April 2009
La messa è finita?
La Chiesa Cattolica non è mai apparsa così forte e autorevole, nella società italiana. In questo inizio di terzo millennio, i laici sembrano scomparsi. Peppone non litiga più con don Camillo. A destra come a sinistra c'è un comune riconoscimento del ruolo del Cattolicesimo nella nostra cultura. Quando vescovi e cardinali parlano, trovano sempre molto rilievo su giornali e tv, e il papa gode di un'attenzione mediatica che non conosce crisi. Chi prevedeva che Nazinger non sarebbe riuscito a reggere il confronto con Wojtyla è stato smentito. Non solo: i più strenui difensori del papa e della Chiesa Cattolica sono diventati, paradossalmente, intellettuali (da Giuliano Ferrara a Marcello Pera) che ieri si proclamavano atei, magnificavano il libero pensiero, erano incalliti mangiapreti e oggi hanno scoperto la «profondità della cultura religiosa», il «mistero insondabile della fede» e soprattutto le «radici cristiane dell'Europa e dell'Occidente». La religione da sventolare come bandiera politica? Forse, ma comunque da sventolare e tenere alta sui pennoni.
Ma c'è un però. La Chiesa, che oggi appare così forte, in realtà non è mai stata così debole. Cresce la strana pattuglia degli atei devoti, aumentano i suoi rumorosi difensori politici; ma calano i fedeli. Il papa è applaudito nelle piazze e "passa" spesso in tv; ma le chiese si svuotano. Di più: la crisi di vocazioni sta inaridendo il ricambio dei preti, sempre in minor numero e sempre più vecchi, come dimostrano le sempre più numerose storie di preti polacchi o africani approdati in varie diocesi italiane in difficoltà. E se la Chiesa Cattolica Romana si stesse avviando verso l'estinzione?
L'ipotesi è paradossale, ma i numeri della scienza statistica danno qualche sostegno al paradosso. La progressiva e inarrestabile decrescita dei preti, come il loro costante invecchiamento, sono certificati da una accurata ricerca della Fondazione Giovanni Agnelli curata dal professor Luca Diotallevi e da Stefano Molina, presentata in un volume fitto di dati e tabelle, ma dal titolo che incrocia, nell'evocazione, geometria e vangelo: «La parabola del clero. Uno sguardo socio-demografico sui sacerdoti diocesani in Italia».
Primo shock: i preti diventano sempre più vecchi. L'età media dei sacerdoti diocesani in Italia è ormai di 60 anni. Il record di anzianità è delle Marche (età media 64 anni), seguite da Piemonte (63,7) e poi, via via, da Emilia, Liguria, Umbria, Triveneto, Toscana, Sardegna, Sicilia, tutte regioni in cui i preti hanno un'età media superiore ai 60. Più giovane — si fa per dire — il clero in Lombardia (età media 58 anni) e poi in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata. Il record di gioventù va a Lazio e Calabria, con un comunque poco consolante 54 anni e mezzo di media.
Secondo shock: è sempre più difficile rimpiazzare i preti che se ne vanno. In Italia il 40 per cento di chi esce dalla parrocchia (per pensionamento, per invalidità o per decesso) non viene sostituito. In alcune regioni la situazione è drammatica: nelle Marche e in Piemonte le uscite sono tre volte le entrate. Appena meglio in Lazio, Calabria e Puglia. Così così in Lombardia.
Terzo shock: i preti diminuiscono in tutta Italia. Oggi sono poco meno di 32 mila i sacerdoti diocesani. Un terzo di essi (10 mila circa) sta in Lombardia e Triveneto (Umberto Bossi direbbe: in Padania). Poi 2.700 stanno in Piemonte, 2.500 in Emilia-Romagna, 2.200 in Sicilia, altrettanti in Campania, in Toscana, nel Lazio. Attenzione, però: i preti erano 69 mila (più del doppio) agli inizi del Novecento, a disposizione di una popolazione di appena 33 milioni di italiani. Insomma: c'era 1 prete ogni 500 abitanti. Oggi la popolazione in Italia ha appena raggiunto i 60 milioni di persone, dunque c'è un prete ogni 2 mila abitanti (per la precisione, 0,53 ogni mille). Certo, le statistiche ci dicono che in Italia ci sono più sacerdoti che ostetriche (0,26 per mille abitanti), più preti che ricercatori universitari (0,36 per mille abitanti). Ma ci sono meno sacerdoti che odontoiatri (0,60 per mille abitanti), che psicologi (0,66 per mille), che commercialisti (0,89 per mille abitanti). E naturalmente meno preti che insegnanti (sono 21,4 ogni mille italiani).
Non tutta l'Italia è uguale. Va peggio nel centro-sud, soprattutto in Puglia, Sicilia, Lazio e Campania, dove i sacerdoti — dicono le statistiche — sono sotto lo 0,5 ogni mille abitanti. Va meglio invece nel centro-nord e soprattutto in Umbria, nelle Marche e nel Triveneto, regioni in cui ci sono 0,8 preti ogni mille abitanti. Bene, dunque? No, perché maggior densità vuol dire anche maggior anzianità: nelle zone d'Italia dove ci sono più preti, questi sono più vecchi.
Se i preti diocesani non stanno bene, non stanno meglio neppure gli ordini religiosi, i frati, i monaci (20 mila persone complessivamente). Statistiche e numeri precisi in questo campo non ce ne sono, ma è un fatto assodato che si svuotino anche le case religiose, i conventi e i monasteri. Che fare, per "mater ecclesia"? Chi resta deve rimboccarsi le maniche e "lavorare" di più? La domanda è cinica ma concreta: la diminuzione degli addetti in tanti settori del mondo del lavoro è bilanciata dall'aumento della produttività; ma questo si può fare anche per il "lavoro" di preti, frati, suore? Risposta difficile. Innanzi tutto perché si tratta di un "lavoro" assolutamente particolare, fatto di riti ma anche di insegnamento, di relazioni, di testimonianza, di esempio di vita... E poi perché per i sacerdoti l'organizzazione del lavoro è molto articolata. In Italia ci sono 26 mila parrocchie. Dunque già oggi nel nostro Paese operano, in media, 1,2 preti a parrocchia. Se questo rapporto diminuirà fino ad arrivare sotto l'un sacerdote per parrocchia, le parrocchie rimaste senza prete dovranno chiudere. O si dovranno affidare a preti che stanno nella parrocchia accanto e andranno "in trasferta" a celebrare qualche rito (la messa, la confessione, matrimoni e funerali).
All'estero va anche peggio. Sì, fuori dai confini dell'Italia la situazione è ancora più grave. Anche in Paesi tradizionalmente cattolici come la Spagna e il Belgio: oggi i preti sono solo 0,46 ogni mille abitanti. E ancor più in Francia e Austria: hanno soltanto 0,31 sacerdoti ogni mille abitanti. Dunque la Chiesa Romana rischia davvero l'estinzione?
Intanto c'è il "clero d'importazione", o "clero immigrato". Le definizioni non sembrino irriguardose: sono le definizioni ufficiali usate nelle ricerche demografiche e sociologiche. In Italia ci sono — numeri di fine 2008 — 1.500 sacerdoti stranieri, nati all'estero ma incardinati nelle diocesi italiane. Mica pochi: sono il 4,5 per cento dei preti diocesani. La regione con più preti stranieri è il Lazio, dove sono ben 462 (il 21,3% del clero totale). In Toscana sono 230 (il 10,3%). Nel Triveneto sono 106, un numero che pesa però solo per il 2% del clero. Nell'Abruzzo e Molise sono 105, in Umbria sono l'11,8%.
