Infuria, infuria, contro il morire della luce

Il brodo primordiale di egoismo e ignoranza

La spinta a essere meno egoisti e ignoranti che le nostre civiltà hanno costruito e che ci accoglie e circonda quando nasciamo è sempre stato lo stimolo del progresso umano e civile, di quello che gli umani e le loro società hanno saputo diventare: unito a innati bisogni e ambizioni personali, che abbiamo pure appena nati e sono strumenti essenziali di quel progresso.
Quella spinta ci fa sapere, appena nati, che per ottenere successo, felicità, condizioni di vita migliori, rispetto e amore degli altri, bisogna impegnarsi molto, studiare, imparare, essere umili, trattenere i propri egoismi e le proprie prepotenze. Più cose si imparano, più si aiutano gli altri, meglio si sta e meglio si fanno funzionare le comunità concentriche intorno a sé, e quindi meglio ancora si sta, et cetera. Un’idea di giustizia e una di efficacia si sommano, e generano benessere, o felicità: più persone contribuiscono, più benessere.

Però sono sacrifici quotidiani, e frustrazioni, anche: bisogna impegnarsi, lavorare, studiare, tollerare gli altri, accettare che non tutti contribuiscano e non farsene demotivare, trattenere emozioni e reazioni innate perché sterili o controproducenti. È una fatica, tanti non la sopportano e si sottraggono a queste prospettive, preferendo pensare a se stessi a danno degli altri, preferendo le proprie misere e ignoranti sicurezze allo sforzo di comprensione della realtà: per disincentivarli abbiamo costruito un’idea di riprovazione sociale nei confronti di questa fuga dalla responsabilità, da ciò che è giusto e dal bene degli altri. Lo abbiamo chiamato comportarsi male, e siamo stati capaci (complici le religioni, le filosofie, le scuole, secoli di lezioni formidabili) di creare delle contromisure: sanzioni formali, culturali, sociali, sensi di colpa, giudizi morali, vergogna, riprovazione da parte delle comunità e degli individui. Comportarsi male, essere ignoranti, egoisti, prepotenti, irrispettosi, non va bene, abbiamo stabilito. Come tutte le misure repressive ha funzionato per molti umani, non ha funzionato per altri, creando una sofferenza.

Scricchiolii

Oggi, è come se stesse scomparendo questo sistema di riprovazione e disincentivi al comportarsi male. È come se questi “altri” resistenti all’impegno e alla fatica di migliorare se stessi e il mondo in cui vivono avessero scoperto che invece che fare tutte quelle fatiche insopportabili per evitare di essere mal giudicati, si possa semplicemente smontare il sistema e la costruzione della civiltà e sostituirli con un’altra costruzione: che dice che no, non bisogna diventare meno egoisti e ignoranti, che va bene così, restare neonati. Nessuna fatica, nessun impegno, oppure molti meno: quelli che bastano per volere il bene di una comunità ridotta intorno a sé. La propria famiglia, i propri amici, i propri molto simili. Al diavolo gli altri. E soprattutto al diavolo quell’idea di bene comune, di progresso, di cultura e altruismo.

Come è successo e come è successo adesso? Per due grandi ordini di ragioni, soprattutto. Uno è che qualcuno è stato capace di costruire delle retoriche efficaci per legittimare questa ribellione: le battaglie contro il “politically correct”, la narrazione populista, gli attacchi alla scienza, agli intellettuali, alla cultura, al “buonismo”, lo svilimento e la calunnia nei confronti del predicare bene ma persino del razzolare bene. Sono tutti fattori di un movimento in parte spontaneo e in parte deliberato che è servito sia ad assolvere le coscienze di egoisti e/o ignoranti che se ne sono fatti interpreti e complici, sia a costruire un progetto di ribaltamento dei valori utile a raccogliere consenso per interessi e ambizioni di ogni scala (fino alla presidenza degli Stati Uniti, per dire).
L’altro ordine di ragioni è un progressivo aumento del senso di frustrazione e delusione di una gran quota di persone rispetto alle aspettative e alle richieste di successo e libertà che le nostre società andavano creando intorno a loro: società che mostrano che studiare fino a finire l’università non consegna più stabilità economiche, e che esaltano e promuovono i successi superficiali di totali ignoranti, per esempio. È la nostra civiltà stessa, o la sua parte progressista, a essersi ritirata dall’impegno sull’istruzione, sulla cultura, sull’estensione del bene comune, convinta che fossero cose che ormai avrebbero proceduto per inerzia: il progresso inarrestabile. Si è “distratta un attimo” e quello si è arrestato, complici le suddette volontà avverse.

