Oggi, 9 luglio 2010, la stampa sciopera contro la “Legge Bavaglio”. Ossia, i giornali fanno la sola cosa che non dovrebbero: imbavagliarsi da sé, troncando l’unico mezzo che hanno a disposizione — la presenza in edicola — per informare il loro pubblico. È un po’ come scioperare contro le armi, ma sparandosi alla tempia.
Non a caso, i quotidiani che tifano bavaglio – Il Foglio, Libero, Riformista e Il Giornale berlusconiano (che pure s’è detto contrario alla trovata di Alfano) — sono tutti regolarmente in edicola. Così monopolizzano l’informazione (si fa per dire!) sugli scandali di giornata: dalle conseguenze delle manganellate ai terremotati dell’Aquila, alle ultime novità della manovra finanziaria anti-guardie e pro-ladri, all’arresto di Flavio Carboni e altre figure della cricca dell’eolico legata ai vari Verdini e Dell’Utri — una vicenda, questa, che getta luce sul nuovo preoccupante “sistema P2″ che sta venendo a galla —. E ingrassano a spese di chi sciopera.
Bel risultato davvero, questa incrociata di braccia “anti-bavaglio”: un’intera giornata di pensiero unico non solo a reti unificate, ma anche a edicole unificate. Davvero geniale!, complimenti vivissimi!

A volte con una vignetta si possono dire molte più cose che con un post...

Mondiali di calcio

Ebbrezza SudafricaPedofilia lieve
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Lunedi 31 maggio 2010 un blitz militare israeliano contro navi umanitarie (la "Freedom Flotilla", battenti bandiera turca) dirette alla Striscia di Gaza, con un vero e proprio abbordaggio in mare, insensato e sproporzionato, causa la morte di una decina di civili, attivisti e "pacifisti" di diverse nazionalità.
Pare che Israele avesse chiesto di controllare le navi, facendole attraccare in un porto vicino (Ashdod) prima di raggiungere Gaza; e pare che la Freedom Flotilla avesse rifiutato, rispondendo con l'utilizzo di armi (?). Restano però inspiegabili le testimonianze dei "pacifisti": alcuni dei cadaveri avevano fori di entrata alla nuca. Come in una esecuzione...

Processo di PACE

L'ossessione della sicurezza, in parte giustificata dalla storia dello Stato ebraico e dalla situazione in cui si trova, conduce a eccessi e abusi che l'opinione internazionale, compresa quella favorevole, rifiuta o stenta ad accettare. L'arrembaggio a navi disarmate nelle acque internazionali, che si è concluso con morti e feriti, è uno di questi eccessi.
Commentatori israeliani avveduti avevano già definito «stupido», alla vigilia del dramma, l'atteggiamento intransigente, minaccioso, insomma eccessivo, delle autorità politiche e militari di Gerusalemme nei confronti della "Flotta della pace". Quasi fosse un'armada nelle acque del Mediterraneo pronta a sfidare lo Stato ebraico. E quasi fosse capace di comprometterne sia la sicurezza sia l'onore. Insomma come se fosse un convoglio di terroristi. Certo, la spedizione pacifista sfidava l'embargo imposto a Gaza e quindi si proponeva di infrangere i divieti israeliani. Ma non si affronta una manifestazione pacifista con un arrembaggio, armi alla mano, come se si trattasse appunto di sventare, prevenire un attacco di terroristi corsari. I quali, stando alle denunce di Gerusalemme, possedevano in tutto due rivoltelle (nemmeno mostrate), coltelli e sbarre di ferro, usate dai passeggeri quando sono stati sorpresi dal commando israeliano. E che sono stati uccisi con metodi che ricordano una esecuzione (le vittime sono state raggiunte da almeno una trentina di colpi d’arma da fuoco: pallottole da 9 millimetri, sparate in molti casi da distanza ravvicinata. Cinque delle vittime sono state colpite alla testa: Ibrahim Bilgen, 60 anni, è stato colpito da 4 proiettili alla tempia, al petto, ai fianchi e alla schiena; Fulkan Dogan, diciannovenne con cittadinanza americana, è stato raggiunto da cinque colpi sparati da meno di 45 centimetri, alla faccia, alla nuca, due volte alle gambe e una alla schiena; altri due uomini sono stati uccisi da almeno quatto colpi ciascuno e cinque delle vittime hanno ricevuto proiettili nella schiena...). Il convoglio della "Flotta della Pace" poteva essere bloccato in modo meno rischioso. Meno sanguinoso.
E Israele non avrebbe perso il suo unico alleato musulmano — la Turchia.
Gli Israeliani sono sempre più isolati. Ma stavolta se la stanno cercando loro, la "fine". La Nuova Diaspora. Duemila anni dopo.

Parlando della sua decisione di intitolare un luogo a Craxi nel decennale della morte (19 gennaio 2000), il sindaco di Milano, Letizia Moratti, afferma che «contribuisce a ulteriori riflessioni, dibattiti, ed è solo la ricerca di unire. Mi sembrava giusto ripensare la figura di Craxi prima di tutto dal punto di vista umano, poi da quello politico e storico».
Apriti cielo! I più feroci oppositori dell’iniziativa lanciata dalla Moratti nelle ultime ore del 2009 sono ovviamente tra i protagonisti di Mani Pulite: l’ex pm, ora leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, e l’ex procuratore capo di Milano Francesco Saverio Borrelli. Sprezzanti e durissime le loro dichiarazioni: «Indecoroso e offensivo dedicare una strada a chi è morto da latitante» ha detto Borrelli. «Facciamola questa piazza Bettino Craxi, ma sotto il nome, come in tutte le targhe, scriviamo politico, corrotto, latitante» ha detto Di Pietro, aggiungendo: «Utilizzare questa persona come punto di riferimento del riscatto del Paese è come usare Lucifero per inneggiare a Dio!»...
Beh, signori, calma, ecco qua la targa, una soluzione che mette d'accordo tutti, chi vuole la strada col nome di Craxi e chi no:

Bettino Craxi Corso Via

«Il tuo cristo è ebreo; la tua democrazia greca; il tuo caffè brasiliano; i tuoi numeri arabi; il tuo alfabeto latino. Solo il tuo vicino è straniero». — 1994, manifesto sui muri di Berlino



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A Rosarno ha infuriato per due giorni e due notti prima una sommossa, con gli immigrati africani che bruciavano auto e picchiavano donne e ragazzi calabresi, e poi una caccia al "negro" con ronde armate che sparavano a pallettoni per ferire e ammazzare. Nel terzo giorno gran parte degli immigrati è stata portata via dalla polizia nei campi di concentramento chiamati — con infinita ipocrisia — "centri di accoglienza", sulla costa jonica della Calabria; ma la "caccia al negro" è continuata contro i pochi dispersi che vagavano ancora nella piana di Gioia Tauro.
Perché siamo arrivati a questo? A ben guardare, la spiegazione è abbastanza semplice. È fondamentale analizzare i mutamenti economici della zona. Un tempo gli extracomunitari erano necessari per la raccolta degli agrumi, mentre da un paio di anni a questa parte, grazie ai finanziamenti della Comunità Europea, conviene lasciarli sugli alberi (gli agrumi, non gli immigrati!), e poi farli marcire a terra. Tanto i soldi arrivano ugualmente. Dunque, stringi stringi, siamo arrivati a questo perché qualcuno a Strasburgo o chissà dove ha fatto una legge medievale "pro-latifondisti" e qualcun altro nella Piana di Gioia ha fatto uno sporco "repulisti" — e pure rima.
Come siamo arrivati a questo? È più difficile spiegarlo...

REAZIONI A CATENA
Non vorrei mai trovarmi casa e automobile prese a pietrate o incendiate o invase — con minacce a mia moglie e ai miei figli! —, perché di fronte a una cosa simile forse non reagirei con una «invettiva morale sull'inefficienza dello Stato» e/o «sulle condizioni infernali degli schiavi del XXI Secolo» ma probabilmente mi andrebbe il sangue alla testa, prenderei il primo bastone e mi comporterei come gli abitanti di Rosarno all'indomani delle bastonate ricevute fin dentro le proprie case (ci sono ancora donne con un occhio nero).
In certe situazioni bisognerebbe trovarcisi, per averne un'idea: è facile moraleggiare seduti dietro un pc o una telecamera...

Detto questo, però, è anche vero che a Rosarno PRESSOCHÉ NESSUNO — parlo dei cittadini — ha MAI alzato la voce né fatto passi concreti in favore degli immigrati di colore e delle loro condizioni. Passar loro una scodella di minestra o un vestito usato di quando in quando forse lava la coscienza, in perfetto stile ipocrito-cristiano, ma non autorizza a dire «dopo tutto quello che abbiamo fatto per loro, ci ripagano così...», come hanno fatto i Rosarnesi. La vergognosa caccia all'uomo successiva, poi, è veramente fuori dal mondo.
Ecco, è proprio qui che non ci siamo, con il comportamento degli abitanti di Rosarno, che l'11 gennaio sono sfilati in corteo scrivendo «non siamo razzisti» sui loro striscioni: nella reazione a sangue freddo. Nella "vendetta organizzata". Che è tipica di una mentalità barbara, e che da noi in Calabria è purtroppo molto diffusa (sarebbe accaduto lo stesso a Bagnara o a Palmi o a Siderno). Ma che è anche l'evidente segno — e questo è il vero dato che emerge e che andrebbe analizzato — di un disagio latente che covava da tempo, di una “sopportazione a fatica” che alla fine è esplosa con la goccia finale.
A Rosarno, nel casino, è emerso chiaramente che sia gli immigrati sia i residenti italiani NON SOPPORTANO la situazione equivoca del nostro tempo, in cui lo Stato a parole condanna ma poi favorisce nei fatti questa immigrazione schiavista. A Nord come a Sud.
In un Paese normale, si farebbe qualcosa di serio (tipo nelle banlieue parigine, dove sono all’opera più assistenti sociali che poliziotti): qua invece «lasciamo fare, ‘ché tanto tutto si sistema da sé» — e comunque è il "prezzo da pagare" per avere quasi gratis un esercito di colf, badanti e raccoglitori di pomodori.

L'INFERNO DEI BIANCHI E DEI NERI
I Calabresi hanno difetti e virtù, come dovunque in Italia e nel mondo. Fra le virtù più radicate c'è quella dell'ospitalità, che ha un che di antico ed è tipica della civiltà contadina. Ma anche l'ospitalità si è logorata col passare del tempo e il mutare delle condizioni sociali. E con l'affermazione della Ndrangheta.
Fino ai gloriosi Anni Sessanta non esisteva mafia in Calabria; esisteva il "brigantaggio", eredità Seicentesca, nei boschi dell'Aspromonte e delle Serre, non la mafia. Ora, da quarant'anni, la mafia calabrese è diventata la più potente delle organizzazioni criminali, surclassando quella siciliana e campana, e la gestione degli immigrati è una delle sue attività, specie nella piana di Gioia Tauro, dove le "Ndrine" possiedono anche fertili terreni coltivati ad aranci. Il caporalato è diffuso e utilizza il lavoro dei clandestini.
Ci sono circa 20mila braccianti destinati alla raccolta delle arance, dei mandarini e dei bergamotti. Non è un fenomeno recentissimo, dura da un ventennio. Riguarda solo maschi, in gran parte singoli, senza permesso di soggiorno, senza dimora, alloggiati in ovili diroccati o fabbriche abbandonate, senza acqua, senza luce, senza servizi igienici. Costoro vagano in Calabria, in Sicilia, in Basilicata, in Puglia, in cerca di lavoro giornaliero; secondo le stagioni raccolgono agrumi, olive, uva, pomodori. L'organizzazione del lavoro è in mano ai caporali, tutti affiliati alle cosche locali (in Italia non esiste il reato di "caporalato", e per il lavoro nero esiste solo una sanzione amministrativa). Dodici ore di fatica massacrante nei campi per una paga di venticinque euro, sui quali i caporali trattengono un pizzo di cinque e i "camionisti-tassisti" un prezzo di due o tre.
«Cercavamo il paradiso, abbiamo trovato l'inferno» ha detto uno di questi poveracci avvicinato da un cronista. Se pensano che questo sia il paradiso vuol dire che sono fuggiti da inferni ancora peggiori. Sono gli ultimi della Terra. Quelli ai quali Gesù Cristo nel "discorso della Montagna" promise che sarebbero stati i primi nel fantomatico "regno dei cieli". Alla fine dei tempi. Dodici ore di lavoro a 17/18 euro di paga. I tremila di Rosarno e gli altri come loro non hanno tempo di pregare, stramazzano in un sonno senza sogni.
Questo è l'amore? È questa l'ospitalità?
Dal canto loro, nemmeno i 15mila calabresi di Rosarno, dove i rifiuti si mangiano la strada, l’erba si mangia i rifiuti e il cemento si mangia l’erba, sono certo abitanti di un paradiso. Molti di essi non sono nemmeno santi: in questa brutta storia del gennaio 2010 i bulli di paese se la sono spassata giocando al tiro a segno con i fucili ad aria compressa, sparando sul "negro". Forse mossi dai "capibastone", forse per vincere la noia, chissà. Il razzismo c'entra ben poco. Hanno innescato loro la rivolta dei "negri". E dopo la "ingrata reazione" dei reietti, hanno fatto partire la "vendetta". Con i raid da Ku Klux Klan.
Il Comune di Rosarno fu sciolto per "infiltrazioni" — come fosse una tubatura rotta! — mafiose, ed è amministrato dal 2007 da un commissario prefettizio. A ogni nuova elezione, però, vincono sempre le Ndrine, perché in quella piana la mafia è un potere costituito, in attesa che lo Stato lo sconfigga. Quando avverrà questa vittoria dello Stato? «Alla fine dei tempi»: quando verranno il "regno dei giusti" e il Giudizio Universale. Prima però ci sarà stata l'Apocalisse.
Rosarnesi e Africani: bianchi e neri insieme in un girone dantesco, dunque.

VUOTO ISTITUZIONALE
Qualche domanda s'impone. Rivolta al ministro dell'Interno, a quello del Lavoro, a quello delle Attività produttive, a quello dell'Agricoltura: competenti — e quindi responsabili — di quel "paradiso"; ma anche al Prefetto, al Questore, al Comandante dei Carabinieri, al Governatore della Regione.
Non sapevate? Nessuno di tutti voi sapeva che la raccolta agricola di Calabria, Sicilia, Puglia e Basilicata è affidata a ventimila immigrati in gran parte clandestini, gestiti da caporali e pagati in nero? Non sapevate come e dove vivono? Non vi rendevate conto che si stava accumulando materiale altamente infiammabile? Non avevate l'obbligo istituzionale di intervenire? Di attrezzare una "accoglienza" decente? Di regolarizzare i clandestini e il loro lavoro, oppure di rimpatriarli ma sostituirli, visto che gli Italiani quel lavoro non sono disposti a farlo?
Maroni ha messo le mani avanti e ha dichiarato che «c'è stata troppa tolleranza»: bisognava cacciare i clandestini o processarli per il reato di clandestinità. «Tolleranza»? Questa è buona: un ministro dell'Interno che fa autocritica... Maroni infatti accusa se stesso: è lui che predica la sera e la mattina la "tolleranza zero"! Se ne scorda solo per il Sud Italia? O semplicemente non lo vede perché è troppo lontano, per lui, uomo dell'Italia "celtica"? Nel "suo" Nord le cose vanno in un altro modo: la miriade di piccole imprese della Val Padana e del Nordest hanno bisogno degli immigrati e organizzano un'accoglienza decente. Salvo poi dare i voti alla Lega a tutela della "integrità urbana", della separazione o dell'integrazione col contagocce. Certo, è una situazione non facile: dal 1990 siamo passati da 500mila a 4 milioni di immigrati; ma la Politica avrebbe dovuto gestire questo complesso processo e le inevitabili tensioni sociali; invece ha puntato sulla Paura™ — un classico che ci hanno insegnato gli Americani — e ne ha ricavato "consenso". Voti. Maroni e Scajola e Zaia e Sacconi preferiscono far finta che i problemi non esistano: aprono gli occhi solo quando scoppia la sommossa, ma quanto a ricette non propongono altro che l'espulsione. Cartellino rosso e via. Ma chi raccoglierà le arance, i pomodori, le olive? Chi attrezzerà l'accoglienza? I volontari della Caritas? Sarà Medici Senza Frontiere a rifornire i nostri supermercati di prodotti agricoli?

UN PAESE DALLA MEMORIA CORTA
«Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. [...] Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi o petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti fra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. Ognuno tragga le sue considerazioni».

Questo è un documento che a prima vista potrebbe essere scambiato per un rapporto sullo stato degli immigrati in Italia, a uso di qualche indagine sociologica oppure prefettizia. E invece è il "Rapporto sugli immigrati italiani", stilato dal Congresso degli Stati Uniti d'America. La data è: 1912.
Non scordiamoci che siamo stati "brutti, neri e arrabbiati" anche noi.

LA POESIA DI ADRIANO SOFRI
Di nuovo, considerate di nuovo / Se questo è un uomo, / Come un rospo a gennaio, / Che si avvia quando è buio e nebbia, / Che stramazza a un ciglio di strada, / Odora di kiwi e arance di Natale.
Che conosce tre lingue e non ne parla nessuna, / Contende ai topi la sua cena, / Ha due ciabatte di scorta, / Una domanda d'asilo / Una laurea in ingegneria, una fotografia, / E le nasconde sotto i cartoni, / E dorme sui cartoni della Rognetta, / Sotto un tetto d'amianto, / O senza tetto, / Fa il fuoco con la monnezza.
Che se ne sta al posto suo, / In nessun posto, / E se ne sbuca, dopo il tiro a segno, / "Ha sbagliato!", / Certo che ha sbagliato, / L'Uomo Nero / Della miseria nera, / Del lavoro nero, e da Milano, / Per l'elemosina di un'attenuante, / Scrivono grande: NEGRO, / Scartato da un caporale, / Sputato da un povero cristo locale, / Picchiato dai suoi padroni, / Braccato dai loro cani, / Che invidia i vostri cani, / Che invidia la galera / (Un buon posto per impiccarsi), / Che piscia coi cani, / Che azzanna i cani senza padrone, / Che vive tra un No e un No, / Tra un Comune commissariato per mafia / E un centro di Ultima Accoglienza, / E quando muore, una colletta / Dei suoi fratelli a un euro all'ora / Lo rimanda oltre il mare, oltre il deserto, / Alla sua terra — "A quel paese!" / Meditate che questo è stato, / Che questo è ora / Che Stato è questo, / Rileggete i vostri saggetti sul Problema / Voi che adottate a distanza / Di sicurezza, in Congo, in Guatemala, / E scrivete al calduccio, né di qua né di là, / Né bontà, roba da Caritas, né / Brutalità, roba da affari interni, / Tiepidi, come una berretta da notte, / E distogliete gli occhi da questa / Che non è una donna, / Da questo che non è un uomo / Che non ha una donna, / E i figli, se ha figli, sono distanti, / E pregate di nuovo che i vostri nati / Non torcano il viso da voi.

Gli utenti Internet pagheranno per il povero matto Tartaglia che ha colpito un personaggio pubblico, Berlusconi?
L’odio nasce in Rete? Oppure la Rete si limita a mostrarcelo?
Il 18 dicembre 2009 viene pubblicato in Gazzetta Ufficiale il pacchetto di norme approvate dal Parlamento Europeo in cui l’accesso e l’uso di Internet per la propria espressione personale viene definito un «diritto fondamentale del cittadino dell’Unione». Diritto fondamentale…
Davanti a certe affermazioni — come quelle del ministro Ronchi e del sottosegretario Mantovano —, gli appartenenti al nocciolo duro dell’utenza Internet la mette in burla. C’è chi pensa che non ci sia censura applicabile alla Rete, per i maghi del computer. Sarà pure vero, ma milioni di italiani che si esprimono sulla Rete non sono maghi del computer, sono persone comuni che scrivono cose normali, pubblicano su Facebook foto di famiglia, vi citano la musica preferita, o la frase di Walt Whitman o di Jim Morrison.
Ogni tanto qualcuno entra in un "gruppo Facebook" a cuor leggero: che si tratti di «uccidiamo l'Innominabile» o di «buttiamo a mare l’immigrato», la grande maggioranza lo fa come se esprimesse una fantasia momentanea, una di quelle follie che tutti pensiamo in momenti di ira, e che la coscienza personale e civile filtra e manda nel cestino delle cose sporche dell’anima — sì, è vero, poi c’è qualcuno che non le filtra, e magari lancia una statuetta del Dôm de Milàn, ma cosa c’entra la Rete? Gli attentatori del passato avevano Facebook o Twitter?

Fa parte del nuovo col quale viviamo, questa "leggerezza dello strafalcione": una libertà che i politici prendono per sé quando si tratta di manipolare nei media tradizionali. In altri Paesi gli utenti Internet saranno pure "più moderati" di noi: ma là non ci sono politici che fanno la guerra civile verbale all’ora del tiggì e ministri che insultano intellettuali e dipendenti dello Stato a ogni passo! Là non hanno mai detto di voler «strozzare con le loro mani» gli autori di una fiction televisiva. Là non ci sono premier che dicono «chi non mi vota è un coglione». La Rete, in fondo, da questo punto di vista non è che un ventilatore che rispara in giro il fango che hai buttato dentro.
La Rete “segue” e “mima”, non crea.

Gli esponenti di governo che parlano di «monitorare la Rete» — ne siamo certi — sarebbero pronti a dire che «chi si "comporta bene", non ha niente da temere». Ma intanto invocano filtri e controlli (e repressioni) che, per lo stesso fatto di essere evocati, invitano chi dovrà compiere quelle indagini a una difficile corsa a ostacoli contro la privacy e la libertà d’espressione, correndo il pericolo di deragliare a ogni passo dalla legalità. Perché monitorare qui non significa accertare chi ha aperto un "gruppo" — operazione in sé banale per una forza di polizia attrezzata —, qui si tratta di invocare puramente e semplicemente la cancellazione di una espressione del pensiero, e già che ci siamo, di “registrare” chi l’ha fatta. Insomma tenere memoria di chi ha detto cosa. Schedare.
Che è il primo passo per tornare al MinCulPop. Per somigliare nei fatti all'Iran e alla Cina, a Castro e Ahmadinejad.