I freddi numeri sui preti stranieri non raccontano le difficoltà concrete che incontrano. Difficoltà culturali: non sempre un prete proveniente da un ambiente diverso e da una diversa cultura riesce a entrare in perfetta sintonia con la sensibilità, le attese, le difficoltà dei fedeli italiani. In più — inutile negarlo — ci sono difficoltà di accettazione. Ha fatto clamore, nell'ottobre 2008, il caso di padre Joseph Moiba, 37 anni, nato in Sierra Leone e cacciato dalla sua parrocchia, a Oppdal, nella civilissima (e protestante) Norvegia. Senza arrivare al rifiuto razzista del prete nero, anche in Italia a volte scatta il pregiudizio, magari inconscio, del cristiano italiano nei confronti del sacerdote "arrivato da fuori", ritenuto da alcuni incapace di comprendere i problemi e inadeguato a ricevere le confidenze più intime.
Da dove vengono i preti nati all'estero? Dalla Polonia innanzitutto, come don Pietro a Frosinone: «Accolto benissimo dai miei parrocchiani». In totale, sono 232 i sacerdoti prestati all'Italia dal Paese di Wojtyla. Poi dallo Zaire: 96. Dalla Colombia: 86. Dall'India: 82. E poi dalla Romania, dal Brasile, dalla Nigeria, dalle Filippine, dall'Argentina, dal Venezuela, dal Congo... Ma anche da Francia, Stati Uniti, Germania, Svizzera... I preti stranieri sono molto più giovani, hanno un'età media molto più bassa dei locali. Saranno loro la salvezza della Chiesa Cattolica?
Intanto però, anche con i rinforzi stranieri, la diminuzione del clero continua inesorabile. Lo dimostra una simulazione statistica realizzata dai ricercatori della Fondazione Agnelli: per mantenere l'attuale numero di preti, mantenendo inalterati gli attuali volumi d'ingresso, in Piemonte i preti dovrebbero restare in servizio 108 anni dopo la loro ordinazione, 118 nelle Marche. Evidentemente impossibile. Dunque il calo è inevitabile. Anche perché ogni anno arrivano sempre meno nuovi preti: le ordinazioni sacerdotali sono in caduta dal 1999: quell'anno erano 550, sono scese progressivamente fino alle 435 del 2003. I dati ufficiali si fermano a quell'anno, ma la tendenza alla diminuzione è confermata, informalmente, anche per gli anni seguenti. Di quei 435 nuovi sacerdoti, ben 77 (quasi il 18%) sono stranieri. Gli altri da dove vengono? Basilicata e Calabria sono le regioni più generose, seguono Abruzzo, Puglia e Liguria. Ultime: Sardegna, Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana. Ci sono regioni che addirittura esportano preti (Sicilia, Sardegna, Puglia, Lombardia...) e regioni che invece (come Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Abruzzo...) sono costrette a importarli da altre zone.
Come andranno, dunque, le cose tra dieci, vent'anni? Anche se continuassero a entrare ogni anno circa 500 preti, il calo sarebbe costante, a causa delle uscite. I 32 mila preti di oggi diventerebbero, secondo i calcoli statistici, 28 mila nel 2013, 25 mila nel 2023 (e di questi, 2 o 3 mila saranno stranieri). Le cose andranno peggio se continueranno a calare anche le ordinazioni. Drammatica la situazione in alcune regioni, come la Lombardia, dove il calo sarà almeno del 20%, o come il Piemonte, dove sarà addirittura del 40%. Tengono solo Lazio, Basilicata e Calabria, mentre i preti d'importazione passeranno dall'odierno 4,5% a un sostanzioso 10,3%.
In realtà le cose andranno anche peggio, e per una ragione non religiosa (il calo delle vocazioni), ma prettamente statistica: in Italia c'è una progressiva diminuzione demografica dei maschi. Diminuisce la platea da cui attingere i preti, che per la Chiesa Cattolica possono essere solo maschi. Dunque diminuiranno inesorabilmente anche i sacerdoti, anche a tassi di reclutamento costanti: le ordinazioni passeranno, secondo i calcoli statistici, dalle 435 del 2003 alle 367 del 2010, fino alle 314 del 2015 e alle 297 del 2020. Risultato: la previsione di 25 mila preti nel 2023 va ulteriormente abbassata a 23 mila preti. E questo a tassi di reclutamento costanti, mentre l'esperienza ci dice che il reclutamento cala...
Dunque la Chiesa Cattolica continua dolcemente il suo cammino verso il declino. Sempre più minoranza in una società che apparentemente la applaude, ma in realtà la usa. Per bloccare questa tendenza e almeno stabilizzare il numero dei sacerdoti oggi presenti, dovrebbe verificarsi un incredibile aumento delle vocazioni, con incrementi del 77% nazionale che in alcune regioni, secondo i calcoli degli statistici, dovrebbe essere addirittura del 200%. (Sarebbe davvero un miracolo.)
Oppure, finalmente, Mater Ecclesia potrebbe abbandonare il celibato del clero. Anacronistico. Ma soprattutto insensato, alla luce degli stessi testi sacri — Gesù "il Cristo" non ha mai detto nulla in proposito — e delle abitudini di ogni tempo e di ogni luogo da parte del clero. Addirittura, nell'ambiente giudaico che fu humus di Gesù, i rabbi dovevano essere sposati. (Addendum gennaio 2011: si è scoperto che perfino Ratzinger nel 1970 la pensava così! cfr. articolo più in basso.)
Ammettendo il matrimonio per i preti — che potrebbero così diventare padri di famiglia, e forse capirebbero molto meglio il mondo e come funziona! —, Mater Ecclesia risolverebbe in un sol colpo il problema della pedofilia del corpo sacerdotale e il pericolo dell'estinzione del Cattolicesimo (e dell'intero Cristianesimo).
"Famiglia cristiana": sì, a partire dai preti. Se allevi dei figli, e lo fai nell'amore insieme a una compagna che è anche madre, puoi trasmettere un messaggio qualitativamente molto migliore al tuo gregge, che non da un pulpito costruito su fondamenta di privazioni, coercizioni psicologiche e afflizioni contro-natura che durano tutta una vita...
(Aggiornamento dati 2 anni dopo: vd. sotto.)
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April 2010
Credenti, ma increduli
Addendum 1 anno dopo — nulla è cambiato, anzi la situazione precipita
Un anno dopo, la situazione per Mater Ecclesia è disastrosa: il Vaticano rischia di essere travolto dagli scandali di pedofilia dei suoi sacerdoti in giro per il mondo. E il pontefice attuale, dato per "interessato in prima linea" a rimettere le cose a posto, è in realtà uno dei principali artefici della situazione. Quanta di tale "sporcizia" è stata infatti da Ratzinger realmente denunciata? Denunciata, voglio dire, nell’unico modo in cui si denuncia un crimine, perché sia fermato e non possa essere reiterato: ai magistrati dei diversi Paesi... Quanti di quei sacerdoti pedofili sono stati denunciati alle autorità da chi ora dice di voler "ripulire" dalla "sporcizia"?
Nessuno e mai.
La copertura che è stata data per decenni a migliaia di preti pedofili sparsi in tutto il mondo, non denunciandoli alle autorità giudiziarie — garantendo perciò ai colpevoli un’impunità che ha consentito loro di reiterare lo stupro su decine di migliaia di minorenni (talora handicappati) —, chiama direttamente e personalmente in causa la responsabilità di Joseph Ratzinger e addirittura di Karol Wojtyla.
