Quacquaracquà, e tanta

Malgrado lui vagheggi dei suoi “mille” giorni, la cifra con cui ricorderemo il primo Renzi (perché non sarà mica l’unico, chissà quante altre volte ce lo sorbiremo) è QUARANTA.

Quasi a testimoniare quella sorta di investitura divina (nella Bibbia il numero 40 è presente 40 volte) nel piombarci sulla scena letteralmente dal cielo. Un cielo in odor di squadrette e grembiulini, okay, ma tant’è: è dai tempi della P2 (“quaranta” e passa anni fa) che siamo vaccinati.

“Quaranta” come la sua età.
Come la percentuale bulgara del suo unico successo elettorale (il PD al 40,8% alle ultime Europee).
Come la percentuale ridicola del “Sì” (41,88%) con cui ha perso al referendum del 4 dicembre.
Come lo stacco fra il consenso di ieri e il dissenso di oggi (crollo dal 40,8% a 24% nelle attuali intenzioni di voto: una perdita secca di — naturalmente — “quaranta” elettori su cento).
Ma anche come il 40,1% raggiunto dalla disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni certificato dall’Istat sempre in quel dannato dicembre 2016.
Quel “quaranta” per cento che è pure la soglia per conquistare il premio di maggioranza salvato dalla mannaia della Corte Costituzionale che si è abbattuta sulla creatura renziana, l’Italicum.

Da adolescente, in quel di Rignano, era conosciuto come “il Bomba”. Da grande il suo lignaggio non è purtroppo cambiato: da quarantenne è diventato “il Cazzaro”. Di lui, dei ‘millegiorni’, della sua “epoca 40”, non ci resteranno le riforme incomplete, le slide, la rottamazione, la Buona Scuola, il Jobs Act: ci resterà quello strombazzamento «in caso di vittoria dei No, lascio la politica», seguito dal comportamento opposto.
Noi italiani siamo spietati, nel punire gli strombazzamenti troppo netti.

E sempre siccome siamo italiani, autolesionisti instancabili, invece di lasciare, raddoppiamo: e ce ne stiamo per riprendere uno di OTTANTA anni (del resto, “80” euro furono la prima mancetta, demagogica e inutile, del governo Renzi).
L’immortale Silvio.
Uno che gli strombazzamenti li fa altrettanto bene ma li sa fare anche dimenticare (il milione di posti di lavoro, il contratto con gli italiani…). Non come quest’ingenuo di Matteo Renzi.
Altro che quaranta: quacquaracquà, e tanta.

Alla fin fine Renzi ha dimostrato di non conoscere gli italiani. Più che gli errori politici, il conflitto d’interessi della Boschi, il JobsAct e le altre leggi sbagliate, le troppe chiacchiere, la frantumazione della sinistra, ha potuto quella sua “minaccia” da cazzaro da bar di periferia. Nessuno si sarebbe salvato di fronte al nostro disincanto: dicendo «Se perdo, lascio la politica», ci ha sfidati ad abbatterlo e lo avremmo abbattuto anche se avesse avuto sacrosanta ragione, anche se al suo posto a dire quelle parole ci fosse stato Gandhi o Martin Luther King o Che Guevara o Karol Wojtyla o Gorbacev. Renzi è finito a causa del nostro spirito dissacratore: non a caso, siamo l’unico Paese al mondo ad avere nel vocabolario migliaia di bestemmie.

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