Natale De Grazia, l'ufficiale che seguiva la pista delle «navi a perdere», non sarebbe morto per una fatalità ma sarebbe stato ucciso. Per fermarlo nelle indagini sugli affondamenti delle navi. «Il Capitano De Grazia non è morto di morte improvvisa mancando qualsivoglia elemento che possa in qualche modo rappresentare fattore di rischio per il verificarsi di tale evento», scrive il perito; «si trattava infatti di soggetto in giovane età, in buona salute, senza precedenti anamnestici deponenti per patologie pregresse, che conduceva una vita attiva e, come militare in servizio, era sottoposto alle periodiche visite di controllo dalle quali non sembra siano emersi trascorsi patologici. E per altri versi l'esame necroscopico, al contrario di quanto è stato prospettato attraverso una analisi non attenta e piuttosto superficiale dei reperti anatomo ed istopatologici, non ha evidenziato nessuna situazione organo-funzionale che potesse costituire potenziale elemento di rischio di morte improvvisa (...) In questa morte si può riconoscere solo la causa tossica». Insomma, fu avvelenato.
L'articolo integrale di Repubblica/L'Espresso.

Quest’estate sono stato seduto a una grande tavolata nella quale c’era un tizio anzianotto di cui non conosco il nome, un conoscente di altri conoscenti, che nel locale trattavano con deferenza (per dire, la pizza ci è stata portata prima di altri tavoli malgrado si fosse arrivati dopo), il quale sembra abbia dichiarato, in una discussione sulle “navi dei veleni”, una cosa del tipo: «e che ne sapevamo, noi, che quelle cose che ci prendevamo da interrare avrebbero fatto ammalare la gente?»... In sostanza, pare che la pratica di seppellire scorie (in mare ma anche, è evidente, in Aspromonte) fosse una cosa abbastanza comune a partire dagli Anni ’80 in tutta la Calabria, un modo come un altro per arrotondare le entrate da parte di chi possiede terreni ma con l’agricoltura non riesce a camparci più.
E non è una questione di “boss”, è proprio una questione di gente “qualunque”, come questo tizio qui, che non era esattamente uno ndranghetista ma un semplice benestante di campagna, come ce ne sono tanti: l’espressione «ci prendevamo da interrare» racconta di un business portato avanti come può essere quello di allevare bestie o piantare ulivi.
«Peppino, te li prendi sei quintali di bidoni gialli sigillati?», «Che c’è dentro?», «Olio usato», «E quanto rendono?», «Tot euro l’uno, in contanti ed esentasse», «Vabbò, mandami nu’ camion, che ora chiamo quattro marocchini con le vanghe», e l’affare è fatto, tanto c’ho quei due ettari su a Santo Stefano dove non cresce niente, almeno mi rendono qualcosa...
È questo, il vero incommensurabile male dei Calabresi: l’ignoranza abissale. L’«olio usato» (in realtà scorie inquinanti o radioattive pericolosissime) che male può fare?

Dovevano trattare fanghi industriali tossici per reimpiegarli nell’edilizia, invece li sotterravano nei campi... Oltre 135mila tonnellate di rifiuti pericolosi e tossici stoccati e interrati illegalmente a San Calogero (Vibo Valentia): coinvolte varie società, calabresi e pugliesi, che si erano aggiudicate contratti, milionari — stipulati con una società nazionale leader nella produzione di energia elettrica — per il trasporto, il recupero e lo smaltimento di fanghi «altamente inquinanti e pericolosi» di derivazione industriale, con alte percentuali di Nichel e Vanadio. Lo ha scoperto la GdF di Vibo Valentia, a conclusione di una lunga indagine ("operazione Poison") iniziata nel novembre 2009: un'associazione a delinquere operante tra varie regioni d'Italia, in particolare Calabria, Puglia e Sicilia, per l'illecito trasporto e smaltimento di rifiuti industriali tossici e altamente pericolosi.

L'ennesimo segnale inquietante del fatto che in Calabria non si è usato solo il mare...

I vicini di casa della Lucania non sono messi meglio dei Calabresi. La Basilicata dei Sassi di Matera e dell’Aglianico del Vulture è sotto l’assedio del malambiente, avvelenata dalla malapolitica.

In Calabria siamo messi male, ma c'è una situazione ambientale altrettanto drammatica: quella lucana. Come certificato dall’Istituto Superiore di Sanità assieme all’Istituto Tumori di Milano: «In Basilicata l’incidenza tumorale cresce come in nessun’altra parte d’Italia». Con una situazione paradossale (ma non troppo): lascia infatti interdetti la tempestività della magistratura lucana che ha messo sotto processo chi ha voluto e fatto le contro-analisi dei corsi d’acqua della Basilicata, un grave inquinamento di origine biologica e chimica sulle acque del Petrusillo, di Monte Cutugno, della Camastra e di Savoia Lucana, invasi che riforniscono acqua sia per usi potabili che irrigui. Analisi realizzate in forma indipendente da Maurizio Bolognetti, segretario dei Radicali lucani, assieme al tenente di polizia provinciale Giuseppe Di Bello, che hanno fornito dati che contraddicono le rilevazioni dell’Arpab (Agenzia regionale per l’ambiente), silente per oltre un anno sul mercurio e altre sostanze cancerogene immesse nel fiume Ofanto dall’inceneritore Fenice.
In altre parole, chi mette le mani nelle vite dei comuni mortali, negando giustizia, producendo avvelenamenti, saccheggiando il territorio, dorme in pace, mentre chi denuncia e prova a raccontare, il sonno lo perde; chi fa un’operazione di trasparenza e verità viene indagato per procurato allarme, mentre su chi tace mettendo a rischio la vita delle persone nessuno procede...

Mythen
Mythen
La Mythen a Ferrandina. In alto, scarichi Mythen nel Basento, ottobre 2007

La Val Basento ha ospitato, sin dai primi anni Sessanta e fino alla fine dei Settanta, industrie che producevano clorosoda, cloruro di vinile, polivinile cloruro (Pvc) e amianto. L'azienda Mythen arriva all’interno di un sito di bonifica di interesse nazionale, a Ferrandina, in provincia di Matera, nel 2003: produce biodisel, olio di soia, glicerina pura e fosfato monopotassico. Dallo stabilimento parte un tubo che scarica sostanze inquinanti direttamente nel Basento. Le acque del fiume cambiano colore, assumendo uno strano e minaccioso giallo, come scrive per la prima volta il Quotidiano della Basilicata nel 2006: «Chiazze giallastre e odore acre lungo un tratto del Basento hanno fatto gridare a un nuovo pericolo inquinamento». Mythen, per sgomberare il campo da ogni dubbio, ha avviato le procedure per risolvere alcune criticità del processo produttivo.

Vi sarebbero ancora molti altri casi di inquinamento su cui indagare: la Fenice; l’Itrec; le cave di salgemma di Scanzano. Tutti misteri fitti. Purtroppo però pare che anche in Basilicata sia all'opera una casta occulta — un altro muro di gomma —, cui è pressoché impossibile opporsi: una casta che non spara, questa, ma che ti circonda e ti lascia nell’indigenza.
O ti fa arrestare. Il 1° marzo 2010 Bolognetti viene convocato dai Carabinieri di Latronico, in provincia di Potenza, per essere ascoltato da due ufficiali del Noe (il comando per la tutela dell’ambiente): «All’inizio ho pensato di esser stato convocato» scrive il radicale nel suo dossier sulla "Lucania dei veleni" «per avere notizie sugli esposti riguardanti vicende di inquinamento di Tito, della Val Basento, di Fenice, o per essere ascoltato sulla denuncia presentata in procura nei confronti di alcuni dirigenti dell’Arpab. Non è così: la procura di Potenza vuole conoscere la mia fonte sulla vicenda dell’inquinamento degli invasi. In pochi minuti passo dal ruolo di accusatore a quello di imputato. Il sostituto procuratore di Potenza dispone la perquisizione della mia abitazione, negandomi la possibilità di avvalermi del segreto professionale, in quanto non iscritto all’albo dei giornalisti. Sono rinviato a giudizio insieme al tenente Di Bello»...
Capito l'antifona?

Adesso è certo. È la conclusione della perizia della Procura di Paola eseguita dopo i rilievi nel fiume Oliva: centomila metri cubi di fanghi industriali provenienti non si sa da dove e scaricati nel letto del fiume e dintorni. Un pericolo drammaticamente attuale per la popolazione residente nei territori dei comuni di Amantea, San Pietro in Amantea e Serra d'Aiello.
La zona è quella circostante al letto del fiume Oliva a sud della località Foresta (centri di Campora San Giovanni, Coreca e Case sparse comprese tra il mare e la località Foresta), letto nel quale sono stati riversati «contaminanti ambientali capaci di indurre patologie tumorali e non: metalli pesanti e radionuclidi artificiali».
Dai carotaggi ordinati dal Procuratore di Paola Bruno Giordano — che sta indagando sulle cause dell'aumento dei tumori nella zona — emerge la presenza di Cesio 137, «che rende il danno ambientale assai più grave», berillio, cobalto, rame, stagno, mercurio, zinco e vanadio, tutti oltre i limiti consentiti dalla legge; c'è manganese nell'acqua del fiume; ci sono antimonio, cadmio e altri radionucleidi di uso medicale e industriale.
Nella relazione del dottor Giacomino Brancati si legge: «Un segno utile alla valutazione di effetti già evidenti sulla salute della popolazione è proprio determinato dalla presenza nei territori più prossimi ai siti di contaminazione di neoplasie maligne, e in particolare della tiroide, per le quali in specie il Cesio 137 è conosciuto in letteratura quale fattore etiologico». Gli abitanti si ammalano di tumore in modo direttamente proporzionale alla vicinanza ai siti contaminati. Dal 1996 al 2008 ben 1.483 persone si sono ammalate di tumore nei comuni di Amantea, San Pietro, Serra d'Aiello, Aiello, Cleto, Lago, Domanico, Grimaldi e Malito (tutti in provincia di Cosenza). Ma è proprio in prossimità del fiume Oliva che si registra il picco: «Si conferma l'esistenza di un eccesso statisticamente significativo di mortalità rispetto al restante territorio, dal 1992 al 2001, in particolare nei comuni di Serra d'Aiello (tumori del colon, del retto, degli organi urogenitali e del seno), Amantea (con prevalenza di tumori del colon), Cleto e Malito (prevalenza tumori del colon)». I dati sono stati estrapolati dalle schede di dimissione ospedaliere, sia in regione che fuori regione, relative ai ricoveri dei residenti nei comuni esaminati.
La perizia parla di «contaminanti radioattivi in quantità e collocazione che fa fortemente sospettare l'origine esogena»: in soldoni, è roba che non è del luogo — non ci sono industrie ad Amantea —, è stata scaricata lì. In particolare nel comune di Serra d'Aiello e di Amantea i ricoveri sono aumentati con un «eccesso statisticamente significativo rispetto al rimanente territorio regionale dal 1996 a oggi».
La relazione del dottor Brancati dice anche cosa va fatto: «Tali dati confermano la necessità oramai improcrastinabile di approfondire il livello di analisi con indagini epidemiologiche di campo in uno con le attività di sorveglianza sanitaria, risk management e bonifica ambientale».
Ma come togliere centomila metri cubi (pari all'intero Colosseo!) di sostanze che mettono a rischio la vita della gente? E chi risarcirà gli ammalati e le loro famiglie? E inoltre, chi ha scaricato queste sostanze nel fiume Oliva, e quando? Secondo la Procura ci sono materiali portati anche negli ultimi tre anni. Nelle vicinanze del fiume c'è la spiaggia di Formiciche dove si arenò la famosa nave Jolly Rosso sulla quale grava l'ombra delle "navi a perdere". La Procura di Paola sta cercando anche gli ipotetici fusti che sarebbero stati portati di notte dalla nave fin nei pressi del fiume, con l'aiuto di camion: finora di fusto non ne è stato trovato neanche uno. In compenso, è stata inaspettatamente trovata una colonna del VI Sec. a.C. che, secondo un primo sopralluogo archeologico effettuato l'1 luglio, apparterrebbe all'antica città di Themesa. Un gioiello buttato nella "discarica" dopo esser stato probabilmente ritrovato in altro luogo. Forse per evitare un blocco di lavori a causa del valore storico della colonna...
Alle violenze contro l'ambiente e la salute si è dunque aggiunta oggi la scoperta di questa violenza contro l'Arte e la Storia. Ma del resto cosa ci si potrebbe aspettare da persone che, stando al pentito Fonti, con i guadagni delle "navi dei veleni" «ma sai quanto ce ne fottiamo del nostro mare, andiamo a trovarcelo da un'altra parte, il mare»...?