La questione cruciale è proprio questa: non la "Chiesa" in astratto, ma le sue gerarchie, e in particolare il Sommo Pontefice e il cardinal Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, hanno imposto un obbligo tassativo a tutti i vescovi, sacerdoti, personale ausiliario, etc., sotto solenne giuramento «sul Vangelo», di non rivelare se non ai propri superiori — e dunque di non far trapelare minimamente alle autorità civili — tutto ciò che avesse a che fare con casi di pedofilia ecclesiastica.
La confessione viene da loro stessi. L’Osservatore Romano ha ripubblicato il motu proprio di Giovanni Paolo II, che riservava «al Tribunale apostolico della Congregazione […] il delitto contro la morale», cioè «il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età», e la "Istruzione" attuativa della Congregazione per la Dottrina della Fede, con queste inderogabili disposizioni: «Ogni volta che l’ordinario o il gerarca avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolto un’indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per laDottrina della Fede».
Tutte le notitiae criminis dovevano (e devono) insomma affluire ai vertici, la Congregazione per la Dottrina della Fede (Prefetto il cardinal Ratzinger, ora papa, segretario monsignor Bertone) e il Papa (all'epoca Karol Wojtyla). Sarebbe stata la Congregazione a decidere se avocare a sé la causa oppure «comandare all’ordinario o al gerarca, dettando opportune norme, di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale». Papa e Prefetto, insomma, sono informati di tutto (sono anzi gli unici a sapere tutto) e sono loro, esclusivamente, ad avere l’ultima e la prima parola sulle procedure da seguire.
E tale dispositivo permane ancor oggi. Decidano direttamente, per avocazione, o demandino il "processo" al Tribunale ecclesiastico diocesano, ovviamente la "pena" estrema (quasi mai comminata) è solo la riduzione allo stato laicale del sacerdote (in genere si limitano invece a spostare il sacerdote da una parrocchia all’altra!, dove ovviamente reitererà il suo crimine). "Pena" esclusivamente canonica, comunque: nessuna denuncia deve invece esser fatta alle autorità civili. La Chiesa gerarchica si occuperà insomma del "peccato" (in genere con incredibile indulgenza) ma terrà segreto e coperto il "reato". Che perciò resterà "impunito". E potrà essere reiterato impunemente. Perché l’ordinanza della Congregazione, in ottemperanza al motu proprio del Papa, è imperativa e non lascia margini di scampo: «Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio».
I passi cruciali di questo dispositivo interno: «In taluni affari di maggiore importanza si richiede un particolare segreto, che viene chiamato segreto pontificio e che dev'essere custodito con obbligo grave […] Sono coperti dal segreto pontificio […]» e qui seguono numerosissimi casi, tra i quali due fattispecie che comprendono i casi di pedofilia ecclesiastica, il punto 4 («...le denunce extra-giudiziarie di delitti contro la fede e i costumi, e di delitti perpetrati contro il sacramento della penitenza, come pure il processo e la decisione riguardanti tali denunce...») e il punto 10 («...gli affari o le cause che il Sommo Pontefice, il cardinale preposto a un dicastero e i legati della Santa Sede considereranno di importanza tanto grave da richiedere il rispetto del segreto pontificio...»).
Ancora più interessante il minuzioso elenco delle «persone che hanno l'obbligo di custodire il segreto pontificio: 1) I cardinali, i vescovi, i prelati superiori, gli officiali maggiori e minori, i consultori, gli esperti e il personale di rango inferiore, cui compete la trattazione di questioni coperte dal segreto pontificio; 2) I legati della Santa Sede e i loro subalterni che trattano le predette questioni, come pure tutti coloro che sono da essi chiamati per consulenza su tali cause; 3) Tutti coloro ai quali viene imposto di custodire il segreto pontificio in particolari affari; 4) Tutti coloro che in modo colpevole, avranno avuto conoscenza di documenti e affari coperti dal segreto pontificio, o che, pur avendo avuto tale informazione senza colpa da parte loro, sanno con certezza che essi sono ancora coperti dal segreto pontificio». Cioè, tutti! Certosinamente! Non c'è persona che possa direttamente o indirettamente entrare in contatto con tale "sporcizia" a cui sia concesso il benché minimo spiraglio per poter far trapelare qualcosa alle autorità civili e quindi fermare il colpevole. La "sporcizia" dovrà restare nelle "segrete del Vaticano", pastoralmente protetta e resa inavvicinabile dalle curiosità troppo laiche di polizie e magistrati. L'impunità penale dei sacerdoti pedofili sarà di conseguenza assoluta e garantita.
Tutte le "istruzioni" sono ancora in vigore, ripeto, al momento in cui scrivo queste righe (10 aprile 2010). Il giuramento alla segretezza, imposto a tutti, funziona: in questi giorni di aspre polemiche, infatti, la Chiesa gerarchica non ha potuto esibire un solo caso di sua denuncia spontanea alle autorità civili, con il quale avrebbe potuto rivendicare qualche episodio di non omertà e di "buona volontà"...
Il "buon nome" della Chiesa è venuto sempre prima, sulla pelle di migliaia di bambini e infangando e calpestando quel passo dei Vangeli su cui si è fatta giurare questa raccapricciante congiura del silenzio: "Ma Gesù disse: «Lasciate i bambini, non impedite che vengano da me, perché il regno dei cieli è per chi assomiglia a loro»" (Mt 19.14). Sempre più testimonianze confermano anzi di una Chiesa gerarchica indaffarata per decenni a "troncare e sopire", e anzi a negare l’evidenza (in una corte si chiamerebbe spergiuro) o a intimidire le vittime (in una corte si chiamerebbe ricatto o violenza) se qualche ex-bambino ad anni di distanza trovava il coraggio di sporgere denuncia. I casi del genere ormai emersi sono talmente tanti che... «il mio nome è Legione», come dice lo spirito immondo di un altro Vangelo, quello di Marco (Mc 5.9).
Che senso ha, perciò, continuare a parlare di «propaganda grossolana contro il Papa e i cattolici» e «attacchi calunniosi e campagna diffamatoria» (l’Osservatore Romano), di «eclatante campagna diffamatoria» (Radio Vaticana), di «furibonda fobia scatenata contro la Chiesa Cattolica» (Joaquin Navarro Vals), di «menzogna e violenza diabolica» (monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino), di «accuse menzognere» (cardinale Angelo Scola), di «accuse ignobili e false» (cardinal Carlo Maria Martini), e chi più ne ha più ne metta, visto che sono gli stessi documenti vaticani a confessare la linea di reiterato rifiuto della Chiesa gerarchica a ogni ipotesi di denuncia dei colpevoli alle autorità giudiziarie secolari?
Se l’attuale regnante Pontefice ha davvero capito l’enormità della "sporcizia" e la necessità di contrastarla senza tentennamenti anche sul piano della giustizia terrena (sic!), può dimostrarlo in un modo assai semplice: abrogando immediatamente con motu proprio le famigerate "Istruzioni" che fanno riferimento al "segreto pontificio" e sostituendolo con l’obbligo per ogni diocesi e ogni parrocchia di denunciare immediatamente alle autorità giudiziarie ogni caso di cui vengano a conoscenza. E spalancando gli archivi, consegnandoli a tutti i tribunali che ne facciano richiesta, visto che alcuni Paesi hanno deciso di aprire per la denuncia del crimine una "finestra" di un anno per sottrarre alla prescrizione anche vicende lontane.
