Eteocle e Polinice

Un longform su Riace che non si riferisce al “sindaco dell’accoglienza” Mimmo Lucano, di questi tempi? Sì, si può.

Premessa.
Non sono un esperto di “antichità”, né un archeologo, né un iconografo, né nient’altro che mi possa far definire uno “studioso” o uno “scienziato”. Il mio metro è la logica deduttiva. Quanto scrivo qui è il frutto delle letture delle pubblicazioni di chi “studioso” o “scienziato” è veramente: dopo attenta analisi, le mie conclusioni sono appunto il frutto della pura deduzione.
A volte è sufficiente unire i dettagli con la freddezza tipica di chi non è addentro alle segrete cose accademiche, per mettere a fuoco un quadro d’insieme cui gli accademici di professione non sono in grado di giungere per svariati motivi, non ultimo il “non pestarsi i piedi” fra loro.

Detto questo, dopo esaustive letture di tutte le teorie messe in campo da mezzo secolo a questa parte, fin da quel fatidico 1972 in cui furono ritrovati, a me sembra di poter affermare con ragionevole certezza che l’origine e la storia dei BRONZI DI RIACE possa essere ricostruita “unendo” le tesi proposte da due affermati studiosi: il prof. Daniele Castrizio e il compianto prof. Giuseppe Roma. A condizione che si epurino, rispettivamente, del “naufragio” (Castrizio) e di tutta la parte artistico-iconografica (Roma), le due ricostruzioni sono perfettamente sovrapponibili, e l’una diventa la prosecuzione dell’altra. Per le origini (realizzazione, iconografia e primi secoli di vita), il dottor Castrizio offre la visione più convincente; per il motivo del loro ritrovamento a Riace e la storia dei Bronzi nei secoli che vanno dall’Alto Medioevo al 1972, è il dottor Roma a offrire le argomentazioni più persuasive e accattivanti.

L’unico buco storico riguarda il momento del loro arrivo in Calabria: epurando del naufragio la ricostruzione degli eventi, infatti, non abbiamo più copertura e giustificazione della loro presenza nella Locride. D’altro canto, però, il naufragio ha la “colpa” di abbandonare in mare i Bronzi “troppo presto”, lasciando inspiegate alcune cose riguardo ai miti riacesi sviluppatisi nei secoli e vivi ancor oggi, e riguardo alla “stranezza” del ritrovamento.
La sovrapposizione non è indolore, ed è piena di se, ma e forse. Peraltro, la tesi del prof. Castrizio non ha mai presunto di voler spiegare certi miti riacesi (la forzatura è interamente mia). Il mio obiettivo però non è Sua Maestà la Verità bensì di giungere a un sufficiente grado di verosimiglianza: male che vada, è una buona “provocazione storica” da leggere in un quarto d’ora di totale relax.

ORIGINE ICONOGRAFICA DEI BRONZI

Archeologo, numismatico, storico e iconografo di fama, il prof. Eligio Daniele Castrizio è uno dei più eminenti studiosi “magnogreci” contemporanei; esperto di monetazione antica e docente universitario, è anche autore di numerose pubblicazioni e saggi storici.
Secondo Castrizio, la corretta identificazione dei personaggi raffigurati nei due Bronzi di Riace ha origine e fondamento dalla lettura e dall’interpretazione di tutti i segni presenti sulle statue, dall’eliminazione di tutti gli elementi proposti che non abbiano prove materiali a sostegno, e dalle ricerche nelle fonti antiche degli attributi iconografici proposti.
Procedendo così, l’unico confronto realmente attendibile per le due statue da Riace si ritrova in una scena con cinque personaggi, raffigurata su reperti archeologici di varia natura, che rimanda a una versione del mito del duello finale fratricida tra Eteocle e Polinice, e che dobbiamo al grande poeta Stesicoro di Metauro (630–550 a.C.). I filologi alessandrini raccolsero le sue composizioni in 26 volumi, ma di questa vastissima produzione restano solo titoli e scarsi frammenti; tuttavia alcuni papiri ritrovati nel Novecento hanno proiettato una luce nuova sulle opere di Stesicoro: in particolare il “Papiro di Lille”, pubblicato nel 1977, contiene cospicue parti di una probabile “Tebaide”, di cui il frammento meglio conservato riguarda per l’appunto il discorso di Giocasta, madre e moglie di Edipo, ai figli Eteocle e Polinice, in cui la donna tenta di dividere i due figli nel momento in cui essi si affrontano, uccidendosi poi a vicenda.

I Bronzi di Riace raffigurerebbero proprio questi due personaggi: Eteocle è il Bronzo B, Polinice il Bronzo A.

L’origine magnogreca della storia è dimostrata, oltre che dalla cronologia di stesura (Stesicoro visse oltre un secolo prima di Eschilo e Sofocle), dalle differenze significative rispetto alle altre versioni fornite dalla tragedia greca: nei “Sette contro Tebe”, opera di Eschilo rappresentata ad Atene la prima volta nel 467 a.C., i due fratelli Eteocle e Polinice si uccidono tra loro senza che la madre Giocasta intervenga nel disperato tentativo di dividerli; nel capolavoro “Edipo re” di Sofocle, tragedia rappresentata tra il 430 e il 420 a.C., Giocasta si era già suicidata quando aveva compreso di aver sposato il figlio, anni prima del duello fratricida.
La scena (individuabile su un apprezzabile numero di sarcofagi attici, formelle in terracotta e urne cinerarie) mostra tutti i personaggi presenti: i due guerrieri si fronteggiano, mentre la vecchia madre, che ha scoperto i seni per ricordare a entrambi di essere fratelli e di avere succhiato il medesimo latte materno, tenta di frapporsi; alle spalle di Polinice si vede sua sorella Antigone; accanto a Eteocle si riconosce il vecchio Creonte, fratello di Giocasta e zio dei due uomini.

Il mito dei “Sette contro Tebe”
Eteocle e Polinice, figli di Edipo, si sono accordati per spartirsi il potere sulla città di Tebe: regneranno un anno a testa, alternandosi sul trono. Eteocle tuttavia, allo scadere del proprio anno, non lascia il posto al fratello, sicché Polinice, con l’appoggio di Adrasto re di Argo (suo suocero), dichiara guerra al proprio fratello e alla propria patria.
All’inizio del dramma, Eteocle appare impegnato a rincuorare la popolazione preoccupata per l’imminente arrivo dell’esercito nemico. Giunge un messaggero, che informa che gli uomini di Polinice sono nei pressi della città, e hanno deciso di presidiare le sette porte della città di Tebe con sette dei loro più forti guerrieri. È quindi necessario che Eteocle scelga a sua volta sette guerrieri da contrapporre a quelli nemici, ognuno a difendere una porta.
Ricevuta la notizia, il coro di giovani tebane reagisce con paura, ma Eteocle le rimprovera aspramente per questo. Torna il messaggero e riferisce che i sette guerrieri nemici, tirando a sorte, hanno deciso a quale porta essere assegnati. Eteocle viene informato sul nome e sulle caratteristiche principali di ognuno, e a essi contrappone un proprio guerriero. Quando il messaggero nomina il settimo guerriero, che è il fratello Polinice, Eteocle capisce di essere predestinato allo scontro con lui, e che probabilmente nessuno dei due ne uscirà vivo. Tuttavia non si tira indietro, nonostante i tentativi di dissuaderlo.