Sono immagini inequivocabili. Inedite. Sconcertanti. Sono cinque fotografie scattate nel luglio 1997 durante la costruzione del porto somalo di Eel Ma'aan, poco a nord di Mogadiscio. Costituiscono la prova che quella banchina non è stata realizzata, come di solito accade, utilizzando soltanto pietre o cemento. Ma fu infarcita, incredibilmente, di container.
porto somalo Eel Ma'aan
Una parata di contenitori davanti ai quali, si vede in uno scatto, posano due uomini di colore, uno dei quali sorride e mostra una pistola. Dietro di loro c'è la barriera portuale ancora incompleta, con alla base i parallelepipedi metallici utilizzati per il trasporto merci. Gli stessi che si ritrovano nella seconda fotografia, ammassati in una fossa. E chi avesse ancora dubbi su questa singolare procedura, può verificarla in altre tre istantanee: la prima dove un container blu spunta dal ventre della banchina, un'altra in cui due persone camminano sopra i container, e un'ultima panoramica che mostra l'area delle operazioni [dal sito Greenpeace].

«Dopo tante parole, tanti sospetti sull'utilizzo dell'Africa e della Somalia come pattumiera dei Paesi industrializzati, finalmente sottoponiamo all'opinione pubblica elementi concreti» dice Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia. In mano ha "The toxic ships: the italian hub, the Mediterranean area and Africa" ("Le navi tossiche: lo snodo italiano, l'area mediterranea e l'Africa"), il dossier in lingua inglese con cui l'associazione ambientalista ricostruisce punto per punto, documento per documento, la vergogna di decenni trascorsi ad avvelenare i mari con il traffico di rifiuti tossici e radioattivi. Punto focale, in questa operazione verità è il nome di Giancarlo Marocchino: colui che ha costruito nella seconda metà degli anni Novanta il porto di Eel Ma'aan, come spiega il 25 ottobre 2005 alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Lo stesso imprenditore che per primo a Mogadiscio, il 20 marzo 1994, accorre sul luogo dell'omicidio della giornalista e del suo operatore. L'uomo del quale Marcello Fulvi, dirigente della Digos romana, scrive in un'informativa del 3 febbraio 1995: «Si comunica che (...) personale di questo ufficio ha avuto un incontro con una fonte di provata attendibilità, la quale ha confidato che mandante dell'omicidio di Ilaria Alpi e dell'operatore Miran Hrovatin sarebbe il noto Marocchino Giancarlo», il quale «avrebbe ordinato l'uccisione della giornalista».

Ecco: Marocchino, mai processato e neppure indagato per l'assassinio Alpi, secondo Greenpeace costruisce il porticciolo di Eel Ma'aan «per creare un'alternativa alla chiusura del porto di Mogadiscio, dovuta a scontri tra i signori della guerra somali» in lotta tra loro per controllare il territorio. E il fatto che, contro ogni consuetudine, l'imprenditore seppellisca montagne di container dentro la banchina, assume indubbio rilievo.
[continua qui, con l'intero reportage de L'Espresso]

«Si sospettava: si può usare tranquillamente l’imperfetto, perché dubbi non ce ne sono più riguardo alla presenza di sostanze tossiche sotto il fiume Oliva: ci sono almeno 4 siti interessati». A dirlo è il Procuratore Capo di Paola, Bruno Giordano, intervistato l'8 giugno 2010 dall’AGI sul caso dell’inquinamento, finora ipotizzato, dell’area ricadente tra i comuni di Amantea, Serra d’Aiello e Aiello Calabro, lungo l’alveo del fiume dove si scava da più di un mese. Le aree in cui si effettuano i carotaggi erano state oggetto di un’analisi superficiale preventiva, perché in questa zona della Calabria l’incidenza tumorale, come è stato evidenziato da alcune ricerche epidemiologiche, è molto più alta che altrove. «Non sappiamo ancora da dove possano provenire» sottolinea Giordano, secondo il quale non servirebbero neanche strumenti per capire che siano rifiuti pericolosi. «Man mano che si scava, l’odore di idrocarburi e di metallo diventa insopportabile. E pensare» osserva il Procuratore di Paola «che qui doveva nascere un parco naturale. Oltre alle aree che già avevamo individuato, adesso abbiamo trovato altre due aree, contrada Carbonara e contrada Giani, dove c’è un ammasso notevolissimo di rifiuti tossici, interrati e poi coperti con terreno naturale. Pensi che in contrada Giani il magnetometro era impazzito, durante le rilevazioni. Qui la benna, scavando, è arrivata a 5 metri e mezzo di profondità, senza toccare il fondo del deposito».
Secondo il magistrato «il problema è che sicuramente, negli anni, c’è stata un’infiltrazione nelle falde, perché il materiale si è diluito. Non possiamo ancora dire se ci sia materiale radioattivo, quello si vedrà. E se non c’è materiale radioattivo, la bonifica la dovranno fare solo gli enti locali, Regione e Provincia». E Giordano aggiunge che «non ci sono discariche per fanghi industriali in Italia. Bisogna mandarli in Germania, e visti i quantitativi rilevanti, il costo sarebbe davvero ingente». Si scaverà ancora per un mese circa. Poi l’analisi dettagliata dei prelievi. [fonte: antimafiaduemila.com]

Caro Ministro dell'Ambiente, Tutela del Territorio e del Mare, non dimentichi, lei è un nostro dipendente al servizio della collettività e non di interessi padronali. È un obbligo normativo (Decreto Legge 4/2008) dare una risposta alle seguenti domande e fornire finalmente prove concrete all’opinione pubblica. È in gioco l’esistenza dei nostri figli e delle future generazioni. Non consentiremo a nessuno di uccidere ancora impunemente la vita.

1) Come è possibile che una persona non del luogo, come Francesco Fonti, fosse a conoscenza della presenza di un relitto nei fondali di Cetraro esattamente nel sito dove è stato trovato?
2) Perché questo relitto, se conosciuto dalla Marina e dalle Capitanerie di Porto, non è stato segnalato a tempo debito al Procuratore Giordano titolare dell’inchiesta?
3) Perché esistono differenze sostanziali tra le caratteristiche del relitto di Cetraro e del piroscafo Catania? Quest’ultimo, secondo i dati dei costruttori, era lungo 95,8 metri mentre la lunghezza ufficiale del relitto, comunicata dal Governo, è pari a 103 metri.
4) La nave “Mare Oceano” di proprietà dell’armatore Attanasio (amico dell’avvocato David Mills implicato in altre inchieste) dove ha effettuato esattamente le verifiche? Che rotta ha seguito, dove si è posizionata?
5) Come mai le foto e le riprese video effettuate dal Rov della Nave Oceano sono diverse da quelle realizzate dal Rov dell’Arpacal?
6) Perché non è stato ancora reso pubblico l’intero filmato georeferenziato realizzato dal Rov della Mare Oceano?
7) Perché il Ministro, ancora prima che il Rov della Geolab si immergesse nelle acque, ha comunicato che il relitto di Cetraro non poteva essere quello del Cunsky?
8) Che fine hanno fatto i fusti o maniche a vento ripresi dal Rov inviato dalla Regione Calabria e perché non sono stati recuperati e portati in superficie a prova della asserita verità?
9) Perché il Ministro dell'Ambiente, Tutela del Territorio e del Mare ha subito detto che «il caso è chiuso» senza neanche accertarsi del carico della nave?
10) Perché sono stati comunicati solo i dati delle analisi sulla radioattività effettuate a 300 metri di profondità nonostante il relitto si trovi a 483 metri? Questa differenza incide notevolmente visto che le radiazioni gamma hanno una schermatura diversa a seconda della profondità. Ad esempio, 170 metri generano un livello di schermatura pari ad un fattore 3*E126. Quindi anche in presenza di numerosi noccioli di reattori nucleari la contaminazione radioattiva non sarebbe facilmente rilevabile.
11) Perché, nonostante la richiesta ufficiale da parte della Regione Calabria, non è stato comunicato il protocollo scientifico adottato per compiere le analisi sul relitto, sui fondali e nelle acque circostanti?
12) Perché non sono state condotte, in via preliminare, le dovute indagini sulla catena alimentare della fauna ittica e sui sedimenti dei fondali onde rilevare la presenza di eventuali radionuclidi e/o agenti contaminanti di diversa natura? Questo allo scopo di tranquillizzare la popolazione in caso di eventuale riscontro negativo o viceversa proclamare lo stato di emergenza onde ricorrere agli indennizzi in caso di riscontro positivo (alla luce di indagini pregresse che già paventarono tale possibilità).
13) Perché per la vicenda del relitto di Cetraro è stato adottato un metodo differente da quello utilizzato per le indagini sul materiale contaminato rinvenuto nella vallata dell’Oliva, dove le analisi sui campioni prelevati saranno condotte da quattro laboratori differenti, mentre sulla Nave Oceano non è stato permesso l’ingresso, se non per poche ore, ai ricercatori dell’Arpacal?
14) Perché tanta fretta nel chiudere le indagini e nel mandare via la Nave Oceano mentre, vista la presenza in loco dell’imbarcazione, si sarebbe potuto continuare a scandagliare tutto il mare circostante Cetraro?
15) Perché la Capitaneria di Porto di Cetraro nel 2007 emise l’ordinanza di divieto di pesca a poche centinaia di metri dal luogo indicato da Fonti, subito dopo le analisi effettuate dall’Arpacal che indicavano la presenza allarmante di metalli pesanti quali l’arsenico, il cobalto ed il cromo sul pescato?
16) E perché quell’ordinanza venne ritirata un anno dopo e ora non appare più sul sito dell’ufficio marittimo di Cetraro, dove sono visibili però altre ordinanze precedenti?
17) Il Ministro dell'Ambiente, Tutela del Territorio e del Mare è a conoscenza dei filmati effettuati nel 2005-2006 per conto della Procura di Paola della società Nautilus? Perché non viene resa pubblica questa documentazione visiva?
18) Che fine hanno fatto i due fusti di rifiuti individuati recentemente al largo di Cetraro dal dottor Andrea Peiser, zoologo marino, segnalati e sequestrati dall’ufficio marittimo di Cetraro, fotografati da Gianni Lannes?
19) Perché il comandante della direzione marittima di Reggio Calabria, già coinvolto nell’affaire e nel disastro della nave Eden V in mare Adriatico, non consente l’accesso al registro pubblico dei sinistri marittimi?
20) Al giornale Italia Terra Nostra risulta che sia stato apposto il solito Segreto di Stato. È proprio così?