Se non avrà questa elementare coerenza, non si straccino le vesti il cardinal decano e tutti i cardinali del Sacro Collegio nell’anatema contro i credenti e i non credenti che insisteranno nel giudicare corrivo l’atteggiamento attualmente scelto...
Tanto più che la Chiesa gerarchica, che in tal modo si rifiuterebbe di ordinare alle proprie diocesi la collaborazione per punire come reato il peccato di pedofilia dei sui chierici e pastori, è la stessa che pretende di trasformare in reati, sanzionati dalle leggi dello Stato e relative punizioni, quelli che ritiene peccati (aborto, eutanasia, fecondazione eterologa, controllo artificiale delle nascite, etc.), e che per tanti cittadini sono invece solo dei diritti, ancorché dolorosi e talvolta dolorosissimi!
11 domande a Joseph Ratzinger...
- Gentile pontefice, acconsentirebbe alla costituzione di una Commissione Parlamentare d'Inchiesta che indagasse sugli episodi di pedofilia che hanno visto il coinvolgimento di esponenti del clero negli ultimi 60 anni in Italia, come avvenuto in Irlanda con la “Commissione Ryan”?
- Come si comporterebbe se venisse a conoscenza di un fatto interno alla Chiesa che sia contrario ai principi dell'Ordinamento Giuridico italiano?
- Ritiene ancora valido il documento “Crimen Sollecitationis” del cardinal Ottaviani che nel 1962 prescriveva ai vescovi di «non pubblicare» e «conservare con cura negli archivi segreti della Curia» le denunce a sacerdoti per pedofilia?
- Nel 2005 Lei fu citato in giudizio da un tribunale texano per intralcio alla giustizia, ma si avvalse dell'immunità diplomatica in quanto capo di uno Stato. Oggi accetterebbe di incontrare i giudici di qualsivoglia tribunale?
- Nel 2008 Mons. Celestino Migliore, osservatore della Santa Sede all’ONU, si è espresso contro un progetto di dichiarazione, proposto dall'Unione Europea, per chiedere la depenalizzazione universale dell'omosessualità. Concorda con quella scelta?
- Concorda con la tesi del Card. Tarcisio Bertone, per il quale le condotte dei pedofili (e dei preti pedofili) siano collegabili a una loro natura omosessuale?
- È d'accordo con il principio che la donna debba avere i medesimi diritti (a cominciare dal diritto all’autodeterminazione) e i medesimi doveri dell'uomo?
- Non ritiene che si tratti di una vera e propria truffa accettare le quote dell'8 per mille dei contribuenti che non firmano né per le chiese né per lo Stato? Perché solo poco più del 20% dell’8 per mille va alle cosiddette "opere di bene"?
- Alla luce dei progressi scientifici degli ultimi due secoli, non ritiene urgente un ripensamento rispetto alle posizioni della Chiesa Cattolica su Darwin?
- Nel 2009, durante un suo viaggio in Camerun, ha affermato: «L’epidemia di Aids non si può superare con la distribuzione di preservativi, che anzi aumentano i problemi». Ripeterebbe tuttora tali parole?
- Ritiene lecito equiparare nelle leggi di uno Stato peccato e reato o è meglio — per ogni confessione religiosa — rinunciare a influenzare le leggi che riguardano i comportamenti personali dei cittadini e le loro scelte individuali?
...e 1 proposta concreta:
È davvero sorprendente il fatto che le gerarchie ecclesiastiche, sempre pronte a puntare l'indice verso i presunti danni che i ragazzi subirebbero in caso di adozione da parte di una coppia omosessuale, facciano finta di niente quando si tratta di riscontrare i disastri che l'obbligo del celibato potrebbe causare ai loro preti e ai ragazzi che hanno a che fare con loro.
Non c'è bisogno di essere scienziati — e men che meno anticlericali — per farsi venire il dubbio che l'incidenza degli episodi di pedofilia tra i sacerdoti, assai più elevata rispetto a quella che si riscontra in altre categorie sociali, abbia più di un legame con la compressione della sfera sessuale che viene loro imposta fin dall'adolescenza: dubbio che, detto per inciso, è stato ripetutamente e pubblicamente espresso non solo da laicisti impenitenti ma perfino da numerosi e spesso eminenti rappresentanti del clero cattolico.
Ognuno, ovviamente, è libero di imporre a se stesso le rinunce che preferisce: ma se fosse dimostrato un nesso causale tra l'obbligo del celibato e la propensione alla pedofilia, specie in una categoria di individui che lavora spesso e volentieri a stretto contatto con i bambini, il celibato cesserebbe di costituire semplicemente una questione di scelta personale, per assumere il contorno assai più inquietante di un vero e proprio pericolo per la collettività.
La Chiesa Cattolica dovrebbe farsi carico di promuovere un'accurata ricerca scientifica sulla vicenda, per verificare concretamente l'esistenza del rischio e la sua dimensione: rendendosi disponibile, se del caso, ad affrontare radicalmente la questione del celibato (che gli stessi Gesù e Paolo non hanno mai imposto né dichiarato essenziale).
Se si rivendica con enfasi un ruolo sociale, occorre anche assumersene pienamente tutte le responsabilità.
"Il lungo addio" dell'Impero Romano: i numeri della crisi inarrestabile...
Pochi fedeli alle messe. Crisi delle vocazioni. Matrimoni religiosi in calo. Un'allarmante perdita di consenso tra la gente. Il declino dei cattolici in Italia sembra inarrestabile. E la questione pedofilia c'entra solo fino a un certo punto
Da più di un decennio si parla del ritorno trionfante della religione al centro della scena pubblica e privata. Questa visione viene comunemente accettata come fosse una verità assoluta, quasi rivelata. Nessuno si chiede se sia proprio così. Se cioè l'impennarsi della presenza mediatica dei religiosi, accompagnata da ali plaudenti di atei devoti, rifletta una analoga ripresa di convincimenti e comportamenti ispirati dalla fede religiosa.
In realtà, in base ai dati empirici disponibili e non alle impressioni, la risposta è inequivocabile: la religione continua a essere in declino in Italia sotto tutti gli aspetti "visibili" ed empiricamente quantificabili. Lo è nei suoi aspetti istituzionali (nel numero dei religiosi e degli istituti religiosi), lo è nella pratica religiosa, lo è nei comportamenti dei cittadini e nella valutazione dell'opinione pubblica sui temi etici sui quali la Chiesa interviene frequentemente e con fermezza.
Partiamo dalla organizzazione della Chiesa cattolica. Il declino dell'apparato ecclesiastico in tutte le sue componenti — clero regolare, clero diocesano e appartenenti agli istituti religiosi femminili — continua perché il numero dei nuovi ordinati non compensa le "uscite" per ragioni demografiche (il clero è molto anziano). Purtuttavia rimane un esercito imponente di poco più di 150 mila persone, di cui circa 100 mila donne.
Quanto a strutture, il numero delle parrocchie rimane pressoché stabile (sopra le 25 mila) ma diminuiscono quelle che hanno un sacerdote che si dedica solo a una parrocchia, mentre invece cresce il numero di quelle a mezzo servizio (circa un sesto del totale).