È a questo punto della tragedia che si fissa, «come in un fermo immagine» (cit. Castrizio), la scena rappresentata nel gruppo scultoreo di cui i due Bronzi di Riace facevano parte.
Il discorso della madre Giocasta, supportata dalla figlia Antigone (sorella dei contendenti) e dall’indovino Tiresia, si situa cronologicamente sul campo di battaglia mentre i due fratelli stanno per affrontarsi. È in questo momento che la regina cerca di usare tutti gli strumenti di cui dispone per fare desistere i figli dall’insano proposito: spaventarli con la minaccia della profezia di morte di entrambi e allettarli con un patto.

L’intera “ipotesi Castrizio” è consultabile qui: www.bronziriace.it/ipotesi-di-castrizio/

Al di là di tragediografi e poeti, la vicenda — leggendaria o meno che fosse — era ben nota nell’antichità. Pindaro (Ol. 6.12-17, databile tra il 476 e il 468 a.C., e Nem. 9.9-27, databile tra il 474 e il 471 a.C.) ricorda che i corpi degli argivi caduti a Tebe «furono posti su sette pire». In Omero (Iliade 4.406) ed Esiodo (Op. 162) l’epiteto tradizionale della città, “dalle sette porte”, è connesso alla spedizione dei Sette e degli Epigoni. Pausania il Periegeta (110–180 d.C.), nelle “Cronache” (2.20.5, infra §2.2), ci informa che gli uomini caduti insieme a Polinice nell’assalto a Tebe «furono ridotti da Eschilo al numero di sette soltanto, mentre in realtà furono più numerosi i capitani impegnati nella spedizione e provenienti da Argo e da Messene e alcuni anche dall’Arcadia». (L’osservazione di Pausania va forse inquadrata nel senso che Eschilo fu il primo a inserire il numero “sette” nel titolo di un’opera che narrava la spedizione, poiché peraltro il “7” non trova corrispondenza negli scavi archeologici in loco e neppure nella pianta delle altre città micenee: del resto, i principî di strategia difensiva sconsigliavano di moltiplicare gli accessi alle città.)

Prima di Castrizio, il collegamento ai “Sette di Tebe” fu proposto originariamente dallo storico Paolo Moreno di Udine (cfr. “I Bronzi di Riace, Il Maestro di Olimpia e i Sette a Tebe”, Milano 2002, seconda edizione Electa; “Les Bronzes de Riace, Le Maître d’Olympie et les Sept à Thèbes”, Paris 1999, Gallimard), il quale fa riferimento al gruppo statuario “degli eroi in Tebe” (così l’iscrizione nei cippi attorno alla base semicircolare sopravvissuta fino a noi) innalzato nell’agorà di Argo dopo la battaglia di Oinoe (ca. 460 a.C.).

CHI REALIZZÒ I BRONZI, DOVE, E QUANDO?

L’autore sarebbe il grande bronzista Pythagoras, meglio noto come “Pitagora reggino” o “Pitagora di Reggio”, scultore attivo tra il 480 e il 450 a.C circa, nel Peloponneso e in Magna Grecia. E sarebbe autore di entrambi, malgrado alcune incongruenze — la più grossa delle quali sembrerebbe di natura non artistica ma tecnica: nel Bronzo A (anche detto “il Giovane”) alcune porzioni dei riccioli della barba sono fabbricate a parte e poi saldate (come nel celebre Cronide” di capo Artemisio, statua in bronzo databile al 480–470 a.C. e conservata nel Museo archeologico nazionale di Atene, ritrovata anch’essa in fondali marini, quelli antistanti capo Artemisio, nell’odierna Eubea: anch’essa di autore incerto, ma da alcuni attribuita allo stesso Pythagoras), mentre nel Bronzo B (il “Vecchio”) i riccioli sono colati in un solo pezzo.
I due Bronzi di Riace farebbero parte di un più esteso gruppo statuario, quello dei “Fratricidi”, celebre fino alla tarda antichità, di cui ci dànno notizia sia il polemista cristiano Taziano l’Assiro, vissuto nel II Sec. d.C. (autore della celebre utopia in cui tenta di armonizzare “le avventure di Gesù” descritte sui quattro Vangeli, cfr. il mio libro Cerco il Figlio pagg. 55, 161, 321, 455), sia il poema epico “Tebaide” di Publio Papinio Stazio, pubblicato all’epoca di Domiziano (ca. 92 d.C.): in quest’opera il poeta descrive la scena del duello tra i due fratelli ben conoscendo il gruppo dei “Fratricidi” che si trovava esposto a Roma.

Sergej Tikhonov – Ricostruzione del gruppo statuario “I Fratricidi” di Pythagoras di Rhégion

Come si legge su Wikipedia, Pythagoras nacque a Samo (l’etnico che egli stesso fa seguire alla propria firma nella base della statua del pugile Eutimo ritrovata a Olimpia), si trasferì poi a Rhégion (l’odierna Reggio Calabria), fiorente città della Magna Grecia, nel 496 a.C., al tempo del tiranno reggino Anaxilas, insieme con altri abitanti esuli di Samo, e divenne discepolo di Clearco di Reggio, ulteriore celebre scultore greco antico.
Nell’elenco dei cinque migliori bronzisti greci di Plinio il Vecchio — il quale lo riprende da Senocrate di Sicione — a Pitagora viene assegnato il quarto posto, alle spalle di autentiche “star” come Fidia e Mirone; inoltre, riferendosi all’arte di Mirone, Plinio afferma: «[…] lo superò Pitagora di Reggio in Italia col Pancratiaste dedicato a Delfi […]. Fece anche Astilo che si vede a Olimpia […]; a Siracusa fece poi uno Zoppo tale che anche a chi lo guarda sembra di sentire il dolore della sua piaga […]; Pitagora fu il primo a riprodurre i tendini e le vene e il primo a trattare i capelli con maggiore diligenza degli altri, suddividendoli con precisione» (Plinio il Vecchio, XXXIV 59).
Pitagora viene indicato dunque come il primo scultore ad avere una cura minuziosa di particolari come capelli, tendini e vene, un’attenzione che è tipica dello “stile severo” e che non riguarda il minuto particolare fine a se stesso ma la struttura dell’anatomia umana indagata come un tutto organico. È esattamente ciò che si vede nei due Bronzi di Riace, nei quali la cura e precisione dei dettagli lascia l’osservatore sbalordito non meno del sorriso di Monna Lisa.
Pythagoras avrebbe fra l’altro realizzato diverse statue di atleti olimpici fra le quali il pugilatore Eutimo di Locri, per la vittoria conseguita nel 472 a.C. (cfr. Pausania il Periegeta, “Descrizione” VI.6.4), che in ulteriori ipotesi (Stucchi, 1986; lo stesso Daniele Castrizio, 2000) potrebbe esser stato l’«eroe» raffigurato nel Bronzo A.
Pythagoras si era già trasferito da un paio di decenni (496 a.C.) nella Magna Grecia, quando Eschilo offrì al pubblico di Atene la propria versione del mito dei “Sette di Tebe” (467 a.C.): il che avvalora l’ipotesi che lo scultore avesse attinto alla tradizione creata da Stesicoro.

