Sull’ennesimo tentativo di “rifondare la Sinistra”

Cari Anna, Tomaso e tutti quelli che dallo scorso 18 giugno tentano di ripartire da zero dal Teatro Brancaccio con la “Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza”: metto giù quest’umile memorandum affinché sia ben chiaro da cosa si parte per RIFONDARE. Affinché non vengano dimenticati gli ultimi 25/30 anni — per capire cosa siamo, capire da dove veniamo —. E affinché ci sia materia “da sbattere in faccia” a quelli che oggi si stanno (ri)proponendo, contando da una parte sulle nostre amnesie e dall’altra sul facile argomento “anti-euro” e antieuropeista. Ed è proprio da quest’ultimo punto che parto: perché sull’euro e sulla nostra economia vanno messi una buona volta i puntini sulle i.

L’Euro

Come siamo finiti con questa moneta in tasca? Ci hanno paracadutati dentro a nostra insaputa?
No. Chiariamo che ci siamo dentro perché eravamo nella cacca, e meno di vent’anni fa l’euro ci ha in parte salvati.
(Certo, il “mal d’Europa” che il vaccino Trump, rafforzato dalla Brexit, ha per il momento fermato, è soltanto in remissione. Perché guarisca, quell’Unione Europea per la quale i francesi hanno votato in massa scegliendo Macron non può credersi assolta dalle proprie colpe, dalla propria miopia, dalla propria indifferenza sostanziale ai drammi epocali, collettivi e individuali prodotti dalla globalizzazione, dalla corruzione e dalle migrazioni. Questo è il problema con l’Europa, non l’euro.)

I Paesi aderenti allo SME (fra cui noi) definivano il tasso cambio della propria valuta in termini di ECU (European Currency Unit). L’ECU era quindi una unità di conto (l’unità di conto europea), cioè una moneta scritturale. La storia è piena di valute simili, valute non coniate, ma usate per far di conto: era una unità di conto lo “scudo di conto” nella Roma papalina, lo è oggi il “Diritto speciale di prelievo” del Fondo Monetario Internazionale. L’ECU dunque serviva a fare questi “conti”: determinare il valore delle rispettive valute europee. Per esempio: nel 1992 con un ECU si compravano 1.587,48 lire, oppure 2,02 marchi tedeschi (per citare due valute appartenenti al sistema), dal che consegue che occorrevano 1.587,48/2,02= 785,88 lire per un marco tedesco. L’ECU non era materialmente possibile metterselo in tasca, però dal 1989 al 1998 aveva governato le vite di ognuno di noi, perché il valore delle valute nazionali in Europa veniva stabilito con riferimento a esso.
Il valore dell’ECU, a sua volta, era dato dalla media del valore di tutte le valute dei membri dello SME: era cioè una “valuta paniere” (una valuta il cui valore dipendeva da quello di un “paniere” di valute, come il “Diritto speciale di prelievo” del FMI). Perciò la lira si indeboliva rispetto all’ECU (e quindi occorrevano più lire per comprarne uno) se una delle valute nel “paniere” (per esempio il marco) diventava più forte.
L’art. 109j primo comma del Trattato di Maastricht prevedeva che per almeno due anni prima dell’ingresso nell’Unione Monetaria i Paesi candidati non avrebbero dovuto svalutare la propria valuta rispetto all’ECU (fatte salve minime oscillazioni). Il senso era chiaro: prima del ‘matrimonio’, buon senso chiedeva che ci fosse un periodo di ‘fidanzamento’ (cambio irrevocabilmente fisso) per vedere se si andava d’amore e d’accordo. La data del matrimonio (l’ingresso nell’euro) era il 1° gennaio 1999, quindi occorreva che i cambi fossero fissati dal 1997.
L’Italia, a causa dei suoi eterni e irrisolti problemi, svalutò del 7% la lira il 15 settembre 1992, ma a causa della forte inflazione e dell’elevato debito pubblico ciò non bastò a rimanere nell’intervallo di oscillazione; il 16 settembre 1992 la lira uscì provvisoriamente dallo SME; il 22 settembre 1992 venne prorogata sine die la sospensione per la lira dagli obblighi di intervento.