Benché tutto sia ciclico e ci siano precedenti a molte cose (la predicazione egoista che progressivamente legittima e teorizza con una retorica efficace e utilitaristica le persecuzioni più disumane, per esempio), qualcosa è completamente nuovo. I campi di concentramento, benché “in molti sapessero”, erano tenuti nascosti, per restare a questo parallelo: un’idea di “male” era conservata e temuta, man mano che lo si praticava. Oggi l’esibizione fotografica dei campi libici per una cospicua parte di persone non genera nessuno scandalo, e casomai una reazione di prezzo necessario, “utile”.
È questa la cosa nuova, se c’è: non stiamo soltanto facendo passi indietro rispetto a un’idea radicata e condivisa di bene, a quell’auspicio di progresso, alla progressiva riduzione di ignoranza ed egoismo: stiamo smontando quell’idea radicata e condivisa, togliendole senso. Non abbiamo solo smesso di seguire il libretto delle istruzioni, stiamo cambiando le istruzioni. Le istruzioni predicate, maggioritarie, vincenti, stanno diventando altre: come detto prima, le battaglie contro il “politically correct”, la narrazione populista, gli attacchi alla scienza, agli intellettuali, alla cultura, al “buonismo”, lo svilimento e la calunnia nei confronti del predicare bene ma persino del razzolare bene. Fino all’inversione definitiva, la battaglia contro i fatti: con la demolizione della scienza, con la teoria dei “fatti alternativi”, con la dialettica ingannevole che aggira la verità («chi ti paga?», «ben altri sono i problemi», «e allora quest’altro?»…). La fine del valore vincente della “ragione”.

In questo contesto, trovare il modo di opporsi e sconfiggere queste nuove istruzioni sembra al momento impossibile: la nuova costruzione è imbattibile e paralizzante, se annulla gli stessi strumenti logici e comunicativi con cui poterla battere, la verità, la scienza, il bene comune, la ragione. Hai voglia a pensare ingenuamente che ricorrendo al passato, alle idee precedenti di progresso e altruismo e giustizia, all’illusione che annullando una momentanea distrazione dal loro ruolo i progressisti mondiali possano tornare a unirsi e rimettere le cose in carreggiata: non c’è più la carreggiata. È come voler diventare ricchi in un mondo che abbia abolito il valore dei soldi: e nei master in economia continuano sventatamente a insegnare come si costruisce un’azienda di successo. E nei dibattiti a sinistra o tra gli intellettuali, oggi, si continua a chiedersi come ritrovare la forza e gli strumenti per far passare istruzioni ridicolizzate e annientate: si pensa che sia un problema di “fronte comune”, di “unire la sinistra”, di appelli, impegni sociali, recuperare contatto, bla bla bla. Come se ripetere «ho ragione io» con un megafono molto grande convinca più persone che hai ragione tu.

Usare gli strumenti comunicativi dei vincitori — la prepotenza, la falsificazione, l’aggressione, la demagogia — non può funzionare: si diventa come loro, sono i mezzi che definiscono quello che siamo e quello che otteniamo. Fare il bene nella pratica quotidiana ottiene risultati puntuali nella pratica quotidiana, ma non è più un esempio comunicativo efficace: viene accolto con risentimento e disprezzo da chi non lo fa, e calunniato e irriso. Restituire valore alla cultura, all’attenuamento dell’ignoranza individuale, è diventato difficilissimo: la cultura non ottiene più né il rispetto sociale di un tempo, né il successo pubblico o economico di un tempo. Le nostre società e i loro mezzi di comunicazione hanno raccontato che si ottengono successi, popolarità, follower, soprattutto esibendo superficialità e ignoranza (salvo rari casi di grandi talenti artistici) piuttosto che cultura e intelligenza e competenza.
Alle persone di buona volontà rimane di fare del bene nella loro parte di vita e di mondo, più o meno piccola, sperando che non cresca troppo da essere individuata e demolita dalla retorica corrente. E aspettare che le cose cambino in modi imprevisti – càpita, nella Storia – o che a qualcuno venga un’idea geniale.

Come è partito lo smantellamento

Se provo a immaginare un analfabeta, penso allo stereotipo della persona che firma con una X al posto del nome. E sbaglio. «Analfabeta», ci ha ricordato l’OCSE appena un anno fa, è anche una persona che sa scrivere il suo nome e che magari aggiorna il suo status su Facebook, ma che non è capace «di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità».
Questo tipo di analfabetismo si chiama ANALFABETISMO FUNZIONALE e il dato allarmante è che riguarda quasi 3 italiani su 10, il valore più alto in Europa.

Un “analfabeta funzionale”, apparentemente, non deve chiedere aiuto a nessuno, come invece succedeva una volta, quando esisteva una vera e propria professione — lo scrivano — per indicare le persone che, a pagamento, leggevano e scrivevano le lettere per i parenti lontani.
Un analfabeta funzionale, però, anche se apparentemente autonomo, non capisce i termini di una polizza assicurativa, non comprende il senso di un articolo pubblicato su un quotidiano, non è capace di riassumere e di appassionarsi a un testo scritto, non è in grado di interpretare un grafico.
Non è capace, quindi, di leggere e comprendere la società complessa nella quale si trova a vivere.