DA ITALIA TERRA NOSTRA

C'è un nuovo pentito disposto a rivelare la sua verità sulle navi dei veleni. L'avvocato Claudia Conidi, legale del primo pentito Francesco Fonti, ha segnalato alla commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti la testimonianza di Emilio Di Giovine, ex boss della Ndrangheta di Reggio Calabria: «Ho incontrato Di Giovine in occasione di un processo e mi ha spiegato di aver raccontato la storia degli affondamenti durante un interrogatorio nel 2004. Ho ritenuto utile chiedere alla commissione di ascoltare la sua testimonianza». La Conidi riferisce anche una inquietante coincidenza: «Proprio il giorno in cui ho chiesto l'audizione in Commissione rifiuti, Di Giovine è stato investito da un'auto ed è scampato per miracolo all'incidente. È stato ricoverato in ospedale da dove verrà prossimamente dimesso».
Secondo quanto sostiene l'avvocato Conidi, Di Giovine sosterrebbe le stesse tesi del suo assistito: le navi dei veleni ci sono, sono nei nostri mari con il loro carico letale. Intanto Fonti depone a Livorno per chiarire le sue dichiarazioni sull'affondamento di rifiuti tossici al largo delle coste toscane.

Di Giovine è un personaggio di primo piano: è stato per molto tempo il compagno della figlia di Theodor Cranendonk, trafficante di armi legato ai clan reggini di Serraino-Condello-Imerti. Cranendonk è stato arrestato dalla Dda di Milano per traffico d'armi. In casa di Cranendonk è stata trovata copia del progetto ODM per smaltire rifiuti pericolosi in mare: siluri imbottiti di materiali scomodi, sparati sotto il fondo dei mari e degli oceani. Ma l'autore di questi progetti, Giorgio Comerio, alla domanda «Conosce Cranendonk?» risponde: «E chi è? Una persona?». Lo stesso Comerio ha inviato a Repubblica.it la sua verità in un memoriale su un traffico di veleni di cui per anni è stato accusato di essere uno dei registi. Al punto che, intervenendo in parlamento a nome del governo, Carlo Giovanardi lo ha definito "noto trafficante".

È sempre più evidente che tutta la Ndrangheta faceva business con le "navi dei veleni", non era un'iniziativa di singole cosche o di singoli boss...

Il 1° Maggio 2008 in Italia è entrato in vigore il Dpcm (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) che allarga il campo d’applicazione del segreto di Stato, in nome della tutela della sicurezza nazionale, a una lunga serie di infrastrutture critiche tra le quali “gli impianti civili per produzione di energia”.
Questo significa che i siti per il deposito delle scorie nucleari, nuovi impianti civili per produzione di energia, centrali nucleari, rigassificatori, inceneritori/termovalorizzatori sono coperti da segreto di Stato. Segreto che si estende anche agli iter autorizzativi, di monitoraggio, di costruzione e della logistica di tutta la filiera, quindi anche delle discariche. Dpcm: «nei luoghi coperti dal segreto di Stato le funzioni di controllo ordinariamente svolte dalle aziende sanitarie locali e dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco, sono svolte da autonomi uffici di controllo collocati a livello centrale dalle amministrazioni interessate che li costituiscono con proprio provvedimento» e le amministrazioni «non sono tenute agli obblighi di comunicazione verso le aziende sanitarie locali e il Corpo nazionale dei vigili del fuoco a cui hanno facoltà di rivolgersi per ausilio o consultazione». Di fatto vengono poste sotto il segreto di Stato anche le informazioni, le notizie, i documenti, gli atti e le attività attinenti alle materie di riferimento. In altre parole, un vero e proprio divieto di divulgazione, in quanto chiunque dovesse rendere nota, per esempio, l’esistenza di una discarica di scorie nucleari nel proprio comune, rischierebbe fino a cinque anni di reclusione (art. 261 del Codice Penale: rivelazione di segreti di Stato - Chiunque rivela taluna delle notizie di carattere segreto indicate nell'articolo 256 è punito con la reclusione non inferiore a cinque anni. Art. 256 del Codice Penale: Procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato - Chiunque si procura notizie che, nell'interesse della sicurezza dello Stato o, comunque, nell'interesse politico, interno o internazionale, dello Stato, debbono rimanere segrete, è punito con la reclusione da tre a dieci anni).
Naturalmente eviteranno di punire penalmente possibili reporter di professione o reporter civili, non conviene tirare troppo la corda; fatto sta che hanno reso le aree off-limits, ecco a cosa è servito e come hanno inteso la militarizzazione. Questo Dpcm peraltro contrasta con la direttiva n. 2003/4/CE adottata dal Parlamento Europeo e dal Consiglio dell’Unione Europea in data 28 Gennaio 2003 che disciplina l’accesso del pubblico all’informazione ambientale, ma tant'è, su certe cose l'Europa ha orecchio solo quando conviene a Francia o Germania o Gran Bretagna...

I significati del provvedimento sono molteplici.
Significa che chiunque tenti di appropriarsi di informazioni inerenti alla gestione delle discariche e le divulghi è penalmente perseguibile...
Significa che i comitati civici non possono ricercare notizie o informazioni relative alla gestione della discarica...
Significa che le amministrazioni locali non hanno né l'autorizzazione, né il potere di richiedere informazioni o documenti inerenti alla gestione delle discariche...
Ma significa soprattutto qualcosa di gravissimo, alla luce del discorso nucleare e dell'esigenza e volontà politica di riutilizzarlo in Italia, considerando che nel Dpcm è stato incluso anche il problema "scorie nucleari": nelle normali discariche potrebbero, nell'assoluto segreto, venir sversate scorie nucleari, il tutto senza aver l'obbligo di informare amministrazioni e cittadini.
A cosa servono, quindi — e qui la domanda sorge spontanea —, le interrogazioni parlamentari, i ricorsi, gli esposti e le denunce? A niente, perché sulla materia, dal maggio 2008, vige il segreto di Stato. Su tutto vige una commissione ministeriale tecnica che non deve dar conto a nessuno del suo operato.
Per contrastare questa stortura non esistono precedenti storici o giuridici, non esistono sentenze della Cassazione, non c'è niente cui appigliarsi: non è mai accaduto venisse posto il segreto di Stato su servizi pubblici quali la gestione dei rifiuti. Solo i servizi segreti avranno accesso alle notizie, ai dati, ai resoconti e documenti inerenti la gestione delle discariche più discusse: neanche alle ASL e ai Vigili del fuoco sarà concesso per alcun motivo di entrare in contatto con questi impianti, che verranno gestiti direttamente dallo Stato attraverso agenzie e funzionari "preposti".
Ciliegina sulla torta: anche tutta la documentazione sulle "navi dei veleni" è posta sotto il segreto di Stato!
I cittadini e le amministrazioni locali sono virtualmente tagliati fuori dai giochi...

Come volevasi dimostrare, il muraccio di gomma è completo.

C'è una sequenza di stranezze che parte il mattino del 27 ottobre 2009, quando il procuratore Grasso si presenta alla Commissione Parlamentare Antimafia e dice: «Proprio stamane mi è stato comunicato che gli ultimi riscontri non dànno la certezza che si tratti proprio della Cunsky, anche se il castello sembra essere compatibile con l'indicazione che viene da Fonti». L'altra ipotesi in campo, aggiunge, «è che si tratti del piroscafo Cagliari», affondato a inizio anni Quaranta.
Passano poche ore, e alle 12,56 l'agenzia Adnkronos batte una nota del ministro Prestigiacomo: «Il relitto al largo di Cetraro non corrisponde alle caratteristiche della Cunsky. Il Rov, il robot sottomarino, ha già svolto le misurazioni e i rilievi fotografici del relitto». Detto questo, le indagini continueranno «con il prelievo di sedimenti dai fondali, carotaggi in profondità e prelievi di campioni dai fusti».
Informazioni nette, inequivocabili.
Che però vengono smentite appena un quarto d'ora dopo: «Finora abbiamo fatto solo esplorazioni acustiche» affermano alle 13,12 i proprietari della nave "Mare Oceano" che sta svolgendo le analisi a Cetraro (e che risulta dell'armatore Diego Attanasio, coinvolto dall'avvocato David Mills nel processo in cui è stato condannato per aver mentito su Silvio Berlusconi in cambio di denaro...). «Il Rov» aggiunge la "Geolab", «farà altre esplorazioni acustiche e poi quelle visive. Non ci sentiamo di dire con certezza che quella possa o non possa essere la nave Cunsky: per noi è ancora troppo presto».
Ma che storia è questa? Perché Grasso si sbilancia a indicare il nome di un relitto sbagliato? E perché il ministro Prestigiacomo parla di rilievi avvenuti, se chi li compie deve ancora iniziare?!
Non è finita qui. Le caratteristiche della nave Catania stridono con i rilievi svolti sul relitto scoperto il 12 settembre al largo di Cetraro. In quell'occasione fu calcolata una lunghezza tra i 110 e i 120 metri, una larghezza di circa 20 e un'altezza di fiancata attorno ai 10. Ora, invece, basta iscriversi al sito sui disastri navali www.wrecksite.eu, per verificare che la Catania è lunga 95,8 metri, larga 13 e alta 5,5 (dati confermati anche dal sito www.uboat.net e dal sito www.miramarshipindex.org.nz). I numeri non collimano neanche con quelli della conferenza stampa del 29 ottobre, dove viene indicata una lunghezza di 103 metri.
In quell'incontro con i giornalisti ci sono altre sfasature. Il vice procuratore Giuseppe Borrelli dice che «la stiva della nave al largo di Cetraro è vuota»; però Pippo Arena, titolare della società "Arena Sub" e pilota del Rov nella prima ispezione alla presunta Cunsky, lo smentisce: «La nave che ho ispezionato io aveva due stive. Ed erano piene, tanto che un pesce cercava di entrare e non riusciva».
E come va interpretata l'altra uscita della Dda di Catanzaro, pubblicata dal "Quotidiano della Calabria"? Stavolta a parlare è il procuratore capo Lombardo, il quale racconta che attorno alla nave c'era «una folta vegetazione» oltre a vari pesci. «Lo abbiamo visto dalle immagini (...). Ci fosse stata radioattività, tutto questo non sarebbe stato presente. La radioattività, infatti, provoca una forma di desertificazione». Parole rassicuranti, quelle di Lombardo, perfette per placare la rabbia della popolazione locale. Peccato che Roberto Danovaro, ordinario di Biologia marina all'Università politecnica delle Marche, lo smentisca di brutto: «È impossibile che il relitto, a quasi 500 metri di profondità, sia coperto da vegetazione: a quella profondità, la mancanza di luce impedisce la vita di alghe o piante marine»...

