“Ha fatto anche cose buone”

Oggi è la “giornata della memoria”: materia in cui noi italiani non siamo molto forti. Specie per quanto riguarda il nostro recente passato. Con l’inguardabile e preoccupante proliferare — purtroppo, quasi indisturbato — di istanze neofasciste. Così, per rinforzare questa memoria nazionale così labile, suggerisco di inquadrare bene Mussolini e il fascismo, illustrando per sommi capi i suoi doni all’Italia nei 270 mesi che vanno dal 28 ottobre 1922 al 28 aprile 1945.

Squadrismo e violenza politica

Fra le attività “qualificanti” del fascismo del primo periodo vi è il sistematico ricorso alla violenza contro gli avversari politici, le loro sedi e le loro organizzazioni, da parte di bravacci legati ai ras locali. Torture, olio di ricino, umiliazioni, manganellate. Non di rado, tuttavia, gli oppositori perdevano la vita a seguito delle violenze.
Un calcolo approssimativo stima in circa 500 i morti causati dalle spedizioni punitive fasciste fra il 1919 e il 1922. Il parroco di Argenta, don Giovanni Minzoni, fu assassinato in un agguato da due uomini di Balbo, nell’agosto del 1923. Ma anche quando il fenomeno della violenza squadrista sembrò perdere le proprie caratteristiche originarie, e gli uomini legati ai ras locali vennero convogliati in organizzazioni ufficiali come la Milizia volontaria, forme di violenza politica sostanzialmente analoghe allo squadrismo non cessarono di costellare la vicenda del fascismo al potere.
Per tutti, tre casi famosi: nel giugno 1924 Giacomo Matteotti venne rapito e assassinato con metodo squadrista, e il gesto sarebbe stato esplicitamente rivendicato da Mussolini nel gennaio dell’anno successivo; Piero Gobetti, minato dall’aggressione subita nel settembre 1924, morì due anni dopo, in esilio; Giovanni Amendola spirò per le ferite riportate in un’aggressione fascista subita nel luglio 1925.

La repressione – dagli omicidi al tribunale speciale per la difesa dello Stato

Assunto il potere, Mussolini si poté giovare dell’apparato di repressione dello Stato. Che venne rafforzato e riorganizzato. Con la nascita dell’OVRA (l’Organizzazione per la Vigilanza e la Repressione dell’Antifascismo) venne razionalizzata la persecuzione degli antifascisti, con tutti i mezzi, legali e illegali. Compreso l’omicidio politico in paese straniero. Arturo Bocchini, capo della polizia, venne incaricato dallo stesso Duce e dal ministro degli esteri Galeazzo Ciano di eliminare fisicamente Carlo Rosselli che allora risiedeva a Parigi. Il 9 giugno 1937, a Bagnoles-de-l’Orne dove Carlo Rosselli e il fratello Nello si erano recati per trascorrere il fine settimana, un commando di cagoulards (gli avanguardisti francesi) compì la missione: bloccata l’auto sulla quale viaggiavano i due fratelli, Carlo e Nello furono prima pestati, poi accoltellati a morte.
Lo strumento ufficiale della repressione fascista fu invece il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato. L’attentato di Anteo Zamboni a Mussolini, il 31 ottobre 1926, offrì l’occasione per una serie di misure repressive. Tra queste, la “legge per la difesa dello Stato”, n. 2008 del 25 novembre 1926, che stabilì tra l’altro la pena di morte per chi anche solo ipotizzava un attentato alla vita del re o del capo del governo. A giudicare i reati in essa previsti, la nuova normativa istituì il Tribunale speciale, via via prorogato fino al luglio 1943, quindi ricostituito nel gennaio 1944 nella RSI. Nel corso della sua attività, emise 5.619 sentenze e 4.596 condanne. Tra i condannati anche 122 donne e 697 minori. Le condanne a morte furono 42, delle quali 31 eseguite, mentre furono 27.735 gli anni di carcere comminati. Tra i suoi beneficati ci furono Antonio Gramsci, che morì in carcere nel 1938, il futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini, Michele Schirru, fucilato nel 1931 per aver espresso «l’intenzione di uccidere il capo del governo».

