Impronte di dèi a te negati

Premessa: questo è un articolo molto lungo, potrebbe diventare un libro (un tascabile, quantomeno). Chi non ha tempo, passi oltre. Chi invece ha tempo, vi troverà parecchi stimoli intellettuali.

Dove non può l’Archeologia, può la genetica

Nell’inverno del 1769, all’inizio del suo viaggio nel Pacifico, l’esploratore inglese James Cook ebbe da un sacerdote polinesiano di nome Tupaia un dono straordinario: una mappa. Non è chiaro se Tupaia l’abbia schizzata su carta o solo descritta a parole; quel che è certo è che la mappa diede a Cook un quadro del Pacifico meridionale molto più completo di quello che qualsiasi altro europeo poteva avere avuto a disposizione prima di lui. La mappa descriveva tutti i più importanti gruppi di isole su un’area di circa 5.000 chilometri di diametro, dalle Marchesi fino alle Figi: coincideva con quello che lo stesso Cook aveva documentato, e mostrava molte cose che il capitano non aveva ancora visto. A Tahiti Cook aveva dato a Tupaia una cuccetta a bordo dell’Endeavour. Subito dopo, il polinesiano sbalordì l’equipaggio conducendo il brigantino fino a un’isola che Cook non conosceva, circa 500 chilometri più a sud, senza mai consultare bussola, carte, orologio o sestante. Nelle settimane che seguirono, mentre aiutava a guidare l’Endeavour da un arcipelago all’altro, Tupaia stupì ancora i marinai per la sua capacità di indicare con esattezza in direzione di Tahiti, in qualsiasi momento del giorno o della notte, con le nuvole o il sereno. Cook fu l’unico degli esploratori europei a capire il vero significato delle prodezze di Tupaia.  Gli abitanti delle isole sparse per tutto il Pacifico meridionale facevano parte di un unico popolo che molto tempo prima aveva esplorato, colonizzato e tracciato la mappa di quel vasto oceano senza avere a disposizione nessuno degli strumenti nautici che Cook riteneva indispensabili; e che aveva conservato quelle mappe solo nella memoria, trasmettendosele con la tradizione orale.

Sono passati due secoli, e oggi la rete globale di genetisti che cerca di ricostruire i flussi migratori dell’uomo moderno analizzando le tracce di DNA disseminate lungo il percorso, come briciole di Pollicino, potrebbe dimostrare a Cook che aveva ragione: gli antenati di Tupaia avevano colonizzato il Pacifico 2.300 anni prima. La loro inverosimile migrazione attraverso il Pacifico era il proseguimento di una lunga marcia verso est che aveva avuto inizio in Africa tra 70 mila e 50 mila anni prima. Dal canto suo Cook, con il suo viaggio, continuava la migrazione dall’Africa verso ovest che i suoi antenati avevano intrapreso più o meno contemporaneamente a quelli di Tupaia. Così l’incontro tra i due uomini aveva chiuso un cerchio aperto tanti millenni prima.
Da allora non abbiamo mai smesso di esplorare. Siamo rimasti ossessionati dal bisogno di aggiungere dettagli alle carte geografiche della Terra; di raggiungerne i poli, le vette più alte, le fosse oceaniche più profonde; di navigare fino a ogni suo più remoto angolo e poi di volare via dal pianeta, nello Spazio.
Oggi, mentre seguiamo con passione il rover Curiosity che sta esplorando Marte, gli Stati Uniti, assieme ad altri governi e a diverse società private, si preparano a spedire sul pianeta rosso anche l’uomo. Qualche sognatore parla addirittura di inviare un veicolo spaziale verso la stella più vicina. Michael Barratt — che è stato medico, subacqueo, pilota di jet, marinaio per 40 anni, e da 12 è astronauta della NASA — è tra quanti non vedono l’ora di poter andare su Marte. Lui considera i suoi viaggi come il proseguimento di quello nel Pacifico di Cook e Tupaia. «Stiamo facendo proprio come loro», spiega in modo colorito. «È sempre così, in ogni momento della storia umana. Una società sviluppa una tecnologia abilitante, che sia la capacità di conservare e trasportare il cibo o quella di costruire una nave o di lanciare un razzo. Poi si trova sempre qualcuno che ha la passione di partire per esplorare l’ignoto, anche a costo di attaccarsi un razzo al sedere».
Non tutti moriamo dalla voglia di cavalcare un razzo o di navigare nello spazio infinito. Ma la curiosità tipica della nostra specie ci spinge a finanziare parte del viaggio e a festeggiare il ritorno dei viaggiatori. È vero che esploriamo per trovare un posto migliore per vivere, per conquistare nuovi territori, per fare fortuna. Ma esploriamo anche solo per scoprire che c’è dall’altra parte.

«Nessun altro mammifero se ne va in giro come facciamo noi», dice Svante Pääbo, direttore dell’Istituto Max Planck di Antropologia evolutiva di Lipsia, dove studia le origini dell’uomo attraverso la genetica.

Noi scavalchiamo i confini. Ci spingiamo in nuovi territori anche quando lì dove siamo non ci mancano le risorse. Gli altri animali non lo fanno. E nemmeno le altre specie umane. I Neandertal sono vissuti per centinaia di migliaia di anni, ma non si sono mai sparsi per il mondo. Noi in soli 50 mila anni abbiamo occupato tutto il pianeta. C’è una sorta di follia in questo. Quando viaggi in mare aperto non hai idea di cosa ci sia dall’altra parte. E adesso andiamo su Marte. Non ci fermiamo mai. Perché?

Già, perché? Pääbo e gli altri ricercatori che cercano di rispondere sono loro stessi esploratori che si addentrano in territori sempre nuovi. Sanno che in qualunque momento potrebbero essere costretti a tornare sui propri passi e riorganizzarsi. Sanno che le loro discipline — antropologia, genetica, neuropsicologia dello sviluppo — sono giovani. E che quindi qualsiasi teoria potrebbe crollare alla luce di nuove scoperte. Ma per chi studia il comportamento umano l’impulso a esplorare è un argomento irresistibile.

Da dove nasce questa “follia”? Che cosa ci ha spinti a lasciare l’Africa e ad arrivare fino alla Luna e oltre?
Se il nostro impulso a esplorare è innato, forse la sua origine risiede nel Genoma. E in effetti esiste una mutazione genetica di cui si parla spesso quando si affrontano questi temi: è una variante del gene DRD4, che serve a controllare la dopamina, un neurotrasmettitore prodotto dal cervello che ha un ruolo importante nei meccanismi dell’apprendimento e della ricompensa. La variante, di cui è portatore circa il 20% degli esseri umani, si chiama DRD4-7R, e diversi studi la associano alla curiosità e all’irrequietezza. Chi la reca sarebbe più disposto a correre rischi, a esplorare nuovi luoghi e idee, a provare nuovi cibi, relazioni, droghe, ad approfittare di occasioni sessuali e, in generale, ad accettare con entusiasmo il movimento, il cambiamento e l’avventura. Non a caso, la variante sarebbe anche correlata all’Adhd, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività.