Esiste un documento ufficiale inedito, la parte segreta di una seduta della Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti, dove si dice che le navi sono tre, non una. E che sono stati pescati fusti in mare. Ma nessuna delle tre navi corrisponde alle misure e alla profondità del "Catania"!

Il documento inedito si riferisce ad una seduta del 24 gennaio 2006 dove il pm Franco Greco, che all'epoca aveva aperto l'inchiesta sulla nave di Cetraro, dice davanti alla commissione che i pescatori della zona hanno pescato dei bidoni: «Ho cercato in tutti i modi di capire quale fosse il luogo preciso. Mi sono state date delle coordinate, che ho riportato al consulente, per verificare il sito.... Ed è stato rilevato un corpo estraneo della lunghezza di 126 metri. I consulenti hanno escluso che si possa trattare di un oggetto naturale... non si spiegano cosa sia. Potrebbe essere una nave... si trova a 680 metri di profondità». Non è l'unica nave, poiché nel documento si legge di un secondo ritrovamento: un relitto lungo tra gli 88 e i 108 metri, largo dai 15 ai 20 metri, a 380 metri di profondità; intorno alla pancia di questa nave affondata c'è un alone di 200 metri quadri, scuro, che «non può essere liquido e deve per forza essere il carico della nave che appoggiandosi, si è aperto ed è fuoriuscito».
Greco racconta di aver chiesto alla Capitaneria di Porto se c'erano navi da guerra affondate in quell'area: risposta negativa, risultava solo una nave affondata nel 1989, a 15 miglia, verso Scalea. Incrociando dati con l'ufficio maridrografico di Genova, Greco scoprì che esisteva un relitto della Prima Guerra Mondiale ma scoprì anche due grandi punti interrogativi: la nave risulterebbe affondata nel 1920, cioè dopo la fine del conflitto. Si chiamava "Federico II", ma gli atti relativi sono «classificati, ossia coperti da segreto militare». Un segreto militare dopo ottanta anni dall'affondamento?
La nave di cui parla Fonti sarebbe affondata nel 1992. Le mappe nautiche riportano la Federico II dal 1993, come relitto non pericoloso con battente d'acqua sconosciuto. «Il che vuol dire» dice il pm Greco, «che non sanno cos'è; ma allora come fanno a dire che non è un relitto pericoloso? Ho chiesto il motivo per il quale questa nave non è stata mai riportata nelle mappe nautiche e non mi hanno saputo dare una risposta».
Di certo c'è che nella zona della nave Federico II la Capitaneria di Porto di Cetraro vietò la pesca per un anno e quattro mesi perché proprio lì le analisi hanno rilevato metalli pesanti, tra cui arsenico e mercurio, fuori dai livelli consentiti. Come mai proprio in quel punto la concentrazione dei metalli? È nero su bianco nella memoria di tutti — filmati, articoli, interviste — il verbale che riporta tracce di Cesio rinvenute nei pesci: curiosamente, quelle analisi ora sono scomparse nel nulla.
La seduta segreta tra il pm e la Commissione viene sintetizzata in una domanda che lo stesso Presidente della Commissione rivolge a Greco: «Dottore, mi faccia capire, mi sto perdendo. C'è quindi una nave certa, una che si vede e una che potrebbe esserci». E Greco: «Sì, quello è il posto dove sono stati trovati i bidoni».

Qualcuno ha capito che cosa sta succedendo, qui?
Io propongo una chiave di lettura, ma potrebbe essere soltanto un'opinione maligna e sbagliata. La "Federico II" non esiste: è la nave affondata da Fonti e dai suoi complici (la Cunsky?). Ed è proprio quella che il rov inviato dall'Arpacal ha filmato il 12 settembre 2009. E adesso il peggio, l'innominabile: la cosa è stata secretata perché è lo Stato Italiano ad aver commissionato, attraverso faccendieri, servizi segreti e boss della 'Ndrangheta, l'affondamento (e chissà quanti altri oltre questo, altrimenti oggi Ilaria Alpi e Natale De Grazia sarebbero ancora vivi). Non è una faccenda che può essere rivelata al pubblico. È una porcheria dello Stato, sulle sue stesse coste e a danno dei suoi stessi cittadini — cittadini di serie B, evidentemente: i Calabresi —, frutto dell'imperizia dei suoi governanti, dell'avidità (la catena di guadagno riguarda necessariamente politici, agenti segreti e boss) e della mancanza di programmazione (dove mettiamo i rifiuti tossici?). Una vergognosa porcheria, ma come tante altre (Ustica, la "strategia della tensione", l'omicidio teleguidato di Aldo Moro); una scomodissima situazione a guardia della quale un nuovo muro di gomma è stato posto a respingere qualunque tentativo di risalire alla verità.
Solo dietrologia, la mia?

Ecco che cosa vogliono darci a bere: la "Mare Oceano" è andata a colpo sicuro su un vecchio relitto — il "Catania", appunto — di cui già conoscevano la posizione. Più giù ce n'è pure un altro, il "Cagliari". Che magari tenteranno di usare in seguito per dire «Ecco, questa è la Mikigan, o la Rigel... anche qui, il caso è chiuso, non insistete, non esistono navi dei veleni». In realtà il relitto trovato e filmato in settembre dal rov dell'Arpacal ha coordinate differenti: quattro miglia più a ovest! (Le coordinate fornite dalla Regione per il Rov calato dalla nave "Coopernaut Franca" della società "Nautilus" il 12 settembre sono: 39 gradi 28,50 primi nord, 15 gradi 41,57 primi est; mentre quelle della nave mercantile Catania, come risulta da dati tratti dall’Ufficio idrografico del Regno Unito, sono: 39 gradi 32 primi nord, 15 gradi 42 primi est.)
Cliccare per ingrandire l'immagine (tratta dal sito comitatodegrazia.org) in una nuova finestra.


«Cari Calabresi, la nave di Cetraro non è quella che pensavate che fosse. Arrivederci e grazie».
Caro Stato, arrivederci... De Grazia: in suo nome e memoria, la vostra nave non è quella che voi volete che pensiamo! Qualcuno dovrebbe finire in galera, per questa squallida presa in giro... Ma ti teniamo d'occhio, Stato: conosciamo le tue abitudini, dall'omicidio Moro a Ustica a Piazza Fontana... Stavolta non te la facciamo passare liscia!

«Cari Calabresi, la nave di Cetraro non è quella che pensavate che fosse. Arrivederci e grazie».
Non c'è alcuna "nave dei veleni" e il pentito Francesco Fonti è da considerarsi definitivamente inattendibile. Lo dicono in coro il ministro Prestigiacomo, il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso e il capo della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, Antonio Vincenzo Lombardo.
La verità ufficiale, emersa dopo le ricerche della "Mare Oceano", affittata (a 43mila euro al giorno) dal governo e spedita a fare rilievi nel Tirreno cosentino per una settimana, parla di una nave passeggeri, trovata a 470 metri a largo di Cetraro: la "Catania", un piroscafo lungo 103 metri, costruito a Palermo nel 1906 e affondato il 16 marzo del 1917 da un siluro lanciato da un sommergibile tedesco, dopo aver fatto evacuare i passeggeri, durante il viaggio di ritorno di una crociera da Bombay a Napoli.
Il messaggio è: «il caso è chiuso». Chiuso?

LE IMMAGINI
Le foto e i brevi segmenti di filmato mostrati durante la conferenza stampa del 29 ottobre 2009 alla Direzione Nazionale Antimafia non sono sembrate chiarissime a chi era presente; inoltre erano assai simili a quelle diffuse durante le prime rilevazioni del 12 settembre (qui il video sul sito de L'Espresso, con un'inquadratura di ben 30 secondi su un bidone imploso per la pressione). Non si legge il nome della nave ("Catania"), anche perché delle cime, che sono sembrate nuovissime, coprono il punto dove sarebbe stato possibile leggerlo. Non solo: non c'è più traccia dei bidoni, si vede solo una manica a vento adagiata sul fondo che, alla lontana, somiglia ad un fusto.
Quindi come hanno fatto, dalla Mare Oceano, a stabilire che quel relitto che ora mostrano è il Catania?!

IL PENTITO
Il pentito racconta frottole? In altre parole: il fatto che quella nave a largo di Cetraro non sia la Cunsky, mette o no in ombra le confessioni di Francesco Fonti? Claudia Conidi, legale di Fonti, ricorda che il suo assistito ha detto di aver affondato navi, non dei nomi. «E poi: quella nave a largo di Cetraro non si sapeva che fosse lì. Eppure, dopo le rivelazioni di Fonti, guarda caso, una nave proprio lì è stata trovata». La Conidi ha anche ricordato che nell'unico verbale giudiziario scritto a Catanzaro davanti al dottor Luberto, Francesco Fonti non fece alcun nome di navi. Disse anche che quando andava ad affondare navi non andava tanto a guardare il nome né i libri di bordo: metteva la dinamite e se ne andava di corsa.
Solo nel memoriale inviato al dottor Macrì della Direzione Nazionale Antimafia, quei nomi vennero fuori. Su quelle pagine ricordò di averli sentiti pronunciare dai boss che gli avevano dato l'ordine di affondarle. «Anzi» aggiunge la Conidi, «a me oggi viene il sospetto che i mandanti di Fonti facessero quei nomi un po' a caso, per rendere ancora più torbida e confusa l'operazione».
Ma quali sarebbero gli interessi del pentito? In definitiva, Francesco Fonti — che ha già contribuito a mettere in galera centinaia di boss e affiliati della 'Ndrangheta — che interesse avrebbe avuto a dire una cosa per un'altra? Con le sue dichiarazioni egli ha disegnato solo un piccolo particolare di un quadro che nel complesso rappresenta comunque l'intreccio criminale che gestisce lo smaltimento dei rifiuti tossici e radioattivi in tutto il mondo. Il collaboratore di giustizia "ci avrebbe provato", magari per rientrare nel protocollo di protezione, attualmente negatogli (e che adesso, alla luce della smentita, difficilmente otterrà)? Fonti avrebbe indicato un luogo, e per qualche settimana il suo gioco avrebbe retto, ma ora è stato smascherato? Insomma uno indica un tratto di mare e dice: «Lì c’è una nave», e ci prende, che culo!, perché lì, proprio dove ha detto lui, un relitto c’è?... Fonti dovrebbe provarci al Superenalotto: farebbe più grana che con il suo ex-mestiere di boss!