Il confino

Il “confino di polizia” in zone disagiate della Penisola fu una misura usata con straordinaria larghezza. Il regio decreto 1848 del 6 novembre 1926 stabilì che fosse applicabile a chiunque fosse ritenuto pericoloso per l’ordine statale o per l’ordine pubblico. A un mese dall’entrata in vigore della legge le persone confinate erano già 600, a fine 1926 oltre 900, tutti in isolette del Mediterraneo o in sperduti villaggi dell’Italia meridionale. A finire al confino furono importanti nomi della futura classe dirigente: da Pavese a Gramsci, da Parri a Di Vittorio, a Spinelli. Gli inviati al confino furono, complessivamente, oltre 15.000. Ben 177 antifascisti morirono durante il soggiorno coatto.

Deportazione

La politica antiebraica del regime fascista culminò nelle leggi razziali del 1938. Alla persecuzione dei diritti subentrò, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, anche la persecuzione delle vite. La prima retata risale al 16 ottobre 1943 a Roma; degli oltre 1.250 ebrei arrestati in quell’occasione, più di mille finirono ad Auschwitz, e di essi solo 17 erano ancora vivi al termine del conflitto.
Il “Manifesto programmatico di Verona” (14 novembre 1943) sancì che gli ebrei erano stranieri e appartenevano a “nazionalità nemica”. Di lì a poco un ordine di arresto ne stabilì il sequestro dei beni e l’internamento, in attesa della deportazione in Germania.
Nelle spire della “soluzione finale” hitleriana il regime fascista gettò, nel complesso, circa 10.000 ebrei. Oltre alla deportazione razziale, fra le responsabilità del regime di Mussolini c’è anche la deportazione degli oppositori politici e di centinaia di migliaia di soldati che, dopo l’8 settembre, preferirono rischiare la vita nei campi di concentramento in Germania piuttosto che aderire alla RSI.

La guerra

Quanto contano le vittime fuori dai confini italiani? Per esempio, gli etiopi uccisi con il gas durante la guerra per l’Impero, o i libici torturati e impiccati durante le repressioni degli anni Venti e Trenta, o gli jugoslavi uccisi nei campi di concentramento italiani in Croazia.
Ma la spada di Mussolini provocò tanti morti anche tra i suoi connazionali. Egli trascinò in guerra l’Italia il 10 giugno del 1940 illudendosi di partecipare al banchetto nazista. I risultati, per l’Italia, furono questi: fino al 1943, 194.000 militari e 3.208 civili caduti sui fronti, 3.066 militari e 25.000 civili morti sotto i bombardamenti alleati.
Dopo l’armistizio, 17.488 militari e 37.288 civili caduti in attività partigiana in Italia, 9.249 militari morti in attività partigiana all’estero, 1.478 militari e 23.446 civili morti fra i deportati in Germania, 41.432 militari morti fra le truppe internate in Germania, 5.927 militari caduti al fianco degli Alleati, 38.939 civili morti sotto i bombardamenti, circa 13.000 militari e circa 2.500 civili morti nelle file della RSI.
A questi vanno aggiunti i circa 320.000 militari feriti sui vari fronti per l’intero periodo bellico 1940/1945 e la condizione di prigionia per oltre 621.000 militari presso i campi anglo-americani sui vari fronti durante il periodo 1940/1943.

I MITI E LA REALTÀ


Mito
: «I fascisti non hanno mai rubato».

