Donald Rumsfeld si è dimesso.
La sua decisione è stata ufficializzata poche ore dopo la disfatta elettorale del partito repubblicano del presidente Bush alle elezioni di medio termine. Il suo posto è preso dall’ex direttore della CIA, Robert Gates. Il capo del Pentagono — uno dei bersagli privilegiati sia dei democratici che dei repubblicani nella campagna elettorale appena conclusa — è considerato da molti analisti politici il simbolo della politica fallimentare dell’amministrazione repubblicana nella guerra in Iraq e una delle ragioni della sconfitta elettorale. Le sue dimissioni, ha dichiarato George W. Bush, erano già state concordate, ma il leader della Casa Bianca avrebbe evitato di annunciarle per non turbare la campagna elettorale.

L’imperialismo ha sempre avuto come base lo stato-nazione, l’economia stessa dipendeva dalla forza dello stato-nazione. L’imperialismo è quindi basato su una dialettica del ‘dentro’ e del ‘fuori’. Il mondo era diviso da frontiere stabili, e quindi, appunto, un ‘dentro’ ed un ‘fuori’. Il mondo di oggi non è piatto ed indifferenziato, ma non c’è un ‘fuori’. Questo è l’Impero: tutto è ‘dentro’ alla produzione capitalistica. Il capitale approfitta di comunicazione e affetto. Per questo siamo contaminati. Dobbiamo, dall’interno, aumentare le contraddizioni. Giochiamo su una linea sottile, ma è la strategia giusta.
L’11 settembre 2001, la guerra globale permanente dichiarata da George W. Bush (manichino dei NeoCon e dei massoni atlantici) e dai suoi alleati, ha messo in discussione questa visione. Non solo i guerrafondai, ma persino i nostalgici del socialismo novecentesco si ringalluzzirono. Pareva che le vecchie forme di colonialismo fossero resuscitate e che, di fronte alla pesantezza degli eserciti, ci fosse poco da ragionare sull’«egemonia della produzione immateriale». Adesso, dopo più di 5 anni, Bush ha perso guerra infinita ed elezioni politiche.

Il colpo di stato dell’amministrazione statunitense nell’Impero è completamente fallito. Dal punto di vista militare, il simbolo del fallimento è il segretario alla difesa dimissionario Donald Rumsfeld. L’ex ministro di Bush aveva cercato di sviluppare una nuova strategia militare, attraverso cui la tecnologia doveva colmare il divario della guerra asimmetrica. Ciò che chiamavano «Rivoluzione degli affari militari» era il tentativo di trasformare l’esercito in un apparato leggero, flessibile, mobile, utilizzando alte tecnologie. Mobilitando relativamente pochi uomini, si puntava ad avere una forza maggiore dell’avversario, che era maggioritario.

Ora si è visto che anche in guerra il lavoro vivo batte il capitale fisso. La resistenza all’occupazione è produzione di soggettività, mentre la macchina della guerra tecnologica non è capace di creare soggettività. Il patriottismo, una volta, funzionava come produttore di soggettività. Adesso si tratta solo d’un’armata di mercenari.Dal punto di vista economico, come è fallito il golpe?
In Iraq hanno provato a costruire uno stato neoliberale facendo tabula rasa di quello che c’era prima, distruggendo qualsiasi organismo preesistente. Questo era il compito di Paul Bremer, il responsabile del governo provvisorio iracheno. In Iraq hanno sperimentato una via d’uscita alla crisi del neoliberismo, e ciò ha suscitato l’opposizione sociale. Volevano un’economia neoliberale assoluta e «pura», per rispondere alla crisi generale e globale. In questo senso, si può costruire una linea diretta dal Cile del 1973 all’Iraq del 2003. Un colpo di stato militare, sociale ed economico per costruire un laboratorio liberista.

C’è poi un fallimento politico. Qui la figura centrale è Dick Cheney, il vice-Bush. Il tentativo dei NeoCon era quello di trasformare Washington in “Roma” (la Roma dell’Impero Romano di duemila anni fa), di gestire il governo dell’impero globale da un unico centro. Questi signori hanno una lettura dei fatti ideologica, completamente staccata dalla realtà. L’egemonia degli Stati uniti era stata pensata senza cogliere la necessità di creare le basi perché questa egemonia si sviluppasse. Il consenso era dato per scontato. È come se Cheney si fosse bevuto la storia dei carri armati statunitensi accolti dai fiori, dai baci e dagli applausi dalla gente di Baghdad. Anche negli Stati uniti il consenso è stato trascurato. Ciò è stato segno d’arroganza. Eppure, con l’11 settembre, Bush aveva un grande capitale da investire in termini di consenso, sia in patria che all’esteroLo avevano progettato apposta!