Nel 1996 l’Italia venne riammessa nello SME dopo un’ardua trattativa sul tasso di cambio lira-marco tedesco che era allora la moneta di riferimento. Il governo italiano puntava su un rapporto di 1.000 lire per marco, mentre i tedeschi volevano fermarci a 960. L’abilità di negoziazione di Carlo Azeglio Ciampi con il suo direttore del Tesoro Mario Draghi (sì, quel Mario Draghi) portò alla fine a un cambio di 990.

(Ciampi si è sempre circondato solo dei migliori:  Draghi come direttore generale, Vittorio Grilli a guidare il dossier allora fondamentale delle privatizzazioni, negli ultimi anni Lorenzo Bini Smaghi alle relazioni finanziarie internazionali. Con lui non importava chi ti presentava, ma quello che sapevi fare e come lavoravi; il Tesoro di Ciampi e Draghi è stato a lungo il cuore dello Stato italiano, e un esempio internazionale di efficienza: proprio questa capacità, che chiunque in Europa gli riconosceva, ha sempre permesso all’Italia di negoziare senza essere paralizzata dalle sue fragilità.)

Ciampi, come detto, riuscì a spuntare un cambio di 990. Ma poiché il marco aveva un rapporto fisso con l’ECU (pari a 1,9558 marchi per ECU), implicitamente si fissò anche il tasso di cambio della lira con l’ECU. Infatti bastò moltiplicare 990 per 1,9558 e si ottenne un valore di 1.936,27 lire per ECU. Nel 1998, quando si fissarono i tassi di cambio irrevocabili delle singole monete con l’euro, si decise, all’unanimità, che essi sarebbero stati esattamente uguali a quelli con l’ECU.

A causa dei casini italiani, dunque, nel 1997 per acquistare un ECU occorrevano 1.929,66 lire. Malgrado le nostre iniziali speranze da furbi, ossia di avere il tasso di conversione che conveniva a noi, questa quotazione venne “congelata”, ed è sostanzialmente identica alla quotazione “irrevocabile” definitiva, cioè al famoso 1.936,27 (dalla quale dista solo lo 0,3%).
Nel 2006 Berlusconi ebbe la faccia tosta di sostenere, ignorando l’andamento dei fatti, che nel 1998 sarebbe stato meglio ottenere un cambio di 1.500 lire per euro. E ancora oggi Salvini e molti altri dicono la stessa scempiaggine. Ma per il meccanismo appena illustrato, ciò avrebbe comportato, nel 1996, un cambio lira-marco pari a 767 (1.500/1,9558=767), cioè una lira fortemente rivalutata che avrebbe fatto la felicità dei tedeschi, ma provocato disastri nell’economia italiana. È stato infatti calcolato che, con un simile cambio, oltre il 90% delle imprese italiane avrebbe azzerato gli introiti.
A 770 lire per marco, la quota necessaria per avere due anni più tardi l’euro a 1.500 lire, il 94% delle imprese nel 1996, e il 98% l’anno successivo, si sarebbero ritrovate con i margini di profitto annullati. Oppure, a parità di prezzo in lire, avrebbero dovuto aumentare del 25-30% i listini in marchi o in franchi. È facile immaginare un disastro industriale di grandi proporzioni, con fallimenti e chiusure, e anche una crisi del turismo europeo in Italia, scoraggiato dagli alti prezzi; centinaia di migliaia (se non milioni) di posti di lavoro in meno. Ma si tratta di una ipotesi teorica: perché i mercati valutari non avrebbero ritenuto sostenibile un cambio del genere, e l’avrebbero subito affossato con ondate speculative. L’ipotetico ritorno della lira a un cambio forte avrebbe invece diminuito in Italia il prezzo dei beni importati, e ridotto il costo delle vacanze degli italiani all’estero.

