Bene, adesso s’è capito cosa stava succedendo con il petrolio: i soliti noti sapevano — con 2 anni d’anticipo — che sarebbe scoppiato il bubbone (la “crisi”) e hanno fatto l’ultimo assalto al treno.
Ma adesso spostiamo l’attenzione su una cosa ben più importante: cos’è, esattamente, questa Crisi?
Le attività finanziarie hanno assicurato, per diversi decenni, un livello di redditività tale da attrarre investimenti e risorse, in un processo di causazione cumulativa che è stato poi alla base della bolla finanziaria, alimentata dalla creazione di prodotti finanziari a rischio così elevato da non poter essere nemmeno dimensionato.
Analizzando ad esempio la serie storica del reddito nazionale statunitense, si vede che, fino al 1950, la quota dei profitti delle imprese finanziarie sul totale dei profitti era pari in media al 9,5%; da allora è cominciata una accelerazione inarrestabile che ha raggiunto il valore massimo nel 2002 (45%), con una successiva stabilizzazione ed un leggero arretramento negli anni più recenti, dovuto al manifestarsi dei primi segni della crisi finanziaria internazionale.
Si è affermata, nel capitalismo anglosassone prima e poi nel sistema economico internazionale, una cultura azionaria fondata sul profitto di breve periodo, sulla ricerca di opportunità di arricchimento rapido, sulla capacità di cogliere opportunità tattiche di massimizzazione della redditività rispetto a progetti di investimenti industriale a redditività differita. Gli stessi governi hanno promosso questa tendenza verso una apparente democratizzazione dell’azionariato, nella convinzione che un’offerta abbondante di capitale azionario avrebbe promosso l’innovazione e quindi la competitività. Nelle scelte delle imprese hanno cominciato a contare in modo decisivo le pressioni degli investitori istituzionali, che muovevano masse enormi di capitali alla continua ricerca della migliore redditività, schiacciando la prospettiva temporale del profitto atteso, fino a far governare in modo indiscusso il rendiconto trimestrale rispetto persino al bilancio annuale dell’impresa.
I dati del processo di finanziarizzazione sono impressionanti: alla fine del 2007 il Pil del mondo ha superato i 54 trilioni di dollari, mentre la capitalizzazione delle borse mondiali ammontava a 61 trilioni e le obbligazioni pubbliche e private superavano i 60 trilioni. A giugno del 2008 il valore nominale della quota di derivati trattati nelle borse toccavano gli 80 trilioni di dollari, mentre quelli scambiati fuori mercato sfiorava i 684 trilioni: la somma dei derivati era quindi complessivamente pari a 764 trilioni di dollari, pari a 14 volte il Pil del mondo.
Il gioco della finanziarizzazione ha tracimato verso l’economia reale, influenzando le strategie delle imprese in modo decisivo e spostando la struttura dei risparmi degli individui verso scelte fortemente rischiose, spesso senza informare correttamente i cittadini sulle conseguenze di questi cambiamenti nelle strategie di portafoglio. I piani pensionistici sono passati su larga scala da schemi a beneficio definito a piani a contributo definito: mentre nel primo caso il contribuente sa di poter contare su un valore certo del proprio corrispettivo pensionistico, nel secondo tutto dipende dalla volatilità dei rendimenti assicurati dai fondi pensione.
Si è innescata in questo modo una ulteriore spirale perversa di avvitamento che oggi incide fortemente sulla crisi delle imprese industriali. Basti citare il caso della General Motors, la quale si è trovata nel 2009 ad avere solo 85.000 occupati negli Stati Uniti, mentre ai suoi fondi pensione fanno capo un milione di ex-dipendenti (quasi 12 pensionati per ogni dipendente). Nel 1962 la GM aveva 460.000 dipendenti, la maggior parte in Usa, ed appena 40.000 pensionati (rapporto inverso: quasi 12 dipendenti per ogni pensionato). Nella previdenza privata di stampo anglosassone, l’incrocio tra squilibrio strutturale di dipendenti attivi e numero dei pensionati, unito alla volatilità al ribasso dei rendimenti delle attività finanziarie, costituisce una mina vagante i cui effetti non sono ancora pienamente dispiegati.