Dopo la prima fase di mobilitazione contro la guerra, nel 2003, negli Stati uniti il movimento anti-imperiale si è trasformato in un movimento contro la rielezione di Bush. Quindi è stato sconfitto: era il 2004, ed è sparito. Nell’agosto del 2005, dopo il disastro dell’uragano Kathrina, l’opinione pubblica si è schierata contro Bush. I fatti di New Orleans hanno evidenziato il razzismo strutturale degli Stati uniti e la corruzione creata dalle politiche neoliberali. New Orleans e Baghdad sono vicine, da questo punto di vista. In Iraq c’erano migliaia di morti, e la sconfitta del progetto di Bush si è svelata in quei giorni terribili di New Orleans.

In Italia i movimenti sociali si sono radicati sul territorio e hanno dato vita a vertenze locali. Negli Stati Uniti ci sono migliaia di progetti locali, anche contro le basi militari, alcuni durano da anni. Ma sono molto meno visibili che in Italia. È difficile leggere i movimenti statunitensi da questo punto di vista, perché appaiono in maniera improvvisa e poi scompaiono altrettanto improvvisamente. Sicuramente queste energie poi si depositano in progetti locali, ma non ci sono state grandi lotte in cui è riconoscibile l’energia dei movimenti sociali che si muovono sulle grandi tematiche. In Italia ciò avviene nelle lotte ambientaliste contro le “grandi opere” (come in Val di Susa contro l’Alta Velocità), nella MayDay (primo maggio del lavoro precario), o nelle campagne contro i “Centri di detenzione per migranti”.

E il Partito Democratico che fine ha fatto? Aspetta Hillary Clinton?
Gli Stati Uniti non hanno alcuna speranza nei Democratici. Le elezioni del Congresso ci consegnano il risultato migliore, perché per due anni avremo il governo USA bloccato, costretto a gestire la sconfitta. E il Congresso può disporre del potere d’inchiesta. Durante questi sei anni c’era un governo che agiva con modalità segrete. Invece adesso potremo sapere molte cose, in questi due anni avremo più informazioni su ciò che è successo.
(Sì: sono un illuso!, ma preferisco sperare…)