LE "LAMIERE SALDATE SENZA BULLONI" E IL "CESIO 137"
Ma anche il Procuratore di Paola, Bruno Giordano, il primo a indagare con grande impegno sul relitto di Cetraro, prima che il fascicolo fosse trasferito alla Dda di Catanzaro, avrebbe preso una fionza? «Se sia davvero la nave di cui parla il pentito Fonti, questo lo dirò solo quando avremo tutte le prove. Certo, una serie di elementi lo fanno pensare: la lunghezza complessiva, tra i 110 e i 120 metri, la relativamente recente costruzione, perché non presenta bullonature ma le lamiere sono saldate, il fatto che non sia registrata come affondata, tutto ciò fa pensare che sia una delle tre navi indicate dal pentito». Parole caute, ma chiarissime.
Ancora più chiare le parole di Nicola Maria Pace, attuale Procuratore di Trieste, il quale in passato si è occupato di navi dei veleni insieme al giudice Francesco Neri e al defunto Capitano De Grazia: «[il memoriale di Fonti] riproduce e si sovrappone, con una precisione addirittura impressionante, agli esiti di indagini che ho condotto proprio come procuratore di Matera, partendo dalla vicenda della Trisaia di Rotondella e proseguendo con la tematica dello smaltimento in mare di rifiuti radioattivi, su cui svolsi delle indagini in collegamento investigativo con la procura di Reggio Calabria».
Sarebbe altresì interessante capire perché nel 2008 l'Arpacal (Dipartimento di Reggio Calabria), esaminando le specie ittiche, evidenziò nelle acque di Cetraro la presenza di tracce di Cesio 137, lo stesso radionuclide della catastrofe di Chernobyl. E qualcuno deve spiegare perché la capitaneria di porto di Cetraro abbia decretato il divieto di pesca nel 2007 «a causa di sostanze inquinanti» presenti in quelle acque: nessuno ha mai spiegato da dove provenissero...

«Il procuratore Giordano ha chiesto più volte alla marina militare se nelle acque di Cetraro ci fossero relitti bellici affondati» racconta l'assessore all'ambiente della Regione Calabria Silvio Greco, «ma gli è stato sempre detto di no. La cosa strana è che in quell’area è stato anche posto il segreto di Stato. Io mi sono mosso solo dopo fine indagine e in conseguenza ai tanti problemi che abbiamo rilevato. Da metà giugno, quando ho informato il governo, il ministro Prestigiacomo e il capo della Protezione civile, solo ora abbiamo ottenuto una risposta che fa piacere a tutti noi. Se si fossero mossi prima, avremmo evitato preoccupazioni inutili. Mi piacerebbe, però, avere un minimo dato scientifico sulla questione. Sapere che tipo di campionamento è stato fatto e dove si trovano i campioni prelevati, ad esempio. Solo per curiosità accademica. Anche perché il tecnico Arpacal è potuto rimanere sulla nave "Mare Oceano" solo quattro ore senza poter vedere i filmati...».

Sembra la trama di un film di spionaggio. Nel Paese dei depistaggi (da Ustica a Gladio, da Piazza Fontana all'Italicus), è facile fare dietrologia: ma questa chiarificazione "Cunsky-Catania" non ci convince. Per niente.

E così non è la Cunsky. Il relitto identificato sul fondale davanti a Cetraro è di un’altra nave (un piroscafo affondato nel 1917). E tanto basta al ministro Prestigiacomo per salutare con entusiasmo la notizia e bacchettare quanti avrebbero seminato «paura e allarme sociale, senza avere riscontri attendibili ». Sono stati necessari ben 45 giorni perché i potenti mezzi del ministero dell’Ambiente, anzi, di una società privata noleggiata in corsa (si fa per dire…), ci dicessero che il nome non era quello indicato dal pentito. E finalmente si è fatta sentire la voce del Ministro, che di 45 giorni non ne ha trovato uno libero per affacciarsi in una Regione dove si sta consumando uno dei più grossi scandali ambientali del nostro Paese, squarciando faticosamente veli di silenzi e di omertà.
La Calabria è in ginocchio, caro Ministro, e non per colpa di allarmi immotivati, ma a causa dei veleni veri ritrovati fin nei capelli dei bambini di Crotone, per colpa delle troppe morti documentate dall’Arpacal nell’area della collina di Ajello, per l’alto tasso di radioattività dichiarata dal Suo Ministero, per gli inquinanti trovati sulla costa che hanno convinto la Capitaneria a emanare un’ordinanza per vietare la pesca in un ampio tratto di costa tirrenica. L’Arpa, il Ministero, la Capitaneria: ecco chi ha «lanciato l’allarme sociale». E poi le procure, a partire da quella di Reggio Calabria, che da tempo indica nell’area dell’Aspromonte i luoghi d’interramento di rifiuti e che da anni cerca di venire a capo del mistero della Rigel, la nave che non si è mai voluta cercare. E la Procura di Paola, la cui tenacia ha consentito di trovare i rifiuti tossici nel torrente Olivo e la cava radioattiva. E poi quella di Lagonegro, che chiede di approfondire le indagini sul relitto individuato di fronte a Maratea. Che ci siano tante navi affondate con rifiuti tossici e radioattivi è una verità.
Che altrettanti rifiuti siano stati interrati dalla 'Ndrangheta sulla terraferma, purtroppo, è un’altra drammatica verità. E se il relitto davanti a Cetraro non è quello della Cunsky, invece che tranquillizzare, a noi procura ancora più ansia, perché allunga i tempi della verità e ci fa sorgere il sospetto che il dramma sia molto più ampio.
È assodato che ci siano 55 navi affondate nei mari italiani: se quella non è la Cunsky, siamo ancora fermi a 55, non siamo scesi a 54! Bisogna tirare fuori i rifiuti interrati sotto il torrente Olivo, bonificare ampie aree della città di Crotone, indagare le cavità dell’Aspromonte e i segreti cunicoli della diga sul Metramo, bisogna cercare la Rigel, la Yvonne A, la Michigan (senza scordarsi della Cunsky, che stando al pentito è lì da qualche parte)… e bisogna che il Governo, non solo il Ministero dell’Ambiente, prenda atto che questa vicenda è più grande, molto più grande della nave che giace di fronte a Cetraro. Allora, e solo allora, smetteremo di tirare la cordicella del segnale d’allarme, Ministro...

(Peraltro, un paio di domande: ma su questo "piroscafo" non erano stati fotografati dei fusti che fuoriuscivano dalla stiva? E questi fusti non avevano etichette che avevano fatto sospettare il coinvolgimento dell'Enea?! O ce lo siamo sognati?... La missione era stata condotta dalla nave "Copernaut Franca" della società Nautilus, incaricata dalla Regione Calabria con l'Arpacal — Agenzia regionale protezione ambiente —; da questa nave era stato calato il cosiddetto Rov, un robot che nel punto individuato — coordinate 39 gradi 28.50 primi nord, 15 gradi 41.57 primi est — è sceso sotto la teleguida della società "Arena sub" a 472 metri di profondità filmando il relitto, appoggiato di fianco, nella parte destra uno squarcio — oggi viene da dire: il siluro tedesco —; poco più in là un primo bidone, imploso dalla pressione del mare... Ce lo siamo sognati? Che dire allora di questa testimonianza? E di tutto questo dossier?)

E così, lentamente ma inesorabilmente, un'orribile verità sta venendo a galla grazie alle rivelazioni di un pentito di 'Ndrangheta e alle faticose indagini di un pm: la Calabria — e i suoi mari, e i suoi monti— è la discarica "legale" dei rifiuti tossici di mezzo mondo, non solo aziende ma anche "cose pubbliche" come l'ENEA e l'ENI.

Da 20 anni e oltre, le industrie che si devono disfare di veleni, scorie e pattume radioattivo, si rivolgono ad apparati dello Stato; alcuni politici — anche di spicco — fungono da intermediari con i servizi segreti, i quali incaricano la malavita e i boss mafiosi, i quali a loro volta s'incaricano di sbrigare il lavoro sporco (affondare "navi-carretta" a pochi kilometri dalle coste della Somalia o direttamente del Mediterraneo, oppure interrare il contenuto di interi TIR in greti di torrente o cave abbandonate del Pollino, dell'Aspromonte e di chissà quale altra zona).
Le aziende risparmiano sui costi; i politici intascano lauti compensi sottobanco; gli ufficiali dei servizi segreti una congrua mazzetta; i boss della 'Ndrangheta montagne di denaro. E i Calabresi muoiono di cancro.

«Basta essere furbi, aspettare delle giornate di mare giusto, e chi vuoi che se ne accorga?». «E il mare? Che ne sarà del mare della zona se l'ammorbiamo?». «Ma sai quanto ce ne fottiamo del mare? Pensa ai soldi, che con quelli, il mare andiamo a trovarcelo da un'altra parte...». Dialogo tra due boss della 'Ndrangheta contenuto nel fascicolo del pm Cisterna: ogni commento è superfluo, su questa gente, che alcuni ancora si ostinano a definire "uomini d'onore"...

Non so se è chiaro il concetto... Lo ripeto, perché è di una gravità inaudita, peggio del Watergate o di Enron o di qualunque altro scandalo che si sia mai visto: le industrie che volevano smaltire rifiuti tossici a basso costo si rivolgevano al governo italiano, che chiamava i servizi segreti, i quali chiamavano i vari boss, i quali compravano navi da affondare con dentro i rifiuti; questi ultimi, siccome il Mar Rosso era distante, trovavano più conveniente cagare la loro merda nei nostri mari. Un centinaio di navi affondate in tutto il Mediterraneo in 20 anni. La giornalista Ilaria Alpi e l'ufficiale Natale De Grazia avevano scoperto tutto e sono stati assassinati.
È questo il motivo per cui lo Stato chiamato Italia non ha mai combattuto seriamente le mafie?, i boss e le loro manovalanze fanno "il lavoro sporco" per il governo?


Visualizza la mappa delle navi dei veleni in una finestra di dimensioni maggiori

Un elenco di affondamenti volontari, navi che spariscono nel nulla senza lanciare il mayday...