La Chiesa è più povera di pastori ma in compenso straordinariamente più ricca in denari. L'8 per mille ha rovesciato nella casse del Vaticano un fiume di denaro, circa un 1 miliardo di euro all'anno a partire dal 2002 (rispetto ai 210 milioni del 1992). Questo grazie anche a quella buffa interpretazione della legge per cui chi non firma per nessuno nella dichiarazione dei redditi si vede ripartire il proprio 8 per mille proporzionalmente tra tutti gli enti che hanno ricevuto la firma. E visto che la Chiesa fa la parte del leone tra coloro che firmano, essa si vede poi arrivare molti più soldi dagli "agnostici" di quanti non ne riceva dai "fedeli".
Ma questa pur imponente organizzazione non riesce a colmare il distacco con l'opinione pubblica. La Chiesa non riscuote più la fiducia di un tempo. Dove si apre il baratro è nell'osservanza dei sacramenti e dei precetti: i cittadini non seguono più le indicazioni della Chiesa, e anche i cattolici esibiscono una religiosità fai-da-te dove l'insegnamento religioso è seguìto a macchia di leopardo. I numeri:
• Frequenza alla messa: 15% ogni domenica, 10% ogni mese.
• Matrimoni civili: 36,7% contro il 63,3% di quelli religiosi (dati Istat 2008). La media nazionale è però traditrice, perché nei Comuni ci sono segnali ben più significativi: Bolzano 78,9% di matrimoni civili, Siena 74,5%, Firenze 67,6% e così via (i comuni dove più della metà dei matrimoni sono civili assommano a 29, e sono tutti al Centro-Nord Italia).
• Adesione complessiva ai valori cattolici: nel 2000 il 65% degli Italiani, nel 2009 il 46%.
• Adesione dei "praticanti" ai valori cattolici: nel 2000 il 95%, nel 2009 il 73%.
• Ritengono validi gli insegnamenti della Chiesa: nel 2003 il 77%, nel 2009 il 59% degli Italiani.
Anche sui temi etici più scottanti degli ultimi anni, sui quali l'iniziativa della Chiesa è stata tambureggiante (referendum sulla procreazione assistita) con anatemi scagliati contro le posizioni laiche (testamento biologico), l'opinione pubblica va in direzione opposta...
• Favorevoli al testamento biologico: 92% nel 2009 contro il 50% nel 1997.
• Giudicano opportuna, a determinate condizioni, l'eutanasia: 86% nel 2009 contro il 50% nel 1997.
• Favorevoli alla fecondazione assistita: 80% (2009).
(Dati da confrontare con numeri aggiornati a fine 2011, vd. sotto)
In conclusione, non si riesce a capire cosa intenda chi parla di un risveglio religioso. Che vi siano fenomeni di spiritualità e di avvicinamento al sacro, magari diversi rispetto alle codificazioni delle "religioni di chiesa", è possibile (basta leggere i numeri della spiritualità diffusa, con migliaia di nuovi proseliti per "credo alternativi" come New Age, Buddismo Zen, Buddismo Nichiren et similia). Ma che si assista a una rinnovata centralità della religione (cattolica) nell'indirizzare i comportamenti e gli atteggiamenti su temi etici e religiosi, questo è semplicemente infondato. L'organizzazione ecclesiastica ha problemi di reclutamento e di ricambio del suo personale assai anziano; il numero dei praticanti è sovrastimato e lo si può ritenere nella migliore delle ipotesi tendente a un 20% di praticanti; la fiducia nella Chiesa e nei suoi insegnamenti cala costantemente anche e soprattutto tra i fedeli, e infine le indicazioni delle Chiesa su vari temi etici sono sempre più disattese.
Eppure la fanfara mediatica di questi anni ci aveva dipinto un quadro di «grande ripresa religiosa». I vertici del Vaticano devono aver confuso l'omaggio peloso di tanti corifei interessati, con le convinzioni profonde della società. E questo è il segnale più chiaro del declino ormai irreversibile: storicamente, quando i grandi imperi crollano, sono proprio gli imperatori e le loro corti, a essere colti da cecità, ad autoingannarsi che le cose stiano procedendo meravigliosamente bene, a rifiutarsi di vedere che il mondo va in direzione opposta rispetto alle loro illusioni...
...e sul rovescio della medaglia "numeri" da brividi: finanza e immobili
Da "mila anni" la Chiesa cattolica è presente in tutti gli angoli della Terra con oltre 4mila diocesi, 10 mila tra arcivescovi, vescovi e cardinali, centinaia di migliaia tra preti, suore e religiosi vari, centinaia di migliaia di parrocchie, santuari, monasteri, associazioni, scuole, case editrici, università, insegnanti di religione, cappellani militari e ospedalieri, testate giornalistiche (a migliaia, con milioni e milioni di copie diffuse), emittenti tv, circuiti radiofonici. E in Italia, con milioni di crocifissi nei luoghi pubblici dello stato laico (aule scolastiche, tribunali). Tutte realtà direttamente collegate e sottoposte ciascuna al dicastero di competenza della Santa Sede che, attraverso una sorta di centralismo non democratico, molto simile in assolutismo e despotismo a quell'Impero Romano da cui la Chiesa direttamente discende, organizza e dispone i metodi e i contenuti della "evangelizzazione". A questo immenso patrimonio di risorse umane e strutturali è da aggiungere una diffusa rete di sistemi globali e locali per la raccolta di risorse finanziarie, le quali hanno consentito alla Chiesa di realizzare un notevole — e incontrollabile — potere economico e finanziario custodito nel santuario dello IOR, quell’Istituto per le Opere di Religione da mezzo secolo al centro dei più torbidi intrallazzi della politica, della finanza e della criminalità (e che nel 1978 ha pure portato probabilmente all'eliminazione di un papa, Albino Luciani, il quale, appena eletto, aveva deciso di vederci chiaro). Dalla "extraterritorialità" dello Stato Vaticano, lo IOR "opera" (ossia, traffica senza controlli o quasi) nei paradisi fiscali di tutto il mondo, riservando appena qualche scampolo di elemosina a beneficio dei numerosi missionari immersi nell’inferno della povertà e della miseria dei Paesi "del sud del mondo", prima sfruttati e oggi abbandonati da quell’Occidente che alcuni si ostinano a dipingere «dalle radici cristiane» (!).
Lo IOR — comunemente conosciuto come Banca Vaticana — è una banca privata, formalmente istituita nel 1942 da papa Pio XII con sede nella Città del Vaticano. È erroneamente considerato la banca centrale della Santa Sede, compito invece svolto dall’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA). Lo IOR è stato più volte al centro di scandali, finanziari e non, fra i quali spicca il crack del Banco Ambrosiano. Secondo quanto stabilisce il suo statuto, ha lo scopo di: «...provvedere alla custodia e all'amministrazione dei beni mobili e immobili trasferiti o affidati allo IOR medesimo da persone fisiche o giuridiche e destinati a opere di religione e carità. L'Istituto pertanto accetta beni con la destinazione, almeno parziale e futura, di cui al precedente comma. L'Istituto può accettare depositi di beni da parte di Enti e persone della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano».