Esempio pratico. Una Fiat Punto all’epoca costava 17.700.000 lire. Al tasso di conversione ufficiale (cioè dividendo per 1.936,27 e arrotondando) facevano 9.150 euro (9.141,28). Se per esempio avessimo ottenuto una parità a 1.000 lire avrebbero fatto 17.700,00 euro, cioè quasi il doppio. E molti di noi (Salvini e Berlusconi compresi) ragionerebbero così: «Bè, ma che ce ne sarebbe importato! Tanto avremmo avuto anche il doppio di euro in tasca!». Ecco: noi sì, ma gli altri europei? I tedeschi, per esempio, entrarono a circa due marchi per ECU (cioè a circa 1.000 lire per marco). Se noi fossimo entrati a 1.000 lire (anziché circa 2.000), per loro la nostra Punto sarebbe costata dall’oggi al domani circa il doppio (17.700 euro anziché 9.150). E lo stesso sarebbe valso per tutti i nostri prodotti esportati verso l’Eurozona. Se il prezzo dei beni italiani raddoppia per un acquirente tedesco/francese/spagnolo, è normale che questi decida di rivolgersi altrove (e quindi tornando all’esempio compri meno Fiat e più Peugeot o Volkswagen).

* * *

Il problema con l’euro in Italia è stato uno solo: nessuno, né Banca d’Italia né Governo né sindacati NES-SU-NO, ha CONTROLLATO che gli italiani non facessero i furbi nel cambio; quello che prima veniva venduto a 1.000 lire, è passato direttamente a 1 euro. Il prezzo al dettaglio di praticamente qualsiasi cosa si è RADDOPPIATO. Ma non gli stipendi. E nemmeno le pensioni.
Questo, sommato al rapporto di conversione già sfavorevole di suo (nei 5 anni da Maastricht al momento del concambio siamo saliti da poco meno di 1.600 lire a 1936,27 lire), ci ha ammazzati. Dal 2002 a oggi (e il processo continuerà chissà quanto), le leggi della domanda e dell’offerta hanno spinto verso il basso il valore di qualsiasi cosa noi produciamo. Compreso il debito pubblico (che in fondo è un altro “prodotto”: le pensioni, la sanità e la scuola si pagano col debito pubblico), che quindi è ormai fuori controllo.

Insomma, con un esempio volutamente banale: la mela che costava 1.000 lire e che dal 2002 è passata a costare 1 euro, lentamente è stata fatta tornare al suo reale valore di 1.000 lire, ossia poco più di 50 centesimi. (Quella “mela” sono i nostri stipendi, le nostre pensioni, le nostre case, tutto.) Mettiamoci dentro il fatto che il debito italiano è stato in gran parte messo a carico delle banche italiane (per questo oggi bisogna salvarle a tutti i costi, e qualcuno ci marcia), e che dal 2008 una crisi senza precedenti ha strangolato l’Occidente, e abbiamo realizzato la tempesta perfetta.

Nel frattempo, da Maastricht ai giorni nostri, sono successe anche altre cose drammatiche.

1 – L’automazione ha distrutto milioni di posti di lavoro nel mondo;
2 – I Paesi dell’Est, Cina e India sono entrati massicciamente nel mondo del lavoro e della produzione, offrendo manodopera a costi irrisori;
3 – La forbice fra ricchezza e povertà si è acuita e polarizzata, portando fra l’altro alla scomparsa del ceto medio;
4 – Le sinistre europee hanno abdicato, appiattendosi al “centro” e, quando al governo, praticando nei fatti politiche di destra.

Perciò, le tecnologie, prima di tutto: non solo e non tanto perché queste hanno permesso lo sviluppo delle piattaforme attraverso le quali buona parte della parcellizzazione del lavoro avviene, ma soprattutto perché hanno portato tutte le relazioni economiche verso l’on-demand e l’accesso.
Poi la robotica, gli algoritmi e l’intelligenza artificiale: che stanno rarefacendo drasticamente il bisogno di lavoro umano, sicché (in base alle note leggi della domanda e dell’offerta) i prestatori di lavoro sono in condizioni sempre più sfavorevoli, quindi accettano dumping sempre peggiori.
Inoltre, si sa, la globalizzazione dei mercati consente di esternalizzare le produzioni nei Paesi in via di sviluppo, un asset non da poco nel cambiare ulteriormente i rapporti di forza tra chi dà e chi presta lavoro.
In più, anche se fa brutto dirlo, prima del 1989 lo spauracchio del Comunismo convinceva gli imprenditori e i governi a tenere buoni i propri lavoratori con concessioni e riforme sociali: adesso che il Comunismo non c’è più, questi hanno (o credono di avere) mani del tutto libere.
Ma soprattutto, le oligarchie al potere: multinazionali e governi. Che non hanno fatto NULLA per evitare che finissimo in questo disastro.

La flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro porta con sé anche la riduzione delle sicurezze economiche di ogni persona — e famiglia —. Quindi porta alla crisi dei consumi. Non avendo più la certezza di un mestiere infatti si diventa tutti molto più attenti nelle spese. Anzi, non si spende proprio!, se non il minimo indispensabile: se e quando si guadagna qualcosa, la si mette via temendo tempi ancora peggiori (licenziamento, disoccupazione, precari, flessibili, somministrati, interinali, parasubordinati, stagisti, ditte individuali, consulenti, partite Iva…).
Oggi nella sola Italia ci sono dieci famiglie super ricche che hanno un reddito pari a tre milioni di famiglie povere. Uno scandalo morale? Forse, ma soprattutto un PROBLEMA PRATICO per tutti, perché quelle dieci famiglie non compreranno mai tre milioni di paia di scarpe, o tre milioni di chili di pane, o tre milioni di quel che volete.

Epperò non ci voleva un mago (né tantomeno lauree e master, i Monti e le Fornero, le Christine Lagarde e i Jean-Claude Juncker e gli Olli Rehn) per capire che così la macchina del capitalismo si inceppa e sbraca. Senza i consumi, semplicemente, non funziona. È tremendamente difficile essere allo stesso tempo “lavoratori insicuri” e “consumatori ottimisti”: o l’uno, o l’altro.
È questo l’errore madornale del Neoliberismo: cercare di rendere i lavoratori “flessibili” mantenendo i consumatori voraci. Non può funzionare, o al massimo funziona per un breve periodo, con il credito al consumo e le rate — quindi l’indebitamento delle famiglie —. Ma presto la bolla scoppia, le Findomestic falliscono, com’è avvenuto negli USA quando il ceto medio ha visto ridurre il suo reddito ma non ha voluto rinunciare al suo benessere: quindi non è stato più in grado di pagare i mutui casa ed è arrivata la bolla immobiliare, che ha portato giù tutto il resto, visto che i crediti inesigibili erano stati impacchettati in infiniti titoli e fondi, e che il sistema pensionistico e sanitario era (e ancora in parte è) in mano alla finanza selvaggia.

Quando non ai malfattori.
240 miliardi di dollari: è il costo annuale dell’elusione fiscale delle multinazionali a danno dei Paesi in tutto il mondo secondo le stime di Oxfam International.
1.000 miliardi di euro: è la perdita totale stimata per gli Stati dell’Unione Europea derivante da pratiche di evasione ed elusione fiscale da parte di singoli e multinazionali.
170 miliardi di dollari: sono le entrate perse ogni anno dai Paesi poveri per colpa delle pratiche di abuso fiscale di individui e grandi corporation.
I recenti scandali, come Panama Papers e Luxleaks, hanno portato di fronte agli occhi dei cittadini europei la gravità e l’enorme dimensione dei fenomeni di evasione ed elusione fiscale che aumentano le disuguaglianze, sottraggono risorse necessarie agli Stati per investimenti e servizi pubblici e alimentano una situazione di concorrenza sleale verso le imprese oneste.
Questa situazione riguarda in maniera evidente alcune grandi multinazionali dell’economia digitale. I rapporti di UE, OCSE ed enti indipendenti dicono che tali imprese versano in Italia meno dello 0,1% di tasse: 9 milioni versati a fronte di un mercato digitale che vale più di 11 miliardi, in cui sono egemoni.
Di fatto a pagare le tasse siamo noi lavoratori, partite Iva, piccoli e medi imprenditori, che non possiamo spostare la nostra sede legale o fiscale all’estero. Quando leggiamo che la pressione fiscale è al 42,3%, significa che per ogni multinazionale che paga lo 0,1% ci sono migliaia di cittadini che pagano il 45, il 48 o il 50% di tasse.
Se in questi anni l’Europa e i principali partiti europei avessero mostrato la stessa severità e “austerità” che hanno riversato sul popolo greco e sullo stato sociale italiano verso le multinazionali del digitale, le corporation, i re della moda e dell’elusione, se avessero chiesto indietro le ingenti somme di tasse non versate detenute nei cosiddetti paradisi fiscali, sicuramente avremmo avuto più risorse da ridistribuire e forse non saremmo immersi in questa lunga notte.