Vien da pensare che "l'occasione Tartaglia" sia stata colta dall'attuale classe governativa per vendicarsi del "No-B-day", primo movimento dal basso nato e organizzato su Facebook...
Finché Facebook è servito per distrarre la gente dalle cose che contano, per rincoglionirla — al pari di altri strumenti come Juve-Inter-Milan, Maria De Filippi, Grande Fratello, veline — o terrorizzarla — CO2, clima, 2012, mucca pazza, aviaria e la recente suina —, allora okay: il social network è cosa buona, non lo tocchiamo, "panem et circensem", «è il trionfo della democrazia partecipata e globale», evviva il progresso. Dopo il "No-B-day", invece, chi ha il timone ha capito che "il progresso", usato in un certo modo, può risvegliare le coscienze e (più pericoloso) mobilitare.
In realtà però non c’è bisogno di essere esponenti del centrodestra per pensarla così: un ministro del centrosinistra si rese famoso anni fa per una invocazione all’applicazione del "modello cinese" di filtri Internet all’Italia. Succede ogni volta che attraverso la Rete si esprimono opinioni o sentimenti ripugnanti, o comunque disdicevoli: le si pone alla base di un fenomeno criminale da reprimere, non come manifestazioni di quel fenomeno. Da qui poi si passa alla rappresaglia verso il contenitore di quei pensieri.

Proprio in questa settimana ha la parola al processo di Milano la difesa dei dirigenti di Google che sono a giudizio per il caso del bambino autistico abusato dai suoi compagni e del relativo video, realizzato dai suoi assalitori, e pubblicato su GoogleVideo. I magistrati della pubblica accusa invocano "controlli preventivi" da parte di Google e pongono la mancata esecuzione di quei controlli alla base della loro richiesta di condanna. Si tratta di richieste (quelle del magistrato, quelle dei ministri) assurde: cosa le accomuna?
Nel caso dei ministri si pensa di eliminare una espressione di pensiero solo perché ripugnante. Ma chi stabilisce la soglia di sopportazione della ripugnanza? Il governo? Forse l’onorevole Carlucci, che sobriamente parla di social network come «luogo di delinquenti»?

Siamo o no in uno Stato di Diritto dove la libertà di espressione è tutelata nella Costituzione? E questa libertà non si applica forse ai casi limite, al controverso e all’ambiguo? Ma qui gli esponenti politici invocano il Codice Penale, e la fattispecie dell’istigazione a delinquere. Operazione concettuale analoga a quella dei magistrati che chiedono la condanna di una piattaforma web che ha ospitato quello schifoso video. Queste due posizioni condividono l’equivoco di equiparare Facebook ai giornali e GoogleVideo o YouTube a un canale televisivo...
Non vedono che con questi mezzi è arrivata anche ai comuni cittadini la capacità di esercitare l’espressione dei propri pensieri, senza alcun'altra mediazione. Non ci sono direttori responsabili dentro Facebook, e se qualcuno commette dei reati, la responsabilità penale resta personale. Se Pinco apre un gruppo in cui si dice «Ammazziamo X», Pinco va a processo. E le leggi per farlo già ci sono tutte. Per chi governa invece bisogna chiudere lo spazio dove Pinco si esprime.
Si cerchino gli individui che quel reato hanno commesso. Li si processi. Ma non si cancelli lo strumento in cui quella libertà si esprime — anche nel gruppo che inneggiava al povero psicolabile Tartaglia c’erano i contrari, ed esercitavano la loro libertà di dirsi contrari —. È una definizione del problema semplicemente sbagliata, il male che si denuncia non è la Rete, che anzi matura sempre più come strumento di comunicazione politica.

Ma al fondo di tutto c’è altro e peggio, che prende tutta la società italiana. C’è questa voglia di menare le mani su tutto ciò che è fuori schema, questo pensiero sommario per cui bisogna eliminare il messaggero che porta le cattive notizie. Come se, eliminato quello, avessimo risolto il problema. Dimenticano la lezione della Storia, che la libertà si esercita nei casi limite e che la libertà esiste anche per gli imbecilli — e va pure tutelata anche e nonostante loro —. Se non accetti l’imbecille che inneggia ai souvenir del Dôm, non fermi quelli che odiano il premier istigando effettivamente alla violenza: continui solo a governare secondo uno stato mentale di guerra, di conflitto dall’alto, di repressione come defoliante del pensiero.
La prima vittima è la libertà individuale.

La Rete è in pericolo perché il Potere, nel mondo, ha fretta di chiudere lo squarcio che Internet ha aperto nel controllo sociale. Peraltro a questa visione del Potere si stanno adeguando anche i giornalisti. Perché il web ha anche messo in discussione la delega a informare, a distribuire visione del mondo, che i mass-media hanno avuto per anni. Questo dà grande fastidio a molti giornalisti: qualcuno di loro comincia a scambiare la libertà di espressione con la difesa dei propri privilegi castali. È una miopia perigliosa: Internet è un grande fenomeno sociale, non tecnologico, come dimostrano gli oltre 10 milioni di italiani che frequentano Facebook. Un po’ di arroganza in meno, un po’ di equilibrio terzo, da parte dei giornalisti (i quali fino a oggi sono stati i principali "ventilatori che sparano indietro fango", non dimentichiamolo), non guasterebbero.

Il presidente Napolitano si sgola da mesi: «finìtela di litigare, in piazza e sugli schermi». Il Presidente della Repubblica sembra l'unico rimasto con un po' di senno, di sale in zucca. Tutti gli altri continuano a fare a cazzotti verbali in ogni angolo, perfino i cardinali. Esattamente come allo stadio.
Eppure a farne le spese deve essere Internet...

Nel Medioevo l'opera infaticabile degli scriptoria salvò la cultura occidentale dall'oblio. L'amanuense — o copista —, prima dell'invenzione e diffusione della stampa, era la professione di chi copiava manoscritti per mestiere, a servizio di privati o del pubblico. Nell'antichità classica la professione era esercitata dagli schiavi; dopo le invasioni barbariche fu coltivata soprattutto in centri religiosi (in particolar modo le abbazie dei Benedettini), e dal XIII Secolo si sviluppò una vera e propria industria di professionisti.
amanuenseFu in Calabria che prese il via il fenomeno. All'attività degli amanuensi si lega il personaggio romano Flavio Magno Aurelio Cassiodoro che fondò a Squillace il monastero di Vivario dedicato allo studio e alla scrittura. Qui istituì uno "scriptorium" per la raccolta e la riproduzione di manoscritti, che fu il modello a cui successivamente si ispirarono i monasteri medievali.

Curiosamente, mille anni dopo va in scena un analogo fenomeno.
I nuovi amanuensi sono un popolo variegato: studenti, pensionati, professori universitari. C'è l'operaio stagionale, che lavora sui tetti: quando piove deve restare a casa, quindi può dedicarsi alla sua vera passione, digitalizzare libri, passandoli in uno scanner. C'è la studentessa di Lettere, con un libro nel cassetto che sta limando da molti anni; in attesa di completare la sua opera, copia quelle degli altri. C'è il pensionato dalle lenti spesse, specialista nella messa a fuoco delle copertine a colori.
Il frutto del loro lavoro e di qualche notte insonne finisce nella collezione delle biblioteche online che — legalmente — rendono poi i libri accessibili a tutti, gratis. Come "Liber Liber", tra i primissimi progetti italiani (dal 1993) di biblioteche digitali, voluto da Marco Calvo. O come Project Gutenberg, noto anche con l'acronimo PG e in Italia come Progetto Gutenberg, un'iniziativa avviata da Michael Hart nel 1971 con l'obiettivo di costituire una biblioteca di versioni elettroniche liberamente riproducibili di libri stampati. Il progetto Gutenberg è la più antica iniziativa del settore; negli ultimi anni ha potuto avvalersi di Internet e ad agosto 2007 vantava nella propria collezione 22.000 libri.
Il fenomeno è arrivato adesso al suo apice nel mondo grazie al forte impegno di colossi come Google e di istituzioni come l'Unione Europea nel creare biblioteche di libri sulla Rete. Crescono anche i lettori (mezzo milione al mese sui testi di "Liber Liber").
Dietro c'è il lavoro di un piccolo esercito di volontari (circa 2 mila in Italia), che si coordina via telefono o email. Lavorano nel tempo libero, circa due ore al giorno, per dare una vita eterna, in forma digitale, ai libri che amano. "Liber Liber" ha una sede fisica a Roma e una piccola redazione che supervisiona il lavoro, con una collezione di 2mila testi di cui sono scaduti i diritti d'autore. «Ci sono chicche come l'audiolibro del Pinocchio con un accompagnamento musicale donatoci dal musicologo francese Eric Montbel. La nostra edizione della Bibbia ha richiesto un lavoro di quattro anni di dieci persone. Abbiamo una delle edizioni migliori del Corano», racconta Calvo.
Duemila opere possono sembrare poca cosa, al confronto con il monumentale progetto di Google, che ha già messo online 10 milioni di libri (anche coperti da diritto d'autore, in accordo con biblioteche o editori). Ma tra questi non è facile trovare testi in italiano, su cui invece si concentra il lavoro di progetti come "Liber Liber", dove i volontari peraltro impaginano con cura certosina e rispetto filologico il testo originale, e a volte lo arricchiscono con musiche e interpretazioni di attori.
Altre biblioteche digitali italiane sono il progetto Manuzio (associazione no profit), con centinaia di testi; e la Biblioteca Italiana (BibIt), gestita presso l'Università della Sapienza (1.700 testi). Gli archivi di libri italiani cresceranno nei prossimi anni grazie a progetti come Arrow (dell'Associazione Italiana Editori), che aprirà al pubblico a maggio; e Europeana (dell'Unione Europea), che mira a 10 milioni di opere entro il 2010 (libri, foto, film e altro). Ora ne ha 4,6 milioni, di cui però solo 100 mila italiane (e quasi tutte immagini).
Intanto, mentre maturano i progetti internazionali, i volontari continuano a lavorare. Con pazienza e precisione, perché se ci vogliono 10 ore per digitalizzare un libro, poi la fase di verifica e di impaginazione per pubblicarlo online prende molto più tempo — in media, da 2 mesi a 2 anni —. È trascorso un millennio, dunque, ma pare che nulla sia cambiato, a parte il supporto (che stavolta è "digitale"): l'Umanità sta nuovamente effettuando un back-up del suo Sapere!

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E così, lentamente ma inesorabilmente, un'orribile verità sta venendo a galla grazie alle rivelazioni di un pentito di 'Ndrangheta e alle faticose indagini di un pm: la Calabria — e i suoi mari, e i suoi monti— è la discarica "legale" dei rifiuti tossici di mezzo mondo, non solo aziende ma anche "cose pubbliche" come l'ENEA e l'ENI.

Da 20 anni e oltre, le industrie che si devono disfare di veleni, scorie e pattume radioattivo, si rivolgono ad apparati dello Stato; alcuni politici — anche di spicco — fungono da intermediari con i servizi segreti, i quali incaricano la malavita e i boss mafiosi, i quali a loro volta s'incaricano di sbrigare il lavoro sporco (affondare "navi-carretta" a pochi kilometri dalle coste della Somalia o direttamente del Mediterraneo, oppure interrare il contenuto di interi TIR in greti di torrente o cave abbandonate del Pollino, dell'Aspromonte e di chissà quale altra zona).
Le aziende risparmiano sui costi; i politici intascano lauti compensi sottobanco; gli ufficiali dei servizi segreti una congrua mazzetta; i boss della 'Ndrangheta montagne di denaro. E i Calabresi muoiono di cancro.

«Basta essere furbi, aspettare delle giornate di mare giusto, e chi vuoi che se ne accorga?». «E il mare? Che ne sarà del mare della zona se l'ammorbiamo?». «Ma sai quanto ce ne fottiamo del mare? Pensa ai soldi, che con quelli, il mare andiamo a trovarcelo da un'altra parte...». Dialogo tra due boss della 'Ndrangheta contenuto nel fascicolo del pm Cisterna: ogni commento è superfluo, su questa gente, che alcuni ancora si ostinano a definire "uomini d'onore"...

Non so se è chiaro il concetto... Lo ripeto, perché è di una gravità inaudita, peggio del Watergate o di Enron o di qualunque altro scandalo che si sia mai visto: le industrie che volevano smaltire rifiuti tossici a basso costo si rivolgevano al governo italiano, che chiamava i servizi segreti, i quali chiamavano i vari boss, i quali compravano navi da affondare con dentro i rifiuti; questi ultimi, siccome il Mar Rosso era distante, trovavano più conveniente cagare la loro merda nei nostri mari. Un centinaio di navi affondate in tutto il Mediterraneo in 20 anni. La giornalista Ilaria Alpi e l'ufficiale Natale De Grazia avevano scoperto tutto e sono stati assassinati.
È questo il motivo per cui lo Stato chiamato Italia non ha mai combattuto seriamente le mafie?, i boss e le loro manovalanze fanno "il lavoro sporco" per il governo?


Visualizza la mappa delle navi dei veleni in una finestra di dimensioni maggiori

Prosegue qui...

Ha atteso il giorno di SS Pietro e Paolo (29 giugno) dell'Anno Paolino, dedicato al "bimillenario" della nascita di Saulo di Tarso (9–2009 d.C.: sebbene sull'anno di nascita — e per la verità anche sulla certezza storica della sua esistenza! — del "tredicesimo apostolo" non ci siano documenti) per uscire con il seguente comunicato, pubblicato praticamente su tutti i quotidiani italiani e su molti siti internazionali. Ecco i termini "commossi" di Joseph Nazinger:

sarcofago«È stata fatta la prima ricognizione, attraverso una sonda, nella tomba di San Paolo, sotto l'omonima basilica romana. Le analisi e i reperti trovati, frammenti d'ossa, grani d'incenso, un lino laminato d'oro, hanno confermato la tradizione religiosa di quasi 20 secoli, secondo cui, proprio in quel sarcofago, vengono venerati i resti dell'apostolo delle genti.
«Nel sarcofago che non è mai stato aperto in tanti secoli è stata praticata una piccolissima perforazione per produrre una speciale sonda mediante la quale sono state rilevate tracce di un prezioso tessuto di lino colorato di porpora, laminato di oro zecchino e di un tessuto di colore azzurro con filamenti di lino. È stata anche rilevata la presenza di grani di incenso rosso e di sostanze proteiche e calcaree.
«Inoltre, piccolissimi frammenti ossei , sottoposti all'esame del Carbonio 14 da parte di esperti ignari della loro provenienza sono risultati appartenere a una persona vissuta tra il primo e il secondo secolo. Ciò sembra confermare l'unanime e incontrastata tradizione che si tratti dei resti mortali dell'apostolo Paolo. Tutto questo riempie il nostro animo di profonda emozione».

Fin qui le parole del pastore tedesco.
Adesso andiamo alla sostanza, segnalando cosa non va nel discorso, e quale ne è il vero fine.
1) Gli studiosi ancora discutono sulla effettiva storicità del personaggio San Paolo/Saulo di Tarso — presunto autore di almeno una decina delle Epistole contenute nel Nuovo Testamento, e le cui gesta vengono narrate anche negli Atti degli Apostoli e in una serie di vangeli apocrifi —, fondamentale per la storia del Cristianesimo. Non è questo il luogo per approfondire (cfr. Wikipedia), ma in sintesi Paolo/Saulo è colui che trasformò una "deviazione dell'Ebraismo" in una religione a sé stante, nuova di zecca — il Cristianesimo, appunto —, fondando le prime comunità "cristiane" fuori da Israele e inventando di sana pianta il messianismo salvifico resurrezionale che è alla base dei dogmi cristiani. "Dimostrarne" la storicità, dunque, non può che portare acqua al mulino della Chiesa, che invece è impantanata sull'altra e ben più importante questione, quella della "storicità di Gesù".
2) Nel sarcofago sono stati rinvenuti resti di un «prezioso tessuto di lino colorato di porpora, laminato di oro zecchino»... Dal quel poco di attendibile che riusciamo a ricavare dalle antiche narrazioni — infarcite della stessa aura leggendaria, tipica di tutti i racconti di quell'epoca, che rende così difficoltoso il lavoro degli studiosi —, sappiamo che Paolo/Saulo era tutt'altro ricco, né ricco era il contesto dei primi credenti cristiani (sebbene pare che fra di essi ci fosse anche qualche benestante): una veste mortuaria costituita da un tessuto degno d'un monarca risulta quindi assai poco credibile, anche alla luce delle circostanze rocambolesche nelle quali Paolo avrebbe subìto l'esecuzione (al termine di un peregrinare degno dell'Odissea, il suo martirio sarebbe avvenuto per decapitazione, come si usava con i cittadini romani, verso il 66/67 d.C., sulla via Laurentina; la sepoltura sarebbe stata fatta sulla via Ostiense, dove oggi sorge la Basilica di San Paolo Fuori le Mura: chi avrebbe tirato fuori il lino laminato d'oro zecchino, per seppellire un "fuorilegge" appena giustiziato?)...
3) L'esame al Carbonio 14 «da parte di esperti ignari della provenienza» (sic!, e perché?, forse si voleva evitare il caos scoppiato con la Sindone? Ma chi sarebbero poi questi "esperti"?! Nel caso sindonico erano 4 laboratori famosi...) attesterebbe un uomo vissuto «fra il I ed il II Secolo». Benissimo: oltre a Paolo/Saulo, «fra il I ed il II Secolo» sono vissute parecchie decine di milioni di persone, chi ci dice che i poveri resti siano di un personaggio del quale ancora è incerta perfino l'effettiva esistenza? Il fatto che il sarcofago sia venerato da millenni (già dal II Secolo d. C. «si pregava sulla tomba di Paolo», come attesta il racconto di un presbitero dell'epoca, tale Giaio) sarebbe una prova? Difficile da mandare giù, essendo peraltro ben noto il fenomeno delle false reliquie che costella l'intera storia delle religioni (non solo quella cristiana)...

Non abbiamo niente, dunque. La solita bolla d'aria che ci viene venduta come profumo.
Come nel caso già visto sotto della Sindone-Graal, annotiamo l'ennesima tappa della incessante offensiva vaticana volta a dare fondamento storico ai propri miti. Un'offensiva che non si ferma davanti a nulla e nessuno, e che non esita da un lato a screditare la Scienza (il "fallace" Carbonio 14 nel caso della Sindone) e dall'altro ad utilizzare il medesimo strumento scientifico altrove screditato, per centrare i propri obiettivi.
(Accidenti, Nazinger sembra la mia ex-moglie, che da una parte — il processo civile, voluto da lei — si fingeva disoccupata, mentre al processo rotale indetto da me non si presentava «per motivi di lavoro»...!)

IL MISTERO DEL PREZZO DELLA BENZINA. MISTERO?
Tra le società che l’anno scorso hanno guadagnato più utili in assoluto a livello mondiale figurano al primo e al secondo posto, nella classifica di Forbes, due major petrolifere: ExxonMobil, con 45,2 miliardi di dollari, e Chevron, con 23,9 miliardi.
Siamo da un pezzo nel bel mezzo della più pesante crisi del dopoguerra. Eppure continua l’eterna questione della doppia velocità di adeguamento dei prezzi dei carburanti con i corsi del petrolio. E le domande che si rincorrono sono sempre le solite: perché i rincari del greggio scattano quasi in simultanea sui listini di benzina e gasolio, mentre i ribassi sono più lenti (eufemismo!) a manifestarsi? Di più: com'è possibile pagare un litro di benzina 1,27 euro con il barile di greggio a 66 dollari (al 1˚ giugno 2009), quando, nel luglio dell’anno scorso con il valore del barile più che doppio a quota 144 dollari, per un litro della stessa benzina si pagava poco più di un euro e mezzo (1,53)? Non sono solo le associazioni dei consumatori a lanciare accuse di speculazione nei confronti dei petrolieri: anche un ministro della Repubblica adesso vuole vederci chiaro. Due giorni fa, 10 giugno 2009, nel sancta sanctorum delle compagnie riunite dall’Unione petrolifera per l’assemblea annuale, Claudio Scajola, responsabile dello Sviluppo economico, ha detto chiaro e tondo che intende «chiedere conto all’industria petrolifera dell’andamento dei prezzi della benzina alla pompa».

La struttura del prezzo di un litro di carburante è determinata per il 40% dal costo industriale e per il restante 60% dalle componenti fiscali (accise e Iva). Il costo industriale, che pesa per meno della metà sul prezzo finale alla pompa, è a sua volta la somma di costi come la materia prima (benzina o gasolio in base alle quotazioni "Platts"), trasporto, stoccaggio, raffinazione e margini per il benzinaio. A questo punto risulta più facile comprendere un aspetto non secondario: quando si verificano aumenti o diminuzioni delle quotazioni del petrolio, si intendono variazioni che incidono solo su circa il 30% del prezzo finale al consumo. E, per essere più precisi, più che del petrolio andrebbero analizzate puntualmente le quotazioni Platts (un’agenzia indipendente basata a Londra) relative al greggio raffinato, benzina o gasolio, espresse in dollari per tonnellata, che vengono elaborate sulla base del rapporto domanda-offerta.
Se margini di guadagno o di speculazione (a seconda dei punti di vista) ci possono essere, vanno dunque ricercati all’interno di queste voci che compongono il costo industriale. In particolare nelle quotazioni Platts.

