Thu 23 Nov 2006
Il gran visir dei NeoCon se ne va! Che succede?
Donald Rumsfeld si è dimesso.
La sua decisione è stata ufficializzata poche ore dopo la disfatta
elettorale del partito repubblicano del presidente Bush alle elezioni
di medio termine. Il suo posto è preso dall’ex direttore della CIA,
Robert Gates. Il capo del Pentagono — uno dei bersagli privilegiati sia
dei democratici che dei repubblicani nella campagna elettorale appena
conclusa — è considerato da molti analisti politici il simbolo della
politica fallimentare dell’amministrazione repubblicana nella guerra in
Iraq e una delle ragioni della sconfitta elettorale. Le sue dimissioni,
ha dichiarato George W. Bush, erano già state concordate, ma il leader
della Casa Bianca avrebbe evitato di annunciarle per non turbare la
campagna elettorale.
L’imperialismo ha sempre avuto
come base lo stato-nazione, l’economia stessa dipendeva dalla forza
dello stato-nazione. L’imperialismo è quindi basato su una dialettica
del ‘dentro’ e del ‘fuori’. Il mondo era diviso da frontiere stabili, e
quindi, appunto, un ‘dentro’ ed un ‘fuori’. Il mondo di oggi non è
piatto ed indifferenziato, ma non c’è un ‘fuori’. Questo è l’Impero:
tutto è ‘dentro’ alla produzione capitalistica. Il capitale approfitta di comunicazione e affetto. Per questo siamo contaminati. Dobbiamo, dall’interno, aumentare le contraddizioni. Giochiamo su una linea sottile, ma è la strategia giusta.
L’11 settembre 2001, la guerra globale permanente dichiarata da George W. Bush (manichino dei NeoCon e dei massoni
atlantici) e dai suoi alleati, ha messo in discussione questa visione.
Non solo i guerrafondai, ma persino i nostalgici del socialismo
novecentesco si ringalluzzirono. Pareva che le vecchie forme di
colonialismo fossero resuscitate e che, di fronte alla pesantezza degli
eserciti, ci fosse poco da ragionare sull’«egemonia della produzione
immateriale». Adesso, dopo più di 5 anni, Bush ha perso guerra infinita
ed elezioni politiche.
Il colpo di stato dell’amministrazione statunitense nell’Impero è completamente fallito. Dal punto di vista militare, il simbolo del fallimento è il segretario alla difesa dimissionario Donald Rumsfeld. L’ex ministro di Bush aveva cercato di sviluppare una nuova strategia militare, attraverso cui la tecnologia doveva colmare il divario della guerra asimmetrica. Ciò che chiamavano «Rivoluzione degli affari militari» era il tentativo di trasformare l’esercito in un apparato leggero, flessibile, mobile, utilizzando alte tecnologie. Mobilitando relativamente pochi uomini, si puntava ad avere una forza maggiore dell’avversario, che era maggioritario.
Ora si è visto che anche in guerra il lavoro vivo
batte il capitale fisso. La resistenza all’occupazione è produzione di
soggettività, mentre la macchina della guerra tecnologica non è capace
di creare soggettività. Il patriottismo, una volta, funzionava come
produttore di soggettività. Adesso si tratta solo d’un’armata di
mercenari.Dal punto di vista economico, come è fallito il golpe?
In Iraq hanno provato a costruire uno stato neoliberale facendo
tabula rasa di quello che c’era prima, distruggendo qualsiasi organismo
preesistente. Questo era il compito di Paul Bremer, il
responsabile del governo provvisorio iracheno. In Iraq hanno
sperimentato una via d’uscita alla crisi del neoliberismo, e ciò ha
suscitato l’opposizione sociale. Volevano un’economia neoliberale
assoluta e «pura», per rispondere alla crisi generale e globale. In
questo senso, si può costruire una linea diretta dal Cile del 1973
all’Iraq del 2003. Un colpo di stato militare, sociale ed economico per
costruire un laboratorio liberista.
C’è poi un fallimento politico. Qui la figura centrale è Dick Cheney, il vice-Bush. Il tentativo dei NeoCon era quello di trasformare Washington in “Roma” (la Roma dell’Impero Romano di duemila anni fa), di gestire il governo dell’impero globale da un unico centro. Questi signori hanno una lettura dei fatti ideologica, completamente staccata dalla realtà. L’egemonia degli Stati uniti era stata pensata senza cogliere la necessità di creare le basi perché questa egemonia si sviluppasse. Il consenso era dato per scontato. È come se Cheney si fosse bevuto la storia dei carri armati statunitensi accolti dai fiori, dai baci e dagli applausi dalla gente di Baghdad. Anche negli Stati uniti il consenso è stato trascurato. Ciò è stato segno d’arroganza. Eppure, con l’11 settembre, Bush aveva un grande capitale da investire in termini di consenso, sia in patria che all’estero… Lo avevano progettato apposta!