Basta ricordare alcuni casi per avere un'idea di quello che è successo in questi anni.
Nel 1985, durante il viaggio da La Spezia a Lomè (Togo), sparisce la motonave Nikos I, probabilmente tra il Libano e Grecia. Sempre nel 1985 s'inabissa a largo di Ustica la nave tedesca Koraline. Nel 1986 è il turno della Mikigan, partita dal porto di Marina di Carrara e affondata nel Tirreno Calabrese con il suo carico sospetto. Nel 1987 a 20 miglia da Capo Spartivento, in Calabria, naufraga la Rigel. Nel 1989 la motonave maltese Anni affonda a largo di Ravenna in acque internazionali. Nel 1990 è il turno della Jolly Rosso a spiaggiarsi lungo la costa tirrenica in provincia di Cosenza. Nel 1993 la Marco Polo sparisce nel Canale di Sicilia.
Fino agli anni Novanta c'era addirittura chi teorizzava pubblicamente la sepoltura in mare dei rifiuti radioattivi: la ODM (Oceanic Disposal Management, "gestione di depositi sottomarini") di Giorgio Comerio si presentava su Internet offrendo i suoi servigi di "affondamento su commissione". Era già in vigore la Convenzione di Londra che vieta espressamente lo scarico in mare di rifiuti radioattivi, ma la ODM, che operava dal 1987, sosteneva che non si trattava di scarico "in" mare ma "sotto" il mare perché la tecnica proposta consisteva nell'uso di una sorta di siluri d'acciaio di profondità che, grazie al loro peso e alla velocità acquisita durante la discesa, s'inabissano all'interno degli strati argillosi del fondo marino penetrando a una profondità di 40-50 metri... Allucinante! Questi si facevano pubblicità sul web!
Comerio contattava i governi della Sierra Leone, del Sudafrica, dell'Austria. Proponeva affari anche al governo somalo: 5 milioni di dollari per poter inabissare rifiuti radioattivi di fronte alla costa e 10 mila euro di tangente al capo della fazione vincente dell'epoca, Ali Mahdi, per ogni missile inabissato. Pagamento estero su estero, s'intende. A provarlo ci sono i fax spediti da Comerio nell'autunno del 1994 al plenipotenziario di Mahdi, Abdullahi Ahmed Afrah, e acquisiti dalla commissione di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi.
La giornalista della Rai aveva scoperto il traffico e, cosa più pericolosa, la tangente?

Nel 2000 l'indagine iniziata dalla magistratura di Reggio Calabria nel 1994, dopo una denuncia della Legambiente sulla Rigel, fu archiviata, nonostante la gran mole di indizi, perché "mancava il corpo del reato". Difficile del resto che le prove potessero emergere da sole visto che erano state seppellite con cura in una fossa del Mediterraneo.
Nel settembre 2009 però, grazie all'ostinazione della procura di Paola e dell'assessorato all'Ambiente della Regione, la "pistola fumante" è stata trovata: un piccolo robot è riuscito a fotografare il delitto sepolto a 487 metri di profondità, i bidoni della vergogna che spuntano dalla falla nella prua della Cunsky. Il teorema della prova irraggiungibile è crollato.

La radioattività a Serra d'Aiello

Il peggio del peggio è emerso inequivocabilmente. Si è trovata un'area collinare, a pochi chilometri dal litorale cosentino, contaminata dalla radioattività. Si è scoperto che in quella stessa zona è avvenuto lo smaltimento di rifiuti tossici provenienti dalle lavorazioni industriali. Sono spuntate testimonianze che collegano questi ritrovamenti a traffici, via mare, di scorie pericolose. E soprattutto, si è riscontrato nei comuni limitrofi l'aumento dei tumori maligni, con un pericolo a tutt'oggi incombente sulla popolazione.
Una vicenda terribile che parte il 14 dicembre 1990 dalla spiaggia di Formiciche, Calabria, mezz'ora di macchina a nord di Lamezia Terme. Pochi ombrelloni sparsi, turismo familiare e l'azzurro tenue del mare costeggiato dalla ferrovia. Qui, 19 anni fa, si è arenata davanti agli occhi perplessi dei residenti la motonave Rosso. Secondo l'armatore Ignazio Messina, si trattò di un incidente provocato dal mare in burrasca. Ai magistrati, invece, venne il dubbio che a bordo ci fossero sostanze tossiche o radioattive: bidoni che avrebbero dovuto essere smaltiti sui fondali marini, e che causa maltempo sarebbero finiti sulla costa, per poi sparire nell'entroterra. A lungo, come riferito in numerosi articoli da "L'Espresso", gli investigatori hanno cercato di scoprire la verità. Sia sul carico della Rosso, sia sulle altre carrette del mare: imbarcazioni in condizioni pietose, mandate a picco nel Mediterraneo colme di scorie. Un lavoro segnato da mille ostacoli e costanti minacce. Il 13 dicembre 1995, dentro questo scenario, è morto in circostanze più che sospette il capitano di corvetta Natale De Grazia, consulente chiave della procura di Reggio Calabria. E intanto, dall'intreccio tra Italia e altre nazioni (europee e non, comunque disposte a tutto per smaltire pattume tossico) sono uscite le figure di agenti segreti, politici ai massimi livelli, faccendieri massoni e onorati membri della 'Ndrangheta. Ma nonostante le migliaia di verbali, di indizi, di indicazioni sui presunti luoghi di occultamento, non si è raggiunta per anni la certezza. Ancora il 13 maggio 2009, il gip Salvatore Carpino si è trovato ad archiviare il sospetto di affondamento doloso e truffa pendente sugli armatori Messina. E loro hanno festeggiato: dichiarando che quell'atto chiudeva una stagione di «accuse infondate, calunnie, subdole diffamazioni e campagne stampa fondate sul nulla».
Poco è stato definitivamente chiarito, in questa storia, e il primo a riconoscerlo è il procuratore capo di Paola, Bruno Giordano. Il quale non soltanto sta continuando a indagare, ma ha trovato quello che si sospettava da anni: appunto la presenza, a pochi chilometri dalla spiaggia di Formiciche, sulla strada provinciale 53 che sale in collina, di un'area radioattiva. Un angolo di campagna che prende i nomi di Petrone-Valle del Signore e Foresta, e che è incastrato tra i comuni di Aiello Calabro e Serra d'Aiello, lungo il greto del fiume Oliva. Già nel 2004, l'Arpacal (Agenzia regionale protezione ambiente calabrese) aveva qui scoperto metalli pesanti e granulato di marmo, utilizzato dalla malavita per schermare la radioattività.


Fiume Oliva su GoogleMaps

Allora, il perito Ornelio Morselli certificò la presenza eccedente di rame e zinco, ma anche di policlorobenzeni (Pcb) con «caratteristiche tossicologiche analoghe alle diossine». Se a questo si somma che un funzionario dell'ex genio civile ha ammesso di avere visto un fusto nella briglia del fiume Oliva, si capisce perché l'ex pm di Paola, Francesco Greco, abbia ipotizzato un nesso tra il ritrovamento dei rifiuti e la motonave Rosso; e più in generale, un legame tra le sostanze tossiche e i traffici marittimi. Una tesi che qualcuno ha cercato di catalogare come azzardata, ma che oggi, con il ritrovamento di un documento inedito, assume tutt'altro spessore. Nel 2005, infatti, un investigatore della procura di Paola ha accompagnato al fiume Oliva Amerigo Spinelli, poliziotto municipale di Amantea (paesino accanto alla spiaggia di Formiciche). E nella sua relazione finale, ha scritto: «Spinelli indicò un'area che (...) corrisponde al greto della località Valle del Signore ed aree adiacenti». Di più: Spinelli ha riferito che «un'ampia zona compresa tra la predetta zona e almeno 200 metri a ovest (...) era stata interessata dal deposito di rifiuti/materiali derivanti dallo smantellamento della motonave Rosso»...
Nel 2007 è arrivato il secondo colpo di scena, anch'esso sconosciuto fino a oggi. Due ufficiali hanno notato dei camion che prelevavano terreno dai torrenti Catocastro e Valle del Signore (affluente dell'Oliva) per il ripascimento delle coste. E quando hanno ispezionato le spiagge interessate, hanno trovato svariati oggetti ferrosi, tra i quali un "coperchio (...) presumibilmente appartenente a un fusto", pezzi di lamiera e "quattro tubi di diverso diametro" che «possono essere ricondotti, verosimilmente, a parte delle protezioni in uso sui traghetti Ro-Ro»: navi come la Rosso, con lo sportello ad hoc per imbarcare i carichi su ruote.
A cavallo tra il 2007 e il 2008 l'Arpacal e il perito Morselli hanno riscontrato in profondità a Foresta agro di Serra d'Aiello la presenza di Cesio 137 (lo stesso fuoriuscito da Chernobyl). Nel novembre 2008, grazie ai carotaggi nelle immediate adiacenze della briglia del fiume Oliva, si è trovato un sarcofago (di dimensioni ancora ignote) in cemento a circa 10 metri di profondità. All'interno, scrivono i consulenti della procura, «c'erano concentrazioni elevate di mercurio», presente anche in altri campioni. Da qui parte l'ultima svolta di questo incubo. Dalla testardaggine con cui il procuratore Giordano insegue reati che vanno dal disastro ambientale all'avvelenamento delle acque: a fine 2008 incarica l'università della Calabria e il CNR di sondare, con cartografie satellitari, eventuali anomalie termiche nell'entroterra calabro (segno di radioattività). E il 17 febbraio arriva la risposta: positiva...
Il 9 giugno 2005 "L'Espresso" aveva pubblicato il dossier di un ex boss della 'Ndrangheta che si accusò di avere affondato, d'accordo con il clan Muto, carrette del mare zeppe di sostanze tossiche. Tra le navi, ne indicava tre che transitavano «al largo della costa calabrese, in corrispondenza di Cetraro, provincia di Cosenza». E proprio in questo tratto di mare, a 487 metri di profondità, l'Arpacal ha individuato il 14 dicembre 2008 un «rilievo di forma ellittico/circolare, lungo circa 80 metri e largo non più di 50, che si eleva rispetto alle profondità medie circostanti di circa 4 metri». Guarda caso, agli investigatori risulta che il titolare della vecchia cava accanto al fiume Oliva (oggi defunto) fosse taglieggiato dagli 'ndranghetisti Muto.

Questa è la storia che ha tolto il coperchio alla terribile pentola. Ma ora scopriamo che è piuttosto la punta di un iceberg. Una verità troppo grave per poter essere rivelata, e ci sono già i primi segnali di una volontà di insabbiamento. Ci sarebbero addirittura rifiuti tossici e/o radioattivi provenienti dall’ENEA e dall’ENI nella stiva del Cunsky, la nave affondata al largo di Cetraro.
È passato quasi un mese dall’individuazione del relitto. Nonostante le promesse — «coinvolgeremo anche la Nato», ha detto il ministro dell’Ambiente, Prestigiacomo — non si ha notizia di alcun piano di recupero dei rifiuti contenuti nella nave. Anche l’assessore all’Ambiente della Regione Calabria dice di non aver saputo nulla dal ministero dell’Ambiente. Si dichiara stupito del fatto che «di una questione così grave non se ne sia parlato in un Consiglio dei Ministri». Annuncia di voler fare una “denuncia politica” a Bruxelles e di voler coinvolgere il commissario all’Ambiente dell’Unione Europea.
Un patto fra ‘Ndrangheta e servizi segreti. Una nave affondata con rifiuti tossici di ENEA e di ENI. Sospetti inquietanti: e il fatto che non si stia procedendo al recupero non aiuta a dissiparli.