Mentre cambiava radicalmente la struttura dei mercati finanziari, non si sono introdotte regole adeguate a fronteggiare con disciplina le trasformazioni intervenute. E oggi le banconote e le monete costituiscono solo il 3% del denaro circolante, mentre il restante 97% è interamente simbolico, a cominciare da quello depositato nei conti correnti o sui libretti di risparmio. Siamo in presenza di una mutazione genetica del sistema bancario in assenza di un tessuto di norme a protezione degli altissimi rischi che sono stati assunti in nome solo del profitto di brevissimo periodo. La funzione originaria del sistema bancario stava nel prendere in prestito da molti clienti piccole somme a un dato tasso di interesse, al fine di prestare grosse somme a pochi a un tasso di interesse più alto — contando sul fatto che è improbabile che i molti accorrano tutti assieme, nello stesso momento, a ritirare i loro depositi —. Da tempo, per vari aspetti, tale funzione è caduta in secondo piano a fronte della possibilità assai più lucrosa di trasformare i prestiti in titoli commerciabili.
Detto in poche e più umane parole: da anni la carta stava producendo altra carta
senza che ci fosse dall’altra parte un corrispettivo reale, e avevamo
(tutti) smesso di produrre ricchezza vera, limitandoci a consumare
senza effettivi bisogni e — soprattutto — senza avere il denaro per
pagare; i magazzini delle merci si sono gonfiati di beni non necessari,
e gli Stati — cioè noi — si sono indebitati di 12 volte rispetto al
famoso “corrispettivo reale” (quando Tremonti afferma che il debito pubblico mondiale è pari a 12 volte il p.i.l. planetario, vuol significare proprio questo).
In parole ancora più spicciole: quasi usando come paradigma la General Motors nel rapporto fra numero di lavoratori attivi e pensionati, il mondo ha emesso 12 volte lo stesso “pagherò″ su un unico credito. Quindi
il pianeta, economicamente, ha un assegno coperto (da controvalore
reale) e undici assegni scoperti (emessi a fronte di quello stesso
controvalore reale).
Da una cosa del genere, è facile capirlo, non si esce con le ossa integre.
Soprattutto, non si esce con quanto stanno facendo oggi i governi,
con in testa quello statunitense: quando il tanto decantato Barack
Obama immette altra liquidità per “salvare” banche e industrie, non fa
che gettare ulteriore denaro (un assegno scoperto, peraltro!) per
salvare il vecchio sistema. Questo nuovo assegno scoperto non può far
altro che aggravare la situazione, poiché è come mettere materiale
infiammabile sopra un incendio.
Esistono tre principali processi destabilizzanti:
1. Durata della crisi.
2. Esplosione della disoccupazione a livello mondiale.
3. Rischio di crollo improvviso dei sistemi pensionistici basati sulla finanza.
Contribuirà al raggiungimento di questo punto critico un’ampia gamma di fattori psicologici:
* la consapevolezza generalizzata in Europa, America ed Asia che la
crisi è fuori controllo di qualsiasi istituzione pubblica, nazionale ed
internazionale;
* il fatto che la crisi colpisce direttamente centinaia di milioni di persone nel mondo “industrializzato”;
* il fatto che la crisi può solo peggiorare, mentre le sue conseguenze si abbattono sull’economia reale.
I governi e le istituzioni
nazionali hanno solo 3 mesi di tempo per prepararsi al prossimo colpo,
che potrebbe portare con sè concreti rischi di disordine sociale. Le nazioni che non sono pronte a fronteggiare un picco di
disoccupazione e gravi rischi sulle pensioni saranno gravemente
destabilizzate da questa nuova coscienza nel grande pubblico.
LA CRISI DURERÀ COME MINIMO FINO ALLA FINE DEL 2010
La crisi non finirà nella primavera del 2009, nemmeno nell’estate del
2009, e neppure all’inizio del 2010. Solo verso la fine del 2010 la
situazione inizierà a stabilizzarsi e migliorare leggermente in alcune
aree del mondo, come Asia, Eurozona e nelle nazioni produttrici di
energia, minerali e risorse alimentari (Brasile, Russia). Al di fuori
di queste nazioni, la crisi continuerà — in particolare in USA, nel
Regno Unito e in tutte le nazioni che dipendono dalla loro economia,
dove la durata potrebbe arrivare ad un decennio. Queste nazioni non
dovrebbero aspettarsi alcuna ripresa alla crescita prima del 2018!…
Il grande pubblico diverrà gradualmente più consapevole degli
elementi di lungo periodo della crisi nei prossimi 3 mesi e la
situazione immediatamente attiverà due tendenze che portano con sè
instabilità socio-economica: paura del futuro e inasprimento della sfiducia nei leader.