LE TAPPE DEL GRUPPO STATUARIO DI PITAGORA REGGINO

Innanzitutto, la terra di fusione rinvenuta all’interno dei due celebri Bronzi oggi conservati al Museo di Reggio Calabria attesta in modo incontrovertibile che le opere furono realizzate ad Argo, nel Peloponneso, dove Eteocle e Polinice venivano venerati come eroi. La prova fu presentata nel novembre 1995 in un convegno all’Accademia dei Lincei a Roma (autori G. Lombardi e P.L. Bianchetti della Sapienza, M. Vidale dell’Istituto Centrale del Restauro, con la collaborazione di geologi greci). Il che spazza via buona parte delle altre teorie sull’origine dei Bronzi (attica, ateniese, “calabrese”, etc.).
Durante la guerra contro Mitridate, re del Ponto, e poi ancora nel corso della guerra civile tra Mario e Silla (entrambe nella prima metà del I Sec. a.C.), Argo venne saccheggiata dai Romani, che portarono a Roma le opere d’arte più significative.
Nel 92 d.C. il poeta Stazio vide il gruppo a Roma e lo descrisse in modo puntuale nella “Tebaide”.
Lo scrittore Pausania il Periegeta nel II Sec. d.C. non vide ad Argo il gruppo dei “Fratricidi”, che era evidentemente già a Roma.
Nella prima metà del II Sec. d.C., come si è scoperto durante i moderni restauri, il Bronzo B venne sottoposto a un importante lavoro di ripristino che coinvolse il braccio destro, forse previo calco dell’originale andato danneggiato, oltre che di altri aggiustamenti (per es. alle labbra).
Attorno al 165 d.C. il cristiano Taziano l’Assiro vide le statue ancora a Roma.

Per i restanti diciotto secoli, fino al ritrovamento in mare a Riace nel 1972, abbiamo il silenzio assoluto delle fonti. Disponiamo solo di una piccola, debole traccia di natura archeologica.
Si tratta di un frammento di una grossa parete di “pithos” tardoantica, ancora posta tra la mano destra e la coscia del Bronzo A, rilevata durante uno dei restauri alle statue: secondo Castrizio, essa permette di ipotizzare un ultimo viaggio dei Bronzi, da Roma verso Costantinopoli, quando Costantino il Grande, agli inizi del IV Sec. d.C., trasferì nella nuova capitale dell’impero l’intera collezione di opere d’arte che si trovava a Roma. La testimonianza del trasloco sarebbe contenuta nel Libro II della celebre raccolta di epigrammi “Antologia Palatina”, dedicato alle statue dello Zeuxippos, il vasto ginnasio pubblico di Costantinopoli dotato di terme, costruite a partire dal 196 d.C. sotto Settimio Severo, dove forse anche i Bronzi erano destinati a essere esposti.
L’Antologia Palatina, in ogni caso, fu compilata a Bisanzio intorno alla metà del X Sec. e costituisce una copia arricchita della perduta antologia epigrammatica compilata da Costantino Cefala alcuni decenni prima (verosimilmente, fra l’880 e il 902): in ritardo di parecchi secoli sugli eventi in questione.

La ricostruzione del prof. Castrizio si conclude con un naufragio: in occasione dell’ultimo viaggio dei Bronzi da Roma verso Costantinopoli la nave oneraria che li trasportava, in prossimità del Porto di Kaulon/Kaulonia (oggi Porto Forticchio, in Località Agranci di Riace) venne investita da una mareggiata e andò a sbattere sulla diga foranea, disperdendo il suo carico.

* * *

Fin qui la prima parte della “teoria Castrizio”, che ricostruisce in maniera convincente la nascita, il significato artistico e i primi secoli di vita delle due meravigliose opere bronzee. E che si ferma al particolare del naufragio per giustificarne la presenza nel fondale marino di fronte a Riace: le due statue rimangono sommerse per circa sedici secoli, finché nel 1972 vengono rinvenute dai sub.
L’ultimo libro del prof. Castrizio sul tema è disponibile qui e qui.

LA SECONDA TEORIA: DAL MEDIOEVO A OGGI

È a questo punto che, per mio puro divertissment — ripeto, senza pretese —, si innesterebbe molto bene la seconda teoria, quella del prof. Giuseppe Roma.
Perché personalmente mi lascia assai perplesso il ragionamento che due statue del peso di ben 400 kg cadauna si adagino sul fondale marino “una accanto all’altra” nel corso di una tempesta e/o mareggiata (tale da causare il naufragio), in un tratto di mare già sferzato di suo da forti correnti, e per giunta a poche decine di metri dalla riva (quando non a riva, in funzione dell’epoca), zona in cui una nave da carico tale da poter trasportare le due pesantissime statue (e chissà cos’altro) avrebbe difficilmente potuto transitare.

Un carico preziosissimo che affonda o viene gettato in mare vicino alla terraferma (la profondità alla quale sono stati trovati i Bronzi era di appena sei/otto metri) e non viene successivamente recuperato o dai probabili sopravvissuti o dall’armatore della nave? Quante possibilità ci sono che due statue gettate in acqua durante una tempesta vadano a posizionarsi a mezzo metro l’una dall’altra (una distanza molto inferiore alla loro altezza) o, ancora, se si dà credito al naufragio, quante probabilità sussistono, per una nave che affonda e resta sospesa per la presenza di affioramenti rocciosi, che il carico (ammesso che trasportasse solo le due statue) si depositi in maniera così perfettamente ordinata, come si vede dal disegno?

Rilievo di Lamboglia, 1972

I “300 metri” di distanza dalla battigia del 1972 sono da rivedere completamente in funzione dell’epoca. L’erosione costiera è continuata in seguito e continua ancora oggi su tutta la costa jonica reggina, come testimoniano le odierne carte dell’evoluzione della linea di costa anche nel tratto che interessa il territorio dell’attuale Comune di Riace. È certo, quindi, che la linea di costa nell’antichità fosse molto più avanzata rispetto all’attuale: probabilmente, la scogliera oggi sommersa era quasi a riva e forse addirittura emergente. (E magari era… il perduto porto di Kaulon/Kaulonia, stando alle ricostruzioni di Castrizio e di numerosi altri studiosi.)