Anche a Norimberga i vincitori hanno processato i vinti. Ma almeno il processo è stato equo. A Bagdad si è invece celebrata una farsa. I giudici sono stati nominati dall’esecutivo (il Consiglio di governo) e da esso sostituiti quando non si allineavano sulle posizioni ufficiali delle autorità o si dimostravano scarsamente efficaci. Il tribunale sin dall’inizio è stato finanziato dagli Usa, che hanno anche elaborato il suo Statuto, poi formalmente approvato dall’Assemblea nazionale irachena, nell’agosto 2005. Imputazioni precise contro gli otto imputati sono state formulate solo a metà processo. La Corte non ha consentito alla difesa di convocare un certo numero di testimoni a discarico che dovevano ancora essere ascoltati.
Inoltre, molti documenti prodotti dall’accusa contro gli imputati (tra cui l’ordine di Saddam Hussein di eseguire la condanna a morte inflitta ai civili che avrebbero attentato alla vita del dittatore e l’ordine di conferire onorificenze alle forze di sicurezza che avevano arrestato e interrogato i presunti colpevoli), sono stati contestati dalla difesa, che ha affermato trattarsi di falsi. Per verificarne l’autenticità, il tribunale non ha convocato esperti internazionali (come sarebbe stato doveroso), ma esperti iracheni che, secondo la difesa, erano legati a filo doppio all’attuale ministero dell’interno iracheno. Insomma, un processo privo di qualsiasi seria garanzia dei diritti della difesa.
Certo, non è facile processare un ex dittatore che cerca di usare le udienze pubbliche per comizi e polemiche politiche. I giudici però non avrebbero dovuto rispondere alle arringhe pretestuose dell’ex-dittatore urlando più di lui o espellendolo dalla sala delle udienze, ma con equilibrio e serenità, limitando ad esempio il suo tempo di parola, inducendolo a discutere i problemi specifici del processo, e soprattutto affrontando seriamente i problemi giudiziari che gli avvocati di Saddam sollevavano. In una parola, mostrandosi pazienti, equilibrati ed imparziali.
La condanna a morte dei tre maggiori imputati è sbagliata sotto un triplice profilo. Anzitutto, si tratta di una punizione che non è affatto credibile perché conclude un processo-farsa. In secondo luogo, la pena capitale è stata oramai condannata dalla vasta maggioranza della comunità internazionale. Anche se paesi come gli USA e la Cina continuano a praticarla, si può dire che la pena di morte è diventata, sul piano internazionale, se non illegale, almeno illegittima. Prova ne sia che tutti i tribunali internazionali finora istituiti dalle Nazioni Unite (alcuni, come quello dell’Aja per l’ex Jugoslavia e quello per il Ruanda, con il fortissimo sostegno degli americani) bandiscono la pena di morte.
Lo stesso vale per la Corte penale internazionale, il primo tribunale internazionale a vocazione universale, che oramai agisce come suprema istanza penale internazionale per ben 104 Stati. In terzo luogo, la pena di morte inflitta ai tre imputati costituisce un grave errore politico, perché naturalmente aggraverà la situazione in Iraq. Il paese è da tempo in preda ad una sanguinosa guerra civile, anche se i vertici statunitensi, per ragioni politiche, si ostinano a negare che sia in atto una vera e propria insurrezione armata. Saddam Hussein diventerà un martire, oltre ad essere già considerato un eroe dell’antiamericanismo. L’odio per il gruppo dirigente iracheno e per gli americani aumenterà a dismisura e i massacri si moltiplicheranno.
L’appello che subito interporranno i condannati non potrà che rinviare l’esecuzione capitale, anche in attesa che vengano celebrati contro l’ex dittatore altri processi, per fatti, tra cui il genocidio dei Curdi negli anni ‘80, che appaiono obiettivamente molto più gravi del massacro di Dujail. In breve, in Iraq anche sul versante della giustizia è stata imboccata una strada radicalmente sbagliata, e appare assai probabile che si arriverà alla peggiore soluzione possibile.
Per George W. Bush, il tiranno iracheno è il solo trofeo di una guerra sfortunata da esibire. Il verdetto che manda Saddam Hussein al capestro rispolvera il trofeo di George W. Bush del quale ci si era quasi dimenticati. E lo esibisce proprio alla vigilia di un importante voto americano sul quale pesa il disastroso bilancio della guerra irachena. I crimini del regime spazzato via dalle truppe americane entrate a Bagdad nella primavera del 2003 non sono stati cancellati. Quel che è accaduto dopo e sta ancora accadendo non li ha mandati in prescrizione. I massacri di curdi e di sciiti, a volte anche con armi chimiche, sono stampati nelle memorie e sono ancora all’origine di molte vendette. Ma i 650mila morti civili iracheni (secondo la rispettabile rivista britannica “Lancet”) dall’inizio dell’intervento americano, e la media di oltre 100 vittime quotidiane, cosi come l’esodo di più di un milione di iracheni verso i paesi vicini, spingono la popolazione delle province centrali, dove più infuria la violenza, a rimpiangere i tempi in cui Saddam imponeva l’ordine col terrore.
Il verdetto del tribunale speciale di Bagdad riguarda il massacro di 148 sciiti nel villaggio di Dujail, dopo un fallito attentato alla vita del rais, vale a dire una delle tante repressioni, non la più grave. In molte altre occasioni le vittime sono state migliaia. La pena di morte inflitta a Saddam “per crimini contro l’umanità” in questo primo processo sembra voler ricordare al momento opportuno, agli elettori americani, che se Saddam non possedeva le armi di distruzione di massa e non era complice di Al Qaeda, e quindi degli attentatori delle Torri Gemelle di New York, come pretendeva a torto Bush per giustificare la guerra, egli resta comunque un dittatore sanguinario che l’America ha spodestato e consegnato alla giustizia del suo paese. È impossibile contestare questa verità, riproposta non solo agli americani.
È vero, dunque, l’America di Bush ha cacciato un criminale dal potere in un grande paese del Medio Oriente. Ma come un ingegnere che, dopo accurati calcoli, estirpa una trave marcia e fa crollare un edificio, cosi Bush ha eliminato Saddam con un’impeccabile e rapida operazione militare durata pochi giorni, ma ha provocato un conflitto che dura da anni e di cui non si vede la fine. Se George W. Bush avesse voluto un processo regolare, se avesse voluto una giustizia imparziale, avrebbe consegnato Saddam Hussein al Tribunale Penale Internazionale dell’Aja.
Il processo, è vero, sarebbe durato anni e non si sarebbe concluso con una condanna a morte, perché il TPI esclude la pena capitale, ma ci sarebbe stato un dibattimento trasparente, lontano dalle passioni di una guerra civile. Non era gradito un processo durante il quale sarebbero emerse le innumerevoli complicità tra Saddam e gli americani, in particolare quando Saddam era il potente rais laico che si opponeva all’islamismo iraniano. Durante la guerra Iran-Iraq, egli rappresentava la grande diga di fronte alla Repubblica islamica di Khomeini. E quando, dopo la prima guerra del Golfo (1991) annientò la guerriglia sciita nel Sud dell’Iraq, gli americani che l’avevano favorita e illusa, lasciarono Saddam agire indisturbato.
Di questo non si è parlato nell’aula bunker del tribunale speciale iracheno. La violenza è aumentata e aumenta al punto da convincere un numero sempre più robusto di generali americani e inglesi che la partita irachena non può essere vinta dall’esercito più potente del mondo (e forse della storia). La parola “caos” ricorre sempre più spesso ad indicare una situazione che sfugge ad ogni azione razionale, militare o politica.
Non esistevano e non esistono dubbi sui crimini di Saddam. Ma chi l’ha giudicato l’ha fatto con lo spirito di chi partecipa a una guerra civile. Gli americani non volevano assumersi quel compito, in quanto “vincitori”, e l’hanno lasciato agli iracheni. I quali non erano nelle condizioni di rispettare una procedura normale. Il primo ministro, Nuri Kamal al-Maliki, uno sciita, è stato chiaro quando, subito dopo la sentenza, ha dichiarato che essa servirà da esempio ai terroristi. Se il conflitto iracheno, come lasciano chiaramente intendere i generali americani, non sembra risolvibile sul piano militare, la condanna a morte (benché non esecutiva immediatamente), compromette qualsiasi, sia pur remota, possibilità di aprire uno spazio politico.
La trappola irachena funziona inesorabile. Se abbattuto il tiranno si è disgregato il paese, adesso la sua condanna alla forca, giustificata ma decisa in modo sommario, promuove il rais al ruolo di martire e simbolo della rivolta sunnita, e alimenta al tempo stesso l’intransigenza sciita che punta su una rapida esecuzione della sentenza.
Perciò il trofeo di Bush continua a trasformarsi in un boomerang.