Tre italiani su 10, ci dice l’OCSE, si informano (o non si informano), votano (o non votano), lavorano (o non lavorano), seguendo soltanto una capacità di analisi elementare: che quindi non solo sfugge la complessità, ma che anche davanti a un evento complesso (la crisi economica, le guerre, la politica nazionale o internazionale, lo spread) è capace di trarre solo una comprensione basilare.
L’analfabeta funzionale traduce il mondo paragonandolo esclusivamente alle sue esperienze dirette: la crisi economica è soltanto la diminuzione del suo potere d’acquisto, la guerra in Ucraina è un problema solo se aumenta il prezzo del gas, il taglio delle tasse è giusto anche se corrisponde a un taglio dei servizi pubblici. E non è capace di costruire un’analisi che tenga conto anche delle conseguenze indirette, collettive, a lungo termine, lontane nello spazio o nel tempo.

Quale diga fermerà il crollo verticale della cultura degli italiani, se a chi ci deve rappresentare e a chi ci deve insegnare non si impone di essere più preparato del proprio popolo, dei propri impiegati, o perfino della propria classe scolastica? Non esiste cura, se i primi a rifiutare la complessità e l’approfondimento sono i nostri insegnanti, i nostri manager, i nostri politici!

Il dramma è alle radici: la Scuola

La scuola italiana, da sempre fondata sul dogmatismo, ha visto annullate le proprie spinte verso un insegnamento diverso, riducendosi alla trasmissione di competenze inutili (perché si dimenticano il giorno dopo l’interrogazione) e che non insegnano a capire, ad analizzare, a criticare, a soppesare, a riassumere.
I parametri Invalsi, lo strumento europeo per la valutazione delle competenze, sono diventati in fretta praticamente l’unica cosa che la scuola si preoccupa di insegnare, riducendo la lungimiranza dell’insegnamento alla verifica in programma, all’esame di fine anno.
Cosa rimane fuori da una scuola sdraiata sui parametri Invalsi (per i quali, in ogni caso, non brilliamo, come competenza, in particolar modo nel Sud Italia)? Proprio le competenze che fanno di una persona un cittadino attivo, e non un analfabeta funzionale: la capacità di scegliere un libro interessante e di immergersi nella lettura, la scelta di comprare un quotidiano, la capacità di valutare le proposte economiche e politiche nella loro (grandissima) complessità.

Per rispondere all’allarme dell’OCSE l’Italia dovrebbe ribaltare il concetto stesso di competenza. Un analfabeta può anche imparare a memoria che Napoleone Bonaparte nacque ad Ajaccio il 15 agosto del 1769, e che nel 1805 si promosse re d’Italia: ma non per questo avrà gli strumenti per accogliere e analizzare la complessità della società in cui vive.

MA QUALE ’68

Si parla molto degli episodi incresciosi in cui gli studenti delle scuole mancano di rispetto ai loro insegnanti, perfino vessandoli in modo bullistico. Se ne trae la ragionevole conseguenza che ad essere andato in crisi non è solo il rispetto per gli insegnanti, ma quello per ogni forma di autorità. I rapporti fra genitori e figli, per esempio, sembrano confermarlo.

Da più parti si sostiene che si tratta dell’ultimo atto di una lunga deriva, una progressiva messa in crisi dell’autorità in quanto tale, iniziata con il movimento del Sessantotto (volentieri chiamato in causa quest’anno nel suo cinquantenario), i cui semi avrebbero però germogliato tardivamente, non nei giovani dell’epoca, e nemmeno nei loro figli, ma in quelli che sono ragazzi(ni) oggi. «Vogliamo tutto e subito, qui e ora»? Be’, eccovi serviti… Ma i semi del ’68 e l’attuale messa in crisi dell’autorità non hanno la stessa natura e le stesse cause.

In effetti, è curioso che un così potente risultato di demolizione dell’autorità non sia riuscito in maniera durevole a un movimento quasi planetario che aveva questo fra i punti più importanti della sua agenda, e che poi invece sia riuscito in maniera definitiva alcuni decenni dopo a… neanche si sa chi o che cosa.