L'Aspromonte

E purtroppo l'incubo minaccia di non essere confinato solo ai mari.
Negli ambienti ospedalieri di Reggio Calabria è risaputa l'anomala incidenza di casi di leucemia nei comuni di Santo Stefano in Aspromonte e Pellaro; nel comprensorio di Melito Porto Salvo è segnalata una anormale casistica di tumori alla lingua e ai polmoni; in un comune della Piana di Gioia Tauro è segnalata una mortalità pari al 100% nei casi di cancro...
«In questa vicenda si muovono personaggi sconvolgenti, persone che galleggiano tra lo Stato e l’anti Stato». Nuccio Barillà è lo storico esponente di Legambiente Calabria che assieme a Enrico Fontana, attuale capogruppo di Sinistra e libertà nella Regione Lazio, fornì lo spunto necessario all’apertura delle indagini. «La mattina del 2 marzo ’94, insieme a Enrico Fontana rileggevamo la denuncia che da lì a poco avremmo consegnato a Francesco Neri — a quel tempo giovane sostituto della allora Pretura di Reggio —. Ci rendevamo conto della gravità e delicatezza della faccenda che andavamo segnalando. Mai, però, avremmo potuto immaginare che nei mesi e negli anni seguenti si sarebbe scatenata tutta quella tempesta». Le notizie si riferivano a un presunto traffico di rifiuti tossici e nocivi trasportati dal Nord Europa verso ben determinate zone dell’Aspromonte. «Stando alle informazioni di cui eravamo entrati in possesso» ricorda ancora Barillà, «quantitativi imprecisati venivano trasportati con grossi TIR e interrati in discariche illegali ricavate in cave naturali o in anfratti, lontano da occhi indiscreti. Alcuni di questi traffici avvenivano via mare. Le navi approdavano in porti non controllati e da lì poi i rifiuti prendevano la via della montagna. Fu quella la prima miccia che fece esplodere il caso. L’inchiesta si sarebbe poi allargata a macchia d’olio. Fino a delineare uno scenario di dimensioni davvero planetarie. Poi tutto si fermò». Tutto archiviato.
Nella sentenza del Gip veniva confermato lo scellerato disegno criminale di smaltimento in mare di rifiuti radioattivi, l’affondamento delle navi. Mancava la sicurezza che il carico fosse di rifiuti i radioattivi. In sostanza, mancava il “corpo del reato”. Quella prova che il mare ha ora restituito. «Sono stati anni difficili» ricorda Barillà. «In cui abbiamo sempre cercato di rincorrere la verità. È il momento per creare un organismo nazionale che coordini tutte le indagini che hanno preso il via dalle dichiarazioni di Fonti. Prima fra tutte quelle sul centro ENEA della Trisaia, in Basilicata».

C’è un personaggio chiave al centro degli intrighi. Compare puntualmente in tutte le vicende collegate a questi traffici: si chiama Giorgio Comerio. Ecco come il rapporto Ecomafia del 2006 lo descrive: «È un ingegnere brillante e spregiudicato di Busto Arsizio, ma residente in diverse parti del mondo: all’isola britannica di Guernsey, a Malta, a Lugano e, in Italia, in una bella villa di Garlasco in provincia di Pavia. Di lui in questi anni si è detto di tutto. Per esempio che sia un affarista internazionale collegato ai servizi segreti di numerosi Stati, che sia stato espulso dal Principato di Monaco per traffico d’armi perché riforniva di missili Exocet i generali argentini, durante la guerra delle Falkland. Questo signore, dai modi cortesi e dalle amicizie influenti, si definisce con apparente modestia “semplice esperto di navi e di localizzazioni”». È lui: quello che si faceva pubblicità sul web. «Si è appropriato di uno studio preliminare, avviato dai Paesi dell’Euratom, costato circa 120 milioni di dollari e poi, dopo 15 anni, lasciato cadere. Ha messo in piedi, con il suo socio austriaco e altri personaggi, la società Odm, di cui ufficialmente è solo “uno dei direttori tecnici”». Poi è partito in giro per il Mondo a offrire una soluzione davvero originale per la sistemazione delle scorie radioattive. Quelle stesse che i governi non sanno dove mettere.

I tumori a Paola

I giovani paolani si ammalano di tumore quattro volte di più rispetto alla media nazionale. Paola è a metà strada tra Cetraro — dove è stata ritrovata la nave Cunsky — e Amantea, dove si è spiaggiata l'ormai tristemente famosa JollyRosso. Non si sa ancora con certezza dove siano stati interrati i rifiuti — la Procura di Paola sta indagando su questo — ma di certo proprio a partire dall'arrivo di quelle navi sono aumentati i tumori nella popolazione giovane. Il picco di malattie a Paola si è registrato negli ultimi dieci anni: proprio nel 1990, il 14 dicembre, la Jolly Rosso arrivò sulla spiaggia nei pressi di Amantea, dove rimase abbandonata a se stessa per ben sei mesi, fino al giugno del '91. E si ipotizza che quelli fossero anche gli anni dell'affondamento della Cunsky.
Nella fascia 30/34 anni i giovani di Paola si ammalano di tumore con una media del 2,90% contro la media nazionale dello 0,74% per gli uomini e dello 0,86% per le donne. Dai 35 ai 39 anni la media a Paola è del 2,07 contro quella nazionale dell'1,24 per gli uomini e dell'1,78 per le donne. Nella fascia dai 40 ai 44 anni la media a Paola è del 4,15% contro il 2,11 per i maschi e il 3,33 per le donne. Ma anche se guardiamo la fascia 60/64 anni il tasso del 15,77% è superiore all'11,43 dei maschi e all'11,69 delle donne. Dopo i 65 anni la media scende.
«Fino a qualche anno fa avevo pazienti ultracentenari, oggi neanche uno» dice il dottor Cosmo De Matteis — chiamato familiarmente «Cosimo» —, che ha coordinato l'indagine. «Le ricerche sono state fatte a Paola ma ora ci si augura che anche i medici degli altri paesi costieri incrocino i dati per vedere se il fenomeno riguarda tutta la zona o no».
La senatrice Antonella Bruno Ganeri, due volte sindaco di Paola dal '93 al 2001, è stata colpita personalmente dalla perdita di due figli giovanissimi, morti entrambi per tumore. «Chiedo che il governo centrale si muova. Lo deve a chi non c'è più perché vittima del lavoro, come nel caso della Marlane, e dell'ambiente, come sta accadendo a Paola. Ci sono stati casi di ragazzini morti a dodici anni. Questa è una terra avvelenata da sostanze radioattive buttate qui come se la Calabria fosse la pattumiera d'Italia» dice. Ma perché i rifiuti tossici sono stati buttati proprio in Calabria? «Attribuisco questo lento declino del territorio a due fattori: la depressione culturale in cui sta sprofondando il Paese e la malapolitica. La Seconda Repubblica non è mai decollata. In Calabria la politica ha abdicato ai propri compiti, è diventata clientela e mercato. La città di Paola è stata colpita. Cosa dobbiamo auspicare? Un esodo in massa per lasciare la nostra terra nelle grinfie della mafia e della malapolitica? Spero che finalmente oggi si arrivi al punto di sapere la verità e che queste cose non vengano più insabbiate. Oggi abbiamo un Procuratore della Repubblica, Bruno Giordano, e un assessore regionale all'ambiente, Silvio Greco, che hanno fatto scudo contro il sistema dei faccendieri e della malapolitica. Chiedo che lo Stato li sostenga».

Il Pollino

Le eco dalla Calabria turbano la tranquillità in Basilicata. Non solo e non tanto perché Cetraro è distante qualche tiro di schioppo dalla costa tirrenica lucana, ma perché lo stesso pentito della ‘Ndrangheta, Francesco Fonti, che aveva parlato di quell’affondamento, aveva parlato di un’altra «carretta dei veleni» affondata nel 1992 proprio a largo di Maratea e di 100 bidoni da 220 litri l’uno, contenenti scorie radioattive seppelliti in territorio di Pisticci. E l’elenco potrebbe ancora allungarsi.
«Noi» dice l’ex procuratore capo di Matera, Nicola Maria Pace, il primo, a inizio anni ‘90, a indagare su questo filone, coordinandosi col collega di Reggio calabria Francesco Neri, «avevamo tutti gli elementi per ritenere, come abbiamo ritenuto da subito, che almeno una quarantina di navi fossero state affondate nel Mediterraneo». Quell’inchiesta, alla ricerca dei riscontri, dovette arrendersi per l’indisponibilità delle tecnologie presenti oggi e per la mancata volontà del Governo di sostenere le spese di ricerca necessarie, ma oggi racconti del pentito e ritrovamenti sono «perfettamente coincidenti» con lo scenario emerso all’epoca, partendo nelle indagini dall’Itrec, il centro ENEA di Rotondella, e un possibile traffico internazionale di plutonio che potrebbe aver avuto uno snodo in Basilicata. La questione, oggi, con la Guerra Fredda passata da un pezzo, vede invertirsi l’ordine di rilevanza dei fattori. Il traffico nucleare a fini bellici non appassiona più. Quello dei rifiuti, invece, crea non pochi problemi e le attività d’indagine sembrano non dover essere circoscritte alla sola Calabria.
«Anche qui faremo qualcosa» dice il sostituto procuratore di Lagonegro, Francesco Greco, oggi in servizio nella procura lucana che ha competenza su Maratea, ma lo stesso che tempo fa avviò l’indagine a Paola sui presunti inabissamenti di navi contenenti rifiuti radioattivi nel mare dell’Alto Tirreno Cosentino. Greco andrà alla ricerca della "Yvonne" la nave che, secondo il pentito Fonti, avrebbe avuto la stessa sorte della Cunski a largo di Maratea, con a bordo 150 fusti di fanghi radioattivi.
Negli anni scorsi, sempre sotto la spinta della Procura di Paola, una nave oceanografica ha compiuto rilievi anche sui fondali di Maratea che hanno dato esito negativo rilevando valori di radioattività nella norma e ancora ieri l’Arpab, l’agenzia ambientale lucana, è tornata a fornire assicurazioni parlando di «valori nella norma» per i campionamenti che periodicamente fa nelle acque tirreniche lucane. Conseguentemente, o i 17 anni passati hanno ormai disperso ogni effetto, o la Yvonne non è affondata lì. Ma perché un pentito che descrive nei minimi dettagli quanto avvenuto a Cetraro dovrebbe mentire su quanto avvenuto qualche miglio più a nord? Una domanda che ha un suo simile in terraferma. Perché sempre Fonti parlò di «100 fusti di scorie radioattive che, non potendo essere imbarcati su una nave, vennero interrati in Basilicata a Coste della Cretagna di Pisticci». In quella zona non sono stati trovati riscontri, ma oggi si apprende di altre ricerche fatte dall’Istituto Nazionale di Geologia e Vulcanologia, come attività d’indagine diretta, e, in modo più riservato, nell’ambito di programmi di ricerca dell’Agenzia Spaziale Italiana (e così pagati), «sperimentando» tecniche di ricerca satellitari, ma con qualcuno dello Stato che suggeriva dove andare a fare i test. E, con indagini all’infrarosso termico, sarebbero emersi alcuni «siti da approfondire», tra Pisticci (in una zona con un nome simile a quello indicato dal pentito) nei calanchi di Tursi e in alcune cave del massiccio del Pollino. Qualcuno avrebbe messo materiali o movimentato terra senza un apparente perché. E i timori lucani continuano a crescere.