Sparizione a sinistra

Nel frattempo la Sinistra ha abdicato, ho detto sopra (e qualche mese fa anche qui).
La Sinistra nasce “internazionalista”: nel secolo degli Stati nazionali al loro massimo — l’Ottocento —, teorizza lo scontro non tra nazioni ma tra classi sociali. Classi traversali alle patrie. Ciò nonostante, nel corso della seconda metà del secolo successivo tutte le conquiste della Sinistra, e delle classi popolari che la Sinistra allora rappresentava, sono avvenute attraverso gli Stati nazionali. Cioè attraverso leggi di tutela dei ceti deboli e dei lavoratori che venivano approvate dagli Stati nazionali, e al loro interno implementate.
È così che per esempio sono nate le socialdemocrazie scandinave, il modello migliore di società mai raggiunto dall’umanità. E qualcosa di non troppo diverso è avvenuto anche altrove (dalla Spd in Germania al Labour inglese).
Così è nato il “welfare”, sono nate tutte le misure che hanno diminuito la forbice sociale in Europa. Anche in Italia, con lo Statuto dei Lavoratori e il Servizio Sanitario Nazionale pubblico e universale. (Perfino prima del centrosinistra, con il “piano casa” di Fanfani. Perché non serviva nemmeno sempre che le sinistre governassero: bastava la paura del Comunismo, perché qualcosa venisse concesso.) A Novecento avanzato, l’Europa è diventata l’area del mondo con le migliori misure sociali.

Poi, a partire dagli anni ’80, poco a poco son finiti gli Stati nazionali, o almeno le economie nazionali. I capitali hanno cominciato a viaggiare da un Paese all’altro. I mercati sono diventati globali. Le aziende hanno iniziato a delocalizzare: se lo Stato voleva tassarne gli utili per redistribuire, quelle andavano altrove.
Quindi i mercati — quelli ormai globali — sono diventati sempre più indispensabili per ogni spesa pubblica, avendo gli Stati debiti con essi. Dunque, premiando o punendo gli Stati-debitori, i mercati hanno preso a indirizzarne le scelte politiche. Uno Stato fa qualcosa di sgradito ai mercati? Con tre clic su un computer, questi fanno andare in default lo Stato in questione.

In un secolo, quindi, l’internazionalismo si è rovesciato: da ideale “di sinistra” e popolare è diventato uno strumento per togliere diritti, benessere e welfare alle classi popolari stesse. Nessuna politica sociale può più essere fatta dai singoli Stati nazionali. I poteri si sono spostati altrove. L’internazionalismo è diventato “di destra”, in senso economico.

La reazione è stata quella che vediamo: il neonazionalismo. L’aspirazione dei ceti bassi e di quelli proletarizzati a “tornare indietro”: verso le frontiere, i muri, l’identità nazionale contro tutti gli altri. Una cosa che però è di destra di suo, da sempre: infatti si declina in Trump e Le Pen.
Ci si illude che, rialzando muri, alla base della piramide sociale si possa riacquistare ciò che la globalizzazione dei mercati ha tolto.
Di qui la situazione attuale: ceti popolari che votano la destra nazionalista. E nuove generazioni che non sperano più che il mondo possa cambiare e hanno della politica un’idea di galleggiamento.
Ma anche una parte della Sinistra applica lo stesso ragionamento immediato, intuitivo: in quel campo di gioco lì — quello nazionale — vincevamo o almeno pareggiavamo, comunque qualcosa si otteneva; in questo campo di gioco qui — l’Europa, il mondo — si perde, e male, una ‘manita’ proprio. Meglio sarebbe quindi, secondo questa logica, tornare agli Stati nazionali.