Nella situazione di crisi attuale, gli impianti di raffinazione hanno ridotto la produzione in modo da far salire i prezzi, dopo aver stoccato, nei mesi passati, barili di petrolio a basso prezzo (a dicembre è stato raggiunto il minimo di 34 dollari al barile e fino ad aprile il greggio si è mantenuto sotto i 50 dollari). Un ulteriore approfondimento, che sicuramente farebbe emergere curiose scoperte, potrebbe essere fatto anche a proposito del fattore cambio, dal momento che le compagnie europee comprano il petrolio in dollari, e rivendono in euro i prodotti raffinati, benzina o gasolio.
Inoltre, al di là delle tensioni degli ultimi giorni, analizzando lo specifico del mercato italiano si possono scoprire altre novità interessanti. Tanto per cominciare, i consumi dei carburanti per autotrazione sono in caduta verticale e nei primi quattro mesi il deficit, rispetto allo stesso periodo del 2008, è di oltre 770 mila tonnellate. Questo costringe un po’ tutte le compagnie a proporre campagne con sconti significativi e in modalità differenziate — almeno, le logiche del "mercato" dovrebbero dire questo, e i comunicati stampa delle compagnie questo affermano.

Ma allora dov'è l'inghippo?! Chi ci sta fregando?
Ministro Scajola, per favore, ora che finalmente ti sei mosso anche tu: attendiamo tutti la tua risposta! Ma che sia una risposta sensata, accidenti!

Una notizia di questi giorni è sfuggita alle masse, che forse però non potevano coglierne appieno i risvolti. Eccola nella versione presentata dal Corriere della Sera ai primi di aprile 2009 (i grassetti sono miei):

La studiosa vaticana: «Ho le carte, i Templari adoravano la Sindone»
«L'idolo per cui furono condannati era Cristo»

CITTÀ DEL VATICANO — Ora lo sappiamo: i Templari, in effetti, adoravano un «idolo barbuto». Però non era Bafometto, come volevano gli inquisitori che li processarono per arrivare a sciogliere nel 1314 l'ordine più potente e illustre del medioevo cristiano, il «grande complotto innescato nel 1307 dal re di Francia Filippo IV il Bello». E non era neanche un idolo, in verità, per quanto senza dubbio fosse barbuto: l'oggetto della loro venerazione era la Sindone, il telo di lino che secondo la tradizione avvolse il corpo di Gesù e ne reca impressa l'immagine. Furono i Cavalieri a custodire in gran segreto la Sindone nel secolo e mezzo in cui se ne perdono le tracce, dal saccheggio di Costantinopoli del 1204 alla ricomparsa in Europa a metà del Trecento. Si tratta di argomenti sui quali fioccano le bufale e il 99 per cento di ciò che si racconta, Umberto Eco docet, è «spazzatura».sindone
Ma qui la fonte è più che affidabile: lo scrive l'Osservatore Romano, anticipando alcune pagine de «I templari e la sindone di Cristo», il nuovo libro di Barbara Frale che il Mulino pubblicherà entro l'estate. L'autrice è una giovane e serissima ricercatrice dell'Archivio Segreto Vaticano che da anni studia e scrive dei Templari. Attingendo ai documenti del processo, cita tra l'altro la testimonianza della «prova d'ingresso», nel 1287, di «un giovane di buona famiglia del meridione francese», Arnaut Sabbatier: «Il precettore condusse il giovane Arnaut in un luogo chiuso, accessibile ai soli frati del Tempio: qui gli mostrò un lungo telo di lino che portava impressa la figura di un uomo e gli impose di adorarlo baciandogli per tre volte i piedi».
Nel 1978 fu lo storico di Oxford Ian Wilson, ricorda la studiosa, il primo a sostenere la tesi che il misterioso «idolo» barbuto dei Templari fosse in realtà il telo rubato dalla cappella degli imperatori bizantini nel 1204, durante la Quarta Crociata, e che i Cavalieri l'avessero custodito in segreto. Ora Barbara Frale spiega di aver trovato «molti tasselli mancanti» a sostegno della teoria. Fonti inedite che spiegano anche le ragioni dell'adorazione e della segretezza. «I Templari si procurarono la sindone per scongiurare il rischio che il loro ordine subisse la stessa contaminazione ereticale che stava affliggendo gran parte della società cristiana al loro tempo: era il miglior antidoto contro tutte le eresie», scrive. «I Catari e gli altri eretici affermavano che Cristo non aveva vero corpo umano né vero sangue, che non aveva mai sofferto la Passione, non era mai morto, non era risorto». Che l'avessero trafugata i Templari o fosse stata comprata, doveva rimanere celata: sui responsabili del saccheggio pendeva la scomunica di Papa Innocenzo III. Ma era una reliquia potente e ne valeva la pena: «L'umanità di Cristo che i Catari dicevano immaginaria, si poteva invece vedere, toccare, baciare. Questo è qualcosa che per l'uomo del medioevo non aveva prezzo».

Fin qui la notizia. Cosa c'è di strano? Per capirlo, dobbiamo allargare lo sguardo.
La Chiesa, dall'arrivo di "Nazinger, il Pastore Tedesco" al soglio pontificio, ha cominciato un percorso retrogrado tutto teso a rinunciare ai "passi avanti verso la modernità" e a riportare la religione cattolica indietro di un millennio e oltre — ai fasti di Nicea e Calcedonia —; tentativi, più che fasti, nefasti: non ultimo, il dannosissimo messaggio in Africa a proposito del preservativo, o la difesa a oltranza di situazioni imbarazzanti (la scomunica ai medici che hanno fatto abortire la bambina brasiliana di 9 anni violentata dal patrigno, la "quasi bancarotta vaticana" per pagare la difesa legale nella class action contro i preti pedofili negli Usa).
Le strade intraprese dal Vaticano in quest'offensiva sono molteplici, coinvolgendo la gran parte dei media, e in qualche caso subdole. È qui che entra in gioco la notizia testé citata sulla "Sindone-Baphomet": ora addirittura si tenta di dimostrare che la Sindone «era in possesso dei Templari», che «il Bafometto ("idolo barbuto") era proprio la Sindone ripiegata» e che — secondo un'altra affermazione della stessa Frale, riportata da altro quotidiano — «il Graal potrebbe essere proprio il gradalis del telo, in latino "piegato"» (sebbene qualunque esperto di latino inorridisca di fronte a questa traduzione!). Per la cronaca: le prime tracce del telo sindonico conservato a Torino risalgono al 1353 mentre i Templari furono sciolti nel 1314; e il Graal è un'invenzione letteraria (vedere il mio documentatissimo saggio Dossier Templari Graal). La stessa studiosa, che di mestiere è officiale dell'Archivio Segreto Vaticano e che produce almeno un paio di (serissimi) libri all'anno sui Templari, ha peraltro più volte raccontato che il capo d'imputazione del processo era «inventato di sana pianta» per creare l'accusa decisiva di "eresia" a carico dei poveri Cavalieri. Oggi invece se ne esce con questa ipotesi... — ma tant'è, ogni mezzo è lecito a giustificare il "santo fine".
Quale sarebbe il santo fine? Dimostrare la storicità di Gesù. Che invece è indimostrabile (anzi, si può "dimostrare" proprio il contrario). In altre parole, la Chiesa sta facendo pubbliche relazioni alleandosi perfino con gli esoteristi e la Massoneria — da sempre osteggiati acremente —, poiché preziosi alleati nel fornire le "prove" sull'esistenza di Gesù (dimostrare il Graal o la Sindone, da tre secoli fra le bufale preferite dai massoni, serve infatti indirettamente a dimostrare Gesù).
La Chiesa, dunque, attacca, secondo la norma calcistica «la miglior difesa è l'attacco»: carenza di vocazioni (in epoca di telefonini e internet, nessuno si beve più una favola mediorientale di duemila anni fa, con un supereroe che cammina sull'acqua e risuscita), corporate image in caduta libera (pedofilia, furti e altri crimini da parte del corpo ecclesiastico) e una letteratura sempre più corposa sulla effettiva storia della Palestina di 20 secoli fa (con ben tre o quattro "Gesù" e/o "messia", protagonisti di predicazioni, rivolte popolari e crocifissioni, disseminati in un arco di tempo che va dall'88 a.C. al 132 d.C.) costituiscono in effetti l'assalto più potente e disastroso di sempre all'edificio teologico cristiano.
Nazinger ed il suo entourage sono al contrattacco per una questione di pura sopravvivenza. Il Vaticano attacca coi suoi mezzi. Ingenui, al solito. Perché di fornire prove (ai miracoli di ieri e di oggi, ai roveti ardenti, alle stigmate e a tutto il resto) non se ne parla nemmeno: di fronte ad affermazioni tipo «il disegno di Dio è inconoscibile» o «Maria partorì vergine» si può solo abbassare il capo, mai discutere — peraltro accettando l'autorità "apostolica" (e maschilista a oltranza) di tanti piccoli e inetti Don Abbondio.
Comunque è degno di nota il fatto che l'offensiva non si arresti nemmeno di fronte alla possibilità di arruolare un'alleato fino a ieri impensabile: le leggende esoteriche. Vedremo presto anche Dan Brown all'opera con un nuovo Priorato di Sion? (Anche la "stirpe segreta" di Gesù potrebbe servire a dimostrare la storicità del Cristo: di chi sarebbero, sennò, i discendenti?!)
Altrettanto degno di nota, infine, il fatto che si stia facendo di tutto, da più parti, per smontare la validità delle analisi al radiocarbonio che nel 1988 dimostrarono l'età del telo conservato a Torino (manifattura datata 1260-1380 d.C., e mai come in questo caso "d.C." dice tutto!).

Leggere anche: «La Messa è finita»

Consultare anche: «Leonardo da Vinci è l'uomo raffigurato nella (e autore della) Sindone di Torino»

Bene, adesso s’è capito cosa stava succedendo con il petrolio: i soliti noti sapevano — con 2 anni d’anticipo — che sarebbe scoppiato il bubbone (la “crisi”) e hanno fatto l’ultimo assalto al treno.
Ma adesso spostiamo l’attenzione su una cosa ben più importante: cos’è, esattamente, questa Crisi?

Le attività finanziarie hanno assicurato, per diversi decenni, un livello di redditività tale da attrarre investimenti e risorse, in un processo di causazione cumulativa che è stato poi alla base della bolla finanziaria, alimentata dalla creazione di prodotti finanziari a rischio così elevato da non poter essere nemmeno dimensionato.
Analizzando ad esempio la serie storica del reddito nazionale statunitense, si vede che, fino al 1950, la quota dei profitti delle imprese finanziarie sul totale dei profitti era pari in media al 9,5%; da allora è cominciata una accelerazione inarrestabile che ha raggiunto il valore massimo nel 2002 (45%), con una successiva stabilizzazione ed un leggero arretramento negli anni più recenti, dovuto al manifestarsi dei primi segni della crisi finanziaria internazionale.
Si è affermata, nel capitalismo anglosassone prima e poi nel sistema economico internazionale, una cultura azionaria fondata sul profitto di breve periodo, sulla ricerca di opportunità di arricchimento rapido, sulla capacità di cogliere opportunità tattiche di massimizzazione della redditività rispetto a progetti di investimenti industriale a redditività differita. Gli stessi governi hanno promosso questa tendenza verso una apparente democratizzazione dell’azionariato, nella convinzione che un’offerta abbondante di capitale azionario avrebbe promosso l’innovazione e quindi la competitività. Nelle scelte delle imprese hanno cominciato a contare in modo decisivo le pressioni degli investitori istituzionali, che muovevano masse enormi di capitali alla continua ricerca della migliore redditività, schiacciando la prospettiva temporale del profitto atteso, fino a far governare in modo indiscusso il rendiconto trimestrale rispetto persino al bilancio annuale dell’impresa.
I dati del processo di finanziarizzazione sono impressionanti: alla fine del 2007 il Pil del mondo ha superato i 54 trilioni di dollari, mentre la capitalizzazione delle borse mondiali ammontava a 61 trilioni e le obbligazioni pubbliche e private superavano i 60 trilioni. A giugno del 2008 il valore nominale della quota di derivati trattati nelle borse toccavano gli 80 trilioni di dollari, mentre quelli scambiati fuori mercato sfiorava i 684 trilioni: la somma dei derivati era quindi complessivamente pari a 764 trilioni di dollari, pari a 14 volte il Pil del mondo.
Il gioco della finanziarizzazione ha tracimato verso l’economia reale, influenzando le strategie delle imprese in modo decisivo e spostando la struttura dei risparmi degli individui verso scelte fortemente rischiose, spesso senza informare correttamente i cittadini sulle conseguenze di questi cambiamenti nelle strategie di portafoglio. I piani pensionistici sono passati su larga scala da schemi a beneficio definito a piani a contributo definito: mentre nel primo caso il contribuente sa di poter contare su un valore certo del proprio corrispettivo pensionistico, nel secondo tutto dipende dalla volatilità dei rendimenti assicurati dai fondi pensione.
Si è innescata in questo modo una ulteriore spirale perversa di avvitamento che oggi incide fortemente sulla crisi delle imprese industriali. Basti citare il caso della General Motors, la quale si è trovata nel 2009 ad avere solo 85.000 occupati negli Stati Uniti, mentre ai suoi fondi pensione fanno capo un milione di ex-dipendenti (quasi 12 pensionati per ogni dipendente). Nel 1962 la GM aveva 460.000 dipendenti, la maggior parte in Usa, ed appena 40.000 pensionati (rapporto inverso: quasi 12 dipendenti per ogni pensionato). Nella previdenza privata di stampo anglosassone, l’incrocio tra squilibrio strutturale di dipendenti attivi e numero dei pensionati, unito alla volatilità al ribasso dei rendimenti delle attività finanziarie, costituisce una mina vagante i cui effetti non sono ancora pienamente dispiegati.
Mentre cambiava radicalmente la struttura dei mercati finanziari, non si sono introdotte regole adeguate a fronteggiare con disciplina le trasformazioni intervenute. E oggi le banconote e le monete costituiscono solo il 3% del denaro circolante, mentre il restante 97% è interamente simbolico, a cominciare da quello depositato nei conti correnti o sui libretti di risparmio. Siamo in presenza di una mutazione genetica del sistema bancario in assenza di un tessuto di norme a protezione degli altissimi rischi che sono stati assunti in nome solo del profitto di brevissimo periodo. La funzione originaria del sistema bancario stava nel prendere in prestito da molti clienti piccole somme a un dato tasso di interesse, al fine di prestare grosse somme a pochi a un tasso di interesse più alto — contando sul fatto che è improbabile che i molti accorrano tutti assieme, nello stesso momento, a ritirare i loro depositi —. Da tempo, per vari aspetti, tale funzione è caduta in secondo piano a fronte della possibilità assai più lucrosa di trasformare i prestiti in titoli commerciabili.

Detto in poche e più umane parole: da anni la carta stava producendo altra carta senza che ci fosse dall’altra parte un corrispettivo reale, e avevamo (tutti) smesso di produrre ricchezza vera, limitandoci a consumare senza effettivi bisogni e — soprattutto — senza avere il denaro per pagare; i magazzini delle merci si sono gonfiati di beni non necessari, e gli Stati — cioè noi — si sono indebitati di 12 volte rispetto al famoso “corrispettivo reale” (quando Tremonti afferma che il debito pubblico mondiale è pari a 12 volte il p.i.l. planetario, vuol significare proprio questo).
In parole ancora più spicciole: quasi usando come paradigma la General Motors nel rapporto fra numero di lavoratori attivi e pensionati, il mondo ha emesso 12 volte lo stesso “pagherò″ su un unico credito. Quindi il pianeta, economicamente, ha un assegno coperto (da controvalore reale) e undici assegni scoperti (emessi a fronte di quello stesso controvalore reale).
Da una cosa del genere, è facile capirlo, non si esce con le ossa integre.
Soprattutto, non si esce con quanto stanno facendo oggi i governi, con in testa quello statunitense: quando il tanto decantato Barack Obama immette altra liquidità per “salvare” banche e industrie, non fa che gettare ulteriore denaro (un assegno scoperto, peraltro!) per salvare il vecchio sistema. Questo nuovo assegno scoperto non può far altro che aggravare la situazione, poiché è come mettere materiale infiammabile sopra un incendio.

Esistono tre principali processi destabilizzanti:
1. Durata della crisi.
2. Esplosione della disoccupazione a livello mondiale.
3. Rischio di crollo improvviso dei sistemi pensionistici basati sulla finanza.

Contribuirà al raggiungimento di questo punto critico un’ampia gamma di fattori psicologici:
* la consapevolezza generalizzata in Europa, America ed Asia che la crisi è fuori controllo di qualsiasi istituzione pubblica, nazionale ed internazionale;
* il fatto che la crisi colpisce direttamente centinaia di milioni di persone nel mondo “industrializzato”;
* il fatto che la crisi può solo peggiorare, mentre le sue conseguenze si abbattono sull’economia reale.

I governi e le istituzioni nazionali hanno solo 3 mesi di tempo per prepararsi al prossimo colpo, che potrebbe portare con sè concreti rischi di disordine sociale. Le nazioni che non sono pronte a fronteggiare un picco di disoccupazione e gravi rischi sulle pensioni saranno gravemente destabilizzate da questa nuova coscienza nel grande pubblico.

LA CRISI DURERÀ COME MINIMO FINO ALLA FINE DEL 2010
La crisi non finirà nella primavera del 2009, nemmeno nell’estate del 2009, e neppure all’inizio del 2010. Solo verso la fine del 2010 la situazione inizierà a stabilizzarsi e migliorare leggermente in alcune aree del mondo, come Asia, Eurozona e nelle nazioni produttrici di energia, minerali e risorse alimentari (Brasile, Russia). Al di fuori di queste nazioni, la crisi continuerà — in particolare in USA, nel Regno Unito e in tutte le nazioni che dipendono dalla loro economia, dove la durata potrebbe arrivare ad un decennio. Queste nazioni non dovrebbero aspettarsi alcuna ripresa alla crescita prima del 2018!…

Il grande pubblico diverrà gradualmente più consapevole degli elementi di lungo periodo della crisi nei prossimi 3 mesi e la situazione immediatamente attiverà due tendenze che portano con sè instabilità socio-economica: paura del futuro e inasprimento della sfiducia nei leader.

La crisi sistemica globale entrerà nel quarto trimestre del 2009 nella quinta fase: la fase del dissesto geopolitico globale. Questa nuova fase della crisi sarà determinata da due principali processi strategici:
* la scomparsa della base finanziaria (dollaro + debito) in tutto il mondo;
* la frammentazione degli interessi dei principali blocchi e dei principali attori globali.

Questi due processi avranno come conseguenza due concatenazioni parallele di eventi (che probabilmente si svilupperanno in momenti separati piuttosto che simultaneamente):
1. rapida disintegrazione degli attuali sistemi internazionali;
2. dissesto strategico dei principali protagonisti globali.

I due processi che entreranno in gioco nella quinta fase della crisi sistemica globale genereranno due sequenze di eventi principali, parallele ma non necessariamente sincronizzate.
La prima, che inizierà alla fine del 2009, consiste in una serie di eventi che risulteranno nella rapida disintegrazione dell’attuale sistema internazionale, che per lo più riguarderanno il crollo o la marginalizzazione dei principali organismi internazionali e di tutti i principali centri nevralgici del sistema monetario e finanziario.
La seconda sequenza corrisponde al processo di disgregazione strategica dei principali protagonisti della scena globale, come USA e Unione Europea.

1) Rapida disintegrazione degli attuali sistemi internazionali

Il rapido ritorno del protezionismo, la crescente perdita di peso del Fondo Monetario Internazionale ed il crollo del commercio internazionale sono indicatori molto precisi. Per il momento l’architettura generale e la (almeno apparente) buona fede dei principali protagonisti sono intatte; ma visto che nessun passo viene intrapreso per ricostruire un nuovo sistema internazionale prima dell’estate 2009, queste ultime due componenti scompariranno e la disgregazione dell’intero sistema internazionale sarà al punto di non ritorno.

La marginalizzazione delle organizzazioni internazionali: ONU, WTO, OSCE, FMI, G7, G20
L’ONU è stata completamente travolta dagli eventi. Né il consiglio di sicurezza né le agenzie specializzate sembrano avere la minima influenza sul corso degli eventi. Il WTO deriva la sua autorità dal fatto che i suoi principali membri si accordano sull’osservarne regole e decisioni. USA, Cina, ed Unione Europea sembrano ormai propendere per il “si salvi chi può” nell’approccio al commercio globale attualmente in caduta libera. L’OSCE non è equipaggiato in alcun modo per essere altro che un club che offre qualche vago suggerimento. Il FMI — il cui indebolimento è stato anticipato da LEAP/E2020 più di 2 anni fa — è anch’esso in una posizione in cui non ha impatto sulla crisi; al massimo può fornire aiuti di emergenza agli Stati sul punto di crollare. Nonostante questo, comunque, il sensibile aumento di Stati a rischio default, con le rispettive richieste di elemosina, solleveranno presto una questione di disponibilità. Solo il Giappone, per ora, ha risposto in modo favorevole alla richiesta di fondi del Fondo Monetario Internazionale e ha offerto 100 miliardi di dollari. Il G7 non è mai stato altro che un gruppo d’elite che raccoglie le principali economie intorno agli USA, per dare la vaga idea di un mondo gestito in comune; esso non ha mai fatto altro che fare l’eco delle parole di Washington. Oggi si può spassionatamente considerare che la sua utilità è prossima a zero. Infine, il G20, ultimo nato di una lunga serie: il suo interesse è di associare un gruppo di potenze emergenti alle vecchie potenze del Ventesimo Secolo. Finora questo è stato il suo unico merito: il suo primo summit tenutosi a Washington nel Novembre 2008 è drammaticamente fallito senza raggiungere una conclusione per fronteggiare la crisi. La sua principale debolezza sta nel fatto che è essenzialmente dominato da leader che appartengono al mondo che sta per crollare.