Nel nome di uno stesso Dio, ebrei cristiani e musulmani pregano, amano, guardano al futuro, ma può accadere che si facciano anche la guerra. Negli ultimi tempi si tende a rimarcare differenze piuttosto che somiglianze: si utilizzano luoghi comuni, scambiando tradizioni locali per vera religione.
Quasi mai però si fa riferimento alle dottrine originali di queste religioni, che rivelano quanti siano i punti in comune fra le tre grandi fedi monoteiste, che tutte insieme rappresentano il credo di quasi due terzi degli abitanti della Terra. E fanno capire che sono così sostanziali da rendere assurda e incoerente qualsiasi pretesa di diffidare degli appartenenti ad altre religioni (o, peggio ancora, nel vedere in loro “infedeli” o nemici da combattere).
La figura biblica che unisce più di tutte è quella di Abramo, il padre spirituale (e forse anche reale) di ebrei, cristiani e musulmani. Abramo fu il grande pensatore che scopri l’evidenza diretta di un Dio unico. Fu il fondatore del monoteismo. Dal suo seme nacquero Ismaele, dal quale sono discesi gli arabi o israeliti, e Isacco, da cui vennero gli ebrei (e poi i cristiani). Nella Bibbia si sancisce la parentela fra ebrei, cristiani e musulmani: la moglie di Abramo, Sara, non può avere figli e allora prega una schiava, Agar, di concepire un bambino con Abramo al posto suo. Una sorta di ricorso alla pratica moderna dell’utero in affitto, perfettamente accettabile a quell’epoca. Nasce Ismaele e poi, per intervento divino, già molto avanti nell’età, Sara riesce a partorire lei stessa un figlio, Isacco. Incomprensioni fra Sara e Agar costringono Abramo a mandare via di casa, a malincuore, la schiava con Ismaele. Vanno nel deserto, dove però vengono sempre aiutati da un angelo mandato da Dio.
E qui si scopre un secondo punto importante: nella Bibbia l’angelo rassicura Agar dicendo che anche Ismaele fonderà un grande “popolo di Dio”. Quindi la Bibbia afferma che Dio fece un patto con Abramo e la sua discendenza attraverso Isacco (gli ebrei e, in seguito, i cristiani), ma che fece qualcosa di simile anche con Ismaele (i musulmani).
La Bibbia ovviamente è prodiga di particolari sul primo dei due patti, dato che racconta le vicende degli ebrei. Ma a margine della cronaca ebraica ci sono altri dati a favore della sussistenza dell’altro patto e di un rispetto reciproco. Isacco nella vita adulta va a fare visita al fratello Ismaele. E poi Ismaele partecipa anche ai funerali di Sara e dello stesso Abramo. Quando Ismaele muore, vengono profuse nel Vecchio Testamento le stesse parole che si usano nei confronti dei giusti.
L’importanza del patriarca è riconosciuta anche dal Corano, dove si racconta il sacrificio compiuto da Abramo (senza specificare però il nome del figlio che il padre, messo alla prova da Dio, stava per immolare).
La festa più importante dell’Islam, la ‘id aI-adha, ricorda proprio il sacrificio di Abramo, simbolo della sottomissione a Dio, ma anche della misericordia divina. Abramo e Ismaele, secondo il Corano, avrebbero insieme fondato la Kaaba della Mecca (la struttura che conserva la Pietra Nera), a confermare lo strettissimo grado di parentela fra ebrei (da cui si distaccarono i cristiani) e musulmani. Che si riflette anche dal punto di vista culturale: Abramo, che a 75 anni, su chiamata del Signore, lascia la casa del padre (un venditore di idoli) per fondare il “popolo di Dio”, è l’uomo che rompe i ponti con il passato, è il superamento del mito di Ulisse e del concetto greco dell’eterno ritorno. Con Dio non si torna indietro, si bruciano le navi e si va avanti, verso il cambiamento.
Con Abramo la Religione diventa Storia: se prima la religione era legata a una dimensione mitica della creazione, in un tempo indefinito, al di fuori di una dimensione storica, nella Bibbia Dio si muove nella storia e, anzi, ne determina con gli uomini gli avvenimenti. Dà modo di affrontare eventi particolari (come il cambiamento delle stagioni, le carestie o la morte), e il credo diventa pratica quotidiana, portatrice di etica e di valori che tutti devono rispettare nella società.
Un altro dato stranamente poco noto in Occidente è la popolarità di Gesù nel mondo musulmano. Per i musulmani Gesù è un profeta molto particolare, perché ha portato (di persona) la parola di Dio a un livello analogo al Corano. Molti sapienti musulmani fanno un parallelo fra l’eucarestia dei cristiani e la recitazione dei versi del Corano. Nell’Islam si ritiene che Gesù sia il “maestro del soffio divino della vita”. Inoltre, il Corano riconosce grande importanza a Maria di cui si sottolinea lo stato di verginità.