Ordinario di Archeologia Cristiana e Medievale dell’Università della Calabria, scomparso nel 2018 all’età di 70 anni, Giuseppe Roma ha avuto il merito di affrontare il tema del luogo di rinvenimento delle due celebri sculture in maniera decisamente nuova, pubblicando nel 2007 un saggio (“I Bronzi di Riace. Alcune considerazioni”), sotto forma di articolo per la rivista “Ostraka”, che stabilisce un collegamento tra le due statue e il culto dei santi Cosma e Damiano, protettori di Riace. Una lettura, quella di Giuseppe Roma, che mette insieme archeologia, storia, storia del cristianesimo, etnoantropologia, tradizioni locali, geomorfologia: un approccio globale degno dei grandi studi classici. E che ha il pregio di rispondere a tutta una serie di quesiti che fino a lui erano rimasti senza risposta.

Il succo della teoria si può riassumere nel modo seguente.
I Bronzi sono stati rinvenuti nei pressi di una scogliera oggi non affiorante, identificata da sempre dalla popolazione locale come lo “Scoglio dei santi Cosma e Damiano” e meta, nel mese di maggio, di una processione durante la quale viene trasportato il reliquiario che si immerge nel mare.

Molti studiosi ravvisano nei santi Cosma e Damiano il corrispettivo cristiano dei Dioscuri.
Càstore e Pollùce (o Polideuce), personaggi della mitologia greca, etrusca e romana, gemelli generati insieme con Elena dall’uovo di Leda, congiuntasi con Zeus trasformato in cigno, conosciuti soprattutto come i “Diòscuri” (Διὸς κοῦροι = figli di Zeus), erano considerati protettori dei naviganti nelle tempeste marine e sempre uniti nel compiere le loro gesta. Ognuno di essi, poi, aveva una specificità: Castore era domatore di cavalli, Polluce era valente nel pugilato — curiosamente, proprio come Eutimo di Locri, uno dei soggetti candidati a identificare uno dei Bronzi —. Notiamo, sempre a titolo di pura curiosità, l’assonanza del nome Pollùce/Polideuce (in greco antico: Πολυδεύκης, Polydéukēs) con “Polinice” (in greco antico: Πολυνεκης, Polyneikēs), uno dei due ‘eroi’ identificati dal prof. Castrizio quali soggetti raffigurati dai Bronzi.
Anche nei luoghi di culto dei Dioscuri veniva praticata l’incubatio (usanza magico-religiosa che consiste nel dormire in un’area sacra allo scopo di sperimentare in sogno rivelazioni sul futuro — “oniromanzia” — oppure di ricevere cure o benedizioni di vario tipo). E i Dioscuri erano stati venerati, fino alla chiusura del tempio, nel Foro Romano, centro politico, giuridico, religioso ed economico di Roma, oltre che centro nevralgico dell’intera civiltà romana: lo stesso luogo in cui plausibilmente erano esposti i Bronzi “di Riace”, stando alla ricostruzione di Castrizio, in seno al più ampio gruppo scultoreo dei “Fratricidi” di Pitagora Reggino.

Nel sito romano di Carsulae in Umbria il ruolo svolto dai due templi dedicati a Castore e Polluce (ruolo associato alla salute e alle cure, si pensi alla vicina San Gemini), viene ereditato direttamente dai santi Cosma e Damiano, la cui chiesa sorge nei pressi del Foro stesso, eretta per volere di papa Felice IV (526–530) nel Foro Romano riadattando strutture appartenenti al tempio della Pace e del Divo Romolo. Nella lunetta sovrastante la porta d’ingresso del sito di Carsulae, in un bassorilievo altomedievale, ai lati di una croce greca si osservano due figure nimbate, probabilmente i santi Cosma e Damiano, che recano in mano due ampolle su cui compaiono due stelle: proprio i Dioscuri a volte vengono rappresentati sotto forma di stelle. Le due stelle, raffigurate sopra tre personaggi in barca, sono dipinte già su un amphoriskos beotico a figure nere della fine del V Sec. a.C. proveniente dal Kabirion di Tebe (altro punto di congiunzione con la “teoria Castrizio”) e, quindi, anche con il significato di divinità protettrici dei marinai. A Taranto verso la fine del IV Sec. vengono emesse monete in oro con i Dioscuri sormontati da stelle: anche i santi Cosma e Damiano vengono festeggiati dai pescatori e dai marinai della borgata di Sferracavallo a Palermo come santi protettori delle loro attività in mare e, in Calabria, da Cariati, centro abitato sulla costa jonica cosentina, i pescatori si recano alla festa dei santi Cosma e Damiano a Taranto.
I due culti, pagano e cristiano, si incontrano significativamente anche nella Locride e sul territorio dell’attuale Comune di Riace. Narra la leggenda che nella battaglia presso il fiume Sagra tra locresi e crotoniati (la datazione oscilla tra il 560 e il 535 a.C.) l’intervento dei Dioscuri fu decisivo per le sorti dello scontro a favore dei locresi, che erano schierati in numero esiguo (diecimila uomini), contro le soverchianti forze dei crotoniati (centotrentamila soldati). Strabone tramanda che i locresi, grati per la vittoria, innalzarono altari ai Dioscuri nei pressi del luogo ove si era svolta la battaglia. Nella stessa Locri, in contrada Marasà, l’archeologo Paolo Orsi rinvenne il gruppo scultoreo dei Dioscuri che decoravano il fronte occidentale del tempio, anche se non si è stabilito con esattezza quale fosse la loro precisa collocazione (cfr. A. De Franciscis, “Il Santuario di Marasà in Locri Epizefiri. Il Tempio arcaico”, Napoli 1979). La diffusione del loro culto a Lavinio, nel Lazio, è stata ritenuta di sicura provenienza italiota e, secondo Heurgon (cfr. J. Heurgon, “La Magna Grecia e i santuari nel Lazio”, in “La Magna Grecia e Roma in età arcaica”, Atti dell’VIII Convegno di Studi sulla Magna Grecia, Taranto, 6-11 ottobre 1968, Napoli 1969, II.2), da Locri. Non vi è dubbio, quindi, che sul territorio della Locride il culto dei Dioscuri fosse molto sentito e praticato ed è lecito ipotizzare che, come altrove, con l’avvento del cristianesimo i santi Cosma e Damiano abbiano sostituito il primo culto. Non sappiamo esattamente quando ciò sia avvenuto, ma il periodo non dovrebbe essere anteriore, secondo il prof. Roma, al VI Sec. d.C..

Tra la Tarda Antichità e l’Alto Medioevo sono numerosi gli esempi di statue nascoste per essere sottratte alla distruzione che la cristianizzazione dei luoghi imponeva. Con il procedere della “sostituzione sincretistica” e con i templi trasformati in chiese, gli stessi pagani fecero tutti gli sforzi per salvare le statue, nascondendole nelle spelonche, nelle grotte, sotto qualche palmo di terra; cosicché in epoche recenti gli archeologi hanno portato alla luce delle vere e proprie “necropoli di statue” (per esempio a Cipro, a Benevento, a Capua).