La caduta dei centri nevralgici del sistema finanziario e monetario
Il sistema che sta attualmente crollando è basato sul potere di un insieme di nodi strategici, attentamente controllati dalle potenze preminenti (in primis, naturalmente, gli USA). La crisi globale sta provocando la caduta di questi nodi strategici come Wall Street, la City di Londra, il centro finanziario di Tokyo, così come i centri secondari di Hong Kong, Singapore e Dubai.
Riguardo il sistema monetario globale, la situazione è molto simile: circa il 70% degli scambi di moneta hanno luogo in tre centri finanziari: Londra, New York, Tokyo.
Tutti e tre appartengono alla sfera di influenza del dollaro e hanno leader strettamente legati a Washington, il che assicura che l’interpretazione degli eventi e dei movimenti monetari resta la stessa.
Il crollo dell’economia inglese e del suo centro finanziario minaccia il ruolo di Londra. Sono americane o inglesi 8 banche delle 10 più grandi per scambio di valute che sono scomparse dal panorama economico, come Lehman Brothers, o che sono a un passo dalla bancarotta o dalla nazionalizzazione, come Citigroup o Royal Bank of Scotland.

2) Dissesto strategico dei principali protagonisti globali

Il dissesto strategico colpirà il gruppo dei massimi protagonisti globali, come USA, Cina, Russia e Unione Europea. Le stesse forze disgregatrici si applicheranno alle entità politiche più grandi e più dipendenti dalla base finanziaria dell’attuale sistema: dollaro + debito.
Questo per tre fattori, 3 forze disgregatrici. Le differenze economiche, sociali e finanziarie tra le regioni ed i gruppi sociali sono più consistenti in una entità politica di grandi dimensioni piuttosto che in una piccola nazione. La centralizzazione del potere (e quindi la comprensione della crisi e la capacità di reazione) non si adatta bene ad una crisi che impatta entità di larghe dimensioni — il modello “taglia unica” non funziona —. Il fondamento sulla base dollaro+debito… beh, questo è un fattore particolarmente ovvio.

USA
Il processo di dissesto geopolitico inizierà nella fine del 2009 sarà il più puntuale, visto che che è uno dei quattro argomenti affrontati in un report presentato al Pentagono nel dicembre 2008.
Nathean Freier, dell’istituto di studi strategici, descrive il rischio di disgregazione del territorio americano e dei suoi confini sotto l’impatto della crisi. Se prendiamo in considearzione i tre fattori sopra, è evidente che gli Stati Uniti sono nel cuore della Tempesta Perfetta:
* Gli USA dipendono più degli altri dalla base dollaro+debito;
* il tessuto economico-sociale contiene tensioni sociali ed etniche enormi;
* gli interessi delle diverse regioni divergeranno ulteriormente con l’intensificarsi della crisi: la California, quasi in bancarotta, non ha niente in comune con gli Stati che stanno fronteggiando il crollo dell’industria automobilistica, che non hanno niente in comune con la Florida, con i problemi del Texas, di New York…
Il solo potere che negli USA si può innalzare sopra il processo democratico è la macchina militare. Infatti è piuttosto sorprendente che la nuova amministrazione americana non abbia cambiato nessuna testa nell’apparato della Difesa, ben sapendo che una motivazione importante per gli elettori di Obama era il rovesciamento della strategia militare di Bush. I politici cambiano, ma i militari e i leader restano. Forse questo è il segno che l’esercito sarà presto l’ultima istanza posta a salvaguardare l’integrità territoriale della nazione — è esattamente ciò che suggerisce il report di Freier —: dal momento che i politici sono incapaci di immaginare la disgregazione della loro nazione, spetta ai militari prepararsi all’evenienza. Secondo Europe2020 non c’è bisogno di discutere le conseguenze di tale evoluzione: sarebbe chiaramente la fine del sistema strategico occidentale, finora interamente centrato sugli Stati Uniti.

Unione Europea
Non passa giorno che i media inglesi o americani non profetizzino l’imminente crollo dell’Unione Europea o dell’Euro, cadute vittime della crisi. Le banche europee sarebbero più esposte delle loro controparti americane per centinaia di miliardi di asset tossici, in particolare nell’Est. Questa affermazione è tipica di chi non ha ancora compreso la natura di questa crisi. Anche se fosse vero in termini di esposizione (cosa ancora lontana dall’essere provata, tranne che per le banche austriache), bisogna comprendere che oggi non c’è nulla di più “tossico” di un asset finanziario americano.
Consideriamo i tre principali fattori di dissesto geopolitico. L’europa dipende molto meno degli USA dalla base dollaro+debito, tranne il Regno Unito. La modalità operativa dell’Unione Europea è molto più policentrica, e meno centralizzata, degli USA. Gli stati membri hanno ampi margini di manovra, anche se la Commissione fornisce una cornice monetaria coerente. La Germania, peso massimo dell’Eurozona e dell’Unione, farà tutto il possibile per assicurarsi che Unione Europea ed Eurozona rimangano un mercato privilegiato per le sue industrie, specialmente ora che i mercati globali stanno chiudendo o crollando.

In conclusione, se aggiungiamo a questo l’impatto di questa fase di dissesto a Russia e Cina, diventerà interessante vedere se questa crisi sistemica globale favorirà nuove integrazioni regionali come l’Unione Europea o il vecchio modello imperialista di USA, Russia e Cina. Come che sia, la crisi sistemica globale sarà un’altra versione della serie di crisi che hanno provocato il crollo di un impero dopo l’altro… un semplice adattamento al contesto economico del nuovo secolo.

PREPARARSI ALLA FASE DI DISSESTO GEOPOLITICO

La quinta fase della crisi sistemica globale colpirà nazioni e regioni della stessa nazione in modo diverso. In ogni caso, è possibile dare una serie di raccomandazioni per evitare di restare intrappolati nel processo del dissesto geopolitico nella particolare regione o nazione. Per questo è importante definire tre principali fattori che determineranno la gravità della disgregazione sociale, politica ed economica nella particolare area.
Secondo LEAP/Europe2020, i tre fattori sono:
1. il grado di pericolo fisico causato dalla disgregazione geopolitica nella particolare area;
2. il grado di dipendenza dalle forniture esterne della particolare regione / comune;
3. la stima della durata della potenziale scomparsa dei principali servizi pubblici e/o privati.

1. il grado di pericolo fisico causato dalla disgregazione geopolitica nella particolare area
Se le armi da fuoco sono di libera circolazione nella particolare nazione (tra le principali, solo gli USA sono in questa condizione), il modo migliore per reagire al dissesto geopolitico è lasciare la regione e trasferirsi in un’area che comporti minore pericolo fisico. Il processo comporterà una serie di interruzioni di servizi (cibo, acqua, sanità…), che probabilmente alimenteranno scontri letali in caso di presenza di armi da fuoco. Se le armi da fuoco non circolano in massa, il pericolo fisico diretto dovrebbe essere marginale.

2. il grado di dipendenza dalle forniture esterne della particolare regione / comune
Se la regione dipende fortemente dalle forniture esterne di energia, acqua, cibo, etc., è essenziale accaparrare beni o considerare di trasferirsi in una area meno dipendente.

3. la stima della durata della potenziale discontinuità dei principali servizi pubblici e/o privati
In molte regioni o nazioni, le interruzioni dei servizi saranno solo temporanee — questione di pochi giorni o settimane —. Con adeguata preparazione ed il sostegno della famiglia o dei vicini, questo periodo sarà superato facilmente.

In ambito finanziario, l’avvio della quinta fase (fine del 2009) della crisi sistemica globale sarà caratterizzato non solo dal crollo del dollaro e delle sue monete collegate, ma anche dalla sfiducia nella moneta cartacea (valuta fiduciaria) in generale. Quindi, chi vive nell’area Euro, Yen o Yuan, deve avere almeno il 30% dei propri beni in metalli preziosi o qualsiasi altra risorsa non monetaria di facile scambio. Molto importante: non bisogna lasciare queste risorse nelle banche, visto che sono esattamente le organizzazioni che più probabilmente chiuderanno durante il processo di disgregazione strategica. Le aziende dovrebbero tenere una grande quantità di denaro fuori dalle banche, sufficiente almeno a pagare gli stipendi nel caso in cui il sistema bancario chiuda.

Infine, si devono evitare tutti gli strumenti finanziari offerti dalla propria banca: non solo potrebbero essere congelati in caso di dissesto geopolitico, ma dei continui ribassi di tasso di interesse faranno le spese i risparmiatori.

Bisogna rimanere liquidi più possibile per essere pronti a spostarsi velocemente in caso di necessità.
E aspettare. Con tanta, tanta pazienza.

Non so tu, ma io ho messo via l’automobile.
Purtroppo vivo in una città tutta in pendenza, dove la bicicletta è inutilizzabile, e i mezzi pubblici sono scadenti: per gli spostamenti, dunque, giro in scooter (un 50cc: con un pieno, 5 euro, ci faccio 2 settimane in lungo e in largo, e non ho problemi di traffico né di parcheggio).
Perché l’ho messa da parte? Per un motivo che dovrebbe convincere anche te a fare lo stesso: in due mesi il petrolio è sceso da 150 a 59 dollari al barile — ha perso cioè il 61% del suo valore —, mentre nello stesso periodo la benzina è scesa da 1,45 a 1,38 euro al litro — ha perso cioè il 4,8% del prezzo alla pompa.
61% contro 4,8%.
Amico, hai voglia a dire che è colpa della tassazione, se il prezzo non scende: non ci siamo proprio!
E lo sai qual è la cosa più sorprendente? È che nessuno dice niente! Nè Adusbef, né Movimento Consumatori, né “mister prezzi”, nessuno. Nemmeno Beppe Grillo.
E dunque, cara la mia automobile, ciao ciao, piccola. E ciao ciao Agip, IP, Q8, Esso e tutti gli altri truffatori con la complicità dello Stato.
Al diavolo tutti.
Una delle cause principali della crisi ecologica sta nel fatto che noi in primo luogo non sappiamo ciò che facciamo, e in secondo luogo quando ci vengono rese note le conseguenze del nostro agire non disponiamo di un meccanismo che ci induca a modificarlo. Beh, ora l’occasione è ghiotta: finché possibile, posiamo via le auto, abbiamo il “meccanismo” che mancava, la scusa ufficiale della Crisi Economica aggravata da un Sistema che ci deruba oltre ogni limite di sfacciataggine.
Se ti dò uno schiaffo, porgi l’altra guancia, se no pure la stessa che cambio io la mano!
Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli, questi benedetti elettori!
Un conto è dire che negli introiti dello Stato rientra per gran parte denaro riciclato, proveniente dai guadagni illeciti della criminalità organizzata (Ndrangheta, Camorra, Banche, Compagnie Petrolifere, Assicurazioni), un conto è dire che lo Stato, pur trovandosi ad amministrare anche queste ricchezze, debba sentirsene in qualche modo compartecipe… Giusto, Silvio?

Il prezzo del petrolio balzato a 150 dollari al barile ha costretto anche i media della destra più accanita a concedere un congruo spazio al populismo, dilungandosi in ogni trasmissione sulle ultime gesta di Big Oil, il petrolio superstar. Qualche conduttore parla amabilmente del nuovo, insidioso fenomeno del “capitalismo che sfrutta i disastri”. Un sistema che in genere va forte, specialmente coi NeoCon. Almeno finché non si inceppa. Ad esempio David Letterman, ridendo, dice: «Credo di sapere qual è la via più breve per far scendere i prezzi. Abbiamo investito ben 650 miliardi di dollari per liberare una nazione di 25 milioni di abitanti. Non sarebbe giusto chiedere in cambio il loro petrolio? Dovremmo veder venire intere carovane di autocisterne, tutte in coda come nel peggiore ingorgo dell’ora di punta davanti al fetentissimo Lincoln Tunnel, con tanto di nota di ringraziamento del governo iracheno. Perché non ce lo prendiamo, il loro petrolio, dato che abbiamo investito per liberare quel Paese? Ecco come lo risolverei io, il problema del caro-petrolio: non in dieci anni, ma in dieci giorni».
Ovviamente, all’atto pratico Letterman si troverebbe alle prese con qualche problema. Tanto per cominciare, il piano da lui descritto sarebbe la più colossale rapina della storia mondiale. E oltretutto Letterman ci è arrivato buon ultimo, dato che il saccheggio del petrolio iracheno è cosa fatta — o quanto meno ben avviata.

Il metodo più in voga per cambiare il mondo nell’interesse delle corporation multinazionali è lo sfruttamento sistematico della Paura™® e del disorientamento che accompagnano i momenti di shock e di crisi profonda. Oggi il pianeta è scosso da tutta una serie di traumi a catena: un periodo adatto per guardarsi attorno e vedere come applicare al meglio questa strategia.
Il capitalismo dei disastri è quanto mai attivo: dalle società di vigilanza anti-incendio private nella California del Nord, dove i boschi sono divorati dal fuoco, all’arrembaggio per l’acquisto di terreni nella Birmania colpita dai cicloni, alla legge per la casa attualmente in preparazione al Congresso degli Stati Uniti — una legge che non prevede granché in fatto di case a prezzi accessibili, ma in compenso accolla ai contribuenti i costi della crisi dei subprime, garantendo una certa copertura alle banche che hanno concesso i mutui a rischio: non a caso nei corridoi del Congresso si parla di quel disegno di legge come del “piano Crédit Suisse”, dal nome della banca che lo ha generosamente proposto.
Ma i succitati esempi di capitalismo sfrutta-disastri sono roba da dilettanti a confronto con quello che sta accadendo al ministero del Petrolio iracheno. Tutto è cominciato con l’annuncio di una serie di contratti “no-bid” (assegnati senza gara d’appalto) con ExxonMobil®, Chevron®, Shell®, Bp® e Total® (prossimi alla firma). Non è insolito che le multinazionali vengano remunerate per la loro… consulenza tecnica: l’anomalia sta nel fatto che questi contratti siano andati quasi invariabilmente a società di servizi del settore petrolifero e non alle major della carbon wealth, proprietarie e specializzate in prospezioni e produzione. Come ha sottolineato l’esperto londinese Greg Muttitt, questi contratti possono avere un senso solo in relazione alle voci secondo le quali le major del petrolio hanno insistito per un diritto di prelazione sui contratti futuri per la gestione dei campi petroliferi iracheni. In altri termini, qualunque compagnia sarà libera di partecipare alle gare d’appalto per quei futuri contratti, ma saranno queste ultime a vincerle.

Una settimana dopo l’annuncio del contratti “no-bid” si è potuto avere a livello mondiale un primo sentore di quello che sarà il prezzo reale da pagare. Dopo anni di pressioni esercitate nell’ombra, l’Iraq ha spalancato ufficialmente le porte, cedendo agli investitori stranieri sei dei suoi maggiori campi petroliferi, pari a circa metà delle sue riserve. Secondo quanto ha dichiarato il Ministero iracheno del Petrolio, i contratti di lungo periodo saranno firmati entro un anno. Anche se apparentemente l’Iraq National Oil Company continua a mantenere il controllo dei campi petroliferi, le compagnie straniere avranno nelle loro mani il 75% del valore del contratti. Al partner iracheno resterà solo il 25 per cento.

Una siffatta spartizione non ha precedenti negli Stati arabi e persiani, dove la conquista del controllo nazionale di maggioranza sul petrolio è emblematica della vittoria nella lotta anticoloniale. Sempre secondo Greg Muttitt, finora si era pensato che le multinazionali avrebbero avuto accesso all’Iraq per aprire nuovi campi petroliferi, e non per prendersi quelli già in produzione, che di conseguenza non hanno particolari necessità di supporto tecnologico. «Finora» dice Muttitt, «si era sempre parlato di assegnare questi campi petroliferi alla Iraq National Oil Company. Ma ora siamo in presenza di un rovesciamento totale della linea politica, dato che all’Inoc andrà solo il 25%, anziché il 100% come previsto».

Com’è possibile che si conduca una politica così sordidamente esosa nei confronti di un Paese già tanto duramente colpito? Purtroppo, e paradossalmente, l’Iraq viene trattato così proprio perché ha tanto sofferto, e vive tuttora in uno stato di crisi che non sembra avere vie d’uscita. Proprio per questo ha dovuto subire una transazione che minaccia di alienare al Paese la sua maggior fonte di reddito. Ecco qual è la logica: dopo anni di sanzioni che l’hanno svenata e privata dell’apporto di nuove tecnologie, l’industria petrolifera irachena ha bisogno di esperti stranieri; e dato il crescente degrado — in seguito all’invasione e alle incessanti violenze —, l’Iraq ha urgente necessità di produrre più petrolio, per l’appunto a motivo della guerra. Il Paese è distrutto, e il flusso miliardario dei contratti “no-bid” concessi alle compagnie occidentali non è servito a ricostruirlo. A questo punto intervengono i nuovi contratti, sempre stipulati direttamente e senza gare d’appalto: serviranno a reperire più denaro. Ma l’Iraq è diventato ormai un Paese così infido che, per investire, le major petrolifere hanno bisogno di “incentivi”. Ecco in che modo l’invasione dell’Iraq serve addirittura da argomento per il suo successivo saccheggio.

Molti degli architetti dell’invasione irachena non cercano neppure più di negare che il principale obiettivo dell’operazione fosse il petrolio. In un suo intervento trasmesso dall’emittente radiofonica nazionale To the Point, Fadjil Chalabi, che è stato uno dei principali consulenti dell’amministrazione Bush al momento dell’invasione, ha recentemente descritto la guerra come «una mossa strategica da parte degli Stati Uniti d’America e del Regno Unito in vista di una presenza militare nel Golfo, al fine di assicurarsi in futuro le forniture petrolifere». Per Chalabi, già sottosegretario iracheno al Petrolio, che prima dell’invasione aveva incontrato gli esponenti delle major petrolifere, questo era “un obiettivo primario”.

La Convenzione di Ginevra vieta di invadere un Paese per impossessarsi delle sue risorse naturali. Gli invasori hanno dunque commesso un atto illegale, e hanno quindi la responsabilità di farsi carico della gigantesca impresa di ricostruire le infrastrutture irachene — comprese ovviamente quelle petrolifere — e di assicurarne il finanziamento. Dovrebbero essere obbligati al pagamento delle riparazioni (si ricordi che il regime di Saddam Hussein ha versato al Kuwait 9 miliardi di dollari a titolo di riparazione per l’invasione del 1990). Mentre l’Iraq è costretto a vendere il 75% del suo patrimonio nazionale per pagare il conto dell’invasione e dell’occupazione illegale che ha dovuto subire…

E la rapina petrolifera non colpisce solo l’Iraq. L’amministrazione Bush sta attivamente cercando di sfruttare la conseguente crisi dei prezzi petroliferi per rispolverare il vecchio sogno di trivellare l’Area naturale protetta dell’Artico (Anpa). Oltre che, ovviamente, trivellare off shore. E trivellare la solidissima pietra scistosa (roccia distribuita su piani paralleli) del bacino del Green River. George W. Bush dichiara: «Il Congresso deve confrontarsi con questa dura realtà: o si accetta il penosissimo onere degli attuali prezzi dei carburanti, con la prospettiva di vederli aumentare ancora, oppure gli Stati Uniti dovranno produrre più petrolio». Eccolo qua, il presidente, nella sua funzione di capo estorsore, col bocchettone del gas puntato contro la testa del suo ostaggio, che nel caso di specie è l’intero Paese. Datemi l’Area naturale protetta dell’Artico, o passerete tutti quanti le vacanza nel cortile dietro casa vostra: è l’ultimo assalto alla diligenza del presidente cow-boy.

Ma in barba a tutto questo gran parlare di trivellazioni e alla proliferazione degli adesivi “Pay less” (paga di meno) sui parabrezza degli Americani e degli Europei, il petrolio dell’Artico inciderebbe comunque in misura irrilevante sui flussi petroliferi globali, cosa peraltro ben nota anche i suoi promotori. Secondo la loro tesi, l’effetto sul prezzo del petrolio si otterrebbe non per motivi economici concreti ma grazie ad una sorta di effetto psicologico sul mercato: le trivellazioni lancerebbero un “messaggio” ai paesi esportatori, i quali, a fronte dei nuovi flussi di greggio, sarebbero indotti ad abbassare i prezzi. A questo punto si impongono due commenti.
Primo: in questa era, anche in piena emergenza nazionale, Bush presenta come azione di governo il tentativo di spuntarla contro gli iperattivi esportatori di materie prime usando l’arma psicologica.
Secondo: il trucco è comunque destinato a fallire. A fronte dell’andamento del mercato petrolifero, la sola previsione plausibile è che i prezzi continueranno a salire, indipendentemente dall’effetto annuncio di nuove fonti.

In realtà un boom è già in atto, grazie allo sfruttamento delle sabbie petrolifere dell’Alberta, in Canada. Queste fonti hanno gli stessi pregi di quelle proposte da Bush: sono vicine e la loro sicurezza è a tutta prova, dato che l’accordo americano di libero scambio (Nafta) vieta tassativamente al Canada di tagliare le sue forniture agli Stati Uniti. Ora, e senza squilli di fanfare, il petrolio estratto da questo giacimento largamente inutilizzato sta già scorrendo sul mercato: dal 2005 al 2007 il Canada ha incrementato di almeno 100 milioni di barili il quantitativo di petrolio esportato negli Usa, passando al primo posto tra i suoi fornitori, davanti all’Arabia Saudita. Eppure, nonostante questo significativo aumento di un flusso certo e affidabile, il prezzo del petrolio non ha mai cessato di lievitare. L’insistenza sulle trivellazioni nell’Artico trova quindi la sua spiegazione non nella realtà dei fatti ma esclusivamente nella dottrina dello shock. La crisi del petrolio ha creato le condizioni per dare a bere una politica (assai redditizia) che altrimenti nessuno avrebbe preso in considerazione.