E il ruolo di Gesù (lbn Mariam, cioè figlio di Maria), nato sì a Betlemme, ma sotto una palma, e che per il Corano non è mai morto in quanto Dio lo avrebbe elevato in cielo da vivo, è fondamentale per i musulmani. Anche loro credono nel giorno del giudizio, ma non pensano che a giudicarli verrà il loro amato profeta Muhammad (Maometto). Chi allora? A tornare sulla Terra sarà proprio il padre della religione cristiana: il compito, è scritto nel Corano, sarà di Gesù. L’Islam riconosce i profeti biblici della tradizione ebraica, la figura di Gesù e molti santi cristiani. Siamo tutti discendenti di Abramo, ma ancor prima di Sem (altra figura biblica), dal quale vengono i popoli semitici. Una discendenza confermata anche dalla scienza: la moderna genetica ha dimostrato che ebrei e palestinesi sono geneticamente uguali, hanno gli stessi antenati.

La dimensione etica delle tre grandi religioni non deriva solo da un concetto di parentela: più importante ancora è il loro carattere universale, cioè aperto a tutti.
Saulo di Tarso, il grande promotore della religione cristiana e colui che prese le distanze dal mondo ebraico, nella Lettera ai Romani e in altre epistole fa riferimento ad Abramo con un numero di citazioni inferiori solo a quelle dedicate a Gesù. E sottolinea che Abramo scoprì Dio ben prima del patto della circoncisione (praticata poi anche dai musulmani) e che pertanto non è necessario circoncidersi e far parte della stirpe ebraica per seguire il Signore.
Le tre grandi religioni non sono nate “aristocratiche” e hanno la caratteristica di rivolgersi a tutti con una certa attenzione ai problemi sociali. Quella ebraica è stata la religione di un popolo di schiavi, quella cristiana inizia come speranza per gli oppressi, quella musulmana ha pure fondato il suo successo fra gli umili.
Non è un caso che uno dei cinque pilastri dell’islam sia la decima, l’elemosina del 10 per cento del proprio guadagno per i bisognosi. In pratica è l’altra faccia della carità cristiana o della solidarietà ebraica. Le tre religioni monoteistiche hanno in comune la ricerca del bene, la pratica quotidiana della preghiera e un forte interesse per la collettività; e poi il senso di giustizia, il rispetto per i bisogni del prossimo, della vita, l’idea che tutti sono figli di Dio, la sacralità della famiglia, ancora punto di appoggio fondamentale per gli esseri umani.
Ce n’è insomma a sufficienza per pensare che le tre religioni, invece che per cementare l’odio reciproco, possano servire per combatterlo. La religione non è mai la causa diretta dei massacri, ma un pretesto per farli. E la Storia dimostra che la religione non è mai in primo piano fra le cause di una guerra: a seconda delle epoche, la guerra può avvalersi di contenuti più o meno sacri, che appaiono però secondari rispetto a obiettivi sociali e politici, e questa è una verità che gli esperti conoscono. Dato che morire per prosaici motivi economici di conquista non è edificante, si offrono agli individui che devono combattere motivi alti: la religione ovviamente ne contiene parecchi. Ci sono poi guerre definite laiche che arrivano ad avere forti connotati religiosi (la guerra civile spagnola) e guerre cosiddette religiose con contenuti laici (il saccheggio dei lanzichenecchi a Roma nel 1507, o la battaglia di Lepanto, in realtà una lotta per il possesso di Cipro). Il tentativo di spacciare una guerra come “religiosamente pura” è solo un alibi. Lo stesso Sant’Agostino non parlava di guerra giusta, voleva solo affermare il “principio legale” della guerra, dove la responsabilità non riguarda più il singolo cristiano, ma i governi. Per non parlare del Jihad, che ha soprattutto a che fare con la lotta interiore, ma che continua a essere tradotto come guerra agli infedeli.
Nelle guerre, la religione ha insomma il ruolo di “marcatore culturale”, così come l’amore per la patria, l’attaccamento alla tribù o a una fazione politica, componenti per cementare l’azione del gruppo combattente.
Neanche le crociate erano “pure” guerre di religione: venivano infatti definiti pellegrinaggi armati, l’obiettivo era liberare Gerusalemme e non convertire i musulmani. Le crociate sono state un modo di aprirsi la strada a oriente in un periodo in cui l’Europa era isolata e depressa economicamente. Nel bene e nel male hanno messo in contatto due mondi, nemmeno troppo diversi, che finirono per migliorarsi reciprocamente: basta ricordare lo sviluppo della medicina e della matematica, e che le università in Occidente prima delle crociate non esistevano (nacquero sul modello delle scuole musulmane).
Non ci sono mai state aree omogenee di culto, cioè definite in modo rigido entro confini geografici. La situazione era molto più articolata. Pensiamo al pluralismo religioso nell’impero romano, o a Baghdad, sede del califfato prima del 1256: oltre ai musulmani, vi era il 30% di ebrei, zoroastriani e cristiani con proprie amministrazioni religiose. Un modello ripreso poi a Istanbul. Lo stesso impero ottomano si fondava sul pluralismo religioso, per cui dai Balcani fino all’Ungheria esisteva una prevalenza cristiana.
A Cordoba, durante l’occupazione araba, la biblioteca conteneva 4 milioni di volumi e vi venne in pratica conservata la cultura greca: gli scambi fra ebrei, cristiani e musulmani erano incentivati, così come in Sicilia con l’imperatore cristiano Federico.
Oggi sono spesso i media a creare confusione. Per esempio, la definizione dell’esercito bosniaco come “musulmano” nacque dalle corrispondenze delle agenzie e dei quotidiani occidentali. L’esercito all’inizio era nazionale e pluralista: un inviato del quotidiano francese “Le Monde” nei suoi articoli scriveva “esercito bosniaco”, ma in redazione a Parigi cambiavano in “esercito musulmano”, dato che vedere una guerra con la lente della religione era un modo per semplificare. Alcuni luoghi comuni, continuamente ripetuti dagli organi d’informazione, hanno certamente contribuito ad amplificare gli aspetti religiosi del conflitto della ex-Jugoslavia. Che restano però secondari nelle recenti guerre balcaniche: lì, in realtà, lobby nazionaliste hanno strumentalizzato le diverse identità religiose. Anche in Cecenia è la guerra a usare la religione e non viceversa: i fondamentalisti islamici sono emersi di recente, in concomitanza con le aspirazioni di potere di alcuni capi locali. Ma il loro generale, Khattab, ha raccolto molti consensi sulle macerie della politica repressiva di Eltsin in Cecenia fino al 1996. La leadership locale pensava di controllare i fondamentalisti, così come lo credeva l’esercito russo, che li strumentalizzava per legittimare le sue violazioni dei diritti umani sulla popolazione.