La processione che da Riace Superiore si snoda fino allo Scoglio dei santi Cosma e Damiano, che si compie ogni anno nella seconda domenica di maggio (e la data convive con una seconda ricorrenza, quella “ufficiale cristiana” di fine settembre: perché due ricorrenze in un anno?), copre un percorso di 6 chilometri circa. Se fosse una cerimonia legata soltanto al mare, sarebbe più logico seguire un percorso più breve e andare sulla spiaggia di fronte alla strada che scende da Riace Superiore: invece si cerca l’area dove insiste la scogliera per immergere le sacre reliquie dei santi protettori, e tornarsene poi a Riace Superiore. Quello spazio evidentemente è considerato dalla comunità riacese un sito sacro in cui celebrare il rito, slegato dalla liturgia religiosa cristiana.
Nessuno, osserva Giuseppe Roma, si è mai chiesto se vi sia un rapporto tra la tradizione religiosa che in quello spazio si svolge e il contesto in cui sono stati rinvenuti i Bronzi. Costituiscono due episodi separati, o sono piuttosto due momenti di UN’UNICA TRADIZIONE, la cui memoria è andata persa, ma che hanno il medesimo significato? Se la persecuzione cristiana degli “idoli pagani” fu l’evento scatenante che condusse al seppellimento dei Bronzi di Riace, è probabile che l’impresa fu portata a termine senza violenza né traumi. Ossia, le statue non furono “prese e gettate” in mare ma la deposizione fu molto rispettosa e ordinata: si scelse un luogo riparato, facilmente identificabile per chi ne era al corrente, in attesa di tempi migliori per il recupero. (Tempi che non vennero più.) In sostanza, appunto accanto alla scogliera ancor oggi conosciuta come “Scoglio dei santi Cosma e Damiano”, che all’epoca poteva persino essere affiorante — o appena sotto la superficie del mare (o ancora essere un porto)  —. Il punto in cui sono state ritrovate nel 1972, insomma, e il cui ricordo era andato perso nell’oblio dei troppi secoli, tranne che per il particolare della processione di maggio.

L’ipotesi della nave naufragata, secondo il prof. Roma, al di là delle altre considerazioni non appare credibile per il fatto che non sia stata trovata alcuna traccia né del relitto della nave, né del carico o di sue parti. Si potrebbe obiettare che in un millennio e mezzo il mare ha potuto facilmente trascinare via qualsiasi cosa eccezion fatta per le uniche cose davvero pesanti (le due statue: quasi mezzo quintale ciascuna). Senonché c’è l’altra “nota stonata” del rilievo eseguito dal Lamboglia (N. Lamboglia, “Relazione sulla campagna di ricerche archeologiche sottomarine svolta nelle acque di Riace dal 28 agosto al 4 settembre 1972”, in Archivio Soprintendenza Archeologica per la Calabria, 1 — vd di nuovo figura qui sopra a dx), secondo il quale le statue appaiono allineate, una accanto all’altra, adagiate in uno spazio ristretto circondato da affioramenti rocciosi, come fosse una deposizione “sepolcrale”, ordinata. Il che rende del tutto improbabile la casualità della disposizione: furono messe lì di proposito, e in modo controllato. In accordo con l’occultamento dovuto alle persecuzioni cristiane.
Andò davvero così?

UNA SCOPERTA CONTROVERSA

Il ritrovamento del 1972, come si conviene a ogni scoperta archeologica di fama, è ammantato da un alone di leggenda e anche da qualche “mistero”.

La storia moderna dei due Bronzi inizia il 16 agosto del 1972, quando, in seguito a una vicenda dai risvolti mai completamente chiariti, presso la località Porto Forticchio di Riace Marina furono ritrovate due statue in bronzo, apparentemente senza nessun reperto coevo nei dintorni. Il loro recupero fu eseguito con una imbarazzante leggerezza e con mezzi non appropriati, al punto che venne “dimenticato” sulla spiaggia un grosso pezzo di ceramica tardo antico, posto tra l’avambraccio destro e il torace del Bronzo A per impedire che il braccio stesso potesse danneggiarsi durante il trasporto.

La località di ritrovamento, presso un antico porto mai studiato scientificamente ma che sembra esser stato attivo già dall’epoca greca, è altamente significativa. La sua funzione di porto è resa certa dalla presenza della Torre di Casamona, di epoca angioina, anche se datata erroneamente al XVI Sec., la cui funzione era quella di proteggere l’approdo e fungere da luogo di esazione delle tasse. Il ritrovamento delle due statue nei pressi del porto avvalora le teorie che mettono in relazione la presenza a Riace dei due Bronzi con il loro trasporto da o verso Roma. Altri particolari, come la presenza della ceramica per proteggere l’integrità della Statua A, sembrano attestare che le due opere erano in viaggio per essere esposte in un altro luogo.

Il giornalista d’inchiesta Giuseppe Braghò, autore di ben due libri sull’argomento (il più noto è “Facce di Bronzo” del 2007, edito da Luigi Pellegrini Editore, con una ricca sezione documentale), ipotizza un vero e proprio furto con destrezza, molto hollywoodiano, che avrebbe privato l’Italia di almeno una terza statua, e di almeno un corredo completo di scudi, lance ed elmi. In base alle circostanziate ricostruzioni di Braghò, l’allora Soprintendente di Reggio Calabria (Giuseppe Foti) e lo scopritore ufficiale dei Bronzi, un sub romano (Stefano Mariottini), gestirono la scoperta e le successive fasi in modo da garantirsi il tempo sufficiente per fare sparire almeno un bronzo e tutto il corredo; i veri scopritori sarebbero stati 4 ragazzi del posto, che malgrado una denuncia ai Carabinieri di Monasterace (e perfino una causa penale, conclusa nel ’77) vennero raggirati. Una terza statua sarebbe negli USA, nei magazzini del Getty Museum di Malibu: sarebbe stato Paul Getty in persona ad acquisirla. Ulteriori reperti, poi, sarebbero in vario modo presenti in altri contesti USA, in parte finendo addirittura nello studio del presidente Bush sr., legato a doppio filo a Getty (interessi petroliferi).
Negli archivi della Soprintendenza di Reggio Calabria, «che nessun esterno ha mai visionato in 34 anni», è conservato il verbale di denuncia che attesta la presenza in mare di un “gruppo di statue (non solo quindi la “coppia” che conosciamo). Tale verbale traccia il ritrovamento in un modo che non corrisponde a quanto effettivamente recuperato. Per prima cosa, si fa infatti cenno a una statua «con le braccia aperte e la gamba sopravanzante» (nessuno dei due celebri Bronzi sembra avere questo aspetto), e a un’altra «che presenta, sul braccio sinistro, uno scudo» (nessuno scudo è stato mai recuperato). Il verbale, nel racconto di Braghò (il quale, va detto, nel suo libro esibisce una gran quantità di prove fotografiche e fotostatiche), afferma poi che le statue «sono pulite e prive di “incrostazioni evidenti”»: dai filmati dei recuperi e dalle prime foto dei Carabinieri risultano invece piene di incrostazioni, poi eliminate nel corso del primo restauro a Firenze (1975/1980, a cura dell’Opificio delle Pietre Dure). Nei fantomatici carteggi ufficiali del 1972 ci sono infine altre stranezze e incongruenze, come il cenno a un elmo e la posizione che cambia di continuo da “supina” a “prona” a “su un fianco”. «Una statua di 400 kg non si gira su se stessa con le correnti marine», conclude beffardamente il giornalista, protagonista di una annosa quanto infruttuosa battaglia presso uffici ministeriali, convegni e tribunali.

