamente le case già esistenti: alcune stime parlano di 13 milioni di edifici, le leggi già emanate tipo l’Ecobonus citano «l’89% dell’intero parco edilizio italiano»…).
Quando si parla di “riformare l’Europa”, sfugge spesso che la transizione ecologica è il mezzo per giungere a un’identità politica forte del continente. Portare l’Italia a inaugurarsi come la prima nazione europea per transizione ecologica ha questo effetto immediato: il nostro Paese guiderebbe la transizione continentale. Imporrebbe il contenuto all’Unione. Innescherebbe la rivoluzione finanziaria, che sarà pure un’utopia ma molto concreta: lo dimostra il recente patto siglato dalle duecento maggiori aziende negli USA, che le impegna a condurre le imprese per il bene di dipendenti, fornitori, comunità e, solo per ultimi, azionisti.
La riconciliazione con la natura è un falso problema: la comprensione che noi siamo la natura è l’ingresso dell’intelligenza nella storia attuale dell’umanità, il regno della consapevolezza e della volontà. Solo chi vuole con forza identifica gli elementi necessari alla realizzazione della sua volontà. E l’accordo delle volontà è il nucleo di cui la politica è pulsazione.

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