Retrotopia”, la chiama Zygmunt Bauman nell’ultimo libro prima della scomparsa. La via del futuro somiglia a un cammino a ritroso verso il passato: vorrebbe trasformarsi in un itinerario di purificazione dai danni che il futuro ha prodotto ogni qual volta si è fatto presente. Le speranze di miglioramento riposte in un futuro incerto e palesemente inaffidabile vengono nuovamente reimpiegate nel vago ricordo di un passato apprezzato per la sua presunta stabilità e affidabilità.
Nel 1989 il Capitalismo ha stravinto sull’altro blocco non perché era più bello, più buono, più etico, più amabile ma solo perché si era dimostrato più utile. Funzionava meglio. Dall’altra parte l’economia pianificata e l’assenza di concorrenza avevano distribuito solo povertà; da questa parte l’economia di mercato — con tutte le sue iniquità e i suoi sfruttamenti — aveva invece creato più ricchezza, un ceto medio, in certi posti perfino un’aristocrazia operaia. Per quanto ingiustamente distribuita, la maggior ricchezza e la maggior speranza di benessere per i propri figli aveva coinvolto la maggior parte delle persone. Di qui la vittoria dell’Occidente sul socialismo reale.
Se però il capitalismo non crea più ricchezza, non la ridistribuisce almeno un po’ e non regala a ogni generazione la speranza di stare un po’ meglio di quella precedente, tutto il sistema crolla. Come sta succedendo oggi. La direzione del pendolo della mentalità e degli atteggiamenti pubblici è cambiata: il futuro è finito alla gogna e il passato è stato spostato tra i crediti, rivalutato come spazio in cui le speranze non sono ancora screditate.
La reazione immediata, come detto, è quella del nazionalismo, dei muri, dei dazi, del tutti contro tutti e soprattutto tutti contro i diversi, una sbronza d’odio verso gli ultimi sapientemente inculcata nei penultimi. Una reazione inevitabile e quasi pavloviana: se il malfunzionamento è o sembra causato dalla globalizzazione, si pensa di ritornare a prima della globalizzazione così tutto si rimetterà magicamente a posto.
Però la Retrotopia di cui parlava l’ultimo Bauman, l’utopia di un passato “glorioso”, mira a qualcosa che non può tornare in alcun modo perché nel frattempo è cambiata la struttura del mondo — quella tecnologica di fondo, quella che determina tutto —, non tornerà manco con Trump e Salvini, manco con Farage e Orbán, manco sfarinando l’Europa o imponendo alle città i nomi della tradizione religiosa come succede in India.

* * *

Eppoi c’è questo dannato “mito della crescita”, il più duro a morire…

«SOLO LA CRESCITA CI PUÒ SALVARE».
«Solo un aumento della crescita potrà innescare il circolo virtuoso dell’abbattimento del debito».
Balle!

Stringendo la prospettiva al nostro futuro come Italiani, per quanto ci riguarda siamo legati mani e piedi da un lato all’andamento delle “cose globali”, dall’altro alla struttura stessa del nostro benessere, basata sul “consumo”. Bastano poche riflessioni per capire che questo farà sì che non avremo alcun modo di decidere il nostro fato, se non segando via le spese inutili e improduttive (mentre invece i governi Berlusconi, Letta, Renzi, Gentiloni etc etc si limitano a smuovere decimali, rinviando le decisioni che contano).
Come mai negli ultimi anni tutti i Paesi industrializzati hanno accumulato debiti pubblici sempre più consistenti, fino a raggiungere nel 2010 valori che vanno da un minimo dell’80% del prodotto interno lordo nel Regno Unito al 225,8% in Giappone? Nell’Eurozona, nel corso del 2010 il rapporto debito/Pil è salito dal 79,3 all’85,1%. Eppure il “patto di stabilità” firmato dai Paesi dell’Unione Europea nel 1999 fissava al 60% la soglia massima di questo rapporto. E ancora: perché gli Stati e le amministrazioni locali spendono sistematicamente cifre superiori ai loro introiti? Perché il sistema bancario induce le famiglie a spendere cifre superiori ai loro redditi?
Alla risposta ci si arriva d’intuito: perché la sovrapproduzione di merci ha raggiunto un livello tale che se non si acquistasse a debito, crescerebbe la quantità di merci invendute e si scatenerebbe una crisi in grado di distruggere quel sistema economico e produttivo fondato sulla crescita infinita del Pil, inventato dagli Americani. Il debito pubblico è del resto il pilastro su cui si fonda la “crescita” nella recente fase storica.
Proprio nel tentativo di far ripartire la crescita e aumentare il Pil, negli ultimi anni in Italia è stata finanziata la rottamazione delle automobili, sono state concesse agevolazioni fiscali per la costruzione di nuove case, sono stati dati incentivi all’installazione di impianti a fonti rinnovabili senza porre vincoli a favore degli autoproduttori né della tutela ambientale, è stata deliberata la costruzione di opere pubbliche tanto costose quanto inutili.
Ciononostante, gli incrementi della spesa pubblica in deficit non hanno riavviato davvero la crescita (come del resto in quasi tutti gli altri Paesi industrializzati), né hanno diminuito la percentuale dei disoccupati, che anzi è aumentata. Insomma, abbiamo speso denaro pubblico, abbiamo aumentato il debito e non abbiamo ottenuto nulla.
Per quale ragione gli stimoli forniti alla ripresa economica attraverso la spesa pubblica non hanno dato i risultati attesi? Perché nei Paesi industrializzati lo sviluppo tecnologico ha determinato un eccesso di capacità produttiva che cresce di anno in anno. Macchinari sempre più potenti producono in tempi sempre più brevi quantità sempre maggiori di merci con un’incidenza sempre minore di lavoro umano per unità di prodotto. Per questo la disoccupazione aumenta invece di diminuire.
Inoltre queste tecnologie sono molto costose, e per pagarle le aziende si orientano sempre più verso la finanza; in più i macchinari non possono rimanere fermi, perché ne deriverebbero forti danni economici in termini di ammortamento dei capitali e di mancati guadagni: devono lavorare a pieno regime, e tutto ciò che producono deve essere acquistato anche se non ce n’è bisogno. Quindi le tecnologie accrescono l’offerta di merci in misura superiore alla crescita della domanda e ciò comporta una diminuzione dell’occupazione, la diminuzione dell’occupazione riduce ulteriormente la domanda. Perciò in queste condizioni perverse l’unico modo per incrementare la domanda è l’indebitamento.