Realtà: Si è sempre detto che il Fascismo è stata una dittatura che ha strappato la libertà agli italiani ma che almeno i fascisti non hanno mai rubato, non sono stati corrotti. Purtroppo la Storia dice altro: Mussolini non fa in tempo a prendere il potere che la corruzione già dilaga. Un sistema corrotto scoperto già da Giacomo Matteotti: il quale denuncia traffici di tangenti per l’apertura di nuovi casinò, speculazioni edilizie, di ferrovie, di armi. Affari in cui è coinvolto il futuro Duce attraverso suo fratello Arnaldo.
E poi c’è l’affaire ‘Sinclair Oil’: l’azienda americana, pur di ottenere il contratto di ricerche petrolifere in esclusiva sul suolo italiano, paga tangenti a membri del governo e ad Arnaldo Mussolini per oltre 30 milioni di lire. Speculazioni, truffe, arricchimenti improvvisi, carriere strepitose e inspiegabili: gerarchi, generali, la figlia Edda, il genero Galeazzo Ciano, Benito stesso… nessuno resta immune. I documenti scoperti e mostrati da storici di assoluto valore come Mauro Canali, Mimmo Franzinelli, Lorenzo Benadusi, Francesco Perfetti, Lorenzo Santoro, custoditi presso l’Archivio Centrale dello Stato, sono prove che inchiodano il fascismo alla verità. È stato anche realizzato un documentario RAI che lo testimonia bene.

Mito: «Devi ringraziare il Duce se esiste la pensione».

Realtà: In Italia la previdenza sociale nasce nel 1898 con la fondazione della “Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai”, un’assicurazione volontaria integrata da un contributo di incoraggiamento dello Stato e dal contributo anch’esso libero degli imprenditori. Mussolini aveva in quella data l’età 15 anni. L’iscrizione a tale istituto diventa obbligatoria solo nel 1919, durante il Governo Orlando, anno in cui l’istituto cambia nome in “Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali”. Mussolini fondava in quella data i Fasci Italiani e non era al governo.
Tutta la storia della nostra previdenza sociale è peraltro verificabile sul sito dell’INPS. La pensione sociale viene introdotta solo nel 1969. Mussolini in quella data è morto da 24 anni.

Mito: «La cassa integrazione guadagni è stata pensata e creata dal Duce per aiutare i lavoratori di aziende senza lavoro».

Realtà: La cassa integrazione guadagni (CIG) è un ammortizzatore sociale per sostenere i lavoratori delle aziende in difficoltà economica. Nasce nell’immediato dopoguerra per sostenere i lavoratori dipendenti da aziende che durante la guerra sono state colpite dalla crisi e non sono in grado di riprendere normalmente l’attività (ovvero, la cassa integrazione nasce per rimediare ai danni causati dal fascismo e dalla guerra, con milioni di disoccupati: in questo senso, nasce “grazie al fascismo”!).
Dal 1939, tramite circolari interne, ne veniva prevista solo la possibilità, senza però un reale quadro normativo per poterla applicare. L’Italia, già coinvolta nelle guerre nelle colonie (Libia, Abissinia), si stava preparando all’entrata in guerra al fianco della Germania e l’industria (soprattutto quella bellica) era in gran fermento, motivo per cui non solo si lavorava a turni pesantissimi ma si assistette addirittura al primo esodo indotto di lavoratori dall’agricoltura all’industria.
La Cassa Integrazione Guadagni, nella sua struttura finale e adeguatamente normata da leggi, è stata costituita solo il 12 agosto 1947 con DLPSC numero 869.

Mito: «Ai tempi del Duce eravamo tutti più ricchi».

Realtà: Mussolini permise agli industriali e agli agrari di aumentare in modo consistente i propri profitti, a scapito degli operai: fece infatti approvare il contenimento dei loro salari. Nel 1938, dopo 15 anni di suo operato, la situazione economica dell’italiano medio era pessima: il suo reddito era circa un terzo di quello di un omologo francese.

Mito: «Grazie al Duce la disoccupazione non esisteva».

Realtà: Non vi era un reale stato di benessere dell’economia del paese, l’Italia stava preparando l’entrata in guerra e tutte le industrie (e l’artigianato) che direttamente o indirettamente fornivano l’esercito lavoravano a pieno regime.
Per contro, l’accesso al lavoro era precluso a tutti coloro che non sottoscrivevano la tessera del Partito Nazionale Fascista, sanzione che era estesa anche ai datori di lavoro che eventualmente li impiegassero. Motivo per cui durante il fascismo assistemmo ai flussi migratori di tutti coloro che per motivi politici non intesero allinearsi al regime ma avevano una famiglia da mantenere.
Il 27 maggio 1933 l’iscrizione al partito fascista fu dichiarata requisito fondamentale per il concorso a pubblici uffici; il 9 marzo 1937 divenne obbligatoria per accedere a qualunque incarico pubblico; dal 3 giugno 1938 non si poteva più lavorare in assenza della conclamata tessera.