Il minuscolo villaggio francese di Rennes-le-Château si trova appollaiato in vetta a una collina, a una quarantina di chilometri da Carcassonne, nella regione francese dell’Aude. Pur contando solo una manciata di abitanti, ogni anno è meta di migliaia di amanti del mistero e cercatori di tesori, attirati sul luogo da un corpus leggendario creatosi nel corso di un secolo dal sovrapporsi di tematiche provenienti da ambienti culturali molto diversi.
Centro delle ricerche è un presunto “tesoro” che sarebbe nascosto in paese o nei dintorni, presumibilmente ritrovato dal parroco che resse la locale chiesa di Santa Maddalena a cavallo del XIX e XX secolo: Bérenger Saunière (1852-1917).
Il nucleo da cui la leggenda ha preso spunto è un fatto documentato sul quale si è a lungo favoleggiato, arricchendolo di particolari del tutto inverosimili. Durante i lavori di ristrutturazione della parrocchia, infatti, eseguiti tra il 1887 e il 1897, l’abbé Saunière si imbatté in una serie di reperti di cui è rimasta una debole traccia documentale e qualche testimonianza da parte di suoi contemporanei. Troppo poco per identificare con certezza la natura degli oggetti ritrovati. Uno dei diari del parroco parla della scoperta di un sepolcro, che potrebbe aver trovato sotto il pavimento della chiesa, trattandosi dell’antico sepolcro dei Signori del paese il cui accesso era stato murato. Testimonianze oculari parlano del ritrovamento di un contenitore di oggetti preziosi, forse medagliette di Lourdes, forse qualche reperto lasciato sul posto da Antoine Bigou, parroco di Rennes durante la Rivoluzione Francese che fu costretto a fuggire in tutta fretta dal paese per rifugiarsi in Spagna; all’interno dell’altare o in una fialetta di vetro Saunière avrebbe trovato delle piccole pergamene, con ogni probabilità —e seguendo una consolidata tradizione cattolica — legate alla cerimonia di consacrazione della Chiesa.
Dopo i restauri della parrocchiale, Saunière spese enormi quantità di denaro per costruire una serie di eleganti costruzioni tra cui una villa, dei giardini, una balconata panoramica, una torre-biblioteca e una serra per gli animali esotici. Il suo tenore di vita non passò inosservato al vescovo De Beauséjour che, dopo un lungo braccio di ferro per vie legali, sospese Saunière dalle funzioni sacerdotali.
Sin dagli Anni Quaranta del XX secolo Rennes fu più volte visitata da un giovane esoterista francese chiamato Pierre Plantard (1920-2000), che fece amicizia con il curatore delle eredità lasciate da Saunière, Noel Corbu (1912-1968), e raccolse molte informazioni sulla vita del parroco. Corbu, che aveva fatto delle proprietà del parroco un ristorante, era solito favoleggiare sull’origine delle ricchezze di quello che — in seguito ad alcuni articoli sulla stampa locale — fu chiamato “Le Curé aux milliards”: nei racconti di Corbu, tra l’altro romanziere dilettante, Saunière aveva ritrovato, grazie alla decifrazione delle pergamene ritrovate nell’altare, il tesoro di Bianca di Castiglia.
Gli articoli usciti sull’argomento sulla Depeche du Midi fecero accorrere nella zona decine di cercatori di tesori, tra i quali Robert Charroux, che nel 1962 nel suo libro “Trésors du monde” parlò del presunto ritrovamento di Saunière. Delle voci che iniziarono a circolare si occupò il custode della Biblioteca di Carcassonne, René Descadeillas: la sua posizione gli consentiva di accedere ai documenti originali intorno alle vicende descritte da Corbu. Nella sua “Notice sur Rennes le Château et l’abbé Saunière” lo studioso smontò gran parte delle voci diffuse da Corbu, pubblicando i documenti che dimostravano la vera origine delle ricchezze di Saunière: una monumentale impresa di vendita di messe per corrispondenza. Sebbene la Notice contenesse diverse imprecisioni (e più di recente si scoprirà che le ricchezze di Saunière non provenivano solo dalle messe ma anche da finanziamenti occulti da parte di filomonarchici che si opponevano alla Repubblica), il lavoro di Descadeillas poteva già fornire una prima ricostruzione corretta delle vicende.