L’American Way of Life consuma(va) a spese del resto del mondo. Ma il resto del mondo per indebitarsi dovrebbe sperare nell’esistenza di investitori extraterrestri.
Capitalismo e Consumismo, due mostruosità che il piccolo pianeta azzurro della Via Lattea non può più permettersi.

Come uscirne

Le vie d’uscita esistono. Ogni innovazione che accresca la produttività dovrebbe essere accompagnata da una espressa politica di redistribuzione dei frutti del progresso tecnico. Il reinserimento nel processo produttivo dei lavoratori sostituiti dalle automazioni non avverrebbe grazie a improbabili meccanismi di mercato ma sarebbe piuttosto l’esito di un piano, fondato su due pilastri: la riduzione del tempo di lavoro a parità di salario e soprattutto il finanziamento pubblico di quelle attività che il meccanismo capitalistico lasciato a sé stesso non è in grado di sviluppare, dalla ricerca scientifica di base alla creazione di infrastrutture materiali e immateriali, alla cura delle persone e del territorio. Naturalmente, nulla esclude che l’aumento della spesa pubblica per la produzione di questi beni collettivi possa essere accompagnato da un aumento dell’imposizione fiscale: ma dovrebbe trattarsi di un prelievo generale sui profitti e sulle rendite, non certo di una mera “robotax” sulle innovazioni tecniche.

La “crescita” non è la soluzione, dunque. Semmai è il problema.

La vera soluzione è rallentare: meno finanza, che porta a riorientare l’industrializzazione alle cose realmente necessarie, e l’abbandono di parametri come il Pil. Ci vuole un ripensamento del sistema basato sui debiti.
È una rivoluzione culturale.

«SOLO LA CULTURA CI PUÒ REDIMERE».

I conti del Paese sono messi così male soprattutto per un welfare enorme e sclerotico, un’evasione fiscale sudamericana, una pubblica amministrazione esorbitante, tassi di assenteismo desolanti, repulsione collettiva per le regole, totale disinteresse per il bene comune e poi sì, anche per una classe dirigente inetta e spesso fuorilegge. Insomma, nessuno di noi è innocente davanti al proprio destino: ammetterlo, è il primo passo dei forti.