A parere di chi scrive, la ragione di tutto questo sta nella differenza fra gli atteggiamenti sull’autorità che si sono prodotti nei due momenti. Il ’68 ha revocato in dubbio il diritto a esercitare direttamente l’autorità per il fatto che si riveste un ruolo. Il genitore, il professore, il prete, il marito, ogni possessore di una posizione sovraordinata, è stato contestato perché non si è più riconosciuto che al ruolo si associasse automaticamente il diritto di comandare. Insomma, il ’68 ha privato della sua autorità chi ricopriva ruoli di autorità. Ha separato l’autorità dai ruoli. Ma non ha separato l’autorità dall’autorevolezza. Anzi. Il ’68, e correnti ideologiche affini, hanno riaffermato l’importanza dell’autorevolezza proprio in contrasto con l’autorità associata al ruolo. Hanno — eticamente — preteso che avesse autorità chi aveva autorevolezza, sia nel ruolo, sia anche fuori dal ruolo; e che non avesse più autorità chi non aveva autorevolezza, sia pure dentro un ruolo di comando. Dopo (grazie?) al ’68, si è diffusa nella società l’idea che per avere autorità, e diritto a un ruolo sovraordinato, si dovesse essere intrinsecamente autorevoli. Il diritto (e anche il dovere) di influenzare le azioni degli altri doveva provenire dal fatto di sapere più cose, essere più capaci di fare cose, essere moralmente più retti… cioè da caratteristiche della personalità che conferiscono autorevolezza. Riassumendo, il movimento del ’68, con straordinario slancio idealistico, ha seriamente contestato l’autorità riportando l’accento sull’autorevolezza. All’autorità, divenuta disvalore se vuota e solo formale, ha contrapposto l’autorevolezza come valore vero e importante.

Di conseguenza, dopo il ’68 le autorità che si fondavano sui meri ruoli hanno cominciato a declinare, ma le autorità fondate sull’autorevolezza hanno conosciuto una simmetrica crescita di importanza e di riconoscimento. I titolari di posizioni di potere sono stati via via sempre meno ascoltati, e i titolari di personalità significative sempre di più. Tornando alla figura dell’insegnante, certamente essa ha perduto l’autorità senza condizioni che prima gli era assicurata dal ruolo, ma gli è rimasta quella che tipicamente gli viene dall’autorevolezza (in particolare, dal sapere molte più cose degli alunni). Un corollario di questo è che dopo il ’68 ai diversi insegnanti vengono riconosciute dagli alunni autorità diverse a seconda della (percepita) autorevolezza.

Fin qui, si direbbe, tutto bene. Che a fondare l’autorità di un docente non sia meccanicamente il suo rivestirne il ruolo, ma che per insegnare ci si debba dotare di personale autorevolezza, mi pare un progresso rispetto al vecchio ordine in cui un insegnante cretino, ignorante o perfino sadico godeva della stessa autorità di un insegnante dalla personalità autorevole. È un bene, cioè, che il prestigio e l’ascolto di cui gode un insegnante siano funzione della misura in cui dargli retta è nel vero interesse degli alunni. E sottostare a un insegnante inutile non è nell’interesse degli alunni, mentre sottostare a un insegnante autorevole lo è. Ma siccome gli insegnanti inutili sono pochissimi, e anche i meno bravi sono comunque molto più preparati e più maturi degli alunni, la quasi totalità degli insegnanti ha continuato a godere di un certo prestigio comparativo nei confronti degli studenti, e di conseguenza in buona misura del loro rispetto.

Insomma, sul momento il ’68 ha dato luogo a episodi macroscopici di mancanza di rispetto, ma questi erano circoscritti all’interno di un violento affrontarsi di due paradigmi e schieramenti diversi. Era una guerra, e si sa, à la guerre comme à la guerre. Ma a regime, quando si sono calmate le acque dopo la sfuriata polemica e un po’ estrema di quegli anni, il rispetto dei professori è rimasto in gran parte intatto. Nei decenni successivi la quasi totalità degli insegnanti ha continuato a vedersi riconosciuta una certa autorità, proprio in virtù (e in proporzione) della propria autorevolezza, cioè preparazione nella materia, forza di carattere, capacità di ascolto e così via.

Ebbene, a un certo punto anche questa situazione si è fratturata. Gli alunni (almeno certi tipi di alunni; ma è inutile entrare nella polemica sollevata dall’Amaca di Michele Serra) hanno cominciato a non avere più rispetto neanche per gli insegnanti autorevoli. Neanche per quelli bravi, preparati, davvero animati dal desiderio di provvedere al bene dei ragazzi. In certi contesti, perfino gli insegnanti bravi hanno perso il loro prestigio, e così la loro autorità. E nei casi limite si vedono ormai gettare addosso derisioni, male parole, financo oggetti.

Anche di questo secondo passaggio credo si possano individuare le cause, e sono diverse da quelle che alcuni decenni orsono hanno prodotto il primo. Me ne interessa in particolare una, che credo sia la causa principale. Finché le persone si procuravano l’apprezzamento degli altri soprattutto nelle interazioni reali, l’autorevolezza (il sapere molte cose e l’essere molto bravi) era la tipica fonte del prestigio e del rispetto che ne consegue. Interagendo, le persone si accorgevano di chi era più autorevole, e glielo riconoscevano. Per esempio, tendevano a delegare le decisioni a chi appariva più preparato, più bravo e meglio intenzionato, cioè più in grado di realizzare il bene comune. Il più autorevole si vedeva tributare volentieri prestigio, rispetto e anche posizioni di comando. Perfino i vituperati politici erano reclutati fra le persone di maggiore, o almeno riconosciuta, autorevolezza.