La crisi sistemica globale entrerà nel quarto trimestre del 2009 nella quinta fase: la fase del dissesto geopolitico globale. Questa nuova fase della crisi sarà determinata da due principali processi strategici:
* la scomparsa della base finanziaria (dollaro + debito) in tutto il mondo;
* la frammentazione degli interessi dei principali blocchi e dei principali attori globali.
Questi due processi avranno come conseguenza due concatenazioni
parallele di eventi (che probabilmente si svilupperanno in momenti
separati piuttosto che simultaneamente):
1. rapida disintegrazione degli attuali sistemi internazionali;
2. dissesto strategico dei principali protagonisti globali.
I due processi che entreranno in gioco nella quinta fase della crisi
sistemica globale genereranno due sequenze di eventi principali,
parallele ma non necessariamente sincronizzate.
La prima, che inizierà alla fine del 2009, consiste in una serie di eventi che risulteranno nella rapida disintegrazione dell’attuale sistema internazionale,
che per lo più riguarderanno il crollo o la marginalizzazione dei
principali organismi internazionali e di tutti i principali centri
nevralgici del sistema monetario e finanziario.
La seconda sequenza corrisponde al processo di disgregazione strategica dei principali protagonisti della scena globale, come USA e Unione Europea.
1) Rapida disintegrazione degli attuali sistemi internazionali
Il rapido ritorno del protezionismo, la crescente perdita di peso
del Fondo Monetario Internazionale ed il crollo del commercio
internazionale sono indicatori molto precisi. Per il momento
l’architettura generale e la (almeno apparente) buona fede dei
principali protagonisti sono intatte; ma visto che nessun passo viene
intrapreso per ricostruire un nuovo sistema internazionale prima
dell’estate 2009, queste ultime due componenti scompariranno e la
disgregazione dell’intero sistema internazionale sarà al punto di non
ritorno.
La marginalizzazione delle organizzazioni internazionali: ONU, WTO, OSCE, FMI, G7, G20
L’ONU è stata completamente travolta dagli eventi. Né il consiglio di
sicurezza né le agenzie specializzate sembrano avere la minima
influenza sul corso degli eventi. Il WTO deriva la sua autorità dal
fatto che i suoi principali membri si accordano sull’osservarne regole
e decisioni. USA, Cina, ed Unione Europea sembrano ormai propendere per
il “si salvi chi può” nell’approccio al commercio globale attualmente
in caduta libera. L’OSCE non è equipaggiato in alcun modo per essere
altro che un club che offre qualche vago suggerimento. Il FMI — il cui
indebolimento è stato anticipato da LEAP/E2020 più di 2 anni fa — è
anch’esso in una posizione in cui non ha impatto sulla crisi; al
massimo può fornire aiuti di emergenza agli Stati sul punto di
crollare. Nonostante questo, comunque, il sensibile aumento di Stati a
rischio default, con le rispettive richieste di elemosina, solleveranno
presto una questione di disponibilità. Solo il Giappone, per ora, ha
risposto in modo favorevole alla richiesta di fondi del Fondo Monetario
Internazionale e ha offerto 100 miliardi di dollari. Il G7 non è mai
stato altro che un gruppo d’elite che raccoglie le principali economie
intorno agli USA, per dare la vaga idea di un mondo gestito in comune;
esso non ha mai fatto altro che fare l’eco delle parole di Washington.
Oggi si può spassionatamente considerare che la sua utilità è prossima
a zero. Infine, il G20, ultimo nato di una lunga serie: il suo
interesse è di associare un gruppo di potenze emergenti alle vecchie
potenze del Ventesimo Secolo. Finora questo è stato il suo unico
merito: il suo primo summit tenutosi a Washington nel Novembre 2008 è
drammaticamente fallito senza raggiungere una conclusione per
fronteggiare la crisi. La sua principale debolezza sta nel fatto che è
essenzialmente dominato da leader che appartengono al mondo che sta per
crollare.
La caduta dei centri nevralgici del sistema finanziario e monetario
Il sistema che sta attualmente crollando è basato sul potere di un
insieme di nodi strategici, attentamente controllati dalle potenze
preminenti (in primis, naturalmente, gli USA). La crisi globale sta
provocando la caduta di questi nodi strategici come Wall Street, la
City di Londra, il centro finanziario di Tokyo, così come i centri
secondari di Hong Kong, Singapore e Dubai.