Se una forza politica “dal basso” va fondata, questa non può che essere rivolta a correggere le imposture e l’impoverimento della società italiana, a valorizzare i meriti e a rispondere ai bisogni individuali e collettivi, per ricostruire in Italia l’etica della responsabilità.
Una forza che crede nella “libertà” intesa come possibilità di scegliere sulla base della propria responsabilità: contrastare i ricorrenti tentativi di invadenza delle burocrazie statali, delle religioni e delle ideologie nella sfera della libertà individuale, e fondare la propria azione sul rispetto dei diritti civili e umani — in Italia come nel mondo.

Uguaglianza fra le persone e libertà personale, contrariamente a quanto affermato dalle dottrine degli ultimi secoli — Comunismo, Fascismo, Liberismo —, sono indivisibili; è necessario operare affinché sia garantito a tutti il massimo delle opportunità; è necessario promuovere le condizioni perché ciascun individuo possa decidere il proprio destino. Libertà di pensiero, inoltre, deve significare riconoscimento del “valore” della diversità delle opinioni e delle fedi: bisogna contrastare ogni forma di fondamentalismo che tenda a trasformare i propri dogmi in leggi dello Stato che condizionano tutti gli altri; al contrario, è dalla diversità di opinioni che nasce lo sviluppo.
La religione, ancorché libera, deve restare nella sfera più intima dell’individuo, mai deve essere posta a discriminazione o, peggio, a supporto di qualunque idea, azione od omissione.
Cultura e lavoro sono i principî cardine: bisogna promuovere l’istruzione e la formazione durante l’arco di tutta la vita.
I sistemi di sicurezza sociale — sanità, istruzione, previdenza — devono salvaguardare e ove possibile migliorare le condizioni di vita dei cittadini, prevenendo i rischi di impoverimento e di esclusione. In tutti i campi della società devono essere aboliti privilegi e garanzie corporative, che sono freni alla crescita e fucine di ingiustizia.
La “sicurezza”, estesa a tutti, non deve ammettere acquiescenze e connivenze davanti a criminalità grande e piccola, violenza razzista e xenofoba, violenza nei confronti delle donne e dei minori.
A livello pratico, istituzionale, un movimento che venga “dal basso” non può/deve riconoscersi altro che in politiche dello “Stato sociale”: ciò significa non solo accettazione della democrazia parlamentare e del mercato capitalistico-con-correttivi, ma anche e soprattutto intervento regolatore dello Stato laddove liberalismo e capitalismo producono inevitabili sfasature. L’economia di mercato, sebbene la Storia ne abbia dimostrato le caratteristiche di modello vincente, non può infatti essere l’unico principio regolatore di una società e delle sue dinamiche.

Il Modello della Responsabilità, in Italia ormai disintegrato e quindi da ricostruire con l’insegnamento fin dalla più tenera età (scuole elementari e medie), è fondato sui diritti soggettivi assoluti di ogni individuo e degli individui nel loro insieme (dalle piccole comunità alle intere società): rispetto di salute, onore e proprietà, altrui e propria.
La Responsabilità è determinata dal comportamento; i comportamenti sono determinati dalla cultura. Per ricostruire il Modello della Responsabilità è dunque necessario ripartire dalle radici della cultura: l’educazione scolastica. Senza timore che fra le precedenti e le nuove generazioni si possa costituire una frattura insanabile: d’altra parte il mondo che i minori stanno ereditando è di per sé falcidiato da problemi giganteschi — povertà, disuguaglianza, inquinamento — che tutte le generazioni precedenti hanno solo acuito, per cui la “frattura” esiste già nella sostanza.
Gli esseri umani valutano l’accettabilità di un determinato comportamento usando norme sociali, e regolano i comportamenti tramite mezzi di controllo sociale; tuttavia ciò non è sufficiente, se alla base non c’è un modello culturale condiviso. È proprio questo che manca all’Italia: nessuna legge o polizia o magistratura o altra istanza può ricostruire il Modello della Responsabilità, può solo punire le inadempienze.
E nessuno, al di fuori della “sinistra classica” — intesa non come becera nostalgia dei P.C.qualcosa ma come forza progressista —, può ambire a ricostruire il Modello della Responsabilità.

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Per quanto mi riguarda ho finito, cari Anna e Tomaso.
È un messaggio in bottiglia lanciato in mare, certo: magari non raggiunge voi, però contribuisce a smuovere qualcosa in qualche testa, e sapete, da cosa nasce cosa.

Buon lavoro.

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