«Azz… roccammu!»

Peraltro, se vi recate a Riace Marina, vi può capitare di imbattervi in anziani del posto che raccontano aneddoti sorprendenti. Per esempio: il motivo per cui i due Bronzi sono stati ritrovati “tranquillamente adagiati uno accanto all’altro” non è una deposizione sepolcrale e neanche un liberarsene da parte di una nave in difficoltà. Erano lì e in quella posizione perché qualcuno stava tentando di rimorchiare le statue a riva, ma sul più bello sono rimaste incagliate fra gli scogli. Un po’ come quando si getta la lenza con la canna da pesca dalla spiaggia in una zona di mare pietrosa, e a un certo punto la canna si piega perché il vostro mulinello non riesce più a tirare amo e piombo (e pesce!) perché avete “roccato”, come si dice da queste parti…
(Prima con una antica nave romana a vela e schiavi rematori, poi con una moderna barca a motore: sarebbe il secondo incidente consecutivo dei Bronzi contro le strutture dell’antico porto!)

Se la vicenda raccontata dagli indigeni che ancora ricamano sugli eventi del 1972 (e ampiamente denunciata da Braghò) restituisce un fondo di verità, allora la «assenza di tracce del relitto della nave e/o del carico e/o di sue parti» andrebbe quantomeno rivista: da qualche parte, su quel fondale, erano (sono ancora?) presenti sia il relitto che eventualmente altre statue. Pare siano stati effettuati anche degli studi ufficiali, con tanto di attrezzature supertecnologiche statunitensi, che hanno rilevato delle “anomalie metalliche” sugli stessi fondali del ritrovamento dei Bronzi. E dunque si sarebbe trattato effettivamente di un naufragio del IV Sec., un trasloco Costantiniano finito male (e senza polizza assicurativa).



IL “BUCO”: COME ARRIVARONO A RIACE

Se però facciamo a meno del “naufragio”, resta da spiegare l’arrivo delle due statue (e solo di quelle due, rispetto a un gruppo scultoreo molto più ricco) nella Locride. Se erano ancora a Roma nel 165 d.C., viste da Taziano l’Assiro nel più ampio gruppo dei Fratricidi di Pythagoras, come mai le ritroviamo “adorate” in qualità di Dioscuri a oltre 600 km di distanza, culto poi sostituito, come accaduto dappertutto a causa del Sincretismo cristiano, da quello di Cosma e Damiano?

Sulla vita di Cosma (o Cosimo) e Damiano non si hanno dati storici certi, le poche notizie disponibili si possono rintracciare soprattutto nei Martirologi e nei Sinassari. Teodoreto vescovo di Cirro — la fonte agiografica più antica — fa risalire la nascita dei due, definendoli «fratelli», alla seconda metà del III Sec. d.C. a Egea, dove esisteva un tempio di Asclepio, dio della medicina, presso il quale i sacerdoti praticavano cure mediche anche attraverso la pratica dell’incubatio. Nella sua “Legenda Aurea” Jacopo da Varagine narra quello che viene indicato come il primo trapianto della storia: un devoto con una gamba malridotta, avendo sognato i due santi che gli applicavano la gamba di uno schiavo etiope morto, si risvegliò con la gamba sana e di colore scuro.

Nati in Arabia, si dedicarono alla cura dei malati dopo aver studiato l’arte medica in Siria. Ma erano medici speciali: spinti da un’ispirazione superiore, infatti, non si facevano pagare — di qui il soprannome di anàrgiri (dal greco anargyroi, “senza argento”, ossia senza denaro) —. Ma questa attenzione ai malati era anche uno strumento efficacissimo di apostolato. Missione che finì per costare la vita ai due fratelli, che vennero martirizzati: durante il regno dell’imperatore Diocleziano, forse nel 303, il governatore romano li fece decapitare. Successe a Cirro, dalle parti di Antiochia in Siria; un’altra tradizione attesta invece che furono uccisi a Egea di Cilicia, in Asia Minore, per ordine del governatore Lisia, e poi traslati a Cirro.
Sulla loro tomba sorse una chiesa, meta di ininterrotti pellegrinaggi: uno dei più illustri pellegrini fu Giustiniano, il restauratore dell’Impero Romano d’Oriente. Guarito da una perniciosa malattia, andò in preghiera preso la tomba dei “santi taumaturghi”, promosse a basilica la loro chiesa e dispose la fortificazione della città di Cirro.
Il culto dei santi Cosma e Damiano iniziò subito dopo loro la uccisione. Il vescovo di Cirro, Teodoreto (morto nel 458), parla già della divisione delle loro reliquie, inviate alle numerose chiese già sorte in loro onore (a Gerusalemme, in Egitto, in Mesopotamia); il patriarca Proclo dedicò loro una basilica di Costantinopoli che scatenò altri pellegrinaggi. Rapidamente il culto si estese a tutto l’Oriente bizantino. Gli scambi commerciali che intercorrevano con Roma facilitarono la fama dei martiri gemelli anche in Occidente: la prima cappella in loro onore nella città eterna risale all’epoca di Papa Simmaco (498–515). Poco tempo dopo (528 d.C.), a opera del citato Papa Felice IV, le loro reliquie furono spostate a Roma e fu edificata la grande basilica nel Foro.

La diffusione del culto in epoca posteriore (Secc. X–XIII) è attestata in Bulgaria, Romania e nelle regioni bizantine dell’Italia meridionale, tra cui la Calabria. In Toscana la famiglia Medici, intorno alla metà del ’400, li scelse come propri santi patroni contribuendo a determinarne e diffonderne l’iconografia attraverso opere commissionate a importanti artisti dell’epoca. Nella liturgia occidentale la festività dei SS. Cosma e Damiano è fissata al 27 settembre. A Brattirò di Drapia, un piccolo paese in provincia di Vibo Valentia, una grande festa religiosa e civile viene celebrata ogni anno e vede la partecipazione di migliaia di fedeli provenienti da tutta la Calabria, con processione il 27 settembre; pure Bivona, piccola frazione di Vibo Valentia, festeggia solennemente l’ultima domenica di settembre, mentre lì vicino, a Badia di Nicotera, la ricorrenza cade il 26. Anche nella citata comunità di Sferracavallo (PA) giochi, celebrazioni liturgiche e processione avvengono nell’ultima domenica di settembre. A Reggio Calabria si festeggia nella frazione di Bocale il 26 settembre. A San Cosmo Albanese (CS) la festa viene celebrata due volte: il 27 settembre e la seconda domenica di novembre. A Cittanova (RC) si festeggia la terza domenica di ottobre, mentre a Sant’Eufemia d’Aspromonte (RC) i gemelli medici sono venerati la prima domenica di agosto. A Satriano (CZ) la ricorrenza cade nei giorni 26 e 27 settembre, e pare che il culto sia molto antico; la locale statua lignea risale al 1871, a opera di Nicola Drosi, famoso scultore locale il cui figlio, Pietro, scolpirà nel 1879 le statue tuttora presenti a Riace. Paese che vede ben due celebrazioni durante l’anno: quella comune agli altri luoghi, con una gran festa di tre giorni a settembre (25–27), e la già citata processione verso il mare della seconda domenica di maggio.