Diverse ricerche, inoltre, hanno trovato una correlazione tra la variante 7R e le migrazioni umane. Nel 1999 un primo studio ad ampio raggio, condotto da Chuansheng Chen della University of California a Irvine, mostrò che tra le moderne popolazioni nomadi 7R era più presente che in quelle stanziali. Nel 2011 un’altra ricerca, più ampia e più rigorosa dal punto di vista statistico, ha riscontrato che 7R, assieme a un’altra variante chiamata 2R, ha un’incidenza maggiore della semplice variabilità casuale tra quelle popolazioni i cui antenati, dopo aver lasciato l’Africa, affrontarono migrazioni più lunghe. Nessuno dei due studi implica necessariamente che sia stata proprio la variante 7R a rendere inquieti quegli antenati; ma entrambi fanno pensare che lo stile di vita nomade selezioni la variante.
Un’ulteriore conferma viene da un altro studio recente. Tra le tribù nomadi degli Ariaal, una popolazione africana, i portatori dell’allele 7R tendono a essere più forti e meglio nutriti di quelli che non ce l’hanno, un dato che indicherebbe una maggiore idoneità alla vita nomade e forse anche uno status sociale più alto. Se invece conducono una vita stanziale nei villaggi, i portatori di 7R tendono invece a essere peggio nutriti. Insomma, come accade per molti geni e tratti, il valore della variante dipenderebbe dall’ambiente: può darsi che una persona irrequieta stia benissimo in un ambiente mutevole e deperisca in una condizione di stabilità, e che lo stesso si possa dire per tutti i geni che producono questi tratti caratteriali.

Ma allora, l’allele 7R è davvero il “gene dell’esploratore”, o “gene dell’avventura”, come alcuni lo chiamano? Kenneth Kidd, un genetista della Yale University che vent’anni fa è stato tra gli scopritori della variante, avverte di non sopravvalutarne il ruolo. Come altri scettici, Kidd pensa che molti degli studi che collegano 7R alla tendenza a esplorare siano carenti dal punto di vista del metodo o della statistica. Ci sono altrettanti studi, sostiene, che negano che esista quel legame. «Non si può ridurre a un singolo gene una realtà complessa come l’esigenza umana di esplorare», commenta ridendo. «La genetica non funziona così». Qualunque sia la conclusione finale sul ruolo di 7R, i genetisti concordano sul fatto che non basti un gene o un insieme di geni a programmarci per l’esplorazione. È più probabile che gruppi diversi di geni contribuiscano a creare tratti multipli: alcuni ci forniscono gli strumenti che ci permettono di esplorare, altri, tra cui forse 7R, ci spingono a farlo. Insomma non bisogna pensare solo all’impulso ma anche alle capacità: non basta la motivazione, occorrono anche i mezzi.

Jim Noonan, esperto di genetica dello sviluppo e dell’evoluzione, si occupa di questi temi in un ufficio che si trova solo un piano sotto quello di Kidd. La sua ricerca è incentrata sui geni costruttori di due sistemi chiave del nostro organismo: gli arti e il cervello. «Sarò in conflitto di interessi», spiega, «ma se proprio devo sintetizzare, direi che la nostra abilità di esploratori deriva proprio da quei due sistemi». Nell’uomo, i geni che costruiscono gli arti e il cervello sono sostanzialmente uguali a quelli che assolvono la stessa funzione negli altri ominidi e nelle scimmie antropomorfe. Le differenze tra le specie sono dovute soprattutto al fatto che i geni attivano e arrestano i processi di sviluppo in tempi diversi. Nell’uomo il processo produce gambe e anche che gli permettono di percorrere lunghe distanze, mani estremamente abili, e un cervello ancora più abile che cresce molto più lentamente di quello degli altri primati ma raggiunge dimensioni di gran lunga maggiori. Questi tre tratti ci separano dalle grandi scimmie e, in piccoli ma essenziali dettagli evolutivi, dagli altri ominidi.
Queste differenze compongono un insieme unico di tratti fatto apposta per stimolare l’esplorazione. Abbiamo una grande mobilità, una straordinaria destrezza e, cosa più importante di tutte, un cervello in grado di elaborare un pensiero immaginativo. E ciascun tratto amplifica gli altri:

Pensiamo a un attrezzo. Se lo sappiamo usare bene e abbiamo abbastanza immaginazione, ci verranno in mente altri modi per usarlo. E mentre ci pensiamo immagineremo nuovi obiettivi che quell’attrezzo ci aiuterà a realizzare.

Questo circuito di retroazione aiutò il grande esploratore anglo-irlandese Ernest Shackleton a salvarsi quando, nel 1916, la sua nave fu stritolata dai ghiacci dell’Antartide, e lui rimase bloccato con il suo equipaggio su Elephant Island. A 1.300 chilometri di distanza dal più vicino insediamento umano, con 27 uomini esausti, poche scorte di cibo e tre piccole scialuppe scoperte, Shackleton concepì un piano apparentemente folle. Con i pochi, elementari attrezzi che aveva a disposizione, modificò una scialuppa (un altro attrezzo) per permetterle di affrontare un’impresa che andava assurdamente al di là degli scopi per cui era stata progettata, e poi, con cinque uomini e pochi strumenti nautici, si imbarcò per un viaggio che pochi oserebbero anche solo immaginare. Ma riuscì a raggiungere la Georgia Australe, per poi tornare su Elephant Island e trarre in salvo il resto dell’equipaggio. Secondo Noonan, l’avventura di Shackleton mostra chiaramente la dinamica che ha guidato sin dall’inizio il progresso e le esplorazioni dell’uomo: alimentando l’abilità con l’immaginazione, generiamo benefici che favoriscono la selezione naturale di questi due tratti.

Per Alison Gopnik, psicologa dello sviluppo infantile a Berkeley, noi esseri umani abbiamo un altro vantaggio: una lunga infanzia in cui possiamo soddisfare la nostra voglia di esplorare mentre ancora dipendiamo dai nostri genitori. Veniamo svezzati circa un anno e mezzo prima dei gorilla e degli scimpanzé, ma poi impieghiamo molto più tempo a raggiungere la pubertà: circa dieci anni, contro i tre-cinque tipici degli altri grandi primati. Dalle analisi sui denti di Neandertal sembrerebbe che anche loro crescessero più rapidamente di noi. Più di qualsiasi altra specie, l’uomo dispone di un periodo di “gioco protetto” in cui può esercitarsi a esplorare.
Molti animali giocano, spiega Gopnik, ma lo fanno soprattutto per esercitarsi in attività primarie come la lotta e la caccia. Nei bambini, invece, il gioco consiste nel creare scenari ipotetici, con regole artificiali che mettono alla prova le ipotesi. Posso costruire una torre di mattoncini alta quanto me? Che succede se alziamo ancora la rampa per le bici? Come cambierà questo gioco se io faccio il maestro e mio fratello grande lo scolaro? In questo modo il bambino diventa un esploratore di scenari colmi di possibilità contrastanti.
Crescendo, prosegue la studiosa, giochiamo sempre meno, diventiamo meno inclini a esplorare le novità e più condizionati a scegliere soluzioni familiari. Durante l’infanzia ci costruiamo i circuiti cerebrali e l’apparato cognitivo adatti all’esplorazione; se rimaniamo vigili anche da adulti, le esperienze fatte da bambini ci permettono di capire in quali situazioni ci conviene cambiare strategia. Esisterà un passaggio a nord-ovest? Sarà più facile raggiungere il Polo con slitte trainate da cani? Magari, chissà, possiamo far atterrare un rover su Marte calandolo con un cavo da un hovercraft.
«Ce la portiamo dietro questa capacità», dice ancora Gopnik. E quelli che conservano uno spirito giocoso che consente di cogliere le opportunità — da Cook e Tupaia agli astronauti di oggi — sono gli esploratori.