La crisi globale dei prezzi alimentari è intimamente connessa a quella petrolifera. Non soltanto il rincaro del greggio in quanto tale fa lievitare i costi delle derrate alimentari, ma ad aggravare la situazione è intervenuto anche il boom dei biocombustibili, la cui produzione sta cancellando la linea di demarcazione tra cibo e carburanti, e toglie spazio alle colture alimentari incoraggiando la speculazione rampante. In vari Paesi latinoamericani si tende ora a rivedere criticamente la recente politica di corsa ai biocombustibili, e a chiedere il riconoscimento del cibo come un diritto umano, e non una merce come le altre.
Ma il vicesegretario di Stato americano John Negroponte la pensa diversamente. Nello stesso discorso in cui promuove l’impegno degli Stati Uniti a contribuire agli aiuti alimentari d’emergenza, invita i Paesi destinatari ad «abbattere le restrizioni alle esportazioni e le tariffe», nonché ad «eliminare gli ostacoli all’uso di tecnologie innovative per la produzione vegetale e animale, ivi comprese le biotecnologie». Una rapina innegabilmente più sottile, anche se il messaggio è chiaro: i Paesi in condizioni di povertà farebbero meglio a spalancare i loro mercati agricoli ai prodotti americani e alle sementi geneticamente modificate, se non vogliono vedersi tagliare gli aiuti.

Gli Ogm vengono presentati come una panacea contro la crisi alimentare: è la tesi della Banca Mondiale (che fino a poco tempo fa era comandata, è utile ricordarlo, dall’ex-grilletto-neocon Alan Wolfowitz), ripresa anche dal presidente della Commissione europea («è ora di ingoiare il rospo») e sostenuta dal primo ministro britannico Gordon Brown. Ed è ovviamente quella delle società dell’agribusiness. «Oggi non si può sfamare il mondo senza gli organismi geneticamente modificati» ha detto recentemente al Financial Times il presidente della Nestlé®, Peter Brabeck. Il problema è però che, almeno per il momento, nulla prova che gli Ogm servano ad aumentare la resa delle colture. Anzi, spesso la riducono.

Anche se esistesse una semplice chiave per risolvere la crisi alimentare mondiale, saremmo davvero disposti ad affidarla alle varie Nestlé® e Monsanto®? Cosa ci costerebbe usarla? In questi ultimi mesi Monsanto®, Syngenta® e Basf® si dedicano freneticamente all’acquisto di brevetti per le cosiddette sementi a prova di clima, che dovrebbero generare piante in grado di crescere persino nei terreni bruciati dalla siccità o imbevuti di sale in seguito ad alluvioni. Si tratta, in altri termini, di piante modificate in maniera tale da essere in grado di sopravvivere al futuro caos climatico.

Sappiamo fin d’ora che la Monsanto® farà di tutto per tutelare la sua proprietà intellettuale: non esiterà a spiare i coltivatori e a citarli in giudizio se avranno osato mettere da parte le proprie sementi per l’anno dopo. Abbiamo già visto milioni di malati dell’Africa sub-sahariana lasciati senza cure in nome dei brevetti dei farmaci anti-Aids: perché aspettarsi comportamenti diversi nel caso delle sementi a prova di clima?

Nel frattempo — e mentre dovunque si fa un gran parlare di nuove, elettrizzanti scoperte in fatto di genetica e tecnologie di trivellazione — l’amministrazione Bush ha annunciato una moratoria di due anni per tutti i nuovi progetti legati all’energia solare sul territorio federale, in omaggio, a quanto pare, a sedicenti preoccupazioni energetiche. Siamo all’ultima frontiera del “capitalismo dei disastri”: i nostri leader decidono, guarda caso, di non investire proprio in quelle tecnologie che servirebbero realmente a evitare i futuri sconvolgimenti climatici. E scelgono invece di procedere mano nella mano con chi progetta i modi più innovativi per lucrare sui cataclismi.

Privatizzare il petrolio iracheno, assicurare il dominio globale degli Ogm sulle colture, eliminare le ultime barriere commerciali, sfruttare senza più ostacoli gli ultimi rifugi naturalistici… ancora poco tempo fa questi obiettivi si perseguivano attraverso accordi commerciali formalmente inappuntabili, presentati sotto lo pseudonimo benigno di “globalizzazione”. Oggi i promotori di quest’agenda ormai screditata si vedono costretti a cavalcare le crisi che si susseguono, spacciando i loro progetti per medicine salvavita, da somministrare ad un mondo malato.
Una sola cosa non è cambiata: la tecnica della Paura™®. Vedere capitolo intitolato “Osama bin Laden - AlQaeda” di una fiction che sorprendentemente è ancora di moda e che probabilmente dipanerà il nuovo atto in occasione delle prossime elezioni Usa.

In occasione delle prossime elezioni presidenziali americane (novembre 2008), ho un’importante previsione da comunicare:

quest’uomo verrà “catturato” fra i primi di settembre e metà ottobre, per consentire al (debole) candidato repubblicano di vincere le elezioni. Il Paese che detiene un’industria che si chiama Hollywood ha preso in giro il mondo con un’idea (Al Qaeda) mutuata dai film di James Bond degli anni Sessanta (la Spectre). Oggi qualunque Paese della Terra subisca attentati interni per le ragioni più svariate non deve fare altro che sbandierare lo stesso spauracchio per saziare l’opinione pubblica. Ma Al Qaeda non esiste, così come non esiste un capo-terrore chiamato Usāma bin Laden (un semplice “prestafaccia”).
Si accettano scommesse (senza denaro).

Le religioni — tutte le principali, ma soprattutto le tre monoteiste — contengono germi di pensiero che potrebbero essere di estrema utilità per il vivere civile, ma che invece vengono persi perché “contingentati” all’interno dei dogmi.

È un concetto che merita di essere chiarito.
Abbiamo tutti bisogno di una religio (vd nota sotto *). Perché siamo “animali sociali”, e per stare insieme ci vogliono regole condivise.
(*) La parola “religione” deriva dal latino religio, la cui radice è ligere, “legare”; anche in arabo, la forza coesiva che tiene insieme le tribù è “asabîya”: da asaba, “legare”, e da asab, “nervatura” o “legamento”; il musulmano si definisce in termini non di libertà, ma di sottomissione: Islâm, Salâm e Salâma — “sottomissione”, “pace” e “sicurezza” — derivano dal verbo salima, il cui significato principale è “essere sicuri, incolumi, senza colpa”, ma che in un’accezione secondaria significa anche “arrendersi”.
Se sei un “semplice” re, o un governante, e dài un ordine al tuo popolo — «fai questa cosa, non fare quest’altra» —, la tua è un’autorità umana e, in quanto tale, non completamente credibile e accettabile. Sei solo un essere umano come gli altri, e le tue eventuali punizioni — il carcere, la frusta, l’emarginazione — non hanno un potere sufficiente a garantire che i tuoi ordini siano rispettati completamente. Neanche la prospettiva della pena di morte è abbastanza coercitiva, poiché la morte, prima o poi, arriva comunque.
Se invece gli stessi ordini vengono “da più in alto” — dal “più in alto” che ci sia —, cioè dal non-umano, o meglio “dal sovra-umano”, e la punizione per la disobbedienza è ugualmente “oltre” — un castigo «per sempre» —, allora sì che l’ordine è credibile e la sua autorità si pone al di fuori di ogni discussione. È l’autorità “divina”: come si può andare contro l’ordine di Dio, del Creatore di Tutto? Quella celeste è una legge che genera persuasione dall’interno dell’individuo.
Per questo venne redatta la Legge di Mosé, per questo «Dio parlò sul Sinai»: per generare una legislazione assolutamente credibile e soprattutto non disobbedibile — pena una “dannazione” eterna —, frutto della massima autorità possibile.
Da questa necessità sociale sono nate tutte le religioni “organizzate”: per scopi puramente pratici, per irreggimentare le società umane. Nella religiosità caratteristica del mondo arcaico — “pagano” —, le divinità erano semplicemente i simboli delle manifestazioni naturali. Dal contatto Egizi-Ebrei ebbe origine la prima religione morale, sotto forma di “monoteismo”, manifestata per la prima volta nella riforma del faraone Akhenaton. Quando Mosé era giovane, Akhenaton (qualcuno addirittura sostiene l’identità fra i due) sostituì il culto di Amon con il culto del “disco solare”, Aton, proclamandolo «unico Dio, per mezzo del quale tutte le cose sono create»; a sua volta Aton, ereditato dagli antichi Ebrei, divenne Adonai.
I sapienti di Israele, ricavandola dal “Libro dei Morti” egizio, idearono la sintesi del Decalogo, le parole di Dio «memorizzabili sulle dita delle mani», i Dieci Comandamenti: la base del “culto sociale” dal quale scaturirono l’Ebraismo e poi il Cristianesimo. Dall’esperienza filosofica morale maturata presso il popolo ebraico si originò il testo della Bibbia, che, al di là delle amenità mitologiche e dei superpoteri di certi personaggi, è un vero e proprio corpus completo di leggi sociali.
La stessa cosa successe grossomodo in tutte le altre religioni, in ogni angolo del pianeta: corpi completi di leggi sociali vennero “imposti dall’alto” — anzi, dall’Altissimo — per essere rese credibili ai popoli.

Qual è il problema? Il problema è che queste leggi sociali restano “chiuse” all’interno delle Religioni e non hanno alcuna utilità pratica nella società, perché i “credenti” le inquadrano in un’ottica di salvezza post-mortem e non di “organizzazione quotidiana del vivere”. E anche ove quest’utilità quotidiana ha un minimo di messa in atto (come nel caso dell’Ebraismo o dell’Islam, dove quasi non esiste separazione fra religione e politica), i benefici sono di gran lunga inferiori agli svantaggi, a causa di dannosissime distorsioni (Israele pensa di essere un “popolo eletto”, cioè superiore — e dunque razzista —, mentre l’Islam umilia l’intero universo femminile).
Peraltro è proprio in questo modo, che è andata perduta la principale eredità del messaggio originale di “Gesù″: camminate sull’acqua“, “resurrezioni dei morti“, “guarigioni miracolose” e “moltiplicazioni dei cibi” hanno annacquato — forse per sempre — l’utilità estrema di un insegnamento profondamente civile, di “saper vivere insieme”, qual era quello di Yeshua bar Yosef/”Gesù il Cristo”.

La causa di questa immane perdita, fomentata dalle “chiese”, è nella nostra incapacità di sopportare l’idea che nasciamo per poi morire.
Non sappiamo rassegnarci ai limiti della Ragione, alla quale imputiamo una colpa immensa: il non saper rispondere al grande quesito esistenziale «cosa siamo, e perché?». Siamo un imprevisto dell’Essere? La vita intelligente è un incidente? La filosofia indiana — la più antica del pianeta — è su questa strada. A Occidente propendiamo invece per la Creazione: «ci ha fatti Dio». È un concetto infantile — un “uomo più grosso e più potente” che crea dei soldatini con l’argilla a propria immagine — che la Religione mediterranea sostiene da millenni; però purtroppo da circa un secolo ha cominciato a dirlo anche la Scienza, cambiandone solo la terminologia: Big Bang al posto di Genesi, Radiazione corpuscolare invece di Materia, Principio di indeterminazione al posto di Disegno inconoscibile di Dio, Energia piuttosto che Spirito
«Perché nasciamo, se poi dobbiamo morire?» ci ripetiamo. E di fronte alla resa della Scienza e della Ragione, le “chiese” sono lì per lenire il nostro disagio.
Ogni Chiesa dà smisurato valore al concetto di “vita dopo la morte”, elaborando a tal uopo il principio della “salvezza”, e dice più o meno: «se credi, ti salvi». E non mente, l’affermazione è sincera: se hai fede, trovi pace dal “silenzio di Dio” — cioè dall’assenza di risposte —. La fede non ha bisogno di prove. In questo risiede il “mistero della fede”: se credi, ti salvi. Anche se non è vero, anche se quelle descritte sui “testi sacri” son cose mai accadute! È lì il trucco, è tutta lì la “salvezza”: credere per vedere, non il contrario. A tale scopo l’Uomo ha creato Dio — e perciò lo ha creato silenzioso, anche se nei Vangeli è dotato perfino di un verbo —. Un silenzio divenuto ancor più assordante negli ultimi 100 anni, da quando abbiamo cominciato a capire quanto vasto e apparentemente privo di vita sia quel “là fuori”, l’Universo.

È così, che ci siamo persi la capacità di organizzarci a vivere meglio la vita tutti insieme. Credendo per vedere e non invece vedendo per credere.

Il messaggio sociale di “Gesù″ era molto chiaro, eppure è andato perduto nelle sciocchezze dei testi sacri.
È sufficiente aprirsi ed “accogliere”, riconoscere la luce dentro noi stessi, per divenire ciascuno “Figlio di Dio”, per accorgersi della verità: una “vita migliore” da realizzare nel Presente, che è la vera “eternità“ da cogliere. La chiave di ogni conoscenza superiore sta nelle parole «Io sono», la soglia più alta della conoscenza, il contatto con questo fantomatico “Dio”. È una conoscenza da realizzare qui e ora. Smettendo di guardare al futuro per paura. Smettendo di cercare un senso più in là. Smettendo di dare ascolto a tutte le cose che derivano dalla “paura prima” — la morte.
Se non si fa qui e ora il salto di qualità, si resta legati ad una continua ricerca dell’altrove e del dopo e, praticamente, non si vive. La differenza è nel comportamento, ossia nel senso attivo che diamo al Presente. Non c’è alcuna “beatitudine perenne” — o “dannazione senza fine” — “dopo”.
La “Speranza” — splendidamente umana, altro che divina! — che Yeshua bar Yosef fece sua incarnandola in un modo assolutamente irripetibile, non è stata più rivelata in tutte le sue effettive potenzialità: è inutile impegnarsi in un ideale, per nobile che sia, se poi non si è disposti a lavorare concretamente, a lottare per realizzarlo. Egli pregava, ma poi si rimboccava le maniche: quanti, da sempre, anche i “più fervidi credenti cristiani”, fanno solo la prima cosa, lasciando ad altri l’onere di sporcarsi le mani — proprio l’atteggiamento che Yeshua condannava inderogabilmente —?

Ma Yeshua è stato trasformato in “Gesù″, è stato fatto camminare sull’acqua, gli si è dato il potere di placare le tempeste e di risuscitare sia se stesso che i suoi migliori amici («perché nasciamo, se poi dobbiamo morire?», appunto!), e diluendo le sue potenti parole nell’acqua non potabile della mitologia, tutti noi abbiamo perso un’occasione ghiottissima per vivere meglio nelle nostre società…

Dicembre 2007, Italia knock-out. Lo sciopero di 5 giorni nei trasporti non è uno sciopero: è una serrata. Perché riguarda le imprese contro il governo e non i dipendenti contro le aziende. Non è peraltro vero — come affermano i camionisti nelle interviste — che si tratti di un’agitazione dell’intera categoria, perché non aderisce la Anita, ossia l’associazione delle imprese di trasporto strutturate, medie e grandi, più altre organizzazioni che rappresentano i corrieri. Ma i padroncini che protestano sono molti (90mila imprese), e con i loro camion intasano le autostrade, i valichi, i porti. Inoltre, una parte delle imprese non aderenti non opera per timore di danni ai propri veicoli.
I cinque giorni di astensione dall’attività e di ostacolo virtuale a quello delle altre imprese determinano problemi in aree e settori dove i padroncini sono fondamentali, come il rifornimento di carburante alle stazioni di servizio. L’ingombro delle piazzole di sosta e delle corsie di emergenza, che non è illecito (come quello dei valichi autostradali o delle altre corsie), crea problemi alle strade già congestionate dal traffico natalizio.

Ma c’è un problema gravissimo di fondo, un problema di merito.
Il disagio provocato da questa astensione dall’attività di impresa è sproporzionato rispetto alle ragioni di chi lo arreca. Le richieste, infatti, riguardano crediti di favore e altre agevolazioni per l’acquisto degli automezzi, eventuali aiuti del governo per contrastare il rincaro dei carburanti, misure per limitare la concorrenza degli autotrasportatori dei Paesi dell’Est (facenti parte dell’Unione Europea), e la concorrenza sleale di chi non rispetta i contratti di lavoro e le regole di sicurezza dei veicoli e del loro carico.
A parte queste due ultime lagnanze, che riguardano l’insufficienza dei mezzi della polizia della strada — e che sono marginali —, il grosso delle rivendicazioni è di natura corporativa.
È una vergogna bell’e buona! Si tratta di richieste di protezionismo per piccoli operatori di un settore che ha avuto negli ultimi anni un incremento di fatturato a causa dell’aumento del traffico e della concorrenza. Se c’è un’anomalia, questa è l’eccesso di trasporto di merci su strada rispetto a quello ferroviario o con traffico intermodale. Dunque, per una volta, è il caso di non essere solidali con chi sta bloccando un intero Paese: non vi è ragione per cedere al ricatto di un’agitazione che ha tutti i caratteri di una congiura di casta!
Questi signori già ci uccidono lungo le strade quando non rispettano i limiti di velocità e le norme di circolazione più elementari, ci mancherebbe adesso che diamo ragione ad una condotta oltre il limite… del buon senso!

Marxismo e illuminismo sono «speranze terrene fallite». La «ragione staccata da Dio» e la «scienza senza etica» non redimono l’uomo. La seconda enciclica di papaRatzi/Nazinger/Benedetto XVI, Spe salvi, spara alto.
«Non sorridete / gli spari sopra / sono per voi» cantava Vasco Rossi…

“Spe salvi”: da San Paolo, «spe salvi facti sumus», siamo salvati grazie alla speranza.
Spara a salve, direi piuttosto!
Joseph Nazinger critica Marx per il suo “errore fondamentale” (una critica radicale della pretesa marxista di realizzare il “regno di Dio” in terra nell’ambito di una visione puramente materialista, che in ultima analisi non tiene conto della libertà dell’uomo) ma gli riserva parole di inusitato apprezzamento «per la sua vigoria di pensiero e acutezza di analisi». E questa è l’unica “apertura di pensiero” che il papa concede nell’intero testo. Poi imputa alla filosofia successiva a Francis Bacon di aver trasferito alla teologia il “collegamento tra scienza e prassi”, così che la fede è stata spostata sul piano privato ed è diventata irrilevante per il mondo: la «crisi della fede è soprattutto crisi della speranza cristiana», soppiantata dalla fede nel progresso e dalla ideologia del progresso.

Dimentica, papaRatzi, la lezione di un certo Galileo Galilei.
Il povero (e cristianissimo!) Galilei scrisse una lettera a Padre Benedetto (sic!) Castelli nel 1613: vi espose la sua concezione di cristiano e scienziato che rivendicava l’autonomia della Scienza dalla Religione. In essa Galilei conclude che scienza e fede non interferiscono affatto, dato che lavorano su piani separati: la fede parla ed opera sul piano metafisico del mondo, mentre la scienza sul piano fisico. Nella visione galileiana esistono due “libri”, che sono in grado di rivelare la stessa verità, anche se attraverso due diversi campi: uno è la Bibbia, che ha essenzialmente valore salvifico e di redenzione dell’anima, scritto in termini scientificamente approssimativi per il volgo, l’altro è l’universo (cioè la Natura), che, a differenza del primo, va letto in maniera scientifica e quindi, per essere ben interpretato, deve essere studiato oggettivamente. Secondo Galileo, i due libri, essendo opera di un unico Autore, non possono contraddirsi: la sua visione della verità non era dunque antireligiosa ed atea; al contrario, Galileo fu uno dei primi scienziati a voler conciliare le verità scientifiche con le verità di fede, senza intaccare minimamente né le une né le altre. La lettera al Padre Castelli suscitò però polemiche violentissime e sarcastiche da parte del clero fiorentino, totalmente conservatore, tali che Galilei si vide costretto a fare pubbliche manifestazioni di Cattolicesimo e ad accorrere perfino a Roma, per difendere in ambienti curiali la propria opera di scienziato credente. Beh, dopo decenni di polemiche ed un processo, la Chiesa costrinse Galilei all’abiura, censurò le sue scoperte e condannò all’indice le sue opere — assieme a quelle di Copernico — fino al 1823, e fu solo nel 1992 che Giovanni Paolo II ritirò la condanna della Chiesa cattolica allo scienziato: il papa polacco — grande mentore di Nazinger — pubblicamente riconobbe la validità e verità scientifica delle teorie di Galileo Galilei e chiese scusa, da parte della Chiesa, per avere ingiustamente condannato non solo il fondatore della scienza moderna ma indiscutibilmente una delle menti più brillanti, geniali e serie del millennio.
A cosa è servito, tutto questo? A nulla: oggi Nazinger azzera la lezione di Galilei e Wojtyla e torna indietro di quasi 5 secoli a dar ragione al clero fiorentino che diede addosso al sommo scienziato.

Ma andiamo avanti. L’enciclica accenna quindi ai due «grandi temi ‘ragione’ e ‘libertà‘», per rilevare che «la vittoria della ragione sull’irrazionalità è anche uno scopo della fede cristiana» ma che «la ragione non può essere staccata da Dio» e che «la ragione del potere e del fare non può essere considerata già la ragione intera». La ragione diventa veramente umana — rimarca il Pontefice — «solo se è in grado di indicare la strada alla volontà, e di questo è capace solo se guarda oltre se stessa». Se la ragione non è in grado di guardare oltre se stessa, «la situazione dell’uomo, nello squilibrio tra capacità materiale e mancanza di giudizio del cuore, diventa una minaccia per lui e per il creato».
Ossia, Nazinger qui ci vuole dare lo stesso messaggio di Susanna Tamaro: «va’ dove ti porta il cuore». Però pretende che il “giudizio insindacabile del cuore” sia prima sottomesso al dogma cristiano. Mentre invece la cosa funziona proprio al contrario — dovrebbe essere il cuore a decidere di credere nel dio cristiano, e non viceversa —. E in ogni caso: in tutto questo, che fine fa il libero arbitrio (il quale dipende dalla Ragione) che il Creatore ci avrebbe fornito? E soprattutto, perché mai ce lo avrebbe fornito? Non poteva dotarci invece di “un cuore che comandasse”? Boh! Andiamo oltre.