Mito: «Il Duce ha fatto costruire grandi strade in Italia».

Realtà: Il programma infrastrutturale che prevedeva la costruzione delle strade, poi completate durante il Ventennio, era cominciato già durante il quinto governo di Giovanni Giolitti (giugno 1920/marzo 1921), essendo stata constatata l’impossibilità di un vero sviluppo industriale in mancanza di solide infrastrutture — sviluppo industriale che emergeva ormai come impellente dal confronto con le altre grandi potenze che avevano partecipato al primo conflitto mondiale.
Tale “rivoluzione” non poté essere attuata né da Giolitti né dal successivo governo Bonomi (che durò solo sette mesi) a causa del boicottaggio e dell’ostruzionismo politico da parte del nascente fascismo, prima generico “movimento popolare” (1919) e poi soggetto in forma di partito dal 1921, con la costituzione del Partito Nazionale Fascista. Che completò le strade previste nel programma post-bellico di Giolitti, intestandosene il merito.

Mito: «Quando c’era lui i treni arrivavano in orario».

Realtà: Bufala. Come spiega questo articolo dell’Independent, si tratterebbe infatti di un mito derivante dalla propaganda durante il Ventennio. La puntualità dei treni era infatti per i pubblicitari del Fascio il simbolo del ritorno all’ordine nel paese: in realtà, questa immagine si è potuta formare solo grazie alla censura sistematica delle notizie riguardanti incidenti e disservizi ferroviari.

Mito: «Il governo di Mussolini raggiunse il pareggio di bilancio il primo aprile 1924 (e quindi è migliore dei governi attuali)».

Realtà: Vero, ma solo in parte. Intanto era già successo molto prima di Mussolini (fu Minghetti a realizzarlo con il suo secondo governo, nel 1876), e il deficit fra il 1876 e il 1925 (anno in cui si realizzò nuovamente) era poca roba, a parte il periodo di indebitamento causato dalla Prima Guerra Mondiale, superato grazie a correttivi come liberalizzazioni, riduzione delle spese e sgravi fiscali all’espansione industriale. In ogni caso, avrebbe poco senso paragonare l’economia di inizio ’900 con quella attuale.
Come in ogni disinformazione che si rispetti, si sta dimenticando di dire che negli anni immediatamente successivi al mitico pareggio andò tutto in vacca: la crisi mondiale del 1929 e il progressivo disinteresse del Duce per l’economia portarono il bilancio in negativo, vanificando tutti gli sforzi fatti. La politica di autarchia messa in atto limitò moltissimo le importazioni e le esportazioni. E in ogni caso, infine l’Italia fu trascinata nella Seconda Guerra Mondiale causando la distruzione della nazione. (Citando Totò: «L’operazione è riuscita, ma il paziente è morto».)

Mito: «Mussolini rinunciò al suo stipendio per risanare l’economia e finanziare la guerra».

Realtà: Che Mussolini abbia o meno rinunciato al suo stipendio è irrilevante, essendo un dittatore — e quindi una persona i cui bisogni primari e desideri secondari di qualsiasi tipo vengono soddisfatti con modalità che differiscono dai… normali esseri umani (a cosa ti serve uno “stipendio”, se non devi fare la spesa né pagare bollette o affitto o tasse o qualsiasi altra cosa che per gli altri hanno un prezzo?) —. Al di là di questo, il “dover finanziare una guerra” fu proprio quello che portò a sciupare il poco che aveva fatto in Economia (per lui era inconcepibile che non si facessero guerre: «sono nella natura dell’uomo»).

Mito: «Mussolini non aumentò le tasse».