Dopo la prima fase di mobilitazione contro la guerra, nel 2003, negli Stati uniti il movimento anti-imperiale si è trasformato in un movimento contro la rielezione di Bush. Quindi è stato sconfitto: era il 2004, ed è sparito. Nell’agosto del 2005, dopo il disastro dell’uragano Kathrina, l’opinione pubblica si è schierata contro Bush. I fatti di New Orleans hanno evidenziato il razzismo strutturale degli Stati uniti e la corruzione creata dalle politiche neoliberali. New Orleans e Baghdad sono vicine, da questo punto di vista. In Iraq c’erano migliaia di morti, e la sconfitta del progetto di Bush si è svelata in quei giorni terribili di New Orleans.
In Italia i movimenti sociali si sono radicati sul territorio e hanno dato vita a vertenze locali. Negli Stati Uniti ci sono migliaia di progetti locali, anche contro le basi militari, alcuni durano da anni. Ma sono molto meno visibili che in Italia. È difficile leggere i movimenti statunitensi da questo punto di vista, perché appaiono in maniera improvvisa e poi scompaiono altrettanto improvvisamente. Sicuramente queste energie poi si depositano in progetti locali, ma non ci sono state grandi lotte in cui è riconoscibile l’energia dei movimenti sociali che si muovono sulle grandi tematiche. In Italia ciò avviene nelle lotte ambientaliste contro le “grandi opere” (come in Val di Susa contro l’Alta Velocità), nella MayDay (primo maggio del lavoro precario), o nelle campagne contro i “Centri di detenzione per migranti”.
E il Partito Democratico che fine ha fatto? Aspetta Hillary Clinton?
Gli Stati Uniti non hanno alcuna speranza nei Democratici. Le elezioni
del Congresso ci consegnano il risultato migliore, perché per due anni
avremo il governo USA bloccato, costretto a gestire la sconfitta. E il
Congresso può disporre del potere d’inchiesta. Durante questi sei anni
c’era un governo che agiva con modalità segrete. Invece adesso potremo sapere molte cose, in questi due anni avremo più informazioni su ciò che è successo.
(Sì: sono un illuso!, ma preferisco sperare…)
Anche
a Norimberga i vincitori hanno processato i vinti. Ma almeno il
processo è stato equo. A Bagdad si è invece celebrata una farsa. I
giudici sono stati nominati dall’esecutivo (il Consiglio di governo) e
da esso sostituiti quando non si allineavano sulle posizioni ufficiali
delle autorità o si dimostravano scarsamente efficaci. Il tribunale sin
dall’inizio è stato finanziato dagli Usa, che hanno anche elaborato il
suo Statuto, poi formalmente approvato dall’Assemblea nazionale
irachena, nell’agosto 2005. Imputazioni precise contro gli otto
imputati sono state formulate solo a metà processo. La Corte non ha
consentito alla difesa di convocare un certo numero di testimoni a
discarico che dovevano ancora essere ascoltati.
La figura biblica che unisce più di tutte è quella di
La
Bibbia ovviamente è prodiga di particolari sul primo dei due patti,
dato che racconta le vicende degli ebrei. Ma a margine della cronaca
ebraica ci sono altri dati a favore della sussistenza dell’altro patto
e di un rispetto reciproco. Isacco nella vita adulta va a fare visita
al fratello Ismaele. E poi Ismaele partecipa anche ai funerali di Sara
e dello stesso Abramo. Quando Ismaele muore, vengono profuse nel
Vecchio Testamento le stesse parole che si usano nei confronti dei
giusti.
Un
altro dato stranamente poco noto in Occidente è la popolarità di Gesù
nel mondo musulmano. Per i musulmani Gesù è un profeta molto
particolare, perché ha portato (di persona) la parola di Dio a un
livello analogo al Corano. Molti sapienti musulmani fanno un parallelo
fra l’eucarestia dei cristiani e la recitazione dei versi del Corano.
Nell’Islam si ritiene che Gesù sia il “maestro del soffio divino della
vita”. Inoltre, il Corano riconosce grande importanza a Maria di cui si
sottolinea lo stato di verginità.
E
il ruolo di Gesù (lbn Mariam, cioè figlio di Maria), nato sì a
Betlemme, ma sotto una palma, e che per il Corano non è mai morto in
quanto Dio lo avrebbe elevato in cielo da vivo, è fondamentale per i
musulmani. Anche loro credono nel giorno del giudizio, ma non pensano
che a giudicarli verrà il loro amato profeta Muhammad (Maometto). Chi
allora? A tornare sulla Terra sarà proprio il padre della religione
cristiana: il compito, è scritto nel Corano, sarà di Gesù. L’Islam
riconosce i profeti biblici della tradizione ebraica, la figura di Gesù
e molti santi cristiani.