Per quanto riguarda la “libertà“, «bisogna ricordare che la libertà umana richiede sempre un concorso di varie libertà» e che «questo concorso non può riuscire se non è determinato da un comune intrinseco criterio di misura, che è fondamento e meta della nostra libertà». Dietro questa tautologia papaRatzi vuol significare che «l’uomo ha bisogno di Dio, altrimenti resta privo di speranza», poiché questo fantomatico “comune intrinseco criterio di misura” può darlo (e te pareva!) solo Dio. E scomoda Kant: «un regno di Dio realizzato senza Dio, un regno quindi dell’uomo solo, si risolve inevitabilmente nella fine perversa di tutte le cose descritta da Kant». Accidenti! Ma Nazinger si ricorda il massimo detto di Kant? «Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti del tuo proprio intelletto»… Evidentemente no! Kant diceva l’opposto, però Benedetto XVI confida nella nostra immane ignoranza. Ma portiamo pazienza e proseguiamo, anche se già così si è fatta dura…

Nella “Spe salvi” il Papa parla anche del Giudizio Universale. Uhi, uhi, uhi: «esiste il Giudizio Finale di Dio e non sarà quello dell’iconografia minacciosa e lugubre dei secoli scorsi, ma nemmeno un colpo di spugna che cancella tutto»; esso «chiamerà in causa le responsabilità di ciascun uomo». (Uff!, temevamo peggio!). Morale: il Giudizio Finale c’è, state tranquilli che c’è; magari ci evitiamo la battaglia di Armageddon, però il Giudizio avrà luogo, checché ne dicano Di Pietro o Mastella o Piercamillo Davigo.
Ma con i “miti duri a morire” il meglio viene dopo: Nazinger riafferma l’esistenza dell’Inferno e perfino del Purgatorio (la dottrina del Purgatorio venne definita dal Concilio di Lione del 1274, da quello di Firenze del 1438 e infine ribadita nel Concilio di Trento, nel 1563: né la Bibbia né il Nuovo Testamento ne parlano, è un’invenzione del testo apocrifo “Il Pastore di Erma” del II Secolo, ndr) e lega il motivo della speranza cristiana proprio alla giustizia divina. Parole dure: «I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato». E anche: «La questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna». Il che è come la famosa domanda del pesce rosso nella boccia: «Ci dev’essere per forza, un Dio: altrimenti, chi è che cambia l’acqua?». In altri termini, come disse la Fiat in un famoso spot: «Panda, se non ci fosse, dovremmo inventarla». È il “bisogno di Dio” a provare che Dio esiste! Niente male, come dimostrazione.

Insomma, un disastro.
Siamo alle solite. Nazinger non esita a riesumare tutti gli stereotipi dell’oscurantismo cattolico — tipo il Giudizio, il “banchetto eterno” (come se l’Aldilà fosse una gozzovigliata senza fine!) e perfino il Purgatorio — pur di far fronte alla propria ansia per un Occidente religiosamente tiepidino. L’idea di un cristianesimo individualista, che si rifugia in una dimensione di salvezza unicamente privata, lo terrorizza più di ogni altra cosa.
«L’unica vera novità della storia è Cristo» sono state le prime parole pronunciate dal papa affacciandosi alla finestra del palazzo apostolico per l’Angelus, due giorni dopo. «E la storia chiede di essere costantemente evangelizzata; ha bisogno di essere rinnovata dall’interno». Tutto l’impianto teologico e filosofico della “Spe salvi” ruota intorno alla necessità primaria di Nazinger di bloccare la secolarizzazione della chiesa e il laicismo sempre più dominante.
«In che cosa consiste questa speranza, così grande e così affidabile da farci dire che in essa noi abbiamo la salvezza? Consiste in sostanza nella conoscenza di Dio, nella scoperta del suo cuore di Padre buono e misericordioso. Gesù, con la sua morte in croce e la sua risurrezione, ci ha rivelato il suo volto, il volto di un Dio talmente grande nell’amore da comunicarci una speranza incrollabile».
Fatale dimenticanza, per un papa che vuole “riscaldare i cuori dei credenti”: nel quadretto che per l’ennesima volta il dogma cristiano ci vorrebbe consegnare per salvarci, quel “padre buono e misericordioso” non solo ha permesso che “suo figlio” venisse ucciso nel modo infelice che tutti conosciamo e che è divenuto il marchio (la croce) più famoso della Storia, ma ha permesso che nel suo nome venissero commesse le più grandi atrocità (è qui superfluo citare ancora una volta Auschwitz, le Crociate o le altre amenità).

Credo sia proprio questo, il motivo di fondo per cui papaRatzi/Nazinger ce l’ha tanto con la “ragione”: di fronte alle assurdità del dogma, il raziocinio tende a comunicare all’uomo che la fede è una stronzata colossale. Meglio invitare il gregge a spegnerlo, il cervello.

Nazinger non è nemmeno sfiorato dall’idea che magari nel Terzo Millennio la famosa “fede” abbia ormai bisogno di un restyling, per convincere — e “salvare” — esseri umani che non vivono più al tempo dei maghi e dei draghi. Come si fa, maneggiando computer e sofisticati medicinali, Bancomat e televisione, viaggi nello spazio e gps, a credere ancora alle camminate sull’acqua e alle resurrezioni?

11 settembre 2007.
Ore 8,46: Bush e la first lady Laura osservano un minuto di silenzio al South Lawn della Casa Bianca nel il momento esatto in cui, sei anni fa, il volo 11 dell’American Airlines si schiantò sulla torre nord del World Trade Center, dando inizio alla tragedia.
Al Pentagono il segretario alla Difesa Robert Gates è presente alla cerimonia di commemorazione nel luogo in cui il volo 77 della AA precipitò sull’edificio, uccidendo 184 persone. E a Shanksville, in Pennsylvania, le campane suonano alle 9,55 per ricordare l’altro volo dirottato, il numero 93 dell’American Airlines su cui morirono 33 persone e nove membri dell’equipaggio.
Ore 14,57: nel suo ufficio sullo Stretto di Messina, il titolare di questo blog ricorda come, 6 anni prima, provò per la prima volta la banda larga a 2 Mbit collegandosi al sito della Cnn per vedere finalmente qualche video in streaming (allora per l’Italia era ancora una novità di là da venire) e fu colpito da quelle immagini con una delle Torri avvolta nel fumo…
«Dev’essere l’ultimo film di Zemeckis» pensai. «Guarda un po’ che effetti speciali».
Il sole era intenso, era una splendida giornata di fine estate.
In capo a qualche minuto il secondo aereo si infilò nella Torre Sud e qualcuno, sull’elicottero che effettuava la ripresa, urlò «Oh, god! God! Oh, my god, my god!». E allora capii che era una diretta: stava succedendo sul serio!
Era il più orrendo “live event” della Storia.

Oggi, 6 anni dopo, sono ormai certo al 100% che invece si trattò proprio di un film.
Una mega-produzione non di Hollywood bensì di Washington.
E mi addolora comprendere che, guardando Ground Zero, non provo più niente. Solo un’immensa rabbia repressa.
Perché so che la verità non verrà mai a galla.

Addio Ingmar e Michelangelo, miei amati: uno strano destino, che la vostra data di scadenza fosse identica… Chissà, forse avremmo potuto capirlo, davanti a vette come «Persona» e «Zabriskie Point», «Il posto delle fragole» e «Blow-up», «Fanny e Alexander» e «L’eclisse», che eravate Castore e Polluce, gemelli diversi nello sguardo ma della stessa natura divina, e che insieme sareste andati via.
Ad ogni modo, grazie per esserci rimasti abbastanza, a questo mondo: un mondo che senza la vostra cinepresa avremmo compreso un bel po’ di meno.

Negli Stati Uniti la Chiesa Cristiana è costretta a scendere a patti con l’autorità giudiziaria e con i comitati di semplici cittadini per risarcimenti ultramiliardari dovuti ad attività di pedofilia degli amministratori del culto.
Oggi l’ANSA batte questa notizia: «La Procura della Repubblica di Paola svolge indagini sull’ex arcivescovo di Cosenza, mons. Giuseppe Agostino. Le indagini riguardano l’inchiesta sui presunti illeciti nella gestione dell’Istituto di assistenza Papa Giovanni XXIII di Serra d’Aiello».

Ovunque ci voltiamo, ormai, è un assedio. Contro la Chiesa Cattolica ed i suoi misfatti. Accanto a personaggi ammirevoli, preti e suore che si sacrificano nei posti più sperduti del pianeta per servire il prossimo — massimo insegnamento di Gesù Cristo —, infatti, la Chiesa ospita orchi e imbroglioni che non pensano ad altro che a fottere il prossimo di qualunque età (anche bambini) in barba a qualsiasi morale laica o religiosa.

Al cospetto di questo incombente disastro che sta incrinando irrimediabilmente la fiducia della gente nella Religione Ufficiale, il Pontefice che fa? Si dà per caso da fare per riorganizzare il casino di cui è amministratore? Mette i puntini sulle i ai suoi uomini? Chiede scusa per ciò che hanno combinato, promettendo che dentro la Chiesa verrà fatta pulizia da tutto il marciume che la ricopre come le strade della Campania priva di discariche? Macché!
‘Paparazzi‘ scrive un vangelo apocrifo con 20 secoli di ritardo!

Joseph Ratzinger, ex-inquisitore, sta scrivendo un libro “sull’infanzia di Gesù″. Ossia su un argomento di cui non sappiamo assolutamente nulla nemmeno dai Vangeli canonici (a parte l’aneddoto di Luca: l’episodio in cui, dodicenne, Gesù si allontana dai genitori i quali, dopo un’ansiosa ricerca, lo rintracciano nel Tempio intento a disquisire “del Padre Suo” con i saggi sorpresi dalla sua precoce intelligenza; episodio che Luca ha inventato di sana pianta rubandolo a Giuseppe Flavio) e sul quale si misurarono in inventiva e fantasia, già nel II Secolo, i redattori dei Vangeli cosiddetti “Apocrifi” (che costituivano per i primi ‘cristiani’ una risposta all’ingenuo bisogno di conoscere del Salvatore più di quanto i Marco-Matteo-Luca-Giovanni non dicano: ad esempio, il silenzio sulla fanciullezza del Salvatore è colmato dagli Apocrifi con il racconto di ogni sorta di miracoli, che però fanno apparire Gesù come un dio-bambino prepotente e vendicativo).

No, nulla ferma questo “teologo massimo” Sturmtruppen, che parla un italiano-da-barzelletta-sui-tedeschi. Nemmeno il fatto che non solo gli storici ma perfino il Nuovo Testamento non dica nulla su Gesù prima dei trent’anni!

Dove può arrivare la Chiesa Cattolica, di questo passo e con a capo un simile presuntuoso? Da nessuna parte: a lungo andare, sopravviverà come un culto di nicchia solo in Italia e nei Paesi “sottosviluppati”. Lasciando campo libero al neo-animismo sudamericano e soprattutto, purtroppo, all’Islam più oscurantista…

Proprio quando è sempre più lampante che 3,5 milioni di dipendenti pubblici — che hanno appena ricevuto 101,00 € di aumento! — costituiscono una zavorra impressionante per l’Italia perché non fanno un kaiser in orario di lavoro, i nostri politici che fanno?

«Ripristiniamo sette festività soppresse». Una settimana. Un cinquantaduesimo d’anno. Il 2 per cento del tempo, che diventa 4% per gli inevitabili ponti che si vengono a creare…

A proporlo ci hanno pensato in tre: il deputato della Lega Giacomo Stucchi (già, proprio quella Lega che sbraita dai palchi della Padania la fannulloneria degli Italiani!), Siegfried Brugger delle Minoranze linguistiche e il senatore delle Autonomie Oskar Peterlini. Che hanno chiesto di ripristinare, fra l’altro, tre festività religiose e i loro effetti civili: l’Ascensione, il Corpus Domini e San Pietro e Paolo, il 29 giugno. Un totale di 7 ricorrenze, soppresse nel 1977 per controbilanciare il calo di produttività del Paese (e che tanta festa fosse sembrato un problema ad Andreotti è tutto dire!). Insomma, in quegli anni, quando l’Economia non aveva ancora il sopravvento sulle nostre vite, si doveva lavorare di più. «Ora», secondo i firmatari delle tre proposte di legge, «non c’è più questa esigenza». E inoltre, «festività infrasettimanali potrebbero avere ricadute positive per il turismo».

Sette giorni di vacanza in più l’anno è solo l’ultima proposta, basata su “ciò che era e fu soppresso”. Ma in Parlamento giace anche la richiesta di una lunga lista di giornate e feste celebrative da stabilire di sana pianta.
Si comincia a febbraio e precisamente il 17 (giorno che coinciderebbe con la festa nazionale proposta dall’azzurro Russo) con la «Giornata nazionale della libertà di pensiero, coscienza e religione» proposta dall’ex ministra Bellillo. Si prosegue il 19 con il «giorno della memoria in ricordo delle vittime africane durante l’occupazione italiana», di Iacopo Venier del Pdci per l’eccidio della popolazione di Addis Abeba nel 1937. E si va avanti con la «Giornata nazionale del braille» il 21 febbraio, proposta dal senatore ulivista Bianco (e già approvata in prima lettura a palazzo Madama) ma anche dal suo collega alla Camera Piscitello. Il 15 marzo, giorno della nascita di Beccaria sarà l’ideale per la «Giornata nazionale contro la pena di morte», come proposto dalla deputata del Prc Mascia, il suo ex collega a palazzo Madama Luigi Malabarba e il senatore azzurro Biondi. Per un altro senatore di Fi, Pianetta, la Giornata va invece celebrata il 30 novembre per l’abolizione della pena di morte si deve a Leopoldo di Toscana che, il 30 novembre 1786, la bandì dal Granducato. Sei giorni dopo, il 21 (San Benedetto, protettore dei bonificatori), potrebbero svolgersi o la «Giornata nazionale dei bonificatori», proposta dal deputato Fi Marras e dal collega del Carroccio Stiffoni. Ad aprile appuntamento fissato per il 13 dal senatore di An Selva per la «Giornata a ricordo dei crimini commessi dai regimi comunisti». Maggio è il mese più affollato con ben sei appuntamenti. Il 17, si dovrebbe tenere la «Giornata nazionale contro l’omofobia». Per l’ultima domenica del mese, il deputato di An Angeli ha proposto la Festa nazionale dell’amicizia. L’azzurro Izzo ha lanciato la «Giornata nazionale del lavoro pubblico» per Moro. La Giornata della dignità, secondo Grillini dovrebbe essere fissata per il 28 giugno. A luglio un lungo stop, per poi riprendere il 6 agosto con il «Giorno della memoria per le vittime di Hiroshima e Nagasaki», da Pezzella (An). A fine mese, il 24 per la precisione il turno del «Giorno del ricordo delle vittime cadute nei gulag sovietici»: l’8 c’è la «Giornata della rinascita della Patria», stando alla proposta del deputato dell’Ulivo Giulietti e il 9, per la «Giornata del riscatto nazionale» dell’ulivista Orlando.

Mettiamo che passi solo la riesumazione delle 7 festività soppresse: qualcuno di questi signori, dal proprio scranno di un Parlamento che non fa altro che piangere perché l’economia italiana è ferma, ha provato a pensare agli effetti del lavorare il 4% in meno all’anno? Che significa un PIL che scende di altrettanti punti? E che quindi si va automaticamente in recessione?

Le aziende private costringerebbero per forza di cose i propri dipendenti a rinunciare a queste nuove festività. Pena il fallimento. Ma i politici che tirano fuori queste proposte hanno provato a pensare a quei 3,5 milioni di dipendenti pubblici cui invece nessuno toglierebbe 7 giorni (più i ponti!) remunerati al 100% da trascorrere a casa?

La dittatura è vicina, signore e signori… Quando l’autogoverno “democratico” porta un Paese oltre l’orlo del ridicolo, è quasi automatico l’arrivo di un governo autoritario per bilanciare…

Torno per un attimo ad un personaggio già citato su questo blog. Perché la cosa mi fa sorridere in ottica ‘italiana’.
Paul ‘Lupovizio’ Wolfowitz costretto a lasciare (con rammarico del suo compare GW Buscio) la poltrona alla Banca Mondiale: fece trasferire la sua amante in un impiego migliore, aumentandole lo stipendio.
Perché mi viene da ridere? Perché costui, che è uno dei NeoCon più potenti, è travolto da uno scandalo che in Italia non verrebbe neanche preso in considerazione come notizia da trentesima pagina! Ma ve l’immaginate? Qui da noi, dove i politici fanno il bello e il cattivo tempo con le assunzioni di chiunque —cugini, nipoti, la figlia del macellaio all’angolo, il pronipote dell’amante—, un “miglioramento lavorativo” per la propria compagna sarebbe semplicemente una cosa normale, che dico?, naturale!

Non siete d’accordo? Difficile non esserlo, giusto? Beh, se lo siete, riuscite anche a capire quanto noi italiani siamo lontani dalla serietà?

Ciao Lupovizio, spero di non rivederti più, e non per il tuo incarico alla Banca Mondiale quanto per le tue bastardate precedenti. Ma, làsciatelo dire, sei stato imprudente: certe cose non si possono fare fuori dall’Italia o dagli altri Paesi latini!

La grande distribuzione l’abbiamo lasciata in mano francese. L’Alitalia probabilmente finirà in mani russe. FastWeb andrà agli svizzeri. Il governatore Fazio è stato fatto a pezzi perché aveva tentato di impedire che l’Antonveneta finisse agli olandesi di AbnAmro. Ora addirittura la Telecom sta per essere (s)venduta agli americani.
Insomma: supermercati e ipermercati, banche, aerei, telefonia, banda larga internet. E non so cos’altro sto dimenticando, di sicuro qualcosa del Made in Italy perché un mucchio di marchi della moda sono in mano a gruppi finanziari esteri. Tutto in mani straniere poiché «sono le regole del mercato e i singoli Stati non devono opporsi».
Bene, adesso guardiamo a quel che succede quando gli Italiani tentano di fare l’inverso, ossia andare a conquistare qualcosa all’estero.
Autostrade va in Spagna e tenta di entrare in quel mercato: il governo spagnolo mette i bastoni fra le ruote, l’UE non fiata, il progetto salta.
Enel va in Francia e tenta di entrare nel mercato transalpino dell’energia: il governo francese mette i bastoni fra le ruote, l’UE non fiata, il progetto salta.

“UE, UE, UE”. Questo refrain è un piagnisteo dannosissimo per il Paese dei balocchi e degli allocchi. (E non parliamo di cinesi, che ci hanno conquistato in silenzio a suon di patacche. E stiamo zitti pure sull’Euro…)

Il capitalismo italiano ha perso troppe sfide industriali. Dalla chimica alla siderurgia, dall’informatica all’alimentare. L’ultimo addio è quello attuale per le telecomunicazioni. Omnitel agli inglesi, Wind agli egiziani, Fastweb agli svizzeri. Ora tocca a Telecom, che può finire agli americani dell’At&t e ai messicani della Movil. La Borsa brinda, la politica sbanda. I dirigisti di complemento si indignano a sinistra, i liberisti alle vongole si compiacciono a destra: il solito teatrino nazionale, poco dignitoso e molto provinciale. Si dice: è il mercato, bellezza. Ed è vero: nessuno può contestare a Tronchetti il diritto di vendere a chi vuole. Tanto più a un prezzo che gli attribuisce un premio del 30% sulle quotazioni azionarie correnti. Ma nessuno può ignorare che purtroppo il nostro è un “mercato immaginario”: più che nei fatti, esiste nei convegni, nei dibattiti, sui giornali. La possibile vendita di Telecom non chiama in causa tanto la questione della “italianità“. Certo, volendo ci sarebbe anche quella, in un Paese che ha già ceduto all’estero interi settori produttivi. Che nei prossimi giorni potrebbe perdere in un colpo solo anche Alitalia e Autostrade. Che a parte pochissime lodevoli eccezioni (Enel, Unicredit), ogni volta che prova a fare shopping oltre frontiera cozza contro le barriere di stati-nazione più blindati e più protezionisti del nostro. Ma in un regime di competizione globale, qualunque forma di autodifesa che ruotasse intorno all’autarchia industriale e finanziaria sarebbe insensata. È la “teoria di Wimbledon”: non conta la nazionalità di chi vince il torneo, ma solo il fatto che il torneo si giochi nel tuo Paese.
E poi, in un sistema di concorrenza internazionale, l’unica cosa che conta per il consumatore finale è l’efficienza del servizio reso e la convenienza del prezzo offerto. E almeno su questo At&t, il più grande operatore di telefonia del mondo, potrebbe offrire più garanzie di qualunque altro partner.

Ma il punto non è questo. È che il “principio del mercato” vale solo se sono gli altri a conquistare noi!

La vicenda Telecom rivela una doppia, speculare debolezza. Prima di tutto c’è la tragica debolezza del capitalismo italiano. Un capitalismo chiuso, povero di risorse e spesso anche di idee. Il capitalismo asfittico di quelli che un tempo si definivano i “salotti buoni”, nei quali ormai tutti (dai raider stranieri ai furbetti del quartierino) irrompono come elefanti in una cristalleria. Il capitalismo oligarchico delle “scatole cinesi”, che non ha mai smesso di considerare le minoranze azionarie come il vecchio “parco buoi”.
E insieme alla strutturale fragilità dell’impresa c’è anche la storica debolezza della politica. Questo chiama in causa soprattutto il centrosinistra. Parlare del centrodestra berlusconiano, in questo campo, sarebbe inutile: non è mai esistita una politica industriale della Cdl, esistendo soltanto l’interesse aziendale del suo padre-padrone. Incapace di incarnare fino in fondo un modello (o quello dirigista francese, o quello liberista anglo-sassone), la politica del compromesso storico Dc-Pci ha cavalcato l’idea dello Stato-Imprenditore, trasformando le grandi ambizioni delle prime Partecipazioni Statali nelle gigantesche degenerazioni tangentizie degli ultimi anni della Prima Repubblica. Subito dopo il lavacro delle privatizzazioni (benefico per i conti pubblici, malefico per la politica industriale), il centrosinistra ha cullato il sogno infantile e pre-moderno di un’economia basata solo sul «piccolo è bello».
Poi, nell’ansia di un accreditamento tardivo e ancillare, ha provato a scommettere sui “campioni nazionali”, puntando su improbabili newcomers e mancando la selezione di una nuova classe dirigente.