C’è un’altra dinamica autorinforzante che opera nell’ambito dell’esplorazione: una continua interazione tra cultura e geni, in cui i geni plasmano la cultura che creiamo e la cultura a sua volta plasma il nostro genoma. Parliamo di cultura in senso ampio: le conoscenze, le pratiche, le tecnologie che gli uomini impiegano e condividono per adattarsi a un ambiente. Queste realtà esistono solo perché i nostri tratti genetici si sono evoluti in modo che potessimo crearle e rimodellarle di continuo. Ma allo stesso modo la cultura può indirizzare la nostra evoluzione genetica, a volte in maniera sorprendentemente rapida e diretta.

Un classico esempio riguarda la diffusione del gene che consente di digerire il lattosio. Chi non ne è portatore ha problemi a digerirlo dopo l’infanzia. Quindicimila anni fa non l’aveva quasi nessuno, perché non procurava alcun vantaggio. Era solo una mutazione che circolava. Ma all’incirca 10 mila anni fa i primi agricoltori europei cominciarono ad allevare vacche da latte: era la nascita di una cultura del tutto nuova e di un modo di vivere completamente diverso. D’un tratto, chi possedeva quel gene poteva avere accesso a una fonte di cibo affidabile e disponibile tutto l’anno, e sopravvivere a carestie che uccidevano gli altri. Così il gene si diffuse rapidamente in tutta Europa, anche se rimase raro in quasi tutto il resto del mondo. Cultura e geni si selezionarono a vicenda: la nuova cultura diede valore al gene, e questo, diffondendosi, rese sempre più importante la cultura basata sul latte.
I segni di questa dinamica sono visibili in molti comportamenti umani, e in particolare nell’esplorazione. La prima volta che un nostro antenato usò una pietra per spaccare una noce, il suo gesto fondò una cultura che potrebbe aver selezionato i geni che favoriscono destrezza e immaginazione, e la diffusione di queste facoltà ha a sua volta accelerato lo sviluppo della cultura. Shackleton sfruttò la sua cultura (navi, strumenti, capacità di innovazione e di orientamento, per non parlare dello stoicismo britannico) per esplorare nuovi territori e tornare vivo a casa. Nel caso dei bambini esploratori, è stata l’antica cultura dell’allevamento collettivo (madre, padre, nonni e altri parenti) a massimizzare il valore di quei geni che allungano il periodo di sviluppo cerebrale nell’uomo. Con le sue navi, la bussola, il sestante e un mandato del re, anche Cook sfruttò la sua intelligenza e la sua curiosità per portare a casa la mappa di un mondo fino ad allora sconosciuto. La sua impresa accrebbe sia il valore della cultura marittima dell’Impero Britannico sia quello dei tratti genetici di cui il grande navigatore aveva dato prova nei suoi incessanti e rischiosi viaggi intorno al mondo.

I “POPOLI DEL MARE”

Ma allora che dire di Tupaia? I suoi geni e la sua cultura sembrano aver seguito un percorso bizzarro. Tra le migrazioni umane, quella dei polinesiani nel Pacifico è una delle più insolite. Fu la prima e una delle più veloci, poi si fermò, e infine terminò con una volata da record.
Il viaggio cominciò circa 60 mila anni fa, quando una delle prime ondate migratorie partì dall’Africa e, attraverso il Medio Oriente, raggiunse la costa meridionale dell’Asia. Poi, in soli 10 mila anni, arrivò fino all’Australia e alla Nuova Guinea, al tempo più accessibili per il basso livello del mare. Per altri 10 mila anni i polinesiani si sparpagliarono tra le isole di questa regione, a volte indicata come “Vicina Oceania”, fino a raggiungere gli arcipelaghi delle Bismarck e delle Salomone. Lì si fermarono.
Ana Duggan, che studia questa migrazione all’Istituto Max Planck, spiega che fino a quel punto i polinesiani erano riusciti a navigare a vista: una nuova isola spuntava all’orizzonte prima che dietro di loro sparisse quella da cui erano partiti. Ma una volta superate le Salomone si può andare avanti per settimane senza mai vedere terra. Né le tecniche di navigazione di questi abitanti della Vicina Oceania, né le loro imbarcazioni — probabilmente semplici zattere o piroghe ricavate da un tronco — erano all’altezza di simili imprese. Così si fermarono lì, entro i confini del loro orizzonte visivo.
«Il seguito è un po’ controverso», prosegue Duggan, ma si tratta di una teoria accettata da gran parte degli studiosi sulla base di un crescente numero di prove linguistiche, archeologiche e genetiche.

All’incirca 3.500 anni fa gli abitanti della Vicina Oceania ricevettero visitatori da nord: appartenevano al cosiddetto popolo degli austronesiani, che un migliaio di anni prima aveva lasciato Taiwan e le coste della Cina meridionale spargendosi nelle Filippine e in altre isole del Sud-Est asiatico. Arrivati lì si mescolarono con gli indigeni, dando vita nell’arco di qualche secolo a una nuova popolazione, i Lapita. Che subito salparono sul Pacifico in direzione est.
Che cosa li spinse a mettersi in viaggio? Probabilmente non furono i nuovi geni. Anzi, tra gli austronesiani le varianti 7R e 2R erano ancora meno diffuse che tra le popolazioni che li avevano accolti. Ma i nuovi arrivati, spiega Duggan, «portarono con sé barche migliori». Si trattava di vere e proprie navi: lunghe piroghe dotate di vele e bilancieri, molto più veloci, in grado di navigare più a lungo anche col mare in tempesta. Con ogni probabilità suscitarono tra gli indigeni enorme entusiasmo, ancor oggi rintracciabile nella cultura polinesiana e nella longevità del suo vocabolario nautico, dando grande prestigio ai loro possessori. La motivazione a esplorare cresce all’aumentare della possibile ricompensa. Come gli astronauti di oggi, i costruttori di navi e i marinai delle isole del Pacifico devono aver goduto di un prestigio sociale che accresceva le loro opportunità di trovare una compagna, procurava sostegno sociale ed economico e generava una spinta motivazionale che poteva soddisfare l’irrequietezza indotta dai geni. Come dice Wade Davis, antropologo ed explorer-in-residence di National Geographic, «quando salpi per andare a scoprire nuove terre, diventi un mito, anche se non torni più». E così anche Tupaia, cavalcando il DNA dei suoi antenati, salpò verso est.

La storia delle navi polinesiane è una potente metafora di come un elemento culturale può dare al flessibile genoma dell’uomo, alla sua mente propensa all’immaginazione e alle sue abili mani, il potere di trasformare in opportunità anche gli elementi ambientali più minacciosi e incontrollabili: i venti, l’acqua, le correnti. Che il vento si alzi pure fino a ululare e a sollevare una tremenda burrasca: l’alternativa non è più tra restare a casa o naufragare, possiamo cambiare andatura, orientare le vele, trasformare la nostra barca in un mezzo completamente diverso. Ai Lapita che guardavano l’oceano sterminato dalla punta più a est delle isole Salomone, le nuove imbarcazioni devono essere sembrate un paio di gambe nuovo di zecca. Con la mano sulla barra del timone e nuove isole in mente, potevano proseguire il loro viaggio intorno al globo.