L’entrata in scena di Plantard

Mentre i cercatori effettuavano i primi scavi nei dintorni del paese, rivelando molti reperti che testimoniano la secolare storia del paese, nel 1956 Pierre Plantard fondava in Svizzera, insieme a tre amici, un gruppo di ispirazione esoterica chiamato “Priorato di Sion”, il cui nome si ispirava ad un monte nei pressi della città di Annemasse, il monte Sion. Come molti altri gruppi esoterici, anche il Priorato di Sion — nella persona di Plantard — fece enormi sforzi per crearsi un passato glorioso e antico: falsificando una serie di documenti e collegando con personaggi fittizi moltissimi alberi genealogici separati, Plantard intendeva proporsi come discendente dai re Merovingi, e quindi possibile erede di un ormai anacronistico trono francese. Molto del materiale creato a tavolino da Plantard e soci venne depositato alla Biblioteca Nazionale di Parigi sotto molti pseudonimi, tra cui quello di Henri Lobineau, pseudo-autore dei “Dossier Secrets” che raccoglievano le su citate genealogie collegate ad arte.
Per supportare questa teoria, oltre a tenere una serie di conferenze nella chiesa di Saint Sulpice a Parigi, Plantard contattò lo scrittore Gérard de Sède che, nel 1967, pubblicò “L’or de Rennes”. Nel libro veniva raccontato il ritrovamento da parte di Saunière di alcune pergamene, corredato da alcune testimonianze. Più di recente gli abitanti di Rennes si sono lamentati che le testimonianze fornite all’epoca erano state gravemente alterate; in particolare, gli scrittori implicati nella macchinazione intendevano “provare” il ritrovamento di quattro pergamene che fornivano la base documentale dell’invenzione di Plantard. Una signora così si espresse: «Loro non riportavano mai sui loro giornali quel che avevo detto loro, citavano sempre delle pergamene trovate nel pilastro dell’altare sebbene io non avessi mai detto una cosa del genere!». In realtà, le pergamene riprodotte nel libro di De Sède erano state disegnate da Philippe De Cherisey, amico di Plantard, che si ispirò alla letteratura di Maurice Leblanc e ai romanzi su Arséne Lupin, colmi di codici segreti e giochi di parole. Il messaggio nascosto nelle pergamene faceva riferimento ad un tesoro che apparteneva a Sion (dunque al Priorato) e a Dagoberto II e a qualcuno che era «morto là» (a Rennes). Il personaggio che sarebbe morto a Rennes era, nella macchinazione di Plantard, Sigisberto IV. Presunto figlio di Dagoberto (che storicamente si ritiene essere deceduto molto giovane e senza figli insieme al padre), nel racconto di Plantard divenne l’anello di congiunzione tra i Merovingi e i signori di Rennes, dai quali — a sua volta — lui affermava di discendere.