Bleah! Come Paese siamo alla frutta, non mi stanco di dirlo.
Come dare torto agli agricoltori siciliani (che devono gettare via metà della produzione delle migliori arance del mondo per dar spazio alle mediocri arance portoghesi e spagnole in virtù delle “quote UE”) o agli allevatori padani (che devono far scoppiare le mammelle alle loro vacche per far posto al mediocre latte tedesco e olandese, sempre in virtù delle “quote UE”)? Si incazzano, e fanno bene.
E io sono incazzato quanto loro. Perché, sebbene fossi un teenager, mi ricordo che, malgrado gli “anni di piombo” e il Pentapartito, appena trent’anni fa — nei mitici Anni Settanta — il mio Paese era un gioiello. Ero fiero di essere italiano. Oggi vorrei invece vivere in Gran Bretagna o in Nuova Zelanda. E la cosa mi addolora.

Il governo ha dimostrato di non avere una maggioranza. Al Senato non è caduto su un emendamento a una leggina marginale, bensì su questioni fondamentali — il ruolo dell’Italia sullo scacchiere internazionale —. Non si governa nemmeno un condominio, con 2 voti di scarto a proprio favore e contando sul precario appoggio di 7 senatori a vita per nulla intimoriti dalla prospettiva di andare a casa (loro a casa ci vanno solo per le esequie). Il problema è tutto qui. Conoscendo il pollaio del centrosinistra, era logico che l’incidente sarebbe accaduto prima che il governo compisse un anno (strano che siano riusciti ad approvare una finanziaria!).

E non si creda che coinvolgendo Casini e/o Follini in una piccola “grande coalizione” alla tedesca la situazione potrà migliorare: il pollaio può solo diventare un’aia!

Siamo una democrazia occidentale? Bene: niente inciuci, e subito elezioni. Che decida la gente, accidenti, e non questi quattro pelapatate che stanno a Roma! E a chi dice che così «si frena lo sviluppo», che così «il Paese è bloccato in campagna elettorale proprio mentre c’è la ripresa», rispondo: «quale sviluppo?, quale ripresa?, su quale pianeta?, qua non si arriva a fine mese e il governo appena caduto pensava ai Dico!»…
Aridatece la Diccì!, aridatece Andreotti!, che sono la nostra unica alternativa alla dittatura (questo Paese può essere retto in due soli modi).
A regà, così nun se può mica andare avanti… Fra poco dovremo chiedere all’Unione Europea o agli USA il commissariamento, come si fa con gli enti sportivi…

Ne sono sempre più convinto: l’Italia è già Terzo Mondo.
E in quanto tale, visto che non è più possibile riavere indietro la “Diccì”, di questo passo la “soluzione” entro 3/5 anni non può che essere una: la dittatura. Vorrei sbagliarmi, ma stiamo rotolando dritti dritti verso la soluzione autoritaria… Meno male che siamo nell’euro, che ci ha messo le pezze al culo, sì, però almeno siamo “stretti” da tutti i lati da Paesi più seri del nostro… Altrimenti… «Ittaliani!… Di terra!… Di mare!… È l’ora delle decisioni irrevocabili… Volete burro o cannoni?… Volete Wind o Vodafone?».

Però chissà… Però chissà, magari un “Mussolini light“, uno che non ci precipitasse in situazioni irrealistiche e che non usasse l’olio di ricino sui dissenzienti, e che però facesse qualcosa contro le compagnie petrolifere che non abbassano mai il prezzo della benzina, che impedisse alle aziende di servizio di avere un call-center «prema uno prema cinque», che tenesse in carcere per tutta la durata della pena chi in carcere c’è finito perché colpevole, che desse la caccia agli evasori veri e ai mafiosi veri nell’unico modo serio (tracciando i conti correnti bancari e le azioni di borsa)…?

Non sarebbe meglio uno così, invece dei soliti D’Alema Prodi Berlusconi Fini Cossutta Rutelli Boselli Minchielli Dilibertinotti?… Che gente è, questa, che continua a sparare su chi paga le tasse e su chi tenta di stare alle regole, risparmiando invece gli imbroglioni?
Non è ora di farla finita? Non so voi, ma io mi son rotto le palle.
Un solo esempio. Da quando lavoro ho sempre pagato fino all’ultima lira di tasse, eppure ogni giorno devo stare con l’ansia dell’ETR che continua a inviarmi cartelle di pagamento insulse come questa: per un presunto errore sull’Irap 2004 di 1,56 —e dico uno virgola cinquantasei, non centocinquantasei!— euro, mi chiede di pagare 32,17 euro altrimenti mi blocca l’automobile o mi mette un’ipoteca sugli immobili!…

Eh no, cazzo!, io mi sono proprio rotto le palle!

L’abbiamo studiato a scuola, alle elementari, fin dagli anni Sessanta, e ora è tornato di moda con grande evidenza. Perché è chiaro che ‘Mucca Pazza’, ‘Influenza Aviaria’, ‘Pecora Clonata Dolly’, ‘Juventus in serie B’ o ‘Delitto di Cogne’ avevano il fiato corto e non potevano reggere a lungo sulle prime pagine…

«Potevamo stupirvi con effetti speciali, preferiamo l’Effetto Serra».
Tesi: la Terra è colpita dal riscaldamento globale, che è «dovuto alle attività umane», e i ghiacci dei poli si stanno sciogliendo, con conseguente innalzamento dei mari; l’unico rimedio per scongiurare “irreparabili disastri” è il protocollo di Kyoto, voluto dai “buoni” governi ma avversato dai “cattivi” USA di George W. Bush, laddove il predecessore Bill Clinton aveva detto «okay».
In questa affermazione c’è una sola cosa vera (gli USA di George W. Bush sono “cattivi”) immersa in una marea di minchiate.
Bufala n.1: il 26 luglio del 1997, sotto Clinton presidente, il Senato statunitense venne chiamato a ratificare gli accordi di Kyoto. Risultato: 95 a 0 per i «no». Neanche gli esponenti dell’estrema sinistra americana (quelli che l’Ecologia l’hanno inventata nei campus californiani) votarono per la ratifica.
Bufala n.2: mentre è lungi dall’essere dimostrato che la temperatura sul pianeta stia aumentando in correlazione all’emissione di CO2 connessa alle attività umane, è acclarato d’altro canto che i benefici connessi all’adozione del protocollo di Kyoto sarebbero semplicemente ridicoli: senza Kyoto, nei prossimi 50 anni avremo un aumento medio della temperatura di 1°C, con Kyoto l’aumento sarebbe di 0,94°C. Un vantaggio pari a 0,06°C! E questa è la stima più favorevole: Fred Singer (il fisico che ha inventato il metodo per la misurazione dello strato di ozono) parla di un beneficio pari a 0,02°C, una variazione così minuscola da non essere rilevabile dagli strumenti!
Bufala n.3: il riscaldamento non è globale. Uno studio del CCSP (Climate Change Science Program) pubblicato prima di Natale 2006, studio basato sui migliori dati disponibili, che si contrappone ai dati dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) che in questo periodo vengono sbandierati dai catastrofisti, afferma che sì, nell’Artico le temperature sono effettivamente in aumento (sebbene inferiori alle temperature degli anni ‘30), ma in Antartico sono invece in calo. E fra il 1940 e il 1975, quando i gas-serra aumentarono significativamente, il clima globale si raffreddò, tanto da indurre molti a prevedere un’imminente glaciazione!
Bufala n.4: l’innalzamento degli oceani è in atto, ma è dovuto a fenomeni che durano da millenni. La stima dello scienziato NASA sbandierata dai media (60 cm ogni 10 anni) è smentita dallo stesso IPCC, che prevede un innalzamento fra 1,4 e 4,3 cm a decennio (Fred Singer prevede da 1,5 a 2 cm a decennio). La fusione dei ghiacci polari è sì in atto (in Groenlandia hanno cominciato a coltivare broccoli e patate): ma è un processo cominciato 15mila anni fa! Non sarebbe male se gli eco-catastrofisti riflettessero sul perché la Groenlandia si chiama proprio così, Grün Land, “terra verde” (i Vichinghi di Erik il Rosso la battezzarono tale nel XIV Secolo perché era ricoperta di conifere, come il Canada).
Vedere nota sotto per la stima realistica di innalzamento.

Bufala n.5: Kyoto non è stato ratificato dagli USA. Vero. Ma neanche da India e Cina: cioè i principali responsabili dell’inquinamento umano da 20 anni (e per i prossimi 80). Sul pianeta siamo in 6 miliardi, dei quali 1,1 indiani e 1,3 cinesi: il 40% della popolazione mondiale appartiene a Cindia, una fetta d’umanità che in larga parte deve ancora dotarsi di automobile, frigorifero, lavatrice… (!)
Bufala n.6: i gas responsabili dell’Effetto Serra sono per il 95,5% di origine naturale: se l’uomo non ci fosse del tutto, ci sarebbero appena un 4,5% di gas-serra in meno immessi nell’atmosfera. In pratica gli accordi di Kyoto, che prevedono di ridurre (non azzerare!) nel lungo periodo i gas-serra prodotti dalle attività umane, andrebbero ad incidere solo su una parte di quel 4,5%

Dunque cerchiamo di essere seri.
In sostanza, la Terra conosce fenomeni ciclici di glaciazione e di deglaciazione, ed i “miti del diluvio” presenti in tutte le culture sono lì a testimoniarlo (la glaciazione provoca l’aumento dei ghiacci ed il ritiro dei mari, la deglaciazione viceversa: Noè, Utnapishtim e Quetzalcoatl affrontarono proprio un fenomeno di deglaciazione planetaria, e le città dei loro tempi finirono sott’acqua dando origine alle “leggende” di Atlantide e Mu); oggi siamo quasi al picco del fenomeno di ritiro dei ghiacci e innalzamento dei mari. Forse nel 2100 avremo il Polo Nord libero dai ghiacci e navigabile, e le città costiere semi-sommerse. Non sappiamo per quanto proseguirà il riscaldamento: non è escluso che la desalinizzazione degli oceani, dovuta allo scioglimento dei ghiacci, provochi prima o poi l’arresto della Corrente del Golfo, innescando una nuova glaciazione (come si vede nel recente film “The day after tomorrow”). In ogni caso, non ci possiamo fare niente, e soprattutto non c’entriamo niente!
Il nostro vero problema è un altro, e su questo possiamo sì!, fare qualcosa.
Con l’osservanza drastica del protocollo di Kyoto non risolveremmo nulla: in compenso le economie mondiali crollerebbero, con una frenata dello sviluppo, inflazione alle stelle e decine di milioni di posti di lavoro distrutti.
Il “verdismo spinto“, la diffusione acritica di profezie catastrofiche, cavalcata da Hollywood e dai mass-media ansiosi di riempire le loro pagine, è un fenomeno che mina alla base le nostre società. È una vera e propria religione apocalittica contraria a tutte le attività umane: non si devono costruire case (è «cementificazione») né infrastrutture («deturpano l’ambiente», come la “Tav”), non si deve star dietro al fabbisogno energetico («il nucleare è pericoloso», meglio l’eolico e il solare, che costano più di quanto producono!) neanche con centrali tradizionali («inquinano»), non si devono smaltire i rifiuti («no agli inceneritori, no ai degassificatori, no ai termovalorizzatori, no alle discariche, no alla minchia dello Zio Peppino!»), niente agricoltura moderna («OGM? No grazie!»), niente ricerca scientifica («si uccidono gli animali»).

«No». «No». «No». «No». «No». «No». «No». «No».
È questo tipo di cultura, la vera minaccia per il futuro



[NOTA - stima realistica di cosa succederà con il livello del mare:
Entro l’anno 2100 la fusione del ghiaccio della Groenlandia e dell’Antartide determinerebbe, secondo le previsioni di alcuni modelli elaborati finora, un consistente innalzamento del livello degli oceani.
Secondo uno studio pubblicato su “Science” tali stime sarebbero da considerare irrealistiche, e una stima più accurata dovrebbe attestare il sollevamento della superficie dei mari tra 0,8 e 2 metri.
Questi risultati, ottenuti da W.T. Pfeffer dell’Università del Colorado a Boulder, in collaborazione con J.T. Harper dell’Università del Montana a Bozeman e S. O’Neel dello Scripps Institute of Oceanography di La Jolla in California, sono il frutto di un approccio innovativo.
Mentre in passato la maggior parte degli studi si è basata sulla valutazione dei singoli contributi di scaricamento del ghiaccio in acqua da parte sia della Groenlandia sia dell’Antartide, Pfeffer e colleghi hanno proceduto in senso inverso, calcolando la quantità di acqua che sarebbe richiesta per produrre vari livelli di sollevamento delle acque, e valutando in seguito quanto fossero realistiche le quantità richieste. Nel caso del sollevamento di due metri, il risultato del calcolo è superiore a qualunque quantità registrata finora.]

Pietro Ingrao fornisce un’interpretazione minimizzante sull’ultima leva di brigatisti: «quattro sciaguratelli».
Ingrao, Mussi, D’Alema e gli altri sono affetti da un male incurabile: la Nostalgia.

Dovrebbero invece interrogarsi su come mai l’Italia sia l’unico Paese europeo che negli anni Settanta ha avuto un terrorismo di massa (alcune migliaia di persone fra clandestini, fiancheggiatori, simpatizzanti, etc.) dove poi, pur battuto e stroncato, il fenomeno si sia riprodotto — sul terreno dei gruppuscoli, dei nuclei ristretti, tutta roba minimizzata, sì, che però ha provocato nuovi lutti —. Alcuni degli ultimi obiettivi (i riformisti del lavoro Biagi e D’Antona) sicuramente sono stati indicati — e culturalmente attaccati — da menti raffinate e perverse che sono tuttora a piede libero.
Nessuno può negare che il “terrorismo di massa” sia stato il frutto della congiunzione di due filoni: quello della componente vetero-comunista del PCI, che aveva coltivato il mito della “resistenza rossa tradita”, e quello alimentato dall’esplosione movimentista del ‘68 e del ‘77 che produsse un mucchio di cose — poche affascinanti, molte negative — fra cui la deriva terrorista di alcuni gruppi. Successivamente il fenomeno terrorista come “partito armato”, costituito da centinaia di persone, fu stroncato dall’azione congiunta di governi, forze dell’ordine, magistratura, oltre che dallo stesso PCI insieme alla CGIL. Però il fenomeno, malgrado l’apparente secca sconfitta, insieme militare e politica, si è dipanato fino ai giorni nostri e ha ormai di nuovo assunto caratteristiche assai significative. Non è un caso che mentre il nucleo assassino che ha tolto la vita a D’Antona e a Biagi era di poche unità, quello venuto alla luce adesso ha una maggiore consistenza numerica e si è diramato nei centri sociali, nel sindacato, nei movimenti “resistenti” e “disobbedienti”. Questa “seconda posizione” si fonda proprio su tale “riflusso storico”: i “rivoluzionari” nuotano come pesci nell’acqua dei movimenti sociali, puntano a radicalizzarsi, fanno proselitismo,
scelgono bersagli che nella loro logica aberrante potrebbero suscitare il “consenso” delle masse. E fanno tutto questo dai terreni della Sinistra Nostalgica.
Può piacere o no, ma lo spazio che la sinistra ufficiale ha lasciato in questi anni alla sinistra estrema ha contribuito ad abbassare la guardia nei confronti dei violenti e dei terroristi. I bersagli politici dell’estremismo degli ultimi anni si sono “polarizzati”: per un verso Berlusconi, per l’altro verso i “riformisti del lavoro”. Qualcuno ha pensato di tradurre le parole in proiettili. Il “Cavaliere” finora è rimasto un bersaglio
“potenziale” solo grazie alla consistenza della sua scorta; fra i “riformisti del lavoro” si sono salvati quelli scortati, mentre D’Antona e Biagi — quest’ultimo per di più vittima di un terribile errore — sono stati assassinati.
La CGIL, oggi così “toccata”, deve fare una riflessione assai attenta, deve interrogarsi sulle ragioni non banali degli inserimenti e delle infiltrazioni. Prima della “vigilanza burocratica” dei servizi d’ordine occorre la vigilanza culturale-ideologica-politica. Una delle caratteristiche della CGIL in questi anni è stata invece proprio quella di aver aperto le porte a tutti, riformisti, massimalisti, corporativisti, estremisti. E l’estremismo, verbale e pratico, è il brodo di coltura del terrorismo. Quando la CISL firmò il “patto per l’Italia” e polemizzò con la CGIL, quell’organizzazione sindacale fu oggetto di una serie di atti di violenza: è più che evidente che un’area di violenti era collocata dentro i confini della CGIL. Dunque il più grande sindacato italiano ha le sue belle responsabilità, nel riesplodere del fenomeno brigatista. Ma sarebbe un errore limitarsi a serrare i ranghi sindacali.

Dall’estremismo violento al terrorismo il passo era e rimane arduo; è lampante però che alcuni nuclei di persone di volta in volta continuano a compierlo con apparente facilità. Nei “mitici anni Settanta” erano in migliaia. Oggi sono ancora solo decine. Ma il meccanismo riproduttivo si è rimesso in funzione. E questo è un autentico dramma! Perché l’Italia degli “anni di piombo” veniva dal boom del dopoguerra e aveva solide radici morali ed economiche, quella di oggi è in balìa del debito pubblico e del vuoto ideologico! Proviamo a curare dalla bronchite una persona che non ha mai fumato, e proviamo invece a curare dalla bronchite una persona che fuma 2 pacchetti al giorno da quarant’anni…
I D’Alema, i Bertinotti, i Mussi, i Diliberto «Berlusconi-mi-fa-schifo», gli Ingrao «sono-quattro-sciaguratelli», facciano un serio esame di coscienza e la smettano di vivere ancora negli anni “di lotta in piazza”: il problema che si prospetta all’orizzonte dell’Italia non è la CGIL, e non è nemmeno Berlusconi.
Siamo già un Paese incamminato sulla strada del Terzo Mondo. Siamo già, nella vita pratica di tutti i giorni e non in quella simulata dai media, un Paese al livello dell’Argentina o della Slovenia o della Repubblica Ceca (con tutto il rispetto per gli argentini e gli sloveni e i cechi), anche se il Made in Italy ci dà ancora l’illusione di essere nel “club” dei vari Canada, Francia e Inghilterra! E dopo le tasse quadruplicate, la deregulation, l’immigrazione e l’introduzione dell’euro, adesso ci mancava pure il ritorno delle Brigate Rosse!

«Con questa sentenza si mette una città in ginocchio, la si costringe a chiudere con il calcio ed in più era chiaro che la nostra responsabilità era limitata (sic!) in quanto i fatti erano successi fuori dal campo. È normale che ricorreremo e che ci batteremo affinché la parte sana di Catania possa rivedere la propria squadra del cuore prima della fine del campionato». Questo l’amaro sfogo dell’amministratore delegato del Calcio Catania, Pietro Lo Monaco, appresa la notizia della squalifica dello stadio “Angelo Massimino” del capoluogo etneo fino al 30 giugno del 2007, in merito ai tragici fatti del derby tra Catania e Palermo del 2 febbraio scorso…

Hah! Con questa sentenza, invece, si comincia! Altro che “città in ginocchio”!

Facciamo fuori il calcio, che non se ne può più!

Il signor Pietro Lo Monaco parla di «parte sana di Catania».
Ma tale parte di quella splendida città non va affatto allo stadio!
I tifosi del Catania — squadra che, malgrado fallimenti vari, è addirittura in Serie A — sono quelli che da oltre trent’anni costringono gli abitanti di Messina, Palermo e soprattutto Reggio Calabria a sgomberare per un’intera giornata le rispettive città in occasione delle partite della «propria squadra del cuore».
I tifosi del Catania sono quelli che, negli anni Ottanta, al sottoscritto hanno distrutto i vetri di casa e la moto, entrambi purtroppo piazzati lungo il loro percorso da e per lo stadio (di Reggio Calabria).
I tifosi del Catania sono quelli che, negli anni Novanta, al sottoscritto hanno picchiato la nonna settantenne, che purtroppo abitava lungo il loro percorso da e per lo stadio (di Reggio Calabria).
I tifosi del Catania sono quelli che, per tutti gli anni Ottanta (e primi Novanta), hanno regolarmente distrutto e incendiato automobili, moto, vetri, alberi, arredi urbani, lampioni e cassonetti che si trovavano lungo il loro percorso fra la stazione ferroviaria e lo stadio (di Reggio Calabria), con particolare riguardo per la via Galilei…

Altro che “parte sana”… Questi la violenza se la trasmettono per eredità, come i geni… E non solo a Catania.

Facciamolo fuori dappertutto, ’sto calcio, che non se ne può più!

Il disegno di legge sulle unioni di fatto approvato dal governo appare un compromesso un po’ al ribasso rispetto agli annunci degli ultimi mesi e alle aspettative dell’ala estrema della maggioranza; una vittoria dell’ala centrista e moderata. L’ala sinistra lo esalta come una svolta, una conquista di civiltà: ma già cominciano i primi mugugni, sia tra i massimalisti comunisti e verdi, sia tra i radicali doc.