LA TV SPAZZATURA

Poi è successo che la fonte del prestigio ha smesso di essere l’autorevolezza, perché, semplificando molto, il prestigio ha smesso di prodursi come risultato di interazioni vere fra persone, e ha cominciato a essere la conseguenza di apparizioni televisive. All’inizio questo valeva soprattutto per i grossi personaggi pubblici, ma piano piano è diventato così pervasivo che ha finito per modificare proprio l’idea di prestigio che si fanno la maggior parte delle persone.
Il prestigio, innanzitutto, è diventato sinonimo di popolarità. E nelle apparizioni televisive il modo in cui si conquista la popolarità (e con essa ulteriori apparizioni televisive) non può essere l’autorevolezza, che ha difficoltà a emergere nei ritmi accelerati e semplificanti di programmi sempre terrorizzati dal rischio dello zapping. In televisione la popolarità si conquista con caratteristiche personali che sono l’esatto contrario dell’autorevolezza; e cioè la faccia tosta di esprimersi con slogan retorici, la superficialità (detta “leggerezza”), la capacità di non lasciarsi mai scappar detto niente di difficile, e niente che non esca dal secchiello delle venticinque cose su cui tutti sono d’accordo; insomma la cosiddetta “simpatia”, che consiste nel non rivelarsi mai scomodamente superiori a nessuno di quelli che ti stanno guardando.

La prima, quasi profetica e tuttora insuperata analisi di questo fenomeno, allora limitato ma promettente, la dette Umberto Eco in un articolo del 1961 intitolato “Fenomenologia di Mike Bongiorno”. Eco suggerì che la popolarità viene dal gratificare il pubblico, e che più lo fai sentire figo, più il pubblico è gratificato. Perciò chi punta alla vera popolarità deve dare di sé un’immagine di mediocrità che permetta a tutti di non sentirsi troppo inferiori a lui. Come esempio rivelatore, Eco mostrò che l’arma principale brandita da Mike Bongiorno per assicurarsi una sterminata popolarità era esibire una quasi altrettanto estesa meschinità e ignoranza.

Quello che era in embrione al tempo di Mike Bongiorno è oggi la regola in tutta la televisione di intrattenimento, che ha visto l’accesso sistematico delle “persone qualsiasi” nei programmi, e anzi la conquista della preminenza proprio da parte dei format a cui accedono le persone qualsiasi. Oggi la maggior parte dei giovani sono ormai cresciuti in questa cultura televisiva (e ci sarebbe molto da dire sul successivo e ulteriore, ma strutturalmente diverso, ruolo del web come acceleratore della cultura della popolarità a ogni costo nella vita dei giovanissimi), in cui ciò che conta è la popolarità, e la popolarità riguarda potenzialmente tutti, ed è direttamente proporzionale alla mediocrità. I loro insegnanti non hanno un prestigio sociale autonomo, sono degli oscuri lavoratori con stipendi indecorosi che vanno in giro su piccole macchine usate (frutto della stupidità autodistruttiva di un sistema-Paese che tiene la sua categoria più decisiva, gli insegnanti, in gravi condizioni di subalternità economica, e quindi sociale, rispetto a buona parte della società tutta e in particolare dei loro alunni). Poco conta che abbiano una personale autorevolezza, perché quella ha perso il suo valore e per così dire il suo sex appeal, da quando la mediocrità piaciona l’ha sostituita come fattore istintivamente riconosciuto della popolarità e quindi del potere. E dunque molti ragazzi non hanno rispetto dei loro insegnanti, perché stavolta ad aver perso il suo ruolo di prestigio non è più solo l’autorità, ma anche l’autorevolezza.

Un eterno presente che feconda l’ignoranza

Tutto questo casino testé esposto trova ulteriore, massimo moltiplicatore nella sistematica cancellazione della memoria collettiva.

C’era una volta la Storia. No, non è finita e non finirà, salvo ecatombe nucleare o asteroide impazzito: non serve riesumare le scempiaggini sulla “fine della Storia” di Francis Fukujama, che non per nulla Umberto Eco nella sua biblioteca aveva sistemato in alto in uno sgabuzzino nello scomparto del “pensiero coglione”, libri che purtroppo devi aver letto o almeno sfogliato perché c’è sempre qualcuno che ti chiede cosa ne pensi. No, c’era una volta, la Storia, perché a dispetto di una meritoria rialfabetizzazione via canale RAI dedicato e dozzine di libri a tema in ogni edicola, la consumiamo a spizzichi e bocconi, senza coordinate, per nomi e simboli svuotati dall’ignoranza e usati come grimaldelli, Anne Frank con la maglia della Roma per aggredire ebrei e romanisti.