Lo IOR consta di 130 dipendenti, ha un patrimonio stimato (nel 2008) di 5 miliardi di euro, e 44 mila conti correnti (riservati a dipendenti vaticani, ecclesiastici e a una ristretta quantità di enti privati). Rilevanti sono gli investimenti esteri, in prevalenza in titoli di Stato o portafogli a basso rischio. Gli interessi medi annui oscillano dal 4 al 12%. (Non esistendo tasse all'interno dello Stato vaticano, si tratta di rendimenti netti.) Per quanto riguarda gli utili conseguiti, essi non vanno corrisposti ad azionisti — che nel caso dell'Ente non esistono — ma sono devoluti in favore di opere di religione e di carità. Il bilancio e tutti i movimenti che vengono fatti dall'Istituto sono noti solo ed esclusivamente al Santo Padre, al collegio dei Cardinali che lo gestiscono, al Prelato dell'istituto, al Consiglio di sovrintendenza, alla Direzione generale e ai revisori dei conti. Nel 1993, negli anni di Tangentopoli, il giudice Borrelli del pool di Mani pulite appurò il transito nelle casse dello IOR di 108 miliardi di lire in certificati del Tesoro destinati a quello che fu conosciuto come scandalo Enimont. Anche in questo caso l'extraterritorialità assicurò l'impunità del presidente dello IOR Angelo Caloia. Il 10 luglio 2007 uno dei "furbetti del quartierino", Giampiero Fiorani, rivelò ai magistrati milanesi la presenza, nella svizzera BSI, di tre conti della Santa Sede da «due o tre miliardi di euro», e di aver versato in nero nelle casse dell'APSA (la Banca centrale vaticana) oltre 15 milioni di euro. Secondo dichiarazioni del pentito di mafia Vincenzo Calcara, lo IOR era coinvolto nel riciclaggio di denaro di Cosa Nostra, mentre un altro pentito, Francesco Marino Mannoia (che Giovanni Falcone definì «il più prezioso collaboratore di giustizia»), rivelò nel 1998, durante il processo per mafia a Marcello Dell'Utri, che «Licio Gelli investiva i danari dei corleonesi di Totò Riina nella banca del Vaticano. Lo IOR garantiva ai corleonesi investimenti e discrezione». Perciò «quando il Papa [Giovanni Paolo II] venne in Sicilia e scomunicò i mafiosi, i boss si risentirono soprattutto perché portavano i loro soldi in Vaticano. Da qui nacque la decisione di far esplodere due bombe davanti a due chiese di Roma»...
Non differente è la rendita immobiliare. Nella sola capitale ci sono quattrocento istituti di suore, 300 parrocchie, 250 scuole cattoliche, 200 chiese non parrocchiali, 200 case generalizie, 90 istituti religiosi, 65 case di cura, 50 missioni, 43 collegi, 30 monasteri, 20 case di riposo, altrettanti seminari, 18 ospedali, 16 conventi, 13 oratori, 10 confraternite, sei ospizi. Sono quasi 2 mila gli enti religiosi residenti a Roma, e risultano proprietari di circa 20 mila terreni e fabbricati, suddivisi tra città e provincia.
Un quarto della capitale, a spanne, è della Curia. Partendo dalla fine di via Nomentana, all'altezza dell'Aniene, dove le Orsoline possiedono un palazzo di sei piani da oltre 50 mila metri quadri di superficie, mentre le suore di Maria Riparatrice si accontentano di un convento di tre piani; e scendendo a sud est per le centralissime via Sistina e via dei Condotti, fino al Pantheon e a piazza Navona, dove edifici barocchi e isolati di proprietà di confraternite e congregazioni si alternano a istituzioni come la Pontificia Università della Santa Croce. E ancora, continuando giù per il Lungotevere, l'isola Tiberina, che appartiene interamente all'ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio. E poi su di nuovo per il Gianicolo, costeggiando il Vaticano fin sull'Aurelia Antica, dove si innalza l'imponente Villa Aurelia, un residence con 160 posti letto, con tanto di cappella privata e terrazza con vista su San Pietro, che fa capo alla casa generalizia del Sacro Cuore. È tutto di enti religiosi. Un tesoro immenso che si è accumulato nei decenni grazie a lasciti e donazioni.
E non c’è solo Roma. La Curia vanta possedimenti cospicui anche nelle roccaforti bianche del Triveneto e della Lombardia: a Verona, Padova, Trento; e a Bergamo e Brescia, dove gli stessi nipoti di Paolo VI, i Montini, di mestiere fanno gli immobiliaristi.
«Il 20-22% del patrimonio immobiliare nazionale è della Chiesa» stima Franco Alemani del Gruppo Re, che da sempre assiste suore e frati nel business del mattone. Senza contare le proprietà all’estero. «A metà degli anni ‘90 i beni delle missioni si aggiravano intorno a 800-900 miliardi di vecchie lire, oggi dovrebbero valere dieci volte di più» osserva l’immobiliarista Vittorio Casale, massone conclamato, che all’epoca era stato chiamato dal cardinale Jozef Tomko a partecipare a un progetto di ristrutturazione del patrimonio di Propaganda Fide, il ministero degli Esteri del Vaticano.
Una domanda sorge spontanea: perché, alla luce di una tale potenza finanziaria, corroborata dalla storia dell'8 per mille (vd sopra), e a fronte del declino delle vocazioni (con conseguente... "diminuzione del personale"), gli ecclesiastici continuano a chiedere elemosine ai fedeli? vita...
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January 2011
L'Ossexione
Quest'uomo è pericoloso quanto gli Integralisti Islamici
La frase di Joseph Ratzinger che nel gennaio 2001 ha fatto il giro del mondo è quella che stigmatizza come «minaccia alla libertà religiosa (omissis) la partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile». In sé, un’affermazione insensata e al di là di ogni orizzonte del ridicolo. Se una persona qualsiasi, estratta a sorte, proclamasse che l’educazione sessuale nelle scuole minaccia la libertà religiosa, verrebbe preso per demente: proprio mentre il Papa esponeva i suoi anatemi, i giornali erano pieni dell’ultima statistica sul dramma dell’«analfabetismo sessuale» degli adolescenti, moltissimi dei quali ritengono che una lavanda vaginale con la Coca Cola garantisca contro una gravidanza indesiderata, e la stessa cosa avvenga se l’amore lo si fa in piedi...
Ratzinger non è un individuo qualsiasi, visto il potere che esercita — crescente presso troppi governi, anche se in caduta libera presso i credenti —, perciò di quanto dice bisogna (pre)occuparsi seriamente.
Anzitutto, il papa ha pronunciato i suoi strali contro le libertà laiche in un discorso che si apriva ricordando le violenze e le stragi contro i cristiani in Egitto e in altri Paesi a egemonia islamica, che hanno insanguinato l'inizio del 2011. Queste ultime sì, minacce alla libertà religiosa, e anzi minacce realizzate. In altre parole “terrorismo religioso”, più o meno coperto dai rispettivi governi. Far seguire, «spostandosi da Oriente ad Occidente», un elenco di “altre minacce” alla libertà religiosa, produce perciò un inquietante effetto amalgama — retoricamente ben calcolato — per cui sarebbe “terrorismo” anche quello dei governi democratici, delle cui laiche nefandezze il professor Ratzinger sciorina il catalogo. Egli non tollera che nelle scuole l’insegnamento sia “neutrale”, perché «in realtà» rifletterebbe «un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione». Ma quale altra “antropologia”, quale altra “retta ragione”, diversa dalla libertà/responsabilità di ciascuno, potrebbe mai trasmettere una Democrazia, il cui fondamento è la sovranità – esercitata in comune – di ogni cittadino? Lasciamo pure da parte l’educazione sessuale (Ratzinger evidentemente preferisce teenagers che credono che la masturbazione provochi cecità: qualsiasi bufala va bene, pur di reprimere la sirena del piacere, in una sessuofobia ossessiva di cui non c’è traccia nelle parole di Gesù ma che trae origine dalle nevrosi dei Padri della Chiesa quali Origene e Tertulliano — quest'ultimo, che arrivò a evirarsi, sosteneva che «la donna è la "porta dell'inferno"» —, i quali finirono perfino per truccare in senso misogino le Epistole di Paolo contenute nel Nuovo Testamento). Parliamo piuttosto di Educazione Civica. Che dovrebbe essere la principale materia d’insegnamento italiana, perché i valori della Costituzione sono l’unico ethos comune a cui tutti dovrebbero essere educati – quali che siano le convinzioni religiose, politiche, morali di ciascuno – se si vuole una civile convivenza. È proprio l’educazione a interiorizzare la Costituzione l’unico insegnamento davvero neutrale, l’unico rispettoso di tutte le altre differenze: senza quella educazione comune, la convivenza all’insegna della “sovranità popolare”, fondata cioè sull’autonomia di tutti e di ciascuno, rischierebbe di ricadere in una guerra civile potenziale permanente fra “appartenenze” conflittuali di fede, sangue, suolo, ideologia, pelle, casta.