Una delle leggende di fondazione del Santuario di Riace tramanda che “un certo giorno di mille anni fa” un pastorello vide avvicinarsi due uomini che si presentarono dicendo di essere Cosimo e Damiano, due fratelli medici, quindi lo invitarono a lasciare il gregge per andare ad avvisare la gente di Stignano che due medici provenienti dall’Oriente volevano edificare una chiesa. Il pastorello obbedì, ma invece di andare a Stignano si fermò nel più vicino paese: Riace. Molti uomini lo seguirono, ma giunti là dove si era intrattenuto con i due fratelli, non trovarono nessuno. Il ragazzo non si perse d’animo e chiese agli uomini di aiutarlo a edificare la chiesa. Iniziarono la costruzione, lavorando fino al tramonto, ma al mattino successivo tutto era crollato, così dovettero iniziare daccapo: ma nuovamente, durante la notte, tutto andò giù. E così anche il terzo giorno. Durante la terza notte al pastorello apparvero in sogno i due santi medici che gli consigliarono di andare a prendere nel luogo in cui si erano incontrati una delle pietre su cui si erano seduti, e di inserirla nella costruzione. Seguite le indicazioni dei santi e collocata la pietra in un lato della costruzione, l’edificio di culto non crollo più.
I festeggiamenti nel Santuario si fanno risalire al 1669, quando le reliquie di san Cosma furono portate da Roma, ma Cosimo e Damiano furono istituiti Santi Patroni di Riace solo nel 1734. I santi vengono festeggiati due volte l’anno secondo modalità differente. La “festa di maggio” — anche detta “festa del Braccio” — coinvolge soprattutto la comunità riacese (l’altra un gran numero di persone dai centri vicini). Ogni anno, la seconda domenica di maggio, a ricordo di quanto accaduto al pastorello, le reliquie dei Santi vengono portate in processione al “castedu”. Una teca d’argento a forma di braccio viene trasportata lungo un itinerario campestre attraverso i sentieri della campagna di Riace, dalla Chiesa Matrice fino a raggiunge la spiaggia di Riace Marina. Una volta giunti sulla spiaggia, la teca viene imbarcata e portata nei pressi dello scoglio dove l’agiografia cristiana racconta che sia rimasta l’impronta del piede di San Cosimo/Cosma, dopo la traversata a nuoto dall’Arabia (probabile origine della protezione di marinai e pescatori).

Eteocle e Polinice: fratelli figli di re che finiscono per uccidersi a vicenda. Castore e Polluce, gemelli figli di Zeus, dèi protettori dei marinai. Cosma e Damiano, gemelli, medici, santi protettori dei medici e dei farmacisti, ma in alcune zone anche di marinai e pescatori… Difficile districarsi alla ricerca dei punti di contatto, oltre al fattore fratellanza: la prima e la seconda coppia, una semi-mitologica e l’altra leggendaria, sono di origini greche, la terza è araba; la protezione dei marinai riguarda la seconda e la terza coppia, ma non la prima…

Possibile però che la “coincidenza” della scogliera di Cosma e Damiano con il luogo di ritrovamento dei Bronzi sia da imputare proprio alla presenza dell’antico porto: sarebbe così il perduto porto di Kaulon, il vero denominatore comune fra i santi cristiani gemelli (protettori di marinai), i Dioscuri (ugualmente protettori di marinai) e i Bronzi di Riace (arrivati via mare), con buona pace della “seconda teoria” del prof. Roma.
In altre parole…
Nel IV Sec. una nave che trasporta sculture da Roma a Costantinopoli naufraga davanti al Porto di Kaulonia (situato a poche decine di metri a nord dell’odierna Riace Marina); la gente del posto già da molto tempo venera i Dioscuri, e il loro luogo sacro è esattamente quello stesso porto, essendo le due divinità protettrici delle attività marine; a causa del Sincretismo cristiano alto-medievale, il culto di Castore e Polluce (due gemelli) dopo il V/VI Sec. viene quasi automaticamente sostituito dalla venerazione dei santi cristiani Cosma e Damiano (ancora due fratelli), senza soluzione di continuità per quanto riguarda i riti: si finisce sempre al porto. Con i secoli, si perde memoria degli eventi, ma non la forma: ancora oggi la prima processione annuale, slegata dalla liturgia ufficiale cristiana, scende sempre nello stesso posto, anche se nessuno può più sapere perché (si è perso il ricordo anche del porto).

* * *

Lo Jonio reggino e magnogreco è un mare ricco di sorprese, un autentico “paradiso degli archeologi” (in gran parte inesplorato, comunque) che negli anni ha restituito celebrità assolute come i Bronzi di Riace, misteriose figure in pietra come le “facce” di Capo Bruzzano (probabili falsi, o comunque raffigurazioni di santi trafugate da decorazioni edilizie, come in questo caso di cui sono stato testimone oculare insieme alla mia compagna), altri reperti di arte antica, e che nasconde ancora chissà quante meraviglie inattese.
Per esempio, il favoleggiato “cavallo alato”, forse sempre in bronzo: un ritrovamento del genere farebbe passare in second’ordine perfino due opere come Eteocle e Polinice.

LA VILLA ROMANA DI CASIGNANA È IL TRAIT D’UNION?

Più o meno nella stessa zona, leggermente più a sud, lungo l’assolata Statale 106 che da Reggio risale la costa jonica calabrese, in piena Locride, si incontra la Villa Romana di Casignana, un’area archeologica incredibilmente preziosa. La residenza ritrovata nei pressi nel piccolo centro della provincia reggina, davanti a uno splendido mare e lontana da mete turistiche rinomate, è il secondo sito archeologico di epoca romana del Sud Italia per importanza dopo Piazza Armerina, per la stupefacente bellezza dei suoi mosaici.
Copre un’area di circa 8.000 mq: un vero e proprio parco delle meraviglie che si estende ai due lati della SS 106, sul versante mare e in direzione monte, oggi aperto al pubblico. Sono circa venti gli ambienti fino a ora rinvenuti, che si sviluppano intorno a un cortile centrale; sono stati individuati quelli che un tempo dovevano essere le terme, un giardino decorato con una fontana monumentale, le latrine, altri vani di servizio e la zona residenziale.
Nel 1963 lavori infrastrutturali della statale tra Locri e Reggio Calabria portarono alla luce i primi resti, e successivi scavi fecero emergere il nucleo di una lussuosa dimora risalente al I Sec. d.C.. Edificata in un’area già frequentata nel periodo greco, in quella che era una importante via di comunicazione tra Rhégion e Locri Epizefiri, si sviluppò ampiamente durante la dominazione romana, fino a quando, nel V Sec. d.C., non fu abbandonata.
Certo, definire “villa” una residenza di queste dimensioni è un po’ riduttivo: era una vera e propria città, estesa per circa 12 ettari; attorno a essa si era sviluppata anche una statio, cioè un centro di sosta per i funzionari della burocrazia imperiale che viaggiavano da Locri a Reggio.
Non sappiamo chi ne fosse il proprietario originario, né quanti altri ne ebbe eventualmente nel tempo: nella Villa non è stata rinvenuta nemmeno un’iscrizione. Molto probabilmente dovette inizialmente trattarsi di un senatore, forse un membro della famiglia imperiale, a giudicare dalla straordinaria qualità delle decorazioni che sono affiorate dal sottosuolo: mosaici policromi e marmi preziosi che rivestono i pavimenti di ambienti un tempo affacciati sul mare.
Sappiamo però che da sempre la località dove sorge l’area archeologica è denominata “Palazzi”: toponimo senza dubbio legato alla presenza grandiosa delle costruzioni greco-romane di quest’area, tra le quali la Villa. Secondo l’archeologo Emilio Barillaro, a un personale “Casinius” o a una gentilizia “gens Casinia” fa capo la voce toponomastica “Casiniana” (villa o fattoria di un casinius), da cui l’odierna Casignana.