Parla il pentito

Francesco Fonti, il pentito della 'Ndrangheta, non ha problemi ad ammetterlo: «Era una procedura facile e abituale. Ho detto e ribadisco in totale tranquillità che sui fondali della Calabria ci sono circa 30 navi». E non parla per sentito dire: «Io ne ho affondate tre, ma ogni anno al santuario di Polsi (provincia di Reggio Calabria) si svolgeva la riunione plenaria della 'Ndrangheta, dove i capi bastone riassumevano le attività svolte nei territori di loro competenza. Proprio in queste occasioni, ho sentito descrivere l'affondamento di almeno tre navi nell'area tra Scilla e Cariddi, di altre presso Tropea, di altre ancora vicino a Crotone. E non mi spingo oltre per non essere impreciso». Ciò che invece Fonti riferisce con certezza è il sistema che regolava la sparizione delle navi in fondo al Mediterraneo. «Il mio filtro con il mondo della politica è stato, fin dal 1978, un agente del Sismi che si presentava con il nome Pino. Un trentenne atletico, alto circa un metro e ottanta con i capelli castani ben pettinati all'indietro, presentatomi nella Capitale da Guido Giannettini, che alla fine degli anni Sessanta aveva cercato di blandirmi per strapparmi informazioni sulla gerarchia della 'Ndrangheta. Funzionava così: l'agente Pino contattava a Reggio Calabria la cosca De Stefano, la quale informava il mio capo Romeo, che a sua volta mi faceva andare all'Hotel Palace di Roma, in via Nazionale. Da lì telefonavo alla segreteria del Sismi dicendo: "Sono Ciccio e devo parlare con Pino". Poi venivo chiamato al numero dell'albergo, e avveniva l'incontro».
Il contenuto degli appuntamenti era sempre simile. «L'agente Pino mi indicava la quantità di scorie che dovevamo far sparire e mi chiedeva se avessimo la possibilità immediata di agire». La maggior parte delle volte la risposta era positiva. Ed era un ottimo affare: «Si partiva da 4 miliardi di vecchie lire per un carico, e si arrivava fino a un massimo di 30». Soldi che venivano puntualmente versati a Lugano, presso il conto "Whisky" all'agenzia Aeroporto della banca Ubs, o in alcune banche di Cipro, Malta, Vaduz e Singapore. Tutte operazioni che svolgevamo grazie alla consulenza segreta del banchiere Valentino Foti, con cui avevamo un cinico rapporto di reciproca convenienza». Quanto ai politici che stavano alle spalle dell'agente Pino, secondo Fonti, sarebbero nomi noti della cronaca italiana. «Mi incontrai più volte per gestire il traffico e la sparizione delle scorie pericolose con Riccardo Misasi, l'uomo forte calabrese della Democrazia Cristiana» dice, «il quale ci indicava se i carichi dovessero essere affondati o seppelliti in territorio italiano o straniero. La 'Ndrangheta, infatti, ha fatto colare a picco carrette del mare davanti al Kenya, alla Somalia e allo Zaire (ex Congo belga), usando capitani di nazionalità italiana o comunque europea, ed equipaggi misti con tunisini, marocchini e albanesi». Rimane l'incontrovertibile fatto, aggiunge Fonti, «che la maggior parte delle navi è stata fatta sparire sui fondali dei nostri mari». Non soltanto attorno alla Calabria, «ma anche nel tratto davanti a La Spezia e al largo di Livorno, dove il boss Natale Iamonte mi disse che aveva "sistemato" un carico di scorie tossiche di un'industria farmaceutica del Nord».
Seguono altri racconti dell'ex boss, che dopo il ritrovamento del mercantile sui fondali di Cetraro non si limita a occuparsi dei retroscena di casa nostra ma apre una pagina internazionale finora ignota sulla Somalia: «Avevo rapporti personali», dice, «con Ibno Hartomo, alto funzionario dei servizi segreti indonesiani, il quale contattava me e la 'Ndrangheta per smaltire le tonnellate di rifiuti tossici a base di alluminio prodotte dall'industriale russo Oleg Kovalyov, vicino all'allora agente del KGB Vladimir Putin». Un lavoro impegnativo per le dimensioni, spiega Fonti, gestito in due fasi: «Nella prima caricavamo le navi in Ucraina, a Kiev, le facevamo passare per Gibuti e le dirigevamo a Mogadiscio oppure a Bosaso. Nella seconda fase, invece, le scorie venivano affondate a poche miglia dalla costa somala o scaricate e seppellite nell'entroterra». Facile immaginare le conseguenze che tutto ciò potrebbe avere avuto sulla salute della popolazione. E altrettanto facile, secondo Fonti, è spiegare come le navi potessero superare senza problemi la sorveglianza dei militari italiani, che presidiavano il porto di Bosaso: «Semplicemente si giravano dall'altra parte. Anche perché il ministro socialista Gianni De Michelis, che come ho già raccontato all'Antimafia gestiva assieme a noi le operazioni, era solito riferirci questa frase di Bettino Craxi: "La spazzatura dev'essere buttata in Somalia, soltanto in Somalia". Naturale che i militari, in quel clima, obbedissero senza fiatare». Allucinante? Incredibile? Fonti allarga le braccia: «Racconto esclusivamente episodi dei quali sono stato protagonista, e aspetto che qualcuno si esponga a dimostrare il contrario». Magari, aggiunge, «anche su un altro fronte imbarazzante: quello delle auto sulle quali viaggiavo per recuperare, nelle banche straniere, i soldi avuti per gli affondamenti clandestini dei rifiuti radioattivi». Gliele forniva «direttamente il Sismi, con la mediazione dell'agente Pino. Per salvarmi la vita, in caso di minacce o aggressioni, mi sono segnato il tipo di macchine e le matricole diplomatiche che c'erano sui documenti. Va da sé che ci venivano assegnate auto diplomatiche perché non subivano controlli alle frontiere». Ora, dopo queste dichiarazioni, «i magistrati avranno nuovi elementi sui quali lavorare», conclude Fonti. «Troppo facile e troppo riduttivo» sostiene, «sarebbe credere che tutto si esaurisca con il ritrovamento nel mare calabrese di un mercantile affondato». Questa, aggiunge, non è la fine della storia: “È l'inizio di un'avventura tra i segreti inconfessabili della nostra nazione. Un salto nel buio dalle conseguenze imprevedibili».

Quanti altri Cunski custodiscono segreti e rilasciano veleni dal fondo del Mediterraneo? La domanda è la stessa che inseguiva quattordici anni fa il capitano di vascello Natale De Grazia. Nel cuore dell'indagine prendeva appunti. Uno degli ultimi, fino ad oggi inedito, offre qualche punto interrogativo e diverse certezze. Vale la pena di leggere: «Le navi, 7/8 italiane e a Cipro. Dove sono? Quali sono? I caricatori e i mandanti. Punti di unione tra Rigel e Comerio. Hira, Ara, Isole Tremiti. Basso Adriatico. Porti di partenza: Marina di Carrara m/v Akbaya. Salerno/Savona/Castellammare di Stabia/Otranto/Porto Nogaro/Fiume. Sulina Beirut. C/v Spagnolo. Materiale radioattivo». Qual era la mappa cui si riferiva il capitano di vascello Natale De Grazia nell'autunno del '95? Non lo sapremo mai. Una sera di metà dicembre di quell'anno De Grazia si accascia sul sedile posteriore dell'auto che lo sta portando a La Spezia, alla caccia dei misteri delle navi dei veleni. Una morte per infarto, dice il medico. Ma un infarto particolare, se poco tempo dopo il capitano verrà insignito della medaglia d'oro al valor militare... Comincia da qui, da quell'appunto inedito, il viaggio alla ricerca delle navi dei veleni, affondate non solo in Italia ma in tutto il Mediterraneo e nel Corno d'Africa.
De Grazia indaga sugli affondamenti ma anche sulle rotte. E scopre che se il cimitero dei veleni è nei mari del Sud Italia, i porti di partenza sono nel Nord, in quell'angolo misterioso tra Toscana e Liguria dove si incontrano due condizioni favorevoli: l'area militare di La Spezia e le cave di marmo delle Alpi Apuane. Perché l'area militare garantisce la riservatezza e il granulato di marmo copre le emissioni delle scorie radioattive. Ma De Grazia sapeva altro. Sapeva, ad esempio, che nella casa di Comerio c'era una cartellina: «una carpetta» riferisce Neri «con la scritta Somalia e il numero 1831. Nella cartella c'era il certificato di morte di Ilaria Alpi». Oggi, naturalmente, scomparso dagli atti.
La giornalista Ilaria Alpi aveva probabilmente messo il naso in queste vicende. È stata fatta fuori in un'imboscata «dei ribelli» in Somalia...

Cosa fare ora?

La cosa non deve passare sotto silenzio, i riflettori non devono spegnersi! Devono intervenire la Procura nazionale antimafia e il Ministero dell'Ambiente. Bisogna formare un'unità di crisi per il monitoraggio delle zone in cui all'aumento della radioattività corrisponde un picco di tumori. Vogliamo sapere la verità sui legami tra il traffico di rifiuti e il traffico di armi, le connessioni con il caso Ilaria Alpi e il trafugamento di plutonio e rifiuti radioattivi.
Buona parte del lavoro è già fatto: mettendo assieme le informazioni raccolte pazientemente dai magistrati di mezza Italia è possibile costruire la mappa dei cimiteri radioattivi dei nostri mari e sul nostro territorio.
LIBERATECI DI QUESTA MERDA!

Mappa delle navi dei veleni

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Articoli e link

Sosteniamo COSMO DE MATTEIS nella ricerca della verità sui tumori a Paola (gruppo su Facebook)

Comitato De Grazia

Sommario articoli L'Espresso

Lo speciale di Repubblica/Espresso:

Il capitano De Grazia avvelenato mentre indagava sulla nave del Kgb
'Rigel', è al largo di Capo Spartivento la nave perduta carica di veleni
Dalle carte spuntano il nome di Gelli e i magistrati spiati dai servizi segreti
"Avvelenato" l'uomo delle navi dei veleni. La Commissione d'inchiesta riapre il caso

Il memoriale autodifensivo di Comerio

Il video di denuncia del giornalista Gianni Lannes

Scoperto in Somalia un porto pieno di container: l'anello mancante per la verità sulla morte di Ilaria? (L'Espresso, 18 giugno 2010)

Navi tossiche, nuova inchiesta e foto shock dalla Somalia (Greenpeace, 18 giugno 2010)

Le foto del porto somalo con i container "murati" (Greenpeace, 18 giugno 2010)

Estratto del documentario del regista Massimo De Pascale sui veleni del fiume Oliva e sulle testimonianze dei parenti delle vittime (maggio 2011)

«Navi dei veleni, tutto silenziato», intervista con l'on. Angela Napoli (21 gen 2013)

I traffici marittimi di rifiuti tossico-radioattivi raccontati dalla Commissione Antimafia (pdf, 46 pagine - 21 gen 2013)

NOTA: questo blog non rappresenta una testata giornalistica: viene aggiornato senza alcuna periodicità. Pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale, ai sensi delle legge n° 62 del 07.03.2001.

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