Ratzinger però (nella foto a dx. con il fratello Georg nel 1951, durante la loro ordinazione a Freising), quale “ethos comune”, quale “insieme minimo di valori”, non vuole la Costituzione democratica e la sua interiorizzazione educativa, per la quale sono egualmente sovrani l’ateo e il cristiano (di matrice cattolica romana, beninteso!), l’Ebreo e il Valdese, il Buddhista e il Maomettano: egli pretenderebbe una “antropologia” informata «alla fede e alla retta ragione». La sua. In questo senso vorrebbe perciò che venissero abrogate le «leggi che limitano il diritto all’obiezione di coscienza degli operatori sanitari o di certi operatori del diritto», intendendo con questi ultimi i magistrati che dovessero dare ragione agli Englaro e ai Welby. Come se una Democrazia di tutti, e non solo dei fan di una “retta ragione” di clericale “bacio della pantofola”, non conoscesse semmai il problema opposto: diritti degli individui (in primo luogo donne) calpestati dall’uso politicamente incentivato di tali obiezioni.
L’anatema si estende ovviamente all’Europa, che ritiene discriminatorio (verso le altre religioni e verso gli atei) il simbolo cristiano negli edifici pubblici e ai «pretesi nuovi diritti, attivamente promossi da certi settori della società», che sono solo «l’espressione di desideri egoistici e non trovano il loro fondamento nell’autentica natura umana» (!).
Detto in poche parole: Ratzinger vorrebbe che le leggi dello Stato — qualunque esso fosse — obbedissero alla legge di Dio, «l’unica che promuove l’autentica natura umana». Ancora più stringato: Ratzinger vuole la Teocrazia. Del tutto incompatibile con la Democrazia. Come in Iran. Come nei molti altri Paesi ove le nefandezze del Potere e gli stati di abuso vengono coperti con la scusa ideologica della “parola rivelata di Dio”. Nessuno degli innumerevoli finti liberali baciapile che infestano i media e il Parlamento italiani lo ammetterà mai, ma il “papa-teologo” vuole far ripiombare l'Occidente nel Medioevo. Per questo dobbiamo vigilare tutti quanti, noi “comuni mortali”, sulle parole tendenziose e proterve di quest'uomo.
Addendum: Il 9 febbraio 1970 Joseph Ratzinger — all’epoca 42enne — mise in discussione l'obbligo del celibato per i sacerdoti cattolici. Lo fece in una lettera confidenziale, scritta insieme ad altri otto giovani teologi, inviata alla Conferenza Episcopale tedesca. Il Pastore Tedesco conservatore, lo strenuo difensore di tradizioni, ortodossia e dogmi, allora chiese di considerare l'ipotesi di permettere ai preti una normale vita sessuale e la costruzione d'una famiglia. Lo ha rivelato il 28.01.2011 la Süddeutsche Zeitung: «Le nostre riflessioni riguardano la necessità urgente di una riflessione e di un approccio differenziato sulla legge del celibato della Chiesa. Siamo convinti che ciò sia necessario al più alto livello ecclesiastico». Qui l’articolo. Quest'uomo ondivago mi risulta sempre più impenetrabile...vita...
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January 2012
La Messa è finita - part II
La secolarizzazione avanza, malgrado lo (ri)chiamassero Trinità
«Privilegi, immunità, ingerenze, denari, disparità giuridica... Ma quale libertà religiosa!». Questo il titolo del convegno che si è svolto a Roma presso l’Aula Magna della facoltà valdese il 12 dicembre 2011, promosso da CGIL-Nuovi Diritti (responsabile Gigliola Toniollo) e Fondazione Critica Liberale (direttore Enzo Marzo) per presentare un’anteprima del VII Rapporto sulla secolarizzazione in Italia (file PDF) dell’Osservatorio Laico.
Lo studio, curato da Giovanna Caltanissetta, Laura Caramanna e Silvia Sansonetti, si serve delle fonti statistiche Istat, di dati governativi (Ministero dell’Istruzione e della Sanità) ed ecclesiastici (Annuario statistico vaticano e Cei). Dati ufficiali, quindi, che ognuno può consultare, ma che in questo rapporto formano un quadro organico che delinea un crescente, sicuro e progressivo processo di secolarizzazione della società italiana. Insomma, l’incidenza della Chiesa cattolica sui comportamenti e le scelte degli italiani è decisamente in ribasso.
Diminuiscono matrimoni concordatari, aumentano quelli civili, e soprattutto le coppie di fatto. In calo battesimi, prime comunioni, cresime. Gli anticoncezionali e le interruzioni di gravidanza non sono certo più tabù. Sempre meno studenti si avvalgono dell’ora di religione cattolica (IRC). Le scuole cattoliche chiudono per mancanza di discepoli.
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| Mario Girotti, alias Terence Hill: da Lo chiamavano Trinità a Lo chiamano per la Trinità... | |
Anche il portafoglio degli italiani è sempre meno generoso: le offerte e le donazioni sono in caduta libera, e pure lo scudato meccanismo dell’8 per mille regista un calo di firme pro-Chiesa. Per non parlare della crisi di vocazioni sacerdotali, che nessun serial televisivo alla “don Matteo” riesce a far crescere.
Questa situazione, allarmante per la Chiesa, la porta a cercare sempre maggiori appoggi politici per riconquistare il terreno perduto. Così, mentre le chiese si svuotano e la fede catechistica è da tempo in default, aumentano i politici-chierichetti che la incensano e la rilanciano elargendo finanziamenti e sfornando (quando possibile) leggi-precetto. Un fenomeno che nell’era berlusconiana, coincidente quasi con gli anni del Rapporto dell’Osservatorio Laico, si è amplificato oltre ogni misura assecondando il sogno papista della riconquista cattolica. A partire dall’Italia, considerata eccellente cosa propria.
Interessanti in questa operazione di riconquista, sono anche i due dossier del Rapporto sulla quantificazione della presenza del “sacro” nelle trasmissioni televisive: dai telegiornali, ai dibattiti, alle dirette di riti sacri, viaggi pontifici, iniziative religiose... fino alle fiction con storie di santi e prelati: Don Fumino, Don Matteo, Papa Pio XII, Frati in convento, La monaca di Monza, Don Fabrizio Canepa, Suor Therese, Mons. Simon Castell, Suor Amelia e le consorelle, Don Blasco, Don Silvano, Suor Clotilde, il Cardinale Rospigliosi, Frà Tuck, Karol, un uomo diventato Papa, Jesus, AnnoDomini, Dio vede e provvede, Il sangue e la rosa, e chissà cos'altro in arrivo. Un mare mediatico, che irrompe nelle case degli italiani per “normalizzarli” all’universalità della fede.