Non basta: assistiamo oggi al sistematico annichilimento della Storia, alla sua radicale svalutazione. Al tentativo di cancellare, distruggere fisicamente o scaraventare nella pattumiera dell’oblio e della pubblica riprovazione, secondo un modello in auge nelle dittature, tutto ciò che in essa dà fastidio a un presente impoverito, intimorito dal confronto, pervaso dal sacro fuoco di processare, giudicare e condannare con i suoi criteri e la sua onnipotente presunzione ogni precedente accadimento, idea, dichiarazione, testo, comportamento. Censurare e riscrivere il passato blinda il presente, i suoi criteri di giusto-sbagliato, vero-falso, buono-cattivo, persino bello-brutto. E riorienta il futuro, lo modifica come nei film sui viaggi nel tempo alla Robert Zemeckis, senza neppure il bisogno della DeLorean.

Non è un paragone, è ciò che davvero succede. In ossequio agli speculari e convergenti demoni totalitari che assillano i nostri anni: l’ossessione del politicamente corretto in Occidente e la degenerazione integralista nel mondo islamico, ma altre culture non ne sono immuni se lo Stato indiano dell’Uttar Pradesh ha cancellato dalla sua guida ai siti turistici il Taj Mahal, «lacrima di marmo, ferma sulla guancia del tempo», come lo definì Tagore, perché a edificarlo a tributo dell’amatissima defunta moglie era stato il moghul Shah Jahan, ahilui musulmano e non indù.

Nel nostro Occidente gli esempi si sprecano, investendo indiscriminatamente la Storia, la Letteratura, la Scienza, l’intero scibile. A New York, Chicago, Buenos Aires si imbrattano e abbattono le statue di Cristoforo Colombo. Come se i rami di un albero decidessero di tagliare il tronco, gli studenti della University of Missouri vorrebbero picconare il monumento a Thomas Jefferson, principale estensore della Dichiarazione d’Indipendenza, terzo presidente, per loro solo uno “stupratore razzista”.

Alla Stanford University si cassa Shakespeare per far posto a ignote poetesse afroamericane in osservanza a quote di genere e di etnia e s’insegna Ovidio solo con il trigger warning che nelle “Metamorfosi” si rappresentano stupri e ciò potrebbe turbare il fragile io di studenti e studentesse. A Harvard il rettore vieta un party a tema “Ritorno ai Cinquanta” perché potrebbe alimentare nostalgie razziste.

C’è davvero da stupirsi se a fronte della dilagante idiozia politically correct di certa cultura sedicente liberal — in realtà totalitaria, integralista e cialtrona — gli americani finiscono per votare il “cialtrone in chief” Trump the Donald? Non paghi di stiracchiare e smantellare il loro passato, ora se la pigliano pure con il nostro. Il 5 ottobre 2017 è uscito sul New Yorker (lo strepitoso e cosmopolita settimanale di Roth e Salinger, Nabokov e Capote, Munro e Murakami, motto: “Combatti le fake stories con quelle vere”) un articolo dal titolo “Perché ci sono ancora tanti monumenti fascisti in Italia?”. Cosa aspettano ad abbatterli, a cominciare dal Palazzo della Civiltà italiana, il Colosseo quadrato all’Eur, «cimelio di una ripugnante aggressione fascista oggi celebrato in Italia come un’icona modernista»? Per il Colosseo vero speriamo nella prescrizione, visto che ci sbranavano i cristiani. A peggiorare il quadro, l’autrice non è un’ignorante polemista a caccia di visibilità ma una pluripremiata docente di studi italiani alla New York University, esperta del periodo fascista, tradotta dal Mulino: il che suggerisce che la furia di smantellare la Storia non è necessariamente il precipitato dell’ignoranza (come per i creazionisti che sempre negli States edificano musei di una storia del mondo lunga appena seimila anni perché così dice la Bibbia e i dinosauri si estinguono solo nel Medioevo), ma il frutto bacato di un tarlo ideologico che corrode e ormai largamente pervade la cultura liberal, rinnegandone l’intero impianto libertario, il pensiero critico, la disposizione all’analisi e all’interpretazione non soggetta all’obbligo di dimostrare una tesi o giustificare una politica.

Paranoia, inquisizione, polizia del pensiero e del linguaggio, roba da far invidia alle polizie “per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio” iperattive nella sunnita Arabia Saudita come nello sciita Iran. Anche qui, non è un semplice paragone: piuttosto un efficace combinato disposto, se l’espressione è ancora in uso. In un mondo islamico in caduta libera, da Ninive a Palmira l’Isis ha devastato tutto ciò che islamico non era, peraltro sulle orme del secondo Califfo, Omar, che nel 642 ordinò la distruzione definitiva della Biblioteca di Alessandria — già offesa e martirizzata due secoli prima dai primi fondamentalisti cristiani (ricordiamo la vicenda di Ipazia) —. Ma dietro gli atti di cancellazione dei reperti della storia altrui c’è una concezione del tempo e della Storia profondamente diversa dalla nostra (benché anche l’Occidente ne abbia elaborate in successione più d’una, tempo ciclico, vissuto, narrativo, cronologico, lineare et cetera): la concezione di un punto della Storia, il 622 dell’Egira, la fuga di Maometto a Medina, che si fa eterno. Che ferma la Storia e continuamente la riassorbe in sé. Quel presente reso eterno diventa il criterio unico di valutazione.