Baigent, Leigh e Lincoln presi all’amo

Il libro di De Sède fu letto alla fine degli Anni Sessanta del XX secolo da un giornalista della BBC, Henry Lincoln, che — sconvolto dalle rivelazioni dello scrittore francese — ai misteri di Rennes-le-Château dedicò tra il 1972 e il 1981 tre documentari della serie “Chronicle”: ‘The Lost Treasure of Jerusalem’ (“Il tesoro perduto di Gerusalemme”), ‘The Priest, the Painter and the Devil’ (“Il prete, il pittore e il diavolo”) e ‘The Shadow of the Templars’ (“L’ombra dei Templari”). Per il terzo documentario, Lincoln si avvalse della collaborazione di Richard Leigh, romanziere appassionato di esoterismo, e di Michael Baigent, giornalista e psicologo; il successo della serie assicurò al libro che raccoglieva gli studi presentati vendite da capogiro.
‘The Holy Blood and the Holy Grail’ (“Il Sacro Sangue e il Sacro Graal”) fu pubblicato anche in Italia, con il titolo di “Il Santo Graal”. Nelle pagine del libro, le vicende raccontate da Plantard vennero ulteriormente distorte dai tre autori: attraverso i Merovingi, il fondatore del Priorato di Sion discendeva addirittura da Gesù Cristo, che non era affatto morto in croce, ma si era sposato con Maria Maddalena e aveva raggiunto Marsiglia per dar via a una discendenza che avrebbe poi conquistato il trono francese.
Secondo la loro versione della storia, il tesoro che arricchì Bérenger Saunière non era di natura materiale ma documentale: i tre autori sostennero, infatti, che il parroco avesse trovato documenti che provavano la terribile verità della discendenza di Gesù, conosciuta storicamente come dinastia del Sang Real, il “Sangue Reale”, termine in seguito corrotto in “San Greal” o più precisamente “Santo Graal”. Dietro le ricchezze di Saunière ci sarebbe dunque stata l’ombra del Vaticano, che stava comprando il silenzio del curato sulla scottante scoperta. Era proprio questa “conoscenza” il tesoro maledetto cui avrebbe fatto riferimento De Sède nel suo libro. Essa sarebbe giunta dall’oriente tramite i Catari che a loro volta l’avevano ricevuta dai Templari. Costoro sarebbero stati l’emanazione di un’organizzazione segreta chiamata Priorato di Sion, fondata da Goffredo di Buglione nel 1099. Questo fantomatico gruppo avrebbe avuto a capo, nel corso dei secoli, personaggi sorprendenti: furono Gran Maestri di Sion tra gli altri Sandro Botticelli, Leonardo da Vinci, Robert Boyle, Isaac Newton, Victor Hugo e Jean Cocteau. Il Priorato avrebbe avuto come scopo quello di purificare e rinnovare il mondo intero, radunando tutte le nazioni sotto una monarchia illuminata retta da un sovrano merovingio dello stesso lignaggio di Cristo.
I tre studiosi citarono a sostegno delle loro teorie l’indole bizzarra di Bérenger, singolarmente attenta alle allegorie e al simbolismo esoterico, ma — nonostante sulla scia di una tradizione locale dell’epoca, non parrebbe così strano ritrovarvi un modesto interesse per l’esoterismo — non esiste alcuna prova di suoi contatti con ambienti occultistici parigini, come da loro affermato.
È sufficiente un’analisi sommaria del libro dei tre autori per riconoscere la firma di Plantard dietro la finta storia del Priorato di Sion.
Le conclusioni cui giunsero sono ormai oggetto di scherno da parte degli storici più seri. La tesi di Lincoln e soci riposa su un cumulo di inesattezze, falsità e manomissioni. I pretesi manoscritti sono un falso palese e dichiarato. Non esiste discendenza di Dagoberto II, né tanto meno vivono Merovingi pretendenti a un trono che è caduto con Luigi XVI. L’Ordine di Sion non è mai esistito; quanto al Priorato, le sue tracce nascono e muoiono con l’atto di registrazione depositato nel 1956. Né l’uno né l’altro sono stati fondati da Goffredo di Buglione, e con i Templari e la Massoneria esoterica hanno tanto a che vedere quanto un aeroplano con un Ufo.
Nel 1989 Pierre Plantard, in seguito all’imprevista evoluzione della sua storia dovuta al best seller inglese, rinnegò tutto quanto aveva affermato in precedenza e propose una seconda versione della leggenda, sostenendo che il Priorato non era nato durante le Crociate ma nel 1781 a Rennes-le-Château. Incarcerato per truffa, chiuderà in questo modo una carriera costantemente in bilico tra la beffarda ironia e le anacronistiche aspirazioni monarchiche.
Il romanzo di Dan Brown “Il Codice Da Vinci” riporterà al centro della scena mondiale il Priorato di Sion, affermando — all’interno delle note storiche che precedono il romanzo — che la descrizione storica dell’organizzazione è vera (sic !). Sono tali e tanti i punti di contatto con “Il Santo Graal” che Michael Baigent e Richard Leigh denunceranno Brown per plagio. Henry Lincoln, invece, dichiarerà di non credere più minimamente alle teorie proposte da lui stesso nel libro.

Per maggiori informazioni su tutta la bufala, leggere il favoloso sito prioratodision.net.

P.S. (che non vuol dire Priorato di Sion bensì Post Scriptum) — Ma siamo sicuri che l'Assessore al Turismo di Rennes-le-Château degli Anni Cinquanta non fosse un autentico — e misconosciuto — genio? Sarebbe possibile replicare l'idea ad esempio in Calabria, regione che, con i politici inetti che si ritrova, avrebbe bisogno di una trovata pubblicitaria altrettanto efficace per mettere finalmente in moto il turismo?...

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