NON SI POTEVA FARE DAVANTI AL NOTAIO?
I singoli provvedimenti dei cosiddetti Dico dovranno comunque (è bene ricordarlo) affrontare l’esame del Parlamento, e rappresentano una serie di agevolazioni e facilitazioni per la vita delle coppie di fatto: in materia di assistenza sanitaria, affitti, eredità, tutela sul lavoro, obbligo di alimenti.
Ma si tratta di norme che molti istituti mutualistici e assicurativi contemplano già da tempo, o che potevano già essere regolate da accordi civili sanciti di fronte a un notaio.
Nulla c’è in fatto di previdenza, in particolare per le pensioni di reversibilità: questo aspetto viene rimandato alla più generale riforma delle pensioni, e comunque l’orientamento dichiarato è che lo Stato non dovrà rimetterci un euro.

Manca soprattutto il riconoscimento giuridico, anche minimo, della coppia di fatto: sia etero sia omosessuale. Lo status di convivenza è affidato ai certificati anagrafici di residenza e allo scambio reciproco di raccomandate.
Tanto che, a essere maliziosi, forse per stemperare ancora più l’area dei nuovi diritti, si parla non solo di legami di tipo sessuale ma anche di parentela, semplice amicizia, solidarietà. Per intenderci, le norme si estendono anche a fratelli e sorelle…

Dunque non viene sancito alcun riconoscimento formale, tanto meno matrimoniale, della coppia di fatto etero o gay, neppure a livello locale, dove i comuni che lo vorranno potranno continuare a tenere i loro registri, che continueranno a non avere valore giuridico a livello nazionale.
In questo modo il governo salva la famiglia tradizionale, quella religiosa tutelata dalla Chiesa e anche quella civile tutelata, come la religiosa, dalla Costituzione. Di fatto, però, crea delle mezze famiglie di categoria inferiore.

I nuovi diritti non andranno in alcun modo a sovrapporsi o a sostituire i diritti già consolidati. La parte di eredità al convivente non dovrà intaccare la “legittima” per figli precedenti ed eredi diretti. Il convivente, nel caso esista un figlio del defunto, avrà diritto a un terzo dell’eredità dopo almeno nove anni di rapporto continuativo; quota che si riduce a un quarto in presenza di due o più figli.
I benefici sono esclusi nel caso di esistenza di rapporti lavorativi: è stata definita una clausola anti badanti (cioè contro unioni di comodo), ma a ben vedere può servire a evitare l’aggiramento delle nuove imposte sulle successioni e donazioni.

In conclusione i benefici veri ci sono là dove si parla di tutele sul lavoro (dopo tre anni di convivenza il datore di lavoro deve tenerne conto in caso di trasferimenti); e per l’obbligo agli alimenti al partner o parente bisognoso dopo la cessazione del rapporto di coppia.
Non c’è molto per le persone di sesso diverso, non molto di più, soprattutto, di quanto fosse già previsto o possibile con le norme vigenti. Per gli omosessuali ci sono alcuni benefici in più. In compenso manca la legalizzazione del rapporto tra gay.

COSA HA OTTENUTO LA CHIESA?
D’Alema si è irritato per la lettera degli ambasciatori a proposito della nostra presenza in Afghanistan. Come si dovrebbe reagire allora alle continue interferenze del Vaticano nella nostra politica interna? La Chiesa sicuramente protesterà, ma in definitiva ha ottenuto parecchio di ciò che voleva. Il governo potrà dire di avere attuato un’altra pagina del programma. L’opposizione potrà attaccare il governo sostenendo che non sono queste le priorità del Paese (oppure accusandolo di istituire famiglie di serie B).
Purtroppo i nostri politici non sono “cuor di leone”, e la loro statura morale e intellettuale si dimostra ancora una volta modestissima.

MA INSOMMA I GAY CHE VANTAGGI HANNO AVUTO?
Nessuno. Concordo pienamente con la dichiarazione dell’Arcigay che sostiene: «Questa non è la legge che il movimento omosessuale italiano chiede da vent’anni… l’uguaglianza della dignità e dei diritti per le coppie dello stesso sesso rimane una misura di civiltà ancora negata». Il problema è essenzialmente questo: i Dico potrebbero essere (nonostante tutti i limiti e le inutili e sadiche farraginosità) un avvio di risposta alta al dato della modernità. Potrebbero e dovrebbero essere quello strumento leggero, fatto di diritti e doveri, che prende atto delle modificazioni intervenute nel nostro corpo sociale per quanto attiene convivenze, solidarietà, modi del vivere, nuovi legami e nature diverse dello stare assieme, costruzioni di relazioni socialmente utili e chiaramente assunte nel contratto sociale come ricchezza e valore. Certo, l’articolato della legge sembra una gara ad ostacoli —altro che valorizzazione di progetti di vita comune o assunzione dell’importanza per la nostra Repubblica di questa volontà di “aver cura”—, ma, nonostante ciò, potrebbe essere un utile punto di partenza. Il guaio però è che non si è detto che questa “modernità“, in verità, presuppone una reale eguaglianza di partenza: il fatto che i gay non possano sposarsi è un cuneo che annulla la positività di pensare altre forme dello stare assieme e riduce il tutto ad un matrimonio di serie Z. Paradossalmente, i Dico presuppongono il matrimonio omosessuale. Poiché però il ddl obbedisce all’imperativo categorico “niente coppie, niente famiglie”, il risultato è l’ennesima umiliazione alla comunità gay italiana ed un ulteriore schiaffo alle risoluzioni Ue ed alla Carta dei diritti fondamentali d’Europa. L’ipocrisia della dichiarazione disgiunta è il vero manifesto programmatico del progetto di legge, la sua anima nera, integralista e fondamentalista. Non è un caso che il ministero della Bindi sia intestato “alla famiglia” e non, come dovrebbe essere, “alle famiglie”, plurale.

E chi sta parlando —si badi bene, eh?, perché ci tengo!— non è un gay!
Il fatto è che la montagna, al solito, ha partorito un topolino piccolo, ma piccoloooo, uhuuuu, non c’è verso di cambiare, non c’è…

I mass media non si sono lasciati sfuggire l’occasione di immortalare la singolare gaffe stilistica: il presidente della Banca Mondiale Paul Wolfowitz, in visita alla moschea di Edirne, dopo essersi tolto le scarpe ha esibito due calzini bucati. Gli alluci al vento dell’ex-falco NeoCon della Casa Bianca, “promosso” da George Bush nel 2005 nell’improbabile ruolo del banchiere dei poveri, si sono guadagnati un titolo del tg e le foto in prima pagina sui quotidiani di Ankara. E’ curioso che proprio lui sia arrivato impreparato di fronte alla regola di entrare scalzi in una moschea.

Nel 1986-89 fu ambasciatore americano in Indonesia (la più grande nazione musulmana del mondo), e più di recente le cronache rosa gli attribuiscono una relazione con la signora araba Shaha Riza, dirigente della stessa Banca Mondiale. L’attenzione dei turchi era prevedibile. Nel mondo islamico il nome di Wolfowitz riassume tutto ciò che è andato storto nella politica americana in Medio Oriente da almeno trent’anni. Allevato alla scuola intellettuale dei filosofi Leo Strauss e Allan Bloom, membro di quel gruppo di ex radicali di sinistra “pentiti” durante gli anni della guerra fredda, Wolfowitz comincia a occuparsi del mondo arabo quando è ancora membro del partito democratico. Nel 1977 lavorando al Pentagono sotto l’Amministrazione Carter si fa notare per un grintoso studio su “Radicalismo arabo e atteggiamenti anti-occidentali”, e per la sua precoce ossessione sull’Iraq.

Nel 1980 passa in area repubblicana, al Dipartimento di Stato arruola alcuni dei più radicali NeoCon, da Francis Fukuyama a Lewis Libby, e scavalca a destra il presidente Ronald Reagan contestando ogni tentativo di dialogo con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Negli anni Novanta è uno dei fondatori del Project for the New American Century, il think tank che elabora piani di politica estera per Dick Cheney e Donald Rumsfeld. Come sottosegretario alla Difesa nell’Amministrazione Bush, anima una “intelligence parallela” al servizio esclusivo del vicepresidente Cheney, l’Office of Special Plans (Osp), decisivo per costruire il teorema delle armi di distruzione di massa e preparare la guerra in Iraq. Con una biografia simile, è d’obbligo l’attenzione delle telecamere quando visita una moschea.


Anche nel suo nuovo mestiere l’eminenza grigia di “Enduring Freedom” continua a eccitare le controversie. La Banca Mondiale, creata nel 1944 con gli accordi di Bretton Woods, per statuto deve offrire ai paesi del Terzo mondo “finanziamenti e assistenza per promuovere lo sviluppo ed eliminare la povertà“. Non sempre è all’altezza della sua missione. Uno degli effetti perversi delle sue politiche: per pagare gli interessi sui prestiti ricevuti dalla World Bank i Paesi più poveri del pianeta trasferiscono ogni anno 1,7 miliardi di dollari ai Paesi ricchi.

Un Robin Hood alla rovescia. Sotto la gestione del suo predecessore, il banchiere-umanista James Wolfensohn, la World Bank cercò di reagire alle critiche e di incarnare una via progressista allo sviluppo, includendo nei suoi progetti l’impatto ambientale, lo studio delle diseguaglianze sociale, della condizione femminile, distanziandosi dal “gemello” neoliberista, il Fondo monetario internazionale. L’arrivo di Wolfowitz ai comandi della Banca Mondiale è stato interpretato come un golpe della destra americana per riprendere il controllo di un’istituzione che condiziona un centinaio di Paesi del Terzo mondo. Dal suo insediamento il nuovo presidente si è distinto per una raffica di nomine di amici NeoCon ai piani alti della banca. In omaggio all’avversione di Bush per le istituzioni multilaterali, Wolfowitz ha anche annunciato spietati tagli al budget dell’istituzione. Nei calzini bucati qualcuno avrà visto un brutto presagio, e non solo in Turchia.

(Nel libro “L’Uomo Nuovo” è impersonato con il nome Paul Lupowitz…)

Si può immaginare un impero che non sa essere imperialista? Basta seguire il dibattito in corso oggi sull’Iraq tra il presidente George W. Bush, che cerca un nuovo corso dopo avere licenziato il suo segretario della Difesa, Donald Rumsfeld, e i democratici, che dopo avere riconquistato il Congresso parlano con sempre minore imbarazzo di riportare a casa i soldati.
È evidente che gli Americani hanno già perso interesse nel progetto di trasformare il regime canaglia in una democrazia modello: non è facile essere un impero se soffri di disordini dell’attenzione. Ai milioni di ragazzini americani con diagnosi di Add (attention deficit disorder) danno pastiglie di Ritalin, uno dei farmaci più venduti negli Stati Uniti. Ma per l’Occidente sarà ben più arduo sarà riprendersi, se gli Stati Uniti continueranno a mostrare i segni di un declino assai prematuro rispetto a quello delle altre superpotenze che hanno fatto la storia: l’Impero Romano nelle sue diverse incarnazioni è durato circa 829 anni, quello Ottomano 469, quello Asburgico 392, quello Egiziano 365.
Poco più che centenario (contando la guerra contro gli spagnoli del 1898 come data della sua creazione), l’Impero Americano invece dà segni di cedimento: il fenomeno più pericoloso è la negazione a tutti i livelli del proprio ruolo nel mondo; tra i progressisti americani è possibile parlare di impero solo se si deplorano le azioni militari degli Stati Uniti. Mentre con i conservatori si può menzionare l’aspetto benefico del potere americano, a patto che non lo si descriva come imperiale. Quello che non si può dire è che gli Stati Uniti siano un impero, e che la cosa non sia in fondo così terribile.

Bush ricorda Traiano, uno che tra l’altro avrebbe qualcosa da insegnargli anche sull’impero persiano. Traiano fu l’imperatore che coniò la frase “panem et circenses”, lasciando che i Romani si divertissero mentre le sue legioni erano impegnate in guerre sanguinose. Fu lui a espandere l’Impero Romano oltre le proprie capacità, fino alla Mesopotamia.
A Traiano successe Adriano. E come lui anche il prossimo presidente americano dovrà riparare gli errori del suo predecessore ridimensionando il proprio impero. Ma questo non significa che l’Impero Americano sia necessariamente vicino alla data di scadenza: può continuare a essere una forza egemonica per decenni, soprattutto se impara a fare le piccole guerre che finora si sono dimostrate le più difficili da vincere. Anche se dovette ritirare le proprie truppe, l’Impero Romano fu ancora molto potente sotto Adriano.

All’esperienza inglese in Mesopotamia dovrebbe guardare Bush-Traiano per uscire dall’impasse in cui l’America si trova ora: uno dei più grandi problemi che affliggono l’America è l’incapacità di imparare dalla storia. L’impero americano è per molti versi l’erede diretto di quello britannico. Basti pensare che, nel 1917, il generale Frederick Stanley Maude entrò a Baghdad e diffuse un proclama in cui disse di essere arrivato non come conquistatore, ma come liberatore del paese.
Per questa ragione è difficile credere a Bush quando dice che la missione democratizzatrice americana in Medio Oriente si differenzia da quella degli imperi precedenti. I suoi ideali di libertà in realtà somigliano molto a quelli vittoriani di civilizzazione che ispirarono l’esperienza britannica. Sebbene ne siano convinti, gli Americani non rappresentano un’eccezione: da sempre gli imperi anglofoni usano la parola libertà per proclamare la propria diversità dagli imperi precedenti. Ma d’altra parte, se avesse guardato alla storia, Bush non si sarebbe stupito neanche della resistenza incontrata dai soldati della coalizione.
Nel 1920 in Mesopotamia scoppiò una rivolta antibritannica molto simile a quella antiamericana iniziata nel 2004. Anche allora l’insurrezione ebbe origini religiose, ma presto trascese le divisioni settarie ed etniche passando dalle moschee di Baghdad alla città sacra sciita di Karbala dove contro i britannici era schierato un ayatollah, Muhammed Taqi al-Shirazi, che ricorda molto Moqtada al-Sadr oggi. Ma le similitudini finiscono qui. Mentre gli Americani hanno esitato a combattere le milizie sciite e gli insorti nel triangolo sunnita, aprendo così la strada al caos che domina l’Iraq oggi, gli inglesi non si fecero molti scrupoli. Arrivarono rinforzi e i villaggi ribelli vennero rasi al suolo dai bombardamenti. Winston Churchill autorizzò anche l’uso di armi chimiche, se fossero state disponibili, ma non fu il caso. E nonostante questo le sue truppe subirono perdite fortissime, più di 2 mila tra feriti e uccisi. Dettaglio non trascurabile: i soldati britannici rimasero in Iraq fino al 1956. Ci vollero 40 anni per rendere funzionante quel paese.
La lezione è che non è possibile intraprendere un’impresa come questa pensando di poterla portare a termine nell’ambito di un ciclo elettorale di quattro anni.
I Democratici erano a favore dell’intervento, sia perché era convinzione comune che Saddam Hussein nascondesse armi di distruzione di massa, sia perché ritenevano importante che gli Americani avessero una base militare in un paese diverso dall’Arabia Saudita. Ma non si può essere colonialisti risparmiando. L’Impero Americano è un impero informale. Non ha vasti territori all’estero come l’Impero Spagnolo-Portoghese, ma può proiettare il proprio potere in una dimensione globale mai sperimentata prima nella storia. Non si tratta solo della volontà di esportare la propria cultura e il proprio modello economico: gli Americani possono intervenire anche militarmente ovunque nel mondo. Ci sono stati altri imperi dalle frontiere poco definibili come quello americano. Ma la vera differenza è che mentre tutti gli imperi del passato celebravano la propria esistenza, gli Americani la negano.
Certamente conta il fatto che gli Stati Uniti sono nati da una guerra antimperialista: è difficile accettare che ora si siano invertiti i ruoli. Ma a guardare bene, per i primi 100 anni della propria esistenza gli Americani non avevano problemi ad annettere territori mentre si espandevano a ovest. Ed è stato solo dopo il fallimento nel colonizzare le Filippine che presidenti come Woodrow Wilson e Franklin Delano Roosevelt hanno ripudiato apertamente il proprio ruolo imperiale. Nel corso della storia gli imperi finiscono o per la resistenza che incontrano o per l’emergere di altri poteri egemonici. Nessuna di queste due condizioni rappresenta almeno al momento un ostacolo per gli Americani, il cui problema sono le costrizioni interne. Sintetizzabili in tre grandi deficit: quello militare, quello finanziario e il deficit di attenzione della sua opinione pubblica.
Si può parlare di deficit militare per un paese che da solo è responsabile del 40 per cento della spesa mondiale per la difesa? Se si vanno a contare i soldati, quello americano è l’impero che ha l’esercito più piccolo della storia. Nel 2004 il dipartimento della Difesa americano poteva contare su un personale di circa 1 milione 400 mila persone, percentuale molto bassa se si conta una popolazione di 300 milioni. Cifra ancora più inaccettabile se si pensa che la maggior parte di quest’armata se ne sta a casa: in Iraq ora c’è un soldato americano ogni 210 abitanti: i britannici nel 1920 avevano un soldato ogni 23 iracheni. Gli Americani poi ruotano in continuazione i loro soldati, che non possono così imparare la lingua o raccogliere intelligence.
E tutti i soldi spesi per la difesa se ne vanno in armamenti. Ma con aerei, tank e droni non si governa un paese. E se si va a guardare bene, a partire dal 2001 gli Stati Uniti hanno speso molto più nei tre tagli delle tasse di Bush e per il welfare che non per la guerra: solo un terzo dell’immenso deficit americano è ascrivibile alla spesa per gli interventi in Iraq e Afghanistan. In termini storici queste non sono guerre costose: quando l’economista Joe Stiglitz dice che l’intervento sta costando tra 1 e 2 mila miliardi di dollari, omette di menzionare che questa cifra in apparenza mostruosa corrisponde all’1,1 per cento del prodotto interno lordo americano. In termini storici, queste guerre sono molto più economiche di quelle in Corea e in Vietnam, e non c’è paragone con la Seconda Guerra Mondiale, l’apice dell’impero americano almeno per quanto riguarda il potere economico e militare. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti esercitavano un dominio imperiale non solo su vasti tratti del continente europeo ma anche in Asia. I due regimi canaglia della storia del XX Secolo, Giappone e Germania, erano sottoposti all’occupazione americana. Eppure, proprio in quel momento, Roosevelt negò il proprio ruolo e diede inizio alla dinamica che marcò la Guerra Fredda: la rivalità tra due imperi, quello americano e quello sovietico, che negano di essere tali.

La vittoria americana con la caduta del Muro di Berlino sembrava innegabile. Piace pensare al 1989 come al gran finale del XX Secolo, il momento che ha marcato il trionfo dell’Ovest in un gran lieto fine. Sono bastati pochi anni a smentire quella lettura degli eventi. Sicuramente l’11 novembre 1989 fu più importante dell’11 settembre 2001: gli attacchi contro New York e Washington non fecero altro che rivelare agli Americani quello che gli europei già sapevano, e cioè che il lavoro dei terroristi è sempre più facile e le loro imprese sono rese sempre più devastanti dalla globalizzazione. Ma un punto di svolta ben più importante per la storia americana e mondiale è stato il 1979. In quell’anno Deng Xiaoping visitò gli Usa, l’ayatollah Ruhollah Khomeini prese il potere in Iran e l’Urss invase l’Afghanistan. Da un lato fu l’inizio della rivoluzione del mercato libero in Cina, dall’altra dell’espansione del radicalismo islamico.

Cosa accadrà in Medio Oriente se gli Americani se ne andranno dall’Iraq? È chiaro che se gli Americani dovessero ritirarsi subito, il paese scivolerebbe nella guerra civile. E difficilmente questo scenario potrà essere evitato, anche se gli Americani rimanessero ancora per molti anni. La situazione in Medio Oriente oggi ricorda molto quella in Europa centrale nel 1939: non è arduo immaginare lo scoppio di una guerra molto maggiore dei conflitti a cui ci ha abituato quella regione del mondo, specie se l’Iran dovesse acquisire la bomba. Gli elementi che hanno caratterizzato lo scoppio di grandi conflitti nel XX Secolo ci sono tutti: volatilità economica, disgregazione etnica e un impero in declino come gli Stati Uniti.

C’è chi dice che senza l’America la situazione migliorerebbe… La storia insegna il contrario: i periodi di apolarità sono quasi sempre preludio al caos. E non si intravedono per ora potenze emergenti in grado di sostituire il ruolo americano. Non l’Europa, che è appesantita dall’invecchiamento della sua popolazione. E neanche la Cina: è molto difficile che superi questo periodo di rapida industrializzazione senza almeno una crisi finanziaria. Per cui: ci aspettano tempi molto molto bui, un “caos liquido” di qualche decennio, prima che si affermi un qualche nuovo modello.

Io mi sto preparando, e voi?


L’Impero Americano - Tutto cominciò con Cuba
1898 La guerra ispano-americana in cui l’America prende possesso delle ex colonie spagnole nei Caraibi (in particolare Cuba) e nel Pacifico è la data di inizio della fase imperiale americana.
1945 Fine della Seconda guerra mondiale, l’America è al punto massimo dell’impero americano: inizia la guerra fredda.
1979 Con l’invasione sovietica dell’Afghanistan e la rivoluzione khomeinista in Iran inizia l’ondata del radicalismo islamico che finirà per fronteggiare gli Stati Uniti.
1989 Caduta del Muro di Berlino e vittoria contro il blocco sovietico.
2001 Primo attacco terroristico in territorio americano.


La durata, in anni, degli imperi dell’età moderna (dati aggiornati al 31 dic 2006)
Ottomano: 1453-1922 469
Asburgico: 1526-1918 392
Britannico: 1620-1956 336
Russo (Romanov): 1613-1917 304
Cinese Qing: 1644-1911 267
Moghul: 1526-1761 235
Persiano (Safavid): 1501-1736 235
Americano: 1898-oggi (al 31 dic 2006) 108
Russo bolscevico: 1922-1991 69
Cinese popolare: 1949-oggi 57
Giapponese: 1895-1944 49
Tedesco nazista: 1939-1945 6

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