Popoli del Mare Nostrum

Qualcosa di simile è accaduto anche da noi. Le popolazioni dell’area che va da Sicilia a Cipro, passando per Creta, le isole dell’Egeo e l’Anatolia, hanno un substrato genetico comune, diverso da quello della Grecia continentale e dei Balcani meridionali. Questa origine mediterranea condivisa sarebbe il risultato di diverse ondate migratorie iniziate molto prima dell’espansione greca che portò alla nascita della Magna Grecia.
I ricercatori del progetto sulla genetica delle comunità isolate d’Italia, che coinvolge le università di Bologna, Cagliari, Pisa e La Sapienza, finanziato da National Geographic Society, hanno raccolto campioni di saliva di oltre 500 individui distribuiti tra Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia ma anche in Albania, Grecia continentale e Creta, con l’obiettivo di fare luce sulle dinamiche che hanno contribuito alla formazione del patrimonio genetico mediterraneo in tempi antichi e recenti, fino ad arrivare alle origini delle minoranze linguistiche Arberesh e Grecanica. I campioni sono stati analizzati mediante l’ormai rodato sistema GenoChip 2.0, basato su oltre 150mila diversi marcatori genetici ad alta densità. I dati sono stati quindi trattati tramite metodi bioinformatici, comprendendo nell’analisi l’informazione genetica di altre popolazioni europee e mediterranee già presenti in letteratura. In aggiunta alla fredda analisi strumentale, è stato inoltre proposto ai volontari un questionario su usanze e origini della propria famiglia. Davide Pettener, professore di Antropologia dell’Università di Bologna e leader del gruppo di ricerca, ci scherza su: «Si trattava di un vero e proprio “buco nero genetico”. Pur trovandosi al centro del Mediterraneo, alcune di queste comunità sono rimaste isolate per secoli: basti pensare che certe regioni sono state raggiunte dalle strade solamente in tempi recenti».

Non deve perciò stupire che nella Bovesia, impervia regione dell’Aspromonte reggino, si sia parlato fino a poco tempo fa un dialetto greco dal vocabolario omerico. Le caratteristiche genetiche di questi gruppi hanno infatti suggerito una maggiore antichità di insediamento, in un’area d’influenza greca che, in origine, era verosimilmente più ampia rispetto alle isole linguistiche attuali. Come non deve sorprendere che l’albanese degli Arberesh sia più simile alla lingua tosca del XVI secolo che a quella moderna: questi gruppi, migrati dall’Albania all’Italia durante la fine del Medioevo, hanno mantenuto un’eredità genetica distinta rispetto alle popolazioni circostanti, a testimonianza dell’origine balcanica recente e del successivo isolamento linguistico. Di certo, entrambi rappresentano casi di studio preziosi non solo per i linguisti ma anche per i genetisti che nelle sequenze del DNA hanno letto antiche dinamiche migratorie.

È noto infatti che le popolazioni che attualmente abitano le coste mediterranee dell’Europa sono il risultato di una fitta rete di spostamenti e scambi culturali che, sin dalla prima colonizzazione del continente, ha generato una complessa serie di strati genetici sovrapposti. Eppure, alcuni di questi strati rivelano una base genetica comune molto antica. L’intero continente è caratterizzato da una notevole similitudine genetica; tuttavia nel caso delle popolazioni mediterranee osserviamo una tale omogeneità che rende difficile la distinzione, per esempio, tra un cretese e un siciliano. In sostanza c’è una “bolla di omogeneità” che si estende dalla Sicilia a Cipro, passando per Creta, le isole dell’Egeo e dell’Asia Minore. E che nonostante le distanze, rende questi popoli più simili tra loro che ai rispettivi dirimpettai dell’entroterra. Spiega la ricercatrice Stefania Sarno, prima autrice dello studio:

Questa eredità mediterranea risale probabilmente a una serie di migrazioni con picchi durante il Neolitico e l’età del bronzo; l’espansione ellenica in Italia meridionale, alla base della cosiddetta Magna Grecia, costituisce soltanto uno degli ultimi eventi in una complessa rete di migrazioni Est-Ovest». Ma le implicazioni di questo antichissimo crocevia di geni e culture potrebbero non essere limitate alla sola storia della regione.

Uno degli strati genetici più interessanti racchiusi nell’eredità mediterranea indica un importante contributo di origine caucasica durante l’Età del Bronzo. Questo fatto, di per sé interessante, consente di aprire un nuovo capitolo per lo studio dei movimenti che hanno portato alla diffusione della famiglia linguistica più rappresentata in Europa, cioè l’indoeuropeo. In questo lungo e sempre vivo dibattito, la posizione attualmente prevalente sostiene che vettori dell’indoeuropeo siano stati popoli che tracciano la loro origine nelle steppe a nord del Mar Nero e del Mar Caspio. Pettener: «L’arrivo di vaste migrazioni durante l’età del bronzo a partire dalle steppe ha in effetti lasciato chiare tracce nella genetica di molte popolazioni dell’Europa centro-settentrionale e nord-orientale, mentre meno significativo sembra l’impatto nel genoma dei popoli mediterranei». La presenza di queste lingue sulle coste del Mare Nostrum, dove attualmente si parlano lingue indoeuropee come l’italiano, il greco e l’albanese, non è perciò spiegabile con il solo contributo migratorio dalle steppe. Si aprono quindi nuovi scenari più complessi di quelli proposti finora, in cui le coste del mediterraneo acquistano un ruolo di primo piano.

Dove non arrivano l’Archeologia e la Genetica, si può ricorrere alla Linguistica e ai Miti

L’Olocene è l’epoca geologica più recente, quella in cui ci troviamo oggi e che ha avuto il suo inizio convenzionalmente circa 11.700 anni fa. La civiltà umana moderna viene datata interamente dentro l’Olocene. La “deriva dei continenti” negli ultimi 10.000 anni è stata inferiore a un chilometro, che in termini geologici è uno spostamento pressoché irrilevante. Tuttavia, la fusione del ghiaccio causò un innalzamento del livello del mare di circa 20 metri nella prima parte dell’Olocene e in totale di 120 metri dall’ultima glaciazione.
L’aumento del livello del mare non fu un processo lineare e uniforme, ma alternò fasi di rapido disgelo ad altre di scongelamento progressivo. La maggior parte della crescita delle acque è avvenuta prima di 6.000 anni fa. La prima fase (denominata impulso MWP-1A0) ebbe luogo 19.000 anni fa all’inizio del Pleistocene nel “Dryas antico”. In meno di 500 anni il livello del mare si alzò di 10/15 m, cioè al ritmo di 20 mm all’anno. Il secondo impulso (MWP-1A) si produsse tra 14.600 e 13.500 anni fa, durante la prima parte del riscaldamento Bølling-Allerød. In 500 anni la crescita fu di 16/24 metri, al ritmo di 40 mm all’anno. Il ritmo di scongelamento calò durante il freddo periodo del Dryas recente, tra 12.800 e 11.500 anni fa, quando la Terra subì un nuovo episodio di raffreddamento durato 1.300 anni, che si ritiene legato alla circolazione termoalina instauratasi in seguito all’immissione di acqua dolce nell’Oceano Atlantico. Alla fine di questo periodo si ebbe un altro periodo di disgelo (MWP-1B), compreso tra 11.500 e 11.000 anni fa quando il mare salì di ulteriori 25 metri. Un quarto impulso si produsse tra 8.200 e 7.600 anni fa, probabilmente a seguito del prosciugamento del Lago Agassiz e del Lago Ojibwa, che produsse un innalzamento del mare di un solo metro.
Molte aree oltre il 40º parallelo di latitudine nord che si erano abbassate a causa del peso dei ghiacciai del Pleistocene si risollevarono fino a un’altezza di 180 metri tra il tardo Pleistocene e l’Olocene; questo processo di sollevamento sta in realtà ancora continuando. L’innalzamento del livello del mare e la contemporanea depressione di alcune aree permise occasionali incursioni marine in quelle che adesso sono molto distanti dal mare.