Ma c’è di più.
Nel 1987 alcuni giornalisti, tra i quali Antonio Delfino su Gazzetta del Sud, Aldo Varano su l’Unità e Giuseppe Zaccaria su La Stampa, mettono in guardia le autorità calabresi contro “i predatori del cavallo alato”.
«Qualcuno ha fatto sapere che lì, alla foce del Bonamico, da tempo c’era chi saccheggiava un patrimonio enorme», scrive Giuseppe Zaccaria su La Stampa del 2 aprile del 1987. Otto giorni dopo Antonio Delfino su Gazzetta del Sud si spinge oltre con una storia molto interessante: «Il 4 settembre 1974 Giovanni Carlino (20 anni) andò nel tratto di mare di Contrada Palazzi di Casignana con un amico a praticare la pesca subacquea; dopo la prima immersione uscì sconvolto dicendo all’amico: “Ho visto interi palazzi sommersi e delle cose meravigliose”». Giovanni Carlino rivela anche di aver riconosciuto un CAVALLO ALATO insabbiato nel fondale marino e, nonostante accusi un leggero malore, si immerge di nuovo. Colpito da embolia e trasportato prima a Locri e poi a Taranto, muore 5 giorni dopo. È un’epoca di… archeo-euforia: i Bronzi di Riace sono stati ritrovati da due anni, gli Indiana Jones evidentemente si scatenano alla ricerca di altri tesori nelle stesse località e in quelle attigue.
Del resto, erano state già diverse le immersioni e gli scavi nella zona di Casignana (sono accertate almeno 2 necropoli): dal maggiore inglese della RAF che, in volo sulla foce del Bonamico durante un duello aereo contro un Messerschmitt tedesco, riesce a distinguere a pelo d’acqua il “cavallo alato” (vi fa ritorno alla fine della Seconda Guerra Mondiale, si immerge ma non trova nulla), a numerosi studiosi tedeschi.
Scrive sempre Delfino nel 1987: «Negli ultimi anni pescherecci siciliani hanno rastrellato la zona, mentre un vasto commercio d’anfore si svolgeva liberamente senza l’intervento di alcuno. Una preziosa statuetta bronzea, anni fa, fu venduta per poche migliaia di lire».
Già Paolo Orsi, l’archeologo scopritore della Locri Antica, appuntava nel 1909 che gli era stato riferito dell’esistenza del porto di Locri in Contrada Palazzi, verosimilmente in prossimità del fiume Bonamico. Ma come pronosticato da Aldo Varano su l’Unità (1 aprile 1987), la sovrintendenza lavora solo per qualche settimana, senza coordinate precise e fin quando durano i finanziamenti a disposizione: «Tutto il resto è in mano agli abusivi, compresi quelli stranieri».
La Procura di Reggio Calabria (sostituto procuratore Fulvio Rizzo) torna allora a interessarsi del tratto di mare che va dai resti di epoca imperiale di Casignana alla foce della fiumara Bonamico. E blocca il lavoro dei sommozzatori, anche se nel frattempo circola la notizia dell’individuazione di tratti di muri che proseguono in mare continuando il percorso di quelli della Villa Romana. Il sostituto Rizzo dichiara di esser certo che nella zona ci siano inestimabili tesori archeologici e si dimostra sicuro anche dell’esistenza di complesse strutture sommerse.

Ma finisce lì. Sono già passati oltre tre decenni, e da allora nessuno si è più interessato a questo potenziale patrimonio sommerso. Eppure quando visitate la Villa Romana di Casignana, le guide che vi accompagnano accennano a un imperatore romano “a riposo” da quelle parti (il che spiegherebbe l’enormità del sito, tuttora al 90% inesplorato) e raccontano con disinvoltura che i muri sepolti a terra e sott’acqua restituiscono una mappa più estesa della stessa Locri. Ma la cosa più sorprendente è che nessun testo antico faccia il minimo cenno a un sito del genere.

Alla luce di tutto questo bendidìo di misteri, la butto là: esiste un legame fra i Bronzi di Riace (e forse pure il “cavallo alato”) e la Villa Romana di Casignana? È così peregrino indagare in questa direzione, per scoprire magari che i due Bronzi arrivarono inizialmente da Roma proprio al seguito della “gens Casiniana”, ovvero gli occupanti della Villa, e non attraverso il controverso (almeno, fino a oggi) naufragio di una nave diretta a Costantinopoli? Per poi giungere infine e per chissà quale motivo là vicino, a Riace (seguendo la linea costiera si tratta di appena 45 km), dal momento che la Villa risulta del tutto abbandonata attorno al V Sec. d.C.?

Certo, poi torneremmo punto e a capo: perché finirono in mare? Stavano esposte nel porto e ci fu un terremoto? Ma il punto della mia provocazione è un altro. Con molto meno materiale storico a disposizione, in altre parti del mondo si riescono a creare incredibili flussi di turismo. Si veda l’esempio del minuscolo villaggio francese di Rennes-le-Château, appollaiato in vetta a una collina a una quarantina di chilometri da Carcassonne, nella regione francese dell’Aude: pur contando solo una manciata di abitanti, il paesino ogni anno è meta di migliaia di amanti del mistero e cercatori di tesori, attirati sul luogo da un corpus leggendario creatosi dal sovrapporsi di tematiche provenienti da ambienti culturali molto diversi ma in gran parte esoterici e di pura fantasia (il mitologico “Priorato di Sion” e la bubbola della “discendenza di Gesù”, con tanto di documenti cartacei falsificati ad arte). Perché qui in Calabria, disponendo di millenni di storia e di un patrimonio archeologico di tutto rispetto (e affatto fantastico!), non siamo capaci di mettere in piedi una “narrazione” che sappia ugualmente attirare frotte di turisti?

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