Insomma, se gli italiani non vanno in chiesa, la Chiesa entra in casa loro dalla finestra TV. Una sorta di spirito santo via etere, universale e totalizzante, dove la laicità è ridotta a lumicino e anche i minimi spazi che erano dati a protestanti ed ebrei — le altre due religioni importanti per presenza e storia in Italia — sono stati erosi fino a scomparire quasi del tutto (o relegati a fasce orario impossibili).
In definitiva, mentre la secolarizzazione avanza, si tende a dare della cattolicità un quadretto idilliaco di unica possibile normalità, che indipendentemente dal fatto di non credere o credere, è spacciata quasi come appartenenza etnica che ingloba all’italianità.
Un gioco pericoloso che in Italia ha portato alle famigerate leggi razziali del Fascismo, e che oggi nella stessa brodaglia fa crescere i veleni che armano spedizioni contro Rom e stranieri.
I dati del Rapporto di fine 2011
Crolla la sacra famiglia – Sul totale di tutti matrimoni celebrati, sono in aumento quelli con rito civile che nel 2008 sono arrivati al 62,8% del totale. Ma l’elemento ancora di maggior crisi per la l’appartenenza alla Chiesa cattolica è proprio la diversa concezione di famiglia, al di fuori del sigillo matrimoniale. 820.000 le unioni di fatto nel 2009. E se nel 1991 erano 207.000, tra il 1993-2003 se ne sono registrate 556.000. Molte di queste coppie hanno figli, il cui numero è in aumento costante. Tra il 1991 ed il 2009, cresce oltre sedici punti percentuali, raggiungendo quota 23,7% dei nati. Tra gli italiani, nonostante la pressione clericale abbia fatto fallire la legge sul riconoscimento delle coppie di fatto, si conferma sempre più l’esigenza di vivere l’affettività familiare e di coppia al di fuori della concezione cattolica.
Diminuiscono battesimi, prime comunioni e cresime – Sul totale dei nati, nel 2009 i battezzati entro il primo anno di vita sono il 70,3%. Nel 1991 erano il 90%. Non va meglio per le comunioni e le cresime. Anzi. Le prime sono scese dal 9,9% del 1991 al 7,5% del 2008 e le seconde dall’11,1% al 7,6%. Trattandosi di riti di “confermazione”, la tendenza all’emancipazione dalla chiesa curiale è evidente.
Anticoncezionali crescono – Nonostante l’educazione sessuale lasci moltissimo a desiderare nel nostro Paese, il catechistico crescete-e-moltiplicatevi è molto in ribasso. Mettere al mondo un figlio è una scelta seria e consapevole, e l’uso degli anticoncezionali è quindi un atto di responsabilità. I dati di Federfarma sulla diffusione della pillola anticoncezionale segnano una indicizzazione del 16,3% nel 2009, rispetto al 10,3% del 1992. Per contrastare questa tendenza la Chiesa ha intensificato negli ultimi anni i propri centri di difesa della vita e della famiglia, che da 487 nel 1991, sono passati a 2.345 nel 2009. E sta andando all’assalto dei consultori pubblici per addomesticarli con infornate di personale a lei fedelissimo (i pro-vita).
8 per mille e offerte. Il portafoglio per l’obolo di Dio piange – Va ricordato che il meccanismo dell’8 per mille è truffaldino: esso consente infatti alla Chiesa cattolica di fare l’asso pigliatutto, nonostante solo un italiano su tre scelga di destinarlo a essa. Questo avviene grazie all’espediente voluto dal governo Craxi e suggerito dal consulente Tremonti: «in caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse» (L. 222, 1985, art.37). Un articoletto che fa incamerare alla Cei anche oltre l’85% del totale. Una quota sicurissima che porta nelle casse vaticane ogni anno ormai circa un miliardo di euro. Più dello scudato 8 per mille, è il calo del numero e dell’entità delle offerte a evidenziare come gli italiani non siano così propensi a mettere mani al portafoglio per sostenere la Chiesa. Da 185.000 offerte nel 1991, si è scesi a 146.000 nel 2009, con un valore medio di erogazione che si aggira sui 102 euro.
Ora di religione. Aumentano i No grazie – L’insegnamento della religione cattolica (IRC), previsto dal nuovo Concordato craxiano del 1984, dopo essersi mantenuta intorno al 93% fino al 2003, negli ultimi tre anni è diminuita, raggiungendo nel 2009 il 90,0%. Il dato però è globale e quindi non emerge, per esempio, che nelle grandi città (Roma, Milano, Torino, ecc) alle superiori — e in particolare nei licei — i ragazzi che si avvalgono dell’IRC sono una minoranza. Molto spesso uno o due per classe.
Scuole cattoliche: molte chiudono – Nonostante le campagne a favore della scuola privata (in Italia per lo più cattolica) e le generose erogazioni statali per sostenerla (anche contravvenendo all’art. 33 della Costituzione — prevede che i privati possano istituire scuole, ma “senza oneri per lo Stato”), famiglie e studenti preferiscono le scuole statali in tutti gli ordini e gradi. Il calo delle iscrizioni alla scuola cattolica è costante (anche quando aumentano le altre private). Se nel 1992 gli iscritti erano 9,1% del totale degli studenti, nel 2009 scendono a 7,1%. Il numero di iscritti più basso è caratteristico delle superiori, a cui si rivolgono attualmente il 3% di studenti. Le scuole superiori cattoliche sono passate da un totale di 304 nel 1991, a 146 nel 2008, e solo 89 nel 2009. La decrescita, contrariamente a quanto si potrebbe credere, è notevole nella fascia della scuola elementare, passata dal 6,5% nel 1992 al 4,7% del 2008; in quella d’infanzia poi, la percentuale passa dal 28,1% del 1992 al 22,7% del 2008. Sembra essere ormai lontana l’epoca della scuola materna ed elementare cattolica che faceva man bassa di alunni a causa della mancanza del tempo pieno nelle scuole pubbliche. Un tempo pieno che si sta cercando di tagliare. E non è l’unico taglio da favoreggiamento del trio Berlusconi-Tremonti-Gelmini.
Le vocazioni non arrivano… E molte si perdono – Se nel 1991 i sacerdoti erano 57.274, nel 2009 sono 48.333. Un calo questo, che non è compensato dalle nuove ordinazioni (405 nel 2009). In relazione al rapporto popolazione-abitanti, se nel 1991, ogni diecimila abitanti c’erano 10,09 sacerdoti, nel 2009 diventano 8,03. Inoltre, circa 40 preti ogni anno lasciano l’abito. Gli ordini monastici poi si sono dimezzati: da 4.947 a 2.988 quelli maschili; da 125.887 a 93.391 quelli femminili. Un aumento si registra invece tra diaconi (non soggetti a voto di castità) che se nel 1991 erano 1.146, nel 2009 hanno raggiunto quota 3.799. Aumentato notevolmente il numero di catechisti, che se nel 1996 (primo dato annuale disponibile) erano 75.648, sono diventati 235.306 nel 2009. Per la crescita esponenziale di questo ultimo mestiere, aperto anche alle donne, sarebbe da approfondire quanto pesi la vocazione o piuttosto la crisi occupazionale. In ogni caso si conferma quanto osservato a inizio pagina a proposito dell'utilità di un... addio al celibato per i preti.
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