Non vale solo per il Califfato sunnita di al-Bagdhadi o quel che ne resta. Chi assista, a Teheran piuttosto che a Kerbala in Iraq, a una ricorrenza sciita dell’Ashura, migliaia di persone che si percuotono la schiena con catene, la fronte sanguinante per i colpi di pietra autoinferti, si rende conto di come per i credenti il martirio dell’imam Hussein nel nostro 680 d.C. non è successo 1338 anni fa, succede ora. È presente, non passato. È, anche qui, un punto della Storia che si fa eterno, giudice supremo e inappellabile di tutto quanto è accaduto prima e accadrà dopo. Magari hai Internet o la bomba atomica, ma in quel tempo unico tu vivi, secondo i suoi dettami, divieti, punizioni. E ciò che lo mette in discussione va cassato.

In Turchia, ora che ha le mani sempre più libere, Recep Tayyip Erdoğan ha riscritto i programmi scolastici: meno storia e più religione, drastici tagli a ciò che non è islamico, a ciò che non è turco, all’Atatürk padre della Turchia laica, soprattutto, come solo in Arabia Saudita, divieto di insegnare Darwin e la teoria dell’evoluzione perché «gli studenti non hanno l’età adatta a comprendere il contesto scientifico della “controversa” (sic!) questione».

Nei teatri ha vietato Shakespeare (sì, ce l’hanno tutti con lui, è il più grande, se spari tanto vale mirare al bersaglio grosso) e in blocco i drammaturghi occidentali, Čechov, Goldoni, Brecht fino a Dario Fo, e figuriamoci se mancava la statua da eliminare, quella di Diogene nella natale Sinope, che la Fondazione islamica Erbakan vuole rimuovere perché il filosofo cinico del IV Sec. a.C., guarda un po’, non era turco. (Lo rappresentassero, Shakespeare, e lo leggessero, saprebbero che invece, a volte, “il tempo esce dai cardini”.)

Se una sostanziale svalutazione della Storia è dunque di casa nella cultura islamica, un certo stupore desta il fatto che ciò accada oggi nel nostro Occidente. Nelle sue vesti multicolori — storicismi di varia fatta e misura, filosofie della Storia di destra e di sinistra, concezione materialistica della Storia, macrostorie dei processi carsici che disegnano il mondo a prescindere e microstorie a caccia di tracce e indizi alla maniera di Sherlock Holmes — per tutto il secolo scorso, come dire fino all’altroieri, la Storia ha sovranamente spadroneggiato nelle coscienze.

Era chiave di interpretazione del mondo, àncora e legittimazione delle speranze di riscatto, fondamento dichiarato dell’azione politica, che fosse rivoluzionaria, riformatrice, conservatrice o reazionaria. È vero, non si scriveva da sola, servivano comunque gli uomini, le gambe, le idee, l’azione: ma l’alveo era come tracciato, a te lavorarci dentro, convergere, accelerare, aiutati che la Storia ti aiuta, succedanea o alleata della Divina Provvidenza. Il passato disegnava il presente e prefigurava l’avvenire, scordarsene era costruire soffitte senza prima scavare le fondamenta, «nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente», così Gramsci.

Quand’è che quest’impianto psicologico oltre che concettuale si è inesorabilmente squagliato come neve al sole? Contravveleni allo strapotere dello storicismo non mancavano, nel secolo scorso. Qualche inascoltato professore di latino a insegnare che Tacito in qualunque circostanza vedeva «il gioco beffardo della sorte», altro che leggi dell’evoluzione delle civiltà come per Marx, Spengler, Toynbee. Walter Benjamin con il suo angelo della Storia, che una tempesta spinge irresistibilmente nel futuro cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui nel cielo, e «ciò che chiamiamo progresso è questa tempesta». Karl Popper, veemente antistoricista per questo detestato da larga parte della cultura progressista, almeno finché non parlò male della televisione. Gli Strutturalisti, che piacevano ma (o anche perché) non davano poi così fastidio al mainstream.
Finché nell’ultimo decennio del secolo scorso lo storicismo, ormai fuori registro rispetto al mondo che pretendeva di spiegare e orientare, si sgonfiò e svaporò insieme all’URSS e ai partiti comunisti, Marx tornò negli scaffali di filosofia e il resto del marxismo finì sulle bancarelle dell’usato. Dello storicismo, chi se ne importa.
Ma a sparire dall’orizzonte è stato ben di più e ben altro: la Storia, appunto. Come percezione intima, istintiva e irrinunciabile della connessione tra passato e futuro, che dà senso ai singoli accadimenti in un elastico tra il prima e il dopo, la cui miglior sintesi sta forse non in un corposo saggio di sociologia ma nel titolo dell’autobiografia di Vittorio Gassman, “Un grande avvenire dietro le spalle”.