Riguardo il sistema monetario globale, la situazione è molto simile:
circa il 70% degli scambi di moneta hanno luogo in tre centri
finanziari: Londra, New York, Tokyo.
Tutti e tre appartengono alla sfera di influenza del dollaro e hanno
leader strettamente legati a Washington, il che assicura che
l’interpretazione degli eventi e dei movimenti monetari resta la stessa.
Il crollo dell’economia inglese e del suo centro finanziario minaccia
il ruolo di Londra. Sono americane o inglesi 8 banche delle 10 più
grandi per scambio di valute che sono scomparse dal panorama economico,
come Lehman Brothers, o che sono a un passo dalla bancarotta o dalla
nazionalizzazione, come Citigroup o Royal Bank of Scotland.
2) Dissesto strategico dei principali protagonisti globali
Il dissesto strategico colpirà il gruppo dei massimi protagonisti
globali, come USA, Cina, Russia e Unione Europea. Le stesse forze
disgregatrici si applicheranno alle entità politiche più grandi e più
dipendenti dalla base finanziaria dell’attuale sistema: dollaro +
debito.
Questo per tre fattori, 3 forze disgregatrici. Le differenze
economiche, sociali e finanziarie tra le regioni ed i gruppi sociali
sono più consistenti in una entità politica di grandi dimensioni
piuttosto che in una piccola nazione. La centralizzazione del potere (e
quindi la comprensione della crisi e la capacità di reazione) non si
adatta bene ad una crisi che impatta entità di larghe dimensioni — il
modello “taglia unica” non funziona —. Il fondamento sulla base
dollaro+debito… beh, questo è un fattore particolarmente ovvio.
USA
Il processo di dissesto geopolitico inizierà nella fine del 2009 sarà
il più puntuale, visto che che è uno dei quattro argomenti affrontati
in un report presentato al Pentagono nel dicembre 2008.
Nathean Freier, dell’istituto di studi strategici, descrive il rischio
di disgregazione del territorio americano e dei suoi confini sotto
l’impatto della crisi. Se prendiamo in considearzione i tre fattori
sopra, è evidente che gli Stati Uniti sono nel cuore della Tempesta
Perfetta:
* Gli USA dipendono più degli altri dalla base dollaro+debito;
* il tessuto economico-sociale contiene tensioni sociali ed etniche enormi;
* gli interessi delle diverse regioni divergeranno ulteriormente con
l’intensificarsi della crisi: la California, quasi in bancarotta, non
ha niente in comune con gli Stati che stanno fronteggiando il crollo
dell’industria automobilistica, che non hanno niente in comune con la
Florida, con i problemi del Texas, di New York…
Il solo potere che negli USA si può innalzare sopra il processo democratico è la macchina militare. Infatti è
piuttosto sorprendente che la nuova amministrazione americana non abbia
cambiato nessuna testa nell’apparato della Difesa, ben sapendo che una
motivazione importante per gli elettori di Obama era il rovesciamento
della strategia militare di Bush. I politici cambiano, ma i
militari e i leader restano. Forse questo è il segno che l’esercito
sarà presto l’ultima istanza posta a salvaguardare l’integrità
territoriale della nazione — è esattamente ciò che suggerisce il report
di Freier —: dal momento che i politici sono incapaci di immaginare la
disgregazione della loro nazione, spetta ai militari prepararsi
all’evenienza. Secondo Europe2020 non c’è bisogno di discutere le
conseguenze di tale evoluzione: sarebbe chiaramente la fine del sistema
strategico occidentale, finora interamente centrato sugli Stati Uniti.
Unione Europea
Non passa giorno che i media inglesi o americani non profetizzino
l’imminente crollo dell’Unione Europea o dell’Euro, cadute vittime
della crisi. Le banche europee sarebbero più esposte delle loro
controparti americane per centinaia di miliardi di asset tossici, in
particolare nell’Est. Questa affermazione è tipica di chi non ha ancora
compreso la natura di questa crisi. Anche se fosse vero in termini di
esposizione (cosa ancora lontana dall’essere provata, tranne che per le
banche austriache), bisogna comprendere che oggi non c’è nulla di più “tossico” di un asset finanziario americano.