Durante l’ultima era glaciale il Sudest asiatico era un solo, enorme continente: un vasto territorio che comprendeva l’Indocina, la Malaysia e l’Indonesia. Con la fine dell’era glaciale si ebbe un’impressionante innalzamento del livello del mare, tale da frammentare quel continente nell’odierno arcipelago. Il medesimo processo sommerse il Golfo Persico e inondò la costa cinese; scomparve inoltre il ponte continentale che collegava il Nord America con l’Asia. Il fenomeno interessò molti altri litorali, con ripercussioni catastrofiche sulle coste tropicali delle piattaforme continentali più basse.
Dalle nostre parti, una massiccia inondazione attraverso il Bosforo si verificò intorno al 5600 a.C.. Lo scioglimento dei ghiacci in epoca postglaciale aveva trasformato il Mar Nero e il Mar Caspio in vasti laghi d’acqua dolce, mentre il livello del mare continuava a rimanere basso a livello globale; i laghi d’acqua dolce riversavano le loro acque nel Mar Egeo. Dal momento che i ghiacciai si erano ritirati, i fiumi che si riversavano nel Mar Nero riducevano la loro portata e trovavano nuovi sbocchi verso il mare del Nord, e il livello del Mar Nero tendeva ad abbassarsi a causa dell’evaporazione. Quindi, intorno al 5600 a.C., il Mediterraneo, il cui livello stava aumentando, finalmente straripò oltre il Bosforo: l’evento allagò 155.000 km² di territorio e  ingrandì significativamente le dimensioni del Mar Nero verso nord e ovest.
Nonostante l’agricoltura del neolitico avesse a quel tempo già raggiunto le pianure della Pannonia, la sua diffusione è legata al trasferimento dei popoli allontanatisi dai territori allagati.

L’umanità, che all’epoca non disponeva non solo dei media ma nemmeno della scrittura come la conosciamo oggi, registrò il tutto nei miti delle culture orali.
Il “Diluvio universale”, la storia — apparentemente solo mitologica — di una grande inondazione mandata da una o più divinità per distruggere la civiltà come atto di punizione divina, è un tema ricorrente in molte culture su tutto il pianeta, le più conosciute delle quali sono il racconto biblico dell’Arca di Noè, la storia indù-puranica di Manu, quella di Deucalione nella mitologia greca, quella di Utnapishtim nella “Epopea di Gilgamesh” della mitologia babilonese.

Al termine dell’ultima era glaciale la gente del Sudest asiatico fu costretta a fuggire verso ovest: in India, in Mesopotamia e forse anche oltre. Ancorché numericamente esigua, ebbe notevole influenza sull’Occidente: accanto alle tracce dello spostamento fisico di popolazione dal Sudest asiatico, in molti racconti folclorici e in altre storie occidentali è possibile individuare legami culturali che rimandano a quella regione. Solo negli ultimi due millenni si è registrato un flusso di flusso di cultura nella direzione opposta, dall’Occidente all’Oriente.
Nonostante l’apparente precisione, la ricostruzione dell’Archeologia presenta il particolare problema delle lacune causate dall’innalzamento del livello del mare, specialmente durante il primo periodo neolitico (circa 8.000 anni fa); queste lacune determinano un quadro cronologico forzato e tracciano orizzonti inaffidabili: i vuoti più sensibili riguardano il neolitico in Cina e nel Sudest asiatico. Il primo si direbbe essere stato posticipato, l’altro quasi completamente rimosso. Per quanto concerne la preistoria del Sudest asiatico si sono perdute le tracce di un’epoca intera.
Tra le più antiche tessere del mosaico si segnalano l’arrivo dei navigatori del Pacifico nelle isole Salomone, circa 30.000 anni fa, la ceramica giapponese Jomon di 12.500 anni fa, la popolazione delle alture neoguineiane che 9.000 anni fa prosciugava acquitrini per coltivare la colocasia, le attestazioni incredibilmente antiche della coltivazione del riso nella penisola malese — forse all’origine della diffusione di tale tecnica in India —. Poco oltre incontriamo il terzo diluvio di 8.000 anni fa, con la crescita dei livelli del mare di oltre 5 metri: nei 2.000 anni seguenti, per quanto riguarda il Sudest asiatico insulare inondato, dal punto di vista archeologico comincia un periodo di silenzio: fanno eccezione alcune antiche grotte nelle politiche del Borneo e delle Filippine, e la comparsa dell’ossidiana sulla costa orientale del Borneo (6.000 anni fa).
Migliaia di chilometri a ovest il diluvio colpì come detto il Golfo Persico: in assenza della densa foresta pluviale dei tropici, però, i mesopotamici Ubaiditi poterono arretrare con l’avanzare delle acque. Così la loro letteratura ci informa che rimasero nel Golfo e accolsero vari mercanti e vari profughi giunti da oriente. Il primo livello riconducibile alla cultura Ubaidita coperto dal fango del diluvio e risalente a circa 7.500 anni fa presenta omogenei insiemi di ceramiche e manufatti neolitici legati alla filatura e alla pesca, nonché misteriose figurine dall’aspetto orientale.