Realtà: A parte i primi anni in cui non si verificò effettivamente alcun aumento, un po’ alla volta nuove tasse colpirono in sequenza gli italiani e la Lira, che nei primi anni si era rafforzata, venne svalutata più volte fino al 1940 per poter tirare avanti.

Mito: «Mussolini impose ai membri del governo l’uso delle biciclette facendo risparmiare miliardi al popoli italiano».

Realtà: Non esiste conferma alcuna sulla fiaba delle biciclette. Anzi, a un certo punto per spingere l’industria dell’automobile si mise una tassa sulla bici e, almeno in alcune grandi città, si cominciò a limitarne l’uso. Sull’effettivo risparmio di questa manovra pesa come al solito il non detto, e basterebbe porsi due domande appena appena intelligenti: quante erano le automobili in circolazione, all’epoca? Ovviamente, nulla di paragonabile al mondo di oggi: e alla luce di questo, in quale percentuale potevano essere le ‘auto blu’ negli anni ’20 in Italia?

Mito: «Il Duce è stato l’unico uomo di governo che abbia veramente amato questa nazione».

Realtà: «Mi serve qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo delle trattative», enunciò l’unico uomo di governo che abbia veramente amato questa nazione, il 26 maggio 1940 (“L’Italia nella seconda guerra mondiale”, Pietro Badoglio, Milano, Mondadori, 1946, p. 37): e così fu, visto che nella disastrosa “campagna di Russia”, solo per compiacere Adolf Hitler con una presenza italiana del tutto male equipaggiata e irrilevante a fini bellici, persero la vita ufficialmente 114.520 militari sui 230.000 inviati al fronte, cui aggiungere i dispersi, ovvero le persone che non risultavano morte in combattimento ma nemmeno rientrate in patria (fonti UNIRR stimano in circa 60.000 gli italiani morti durante la sola prigionia in Russia).

Mussolini “amava” talmente l’Italia che:
– ha instaurato una dittatura;
– ha abbassato i salari;
– ha portato il paese al collasso economico;
– ha tolto la libertà ai cittadini.

Il Duce “amava” talmente l’Italia da aver introdotto leggi razziali antisemite nel 1938 solo per compiacere l’alleato nazista, peraltro economicamente inutili perché in Italia gli ebrei, a differenza che in Germania, non avevano eccessivo rilievo nel sistema produttivo-finanziario.

Voleva così “bene” al suo popolo da farlo sprofondare in una guerra civile, quando fu esautorato dal potere, creando la Repubblica Sociale Italiana. Un paese già allo sbando a causa dell’armistizio dell’8 settembre e provato dalla guerra (condotta da lui con esiti a dir poco disastrosi) venne dilaniato ancora di più tra cosiddetta “Repubblica di Salò” e “Italia liberata”.

E i fascisti, soprattutto durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana (o di Salò), collaborarono attivamente ai massacri di rappresaglia a seguito delle operazioni partigiane e alla deportazione di cittadini italiani nei lager.

Per giunta in Italia, unico nei paesi “satelliti” della Germania nazista, il fascismo fu istitutore e gestore di “lager”: la bibliografia ufficiale stima in 259 i campi di prigionia nella penisola, gestiti con presenza prevalente di personale italiano; alcuni erano normali campi di detenzione, altri invece fungevano da campi di smistamento in attesa della deportazione in Germania (come quelli di Bolzano e Fossoli in provincia di Modena), altri ancora erano autentici campi di sterminio (come la Risiera di San Sabba a Trieste).

Ci sarebbe tanto altro da aggiungere, ampiamente documentato: corruzione dilagante, dossier, lettere, minacce, accuse vere e false oscenità, inganni, arresti, ricatti. Un ventennio di ricatti! Gerarca contro gerarca, amante contro amante, e l’accusa di omosessualità come arma politica.

* * * * *

La prossima volta che vi imbattete in un’immagine che inneggia alla “saggezza del Duce” e di quale potrebbe essere la “salvezza dell’Italia” grazie al Neofascismo, fatevi una ricerca seria e documentata sulla storia del Fascismo originale.

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