Consideriamo i tre principali fattori di dissesto geopolitico. L’europa
dipende molto meno degli USA dalla base dollaro+debito, tranne il Regno
Unito. La modalità operativa dell’Unione Europea è molto più
policentrica, e meno centralizzata, degli USA. Gli stati membri hanno
ampi margini di manovra, anche se la Commissione fornisce una cornice
monetaria coerente. La Germania, peso massimo dell’Eurozona e
dell’Unione, farà tutto il possibile per assicurarsi che Unione Europea
ed Eurozona rimangano un mercato privilegiato per le sue industrie,
specialmente ora che i mercati globali stanno chiudendo o crollando.
In conclusione, se aggiungiamo a questo l’impatto di questa fase di
dissesto a Russia e Cina, diventerà interessante vedere se questa crisi
sistemica globale favorirà nuove integrazioni regionali come l’Unione
Europea o il vecchio modello imperialista di USA, Russia e Cina. Come
che sia, la crisi sistemica globale sarà un’altra versione della serie
di crisi che hanno provocato il crollo di un impero dopo l’altro… un
semplice adattamento al contesto economico del nuovo secolo.
PREPARARSI ALLA FASE DI DISSESTO GEOPOLITICO
La quinta fase della crisi sistemica globale colpirà nazioni e
regioni della stessa nazione in modo diverso. In ogni caso, è possibile
dare una serie di raccomandazioni per evitare di restare intrappolati
nel processo del dissesto geopolitico nella particolare regione o
nazione. Per questo è importante definire tre principali fattori che
determineranno la gravità della disgregazione sociale, politica ed
economica nella particolare area.
Secondo LEAP/Europe2020, i tre fattori sono:
1. il grado di pericolo fisico causato dalla disgregazione geopolitica nella particolare area;
2. il grado di dipendenza dalle forniture esterne della particolare regione / comune;
3. la stima della durata della potenziale scomparsa dei principali servizi pubblici e/o privati.
1. il grado di pericolo fisico causato dalla disgregazione geopolitica nella particolare area
Se le armi da fuoco sono di libera circolazione nella particolare
nazione (tra le principali, solo gli USA sono in questa condizione), il
modo migliore per reagire al dissesto geopolitico è lasciare la regione
e trasferirsi in un’area che comporti minore pericolo fisico. Il
processo comporterà una serie di interruzioni di servizi (cibo, acqua,
sanità…), che probabilmente alimenteranno scontri letali in caso di
presenza di armi da fuoco. Se le armi da fuoco non circolano in massa,
il pericolo fisico diretto dovrebbe essere marginale.
2. il grado di dipendenza dalle forniture esterne della particolare regione / comune
Se la regione dipende fortemente dalle forniture esterne di energia,
acqua, cibo, etc., è essenziale accaparrare beni o considerare di
trasferirsi in una area meno dipendente.
3. la stima della durata della potenziale discontinuità dei principali servizi pubblici e/o privati
In molte regioni o nazioni, le interruzioni dei servizi saranno solo
temporanee — questione di pochi giorni o settimane —. Con adeguata
preparazione ed il sostegno della famiglia o dei vicini, questo periodo
sarà superato facilmente.
In ambito finanziario, l’avvio della quinta fase (fine del 2009)
della crisi sistemica globale sarà caratterizzato non solo dal crollo
del dollaro e delle sue monete collegate, ma anche dalla sfiducia nella
moneta cartacea (valuta fiduciaria) in generale. Quindi, chi
vive nell’area Euro, Yen o Yuan, deve avere almeno il 30% dei propri
beni in metalli preziosi o qualsiasi altra risorsa non monetaria di
facile scambio. Molto importante: non
bisogna lasciare queste risorse nelle banche, visto che sono
esattamente le organizzazioni che più probabilmente chiuderanno durante
il processo di disgregazione strategica. Le aziende dovrebbero
tenere una grande quantità di denaro fuori dalle banche, sufficiente
almeno a pagare gli stipendi nel caso in cui il sistema bancario chiuda.
Infine, si devono evitare tutti gli strumenti finanziari offerti dalla propria banca: non solo potrebbero essere congelati in caso di dissesto geopolitico, ma dei continui ribassi di tasso di interesse faranno le spese i risparmiatori.
Bisogna rimanere liquidi più possibile per essere pronti a spostarsi velocemente in caso di necessità.
E aspettare. Con tanta, tanta pazienza.