Se cerchiamo prove relative a migrazioni verso ovest troviamo la presenza dei popoli Munda nell’India centrale, la stessa regione nella quale la coltivazione del riso fece la sua prima comparsa nel subcontinente, forse addirittura 7.000 anni fa. Questi popoli tribali condividono geni e famiglia linguistica della popolazione Mon-Khmer dell’Indocina, nonostante migliaia di chilometri e migliaia di anni li separino da essa; con quest’ultima hanno in comune anche le modalità con cui viene coltivato il riso e quelle con cui viene lavorato il bronzo. Ciò sembra provare piuttosto chiaramente che essi portarono con sé in Occidente la loro evoluta cultura. I linguisti sono concordi nell’affermare che la divisione tra questi rami della famiglia linguistica austroasiatica risale alla remota età preistorica. È possibile che quegli antichi visitatori giunti dall’est altro non fossero che i leggendari “Naga”, che introdussero nella regione l’uso delle spezie e il culto dei serpenti.
Esiste un caso particolare nel quale i membri di una nuova famiglia sono stati identificati in modo preciso oltre un punto determinato di una rotta migratoria. Ciò aiuta a stabilire l’orizzonte temporale nel quale fissare i primi arrivi: si tratta del cosiddetto “tema polinesiano”. Anziché rimandare a recenti spostamenti verso la Polinesia partiti dalla Cina, vecchio dogma accademico ormai quasi in disuso, il tema individua un’antica migrazione austronesiana nel Pacifico sud-occidentale risalente a oltre 6.000 anni fa. Lungi dall’appartenere a popoli migrati in epoca recente dalla Cina, il “tema polinesiano” colloca gli antenati dei polinesiani e degli altri abitanti delle isole del Pacifico al bordo della piattaforma alluvionata della Sonda e al termine dell’era glaciale. Lo stesso argomento vale per gli affini marcatori genetici materni del Sudest asiatico trovati nell’India meridionale. Essi individuano una varietà locale unica, attestando in tal modo la prolungata presenza di popoli in migrazione nell’Asia meridionale. Molti altri marcatori genetici esclusivi dei geni della globina indicano un flusso Oriente-Occidente che passando dall’India giunse in Mesopotamia.
Lo stesso tipo di marcatori rivela un flusso di geni in direttrice sud verso l’Australia, partito alla fine dell’era glaciale. I marcatori si sono spostati anche verso nord nel crogiuolo genetico delle alture ai piedi dell’Himalaya orientale. Ciò corrobora l’idea che questa popolazione poliglotta fosse composta da transfughi che avevano risalito i fiumi da sud anziché indicare una migrazione di progenitori tibetani.
Il quadro genetico è dunque quello di una antica diaspora verificatasi in ogni direzione a partire dal Sudest asiatico all’epoca in cui i livelli marini si innalzarono. Tutte le storie principali dei primi 10 capitoli del Genesi si trovano su questa fascia di cultura, e tutti si rintracciano nell’Estremo Oriente: la creazione dalle acque, la separazione tra cielo e terra, la creazione dell’uomo dall’argilla, la creazione di Eva dal fianco dell’uomo, la “caduta” dal paradiso, Caino e Abele, e naturalmente il “diluvio universale”. Con l’eccezione del diluvio, la scarsità di attestazioni corrispondenti a questi complessi narrativi in altri luoghi come nelle Americhe e in Africa, non solo conferma che tale distribuzione si spiega con un processo di diffusione, ma depone contro l’ipotesi che le analogie siano dovute all’intervento del caso o ai… “meccanismi interni della mente umana”.

Consideriamo per esempio un archetipo mitico che con tutta probabilità è nato nell’Indonesia orientale: quello dei “due fratelli in lotta”. La sua iniziale diffusione dovrebbe risalire almeno a 6.000 anni fa. Questa storia prettamente austronesiana si aprì la strada verso est nel villaggio di Kambot, che 5.800 anni fa era un’isola nel grande mare interno della Nuova Guinea settentrionale. Nonostante gli abitanti di quel villaggio avessero una lingua diversa, non austronesiana, e nonostante si trovino oggi in una zona acquitrinosa nel profondo entroterra, essi, come altre comunità dell’Australasia, hanno conservato il nucleo fondamentale della storia. Il mito si portò ben presto anche a ovest, in Mesopotamia e in Egitto, dove si sviluppò separatamente nei due distinti ma imparentati archetipici di “Caino e Abele” e “Seth e Osiride”, ciascuno dei quali è attestato sin dalle più antiche fasi di sviluppo delle civiltà di quelle regioni.
La vicenda dei due fratelli in lotta illustra evidentemente uno scontro tra culture e razze, così in tutto il suo arco di distribuzione nell’Eurasia. Nella loro struttura, le versioni della Nuova Guinea e delle Molucche contengono dettagli locali più verificabili e dunque sono probabilmente più vicine all’archetipo. A queste storie si sono intrecciati i culti connessi con la fertilità, la morte e la rinascita, sia in Oriente sia in Occidente. Un ruolo fondamentale nella tradizione dei due fratelli veniva svolto da un albero e dal suo spirito che, morendo e risorgendo, portava fertilità. Il tema dell’albero derivava dal celebre “Albero della Vita”: questo concetto, nelle sue varie forme dal carattere di totem a quello di fonte di tentazione, ebbe origine ancora una volta nella zona compresa tra le Molucche e la Nuova Guinea. Probabilmente la sua nascita è legata al fertile impatto di banane, sago, noci di cocco e piante da frutto che vennero a diffondersi nella regione e consentirono alla popolazione di proliferare.
Unendosi all’albero, un’accoppiata di animali immortali — il falco e il serpente — formò una potente triade che viene riconosciuta come tipicamente sudest-asiatica, ma che oltre 4.000 anni fa approdò in Mesopotamia e oltre 3000 anni fa in Cina.
L’idea che il “giardino dell’Eden” fosse un fertile paradiso perduto è un concetto tipicamente austronesiano che a più riprese si è fatto sentire anche in Occidente. I polinesiani avevano una nozione geografica ben precisa del “paradiso”: esso era un grande e lussureggiante continente posto a ovest, e costituiva la loro patria originaria, ora non più visibile ma abitata dagli spiriti degli antenati (e forse da alcuni eroi); per approdarci, era necessario attraversare acque pericolose, come illustrano le navi dei morti istoriate nelle caverne, negli oggetti in bronzo e nei tessuti di tutto il Sudest asiatico. Tale luogo non può che coincidere con il continente sommerso della Sonda.
L’idea sumerica che nella conoscenza fossero insiti potenza e pericolo riappare nelle più antiche versioni mesopotamiche della caduta di Adamo, il “mito di Adapa”. Forse la “conoscenza” custodita con tanta attenzione era la tecnologia, forse la magia, oppure entrambe — in molte società tradizionali le due cose sono inseparabili —; il preteso contatto con il soprannaturale accresce il potere dell’abile artigiano, del sovrano-sacerdote o dell’astronomo. È possibile che conoscenze segrete in possesso di una casta di sovrani-sacerdoti siano state uno dei fattori che trasformarono la Mesopotamia e l’Alto Egitto, già floride società agricole del Neolitico, nelle ricche civiltà gerarchiche di cui ci parlano i resti archeologici. Diverse fonti rilevano le straordinarie analogie esistenti tra le pratiche magiche della Malesia preislamica, come la divinazione basata sul fegato dei polli, e quelle degli antichi Babilonesi. Furono gli stessi Sumeri ed Egizi a parlare di “uomini dotti e sapienti giunti da oriente”, fatto spesso liquidato come stravaganza partorita da una fertile immaginazione.
Il primo riferimento mesopotamico a “sette divini personaggi” è contenuto negli scritti cuneiformi. Essi narrano che Ea, in sumerico Enki, dio dell’acqua e della saggezza, inviò sette saggi divini, mezzi pesci e mezzi uomini, affinché insegnassero all’umanità antidiluviana le arti e i mestieri. Il più importante di questi saggi era Oannes, del quale si diceva che fosse uscito da un grande uovo. Se cerchiamo l’omologo del dio saggio anfibio Oannes nella mitologia dell’est, troviamo il dio polinesiano orientale Vatea, primo di sette fratelli nati dalla madre primordiale Vari-ma-te-takere, “che viveva dentro un uovo”.