Presentismo, è stato battezzato lo schiacciamento sull’oggi, il precipitare nell’indecifrabilità e insensatezza dell’istante: che genera letali improvvisazioni (ancorché preparate negli anni) come bombardare Gheddafi, uscire dall’Europa, distruggere la Grecia con l’austerity o spaccare la Spagna con la vicenda catalana. Il neologismo lo si deve allo storico francese François Hartog. Sostiene Hartog che fino alla Rivoluzione Francese era l’autorità del passato a legittimare e spiegare il presente e il futuro, da allora fino agli anni Sessanta del Novecento era lanciando un gancio in un futuro variamente immaginato che vi s’appendeva il senso del passato e del presente, ma negli ultimi sessant’anni a farla da padroni nel mondo disegnato dalla comunicazione non restano che il presente, l’immediatezza, la simultaneità. In Italia è stato soprattutto il filosofo Mario Perniola a sviluppare il tema. Un paio di esempi di questa dittatura del presente e dei suoi nefandi effetti. Per gli individui: la logica obbligatoria del “tempo reale” ha derubricato il tempo dell’attesa nella psiche delle persone, inficiando i vecchi equilibri cognitivi senza strutturarne di nuovi altrettanto saldi. Per l’economia: sui risultati immediati, verificati al massimo nell’arco di qualche mese, sono calcolati i premi di operatori finanziari, spacciatori di titoli derivati, top manager, e ciò ha distrutto ricchezza, risparmi, certezze, banche e imprese.

Si aprirebbero, a questo punto, infinite questioni, tutte di stretta attualità, di cui peraltro ampiamente si dibatte sui giornali, nei talk e in Rete (e in questo blog): le fake news, la post-verità, i criteri di verificabilità, le opinioni virali sui social ormai indistinguibili dai fatti accertati, il discutibile e pericoloso andazzo di sancire per legge anche le verità storiche più documentate stante l’incapacità di relegare nell’oblio i vari, troppi negazionisti («lo sbarco sulla Luna non è mai avvenuto», «le Torri Gemelle erano minate», «l’Olocausto è un’invenzione, nei campi di sterminio al massimo mille morti», etc.).
Ma la domanda di fondo è: che cosa resta di noi e del nostro agire, che cosa diventiamo, senza la Storia come percezione di noi stessi quali individui in un continuum (fatto anche di lacerazioni e salti, per carità) tra passato e futuro? Come scriveva più di trent’anni fa quel pensatore irriguardoso e di rara eleganza di ragionamento che era Saverio Vertone: «È il tempo, o meglio il suo riflesso interiore (quello che Agostino chiama “intensio animi”) che ci consente di sfuggire alla consistente presenza dell’hic et nunc, e che fa convivere nel superiore realismo della psiche umana passato e futuro, verità e illusione, libertà e necessità. Toglieteci il tempo, la sua immateriale successione prospettica, soffocateci nel cemento armato della concretezza totale e l’anima, l’Io se preferite, andrà in frantumi. E dopo l’esplosione potrete ascoltare quel “rumore sordo che proviene da sotto la Storia” nel quale, secondo Foucault, consiste la follia».

Come detto sopra, alle persone di buona volontà non rimane che fare del bene nella loro parte di vita e di mondo, più o meno piccola, sperando che non cresca troppo da essere individuata e demolita dalla retorica corrente. E aspettare che le cose cambino in modi imprevisti – càpita, nella Storia – o che a qualcuno venga un’idea geniale. Insomma, nell’attesa, evitiamo di andarcene docili in questa (lunga) notte

Do not go gentle into that good night.
Rage, rage against the dying of the light…

Non andartene docile in quella buona notte,
i vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
infuria, infuria, contro il morire della luce.

Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta
perché dalle loro parole non diramarono fulmini
non se ne vanno docili in quella buona notte.

I probi, con l’ultima onda, gridando quanto splendide
le loro deboli gesta danzerebbero in una verde baia,
s’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

Gli impulsivi che il sole presero al volo e cantarono,
troppo tardi imparando d’averne afflitto il cammino,
non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, prossimi alla morte, con cieca vista accorgendosi
che occhi spenti potevano brillare come meteore e gioire,
s’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

E tu, padre mio, là sulla triste altura maledicimi,
benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego.
Non andartene docile in quella buona notte.
Infuriati, infuriati contro il morire della luce.

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