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I maestri giunti in Mesopotamia e nel Mediterraneo con la loro tecnologia e le loro conoscenze astronomiche altro non erano che navigatori provetti partiti da una terra sommersa dall’innalzamento del mare. Del resto anche gli antichi Egizi riconducevano la propria origine a “un’isola meravigliosa del lontano Oriente, nel mare da cui sorge il sole”. Nei loro testi ci sono molti esempi di Eptadi divine supreme: così nel “Libro dei morti” leggiamo «Osiride, lo scriba Ani, la cui parola è verità, disse: sgorgai dalla materia primigenia, sono lo Ieri dei quattro punti della terra e dei sette Uraei nati nel paese d’oriente…». Lo stesso testo contiene numerosi altri rimandi ai “sette spiriti” e ai “sette dèi”.

“Orfani atlantidei” giunti anche in Calabria

nardodipace-monolitiPensare di vedere dal vivo i monoliti di Nardodipace, la “piccola Stonehenge nel cuore della Calabria”, è elettrizzante e stressante a un tempo. Elettrizzante perché pensi che hai al Sud Italia, non molto lontano da casa tua, le vestigia di una popolazione forse più antica degli Egizi e dei Sumeri — quindi precedente alla “storia ufficiale” che hai sempre conosciuto —, che lasciò le sue finora irriconoscibili impronte in un territorio, la Calabria, generalmente già “dimenticato” di suo. Lo stress invece viene dall’organizzazione: partire per Nardodipace significa alzarsi alle 5 del mattino e sorbirsi molte ore di pullman, peraltro su strade impervie e tortuose.
Per fortuna, se becchi la comitiva giusta, trovi il modo di far passare quel “tempo inerte” in modo divertente e veloce, e quasi non ti accorgi di essere già sul posto. È ciò che è accaduto al sottoscritto titolare del blog nell’ottobre 2010. È stato un piacere scoprire tutti in un colpo così tanti amici appassionati come me ai “misteri delle antiche civiltà” — e scoprire pure che fra questi si “celavano” perfino alcuni lettori dei miei libri… (resoconto fotografico qui su Facebook).

Nel 2005 scrissi: «Com’era quella scoperta che avevo fatto per gioco, a dodici anni? La mia stanza era il centro del sistema solare: l’edicola distava 150 metri (un miliardesimo della distanza Terra-Sole), il supermarket era a 770 metri (un miliardesimo della distanza Giove-Sole), la macelleria si trovava ad appena 100 metri (un miliardesimo della distanza Venere-Sole) e il tabaccaio a 230 (Marte-Sole), mentre per la stazione ferroviaria ci volevano 4,5 kilometri (Nettuno-Sole diviso un miliardo)… L’edicola era la Terra, il pianeta principale, perché a quell’epoca spendevo tutto in fumetti; la macelleria era Venere perché riguardava… la “carne”, mentre il tabaccaio era Marte perché il fumo fa male, ho-ho-ho; il supermarket non poteva che essere Giove poiché era il più grosso, ma perché la stazione ferroviaria era Nettuno? Boh? Comunque “qualcuno” aveva [misteriosamente] organizzato il mio quartiere intorno a me, e mi aveva reso il Re Sole…».
(“L’Uomo Nuovo”, Luigi Manglaviti, pag. 213)
In altre parole: le cose sono “misteriose” perché sei tu a volerle vedere così, oppure lo sono veramente? Riportata nel nostro contesto specifico, la domanda è: «Civiltà antidiluviane capaci di sollevare enormi blocchi di pietra ad altezze inusitate (come gli Egizi, come gli Olmechi, come i Khmer), oppure sconosciute popolazioni con minori pretese?». Quando arrivi di fronte ai blocchi di Nardodipace ovviamente speri di trovar tracce delle prime, sognando ancestrali imprese pari a quelle degli sconosciuti “iper-sollevatori di lastroni” di Teotihuacan o Tihuanaco o Giza; in realtà ti devi poi accontentare delle seconde. Con buona pace delle letture che hai fatto sui libri di Graham Hancock, in effetti, a Nardodipace non ci fu nulla di paragonabile alle grandi e inspiegabili opere egiziane o sudamericane. Ciò nondimeno, i blocchi rocciosi hanno un fascino del tutto particolare, e l’essere immersi in uno scenario d’una bellezza mozzafiato — bosco verde a perdita d’occhio, a oltre mille metri sul livello del mare — contribuisce ad aumentare il valore di quanto vedi. Affine più alle popolazioni megalitiche irlandesi, quelle dei tumuli e dei Tuatha De Danann, che ai “navigatori globali” che potrebbero star dietro al mito atlantideo.
Ma sognare non costa nulla. E così, malgrado la piccola “delusione”, cominci lo stesso a fantasticare, cercando segni, allineamenti, corrispondenze ai punti cardinali, al sole, alla luna, ai solstizi…

«Siamo passati dalla nostra compianta terra sprofondata nel mare con tutti i nostri morti e con l’isola che le stava accanto. Siamo passati da quel mare, attraverso uno stretto, in questo mare; siamo tuttavia rimasti sempre nel nostro emisfero (quello boreale). Nel mare lontano vivevamo esattamente entro i 180° del nostro emisfero; in questo abbiamo abitato anche terre che sconfinavano di 20 gradi nell’emisfero opposto (australe). Abbiamo risieduto per tremila anni nel sud di questo mare poi ci siamo rimessi in navigazione e una parte di noi è andata a occupare tre punti nord-ovest di questo mare e tutti gli altri si sono stabiliti oltre la grande penisola del mare di nord-est e lungo le coste orientali della penisola».
(“La città della porta”, Domenico Raso, Kaleidon editore)

Almeno Platone, nel raccontarci di Atlantide, era stato più circostanziato:
«Innanzi a quella foce stretta che si chiama colonne d’Ercole, c’era un’isola. E quest’isola era più grande della Libia e dell’Asia insieme, e da essa si poteva passare ad altre isole e da queste alla terraferma di fronte. (…) In tempi posteriori (…), essendo succeduti terremoti e cataclismi straordinari, nel volgere di un giorno e di una brutta notte (…) tutto in massa si sprofondò sotto terra, e l’isola Atlantide similmente ingoiata dal mare scomparve».
Nel “Timeo”, Platone racconta di come Solone, giunto in Egitto, fosse venuto a conoscenza da alcuni sacerdoti egizi di una antica battaglia avvenuta tra gli Atlantidei e gli antenati degli Ateniesi, che avrebbe visto vincenti i secondi. Secondo i sacerdoti, Atlantide era una monarchia assai potente, con enormi mire espansionistiche. Situata geograficamente oltre le “Colonne d’Ercole”, politicamente controllava l’Africa fino all’Egitto e l’Europa fino all’Italia. Proprio nel periodo della guerra con gli Ateniesi un immenso cataclisma fece sprofondare l’isola nell’Oceano, distruggendo per sempre la civiltà di Atlantide. Nel dialogo successivo, il “Crizia”, Platone descrive più nel dettaglio la situazione geopolitica di Atlantide, collocando il tutto novemila anni prima.
La nuova dimora dei “profughi atlantidei”, forse in Libia o in Egitto (un’equipe guidata da Robert Bauval ha da poco rinvenuto le tracce di una civiltà pre-egizia fra le sabbie del Sahara, probabile anello mancante fra “atlantidei” ed Egizi, che spiegherebbe come mai gli stessi Egizi apparvero dal nulla nel 3100 a.C. come civiltà già evoluta — ndr), sarebbe cessata per motivi che ignoriamo attorno al 5500 a.C.. Le nuove terre dell’alto Tirreno — sicuramente la Toscana e l’alto Lazio, con gli altrettanto misteriosi Etruschi, e forse anche la Sardegna dei nuraghi —, e quelle dello Jonio e dell’Adriatico, li avrebbero ospitati per altri 4.500 anni, dopo di che sarebbe iniziato il loro declino.
Quando i Danai o Achei — gente nuova venuta dal profondo Oriente sul finire del III millennio a.C., minuta, agguerrita, senza alcuna tradizione culturale — ricacciarono dall’Attica e dall’Arcadia i Pelasgi — o “Popoli del Mare” —, non ebbero forse né il tempo né l’opportunità di apprezzarne il grado di civiltà, i culti, i saperi.
Secondo la più tardiva tradizione greca, in quel rimpasto di popoli succeduto all’invasione dei cosiddetti Arii o Indoeuropei, anche il re Italo, pelasgo egli stesso, fu costretto a emigrare dall’Arcadia col suo popolo, e scelse le nostre montagne, dalle Serre all’Aspromonte. Proprio quel tratto d’Appennino, e più specificamente il territorio tra le Serre e l’acrocoro aspromontano, si chiamò “Italia” fino ai Romani.

«Più tardi, dopo la guerra di Troia (ultimo quarto del II millennio a.C.), quei rudi e spicciativi conquistatori sulle spiagge dello Jonio crotoniate e cauloniatide entrarono in contatto con gli ultimi “Popoli del Mare” rimastivi; non ne capirono la parlata e la prescrittura e tanto meno le strane usanze religiose; restarono colpiti dalla loro struttura possente, e bellissime e molto coraggiose erano le loro donne: traendo anche spunto dai loro incredibili monumenti di pietra li demonizzarono come pericolosi, selvaggi, “giganti” mangiatori di uomini, dediti alla pirateria e manipolatori di macigni».
(“La città della porta”, Domenico Raso)
Senza altre informazioni sui loro saperi astronomici, sui culti del Sole e della Luna, sulla loro remotissima storia, riportarono in Grecia le leggende dei Lestrigoni e delle Amazzoni loro regine, e di quella favola si impadronì la tradizione omerica, che ne fece uno degli episodi più avventurosi dell’Odissea.
Ma forse questa nomea era passata in Grecia già dall’VIII Sec. a.C., dagli ambiti calcidesi dello Stretto, dove Anassilao, tiranno reggino impadronitosi nel IV Sec. a.C. di Zancle, rinominata Messina, si trovò ancora a combattere sui boschi aspromontani e sui Peloritani gli ultimi discendenti del “Popolo del Mare”, quei “Siculi” e “Itali” che al cominciare della precolonizzazione (X Sec. a.C.) si erano incamminati verso la Sicilia orientale, ultima e definitiva terra del loro esodo plurimillenario.

È plausibile? Nardodipace conserva attraverso quelle pietre, disposte in un modo che nessun fenomeno naturale potrebbe inventarsi, le tracce concrete di quegli scomparsi Pelasgi di cui oggi i genetisti stanno ricostruendo le tracce laddove l’Archeologia resta muta? Le impronte di “re Italo”? Le orme dei “profughi di Atlantide” (genti in fuga dal “diluvio”) che trovarono rifugio, fra gli altri luoghi, proprio in Calabria?
Insomma, è vero o soltanto verosimile? La risposta può sorprendere: è entrambe le cose. In assenza di università e studiosi seri, l’argomentazione che puoi fare avviene mediante falsa associazione: se due fatti hanno qualcosa in comune, significa che “sono collegati”. Chi oserebbe negare che la Calabria si chiamava Brutium? E che l’Italo che ha dato il nome alla penisola viveva in Calabria? E che abbiamo un “Bruto/Bretto” sia negli echi grecoantichi che in quelli proto-britannici? Calabria, Atlantide, Grecia, Britannia… è tutto “collegato”, e c’è di mezzo perfino il Graal!
Alla fine della giornata, con i polmoni pieni di ottima aria e lo stomaco di ottimi funghi, lasci Nardodipace e i suoi meravigliosi boschi senza aver trovato alcuna vera prova di nulla (anche perché non sei Graham Hancock!, e neanche il meno pretenzioso prof. Raso), ma con due confortevoli convinzioni: 1) anche nella presunta patria di Italo si mangia e si beve alla grande, e 2) l’unica linea di continuità fra le società antiche e quelle moderne è il “culto del verosimile”, assai più ricco, divertente e appagante rispetto alla politicamente corretta — ma noiosa! — deferenza per la Verità.

Ma se “giù al Sud” non disponi né di Genetisti né di Archeologi sensibili…

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Il secondo lastrone di Capo Bruzzano, con la figura sormontata da uno strano copricapo che termina a punta in avanti

Quello che invece non può proprio andarti giù è che 4 anni più tardi ti capita una nuova “avventura”, stavolta involontaria, su una spiaggia sempre di questa misteriosa Calabria: ancora più a Sud, proprio in quel Capo Bruzzano dove tradizione vuole siano sbarcati i “primi colonizzatori greci” (VIII Sec. a.C.). Due pesanti lastroni, di sconosciuta fattura, giacciono sulla battigia a lasciarsi consumare dalle onde: sulla superficie dei lastroni, due bassorilievi; uno dei due bassorilievi, apparentemente il meno pregiato dei due, assomiglia in modo straordinario alle antiche divinità sumeriche/assire Tammuz (o Dumuzi) e Mithra.
«Come, Sumeri?! Come, Assiri? Come, Ittiti, o Fenici, o Pelasgi o profughi del Sudest asiatico o quel che sia?! Allora i Greci furono non i primi ma solo gli ultimi arrivati, fra i civilizzatori?», ti dici. E cerchi subito di metterti in contatto con le “autorità” (Direzione Regionale Beni Culturali e Paesaggistici della Calabria, Soprintendenza ai Beni Archeologici, Soprintendenza per i Beni Architettonici/Paesaggistici/Storici, Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri). 4 anni, senza che sia stato possibile ricevere risposta — né ufficiale né ufficiosa — degli “esperti” e dalle “autorità”!
L’intero episodio, con le testimonianze anche video, è raccontato in quest’altro blogpost.

E pur essendo ormai pervasivamente convinto che l’iniziale e già millenaria storia dei luoghi in cui vivi sia da riscrivere (e pure in modo sorprendente), sei costretto a “consolarti” accontentandoti di leggere i resoconti degli studi di altri, le magnifiche e progressive ipotesi corroborate da prove interdisciplinari che utilizzano indifferentemente miti del diluvio e Genetica, ritrovamenti archeologici e Linguistica, le indagini e le ricerche delle “vere autorità che stanno altrove” — le università del Nord, gli inglesi, gli americani, i tedeschi, non ultimi i furboni come i Graham Hancock e i Robert Bauval che si arricchiscono con celebri libri basati su mirabolanti quanto indimostrabili teorie —, ’ché tanto tu, calabrese di nascita, proprio in quanto calabrese sarai sempre costretto volente o nolente a non avere